“Quasi diario”: leggere (si ma come?) e scrivere: sporcandosi le mani (puntata 10)

C’è modo e modo di leggere. Chi vuole scrivere, io penso, deve leggere con altri occhi.

Meglio… meglio una pagina letta e riletta che un libro al giorno, mi vien da dire. Non è sbagliato. Non ci sono regole, ci sono strade, e ognuno deve cercare la sua, perché io, per esempio, in alcuni periodi della mia vita ho letto anche un libro al giorno. La coscienza di Zeno, per esempio. In una domenica. Dovevo leggerlo per un esame universitario, cosa che dimenticai leggendolo.

Discorso diverso per Calvino. Che a me non piace (come non mi piace King, e qui tutti a dirmi: Ma come, non ti piace King? No, ne ho detti sei o sette, ora basta. Preferisco rileggere Chandler). .Calvino dicevo. Tra gli italiani preferisco Fenoglio, Pavese, Pratolini, Berto, Bassani. Ma la scrittura di Calvino m’insegna. È un sapiente “dosatore” di aggettivi e avverbi, ma non solo. La sua scrittura è come l’acqua di un ruscello: chiara. E la chiarezza non è un dono così diffuso, per esempio tra tanti giallisti contemporanei. Quando una frase ti costringe a una seconda lettura c’è qualcosa che non va.
Ma sto divagando.

Dicevo che c’è modo e modo di leggere.
Ecco, se io leggo solo per il gusto di leggere leggo anche molto. Mi piace. Ma io, dal momento che scrivo, leggo soprattutto per imparare.
E adesso racconto qualcosa di autobiografico.

Ho 22 anni, lavoro in fabbrica. Scelta ideologica, figlia degli anni settanta, ottanta. Ho rinunciato all’università: fabbrica e sindacalismo mi lasciano poco tempo libero. E poi non sto bene. Un volta ogni due mesi ho una crisi epilettica (ora non più: nessuna crisi dal 1991, ma non dimentico…).
Sono anni difficili, per me. Grigi. Da ragazzo avevo due sogni nel cassetto: insegnare lettere, scrivere un libro (uno solo).
La fabbrica e la salute me lo stanno impedendo.
Un giorno, dopo una violenta crisi, mi metto a scrivere. È l’unica cosa che non ho distrutto, perché negli anni a venire scriverò e distruggerò, scriverò e distruggerò, scriverò e distruggerò…. Fino al primo libro, di cui ho detto nella prima o seconda puntata.
Allora, inizia a scrivere. Avevo in mente una storia ambientata in fabbrica. Insomma, conoscevo bene l’argomento (scrivi di ciò che sai, ciò che conosci, primo comandamento) e poi… poi avevo letto un fottio di libri. Tanti e tanti e tanti ancora. Romanzi, poesie, saggi (per esempio Freud, scoperto a vent’anni).

Ma c’è un ma. Avevo letto come legge un lettore, e non come dovrebbe leggere chi vuole scrivere. Insomma, alla mia scrittura mancava qualcosa. Di importante. Chi vuole scrivere non deve scopiazzare. Sarebbe umiliante, poi non serve. Delle scritture altrui – ora cerco un’espressione poetica, forzata – si deve sfiorare l’anima, impossessarsene è impossibile. Pittori e musicisti osservano, studiano altri poeti e musicisti, che utilizzano tecniche diverse.

Ecco, dicevo prima di aggettivi e avverbi. A me piace la scrittura asciutta. Pochissimi avverbi, solo quelli indispensabili, pochi aggettivi, poche anche le similitudini. Prediligo il ritmo, l’essenza. Ma apprezzo altre scritture, diverse. Con aggettivi sapientemente dosati così da rendere una pagina, un passo, una descrizione con più poesia.
Le strade della scrittura son tante, in genere tutte in salita.

Io ho fatto due scelte. Una scrittura secca, per quanto riguarda la forma, una scrittura figlia del mio “sporcarmi le mani con la vita”., per quanto attiene ai contenuti. Insomma, i miel libri sono figli della vita, non ci sono contaminazioni (e se ci sono sono involontarie) di serie tv o ispirate dalla rete. In Vegan, le città di Dio ci sono capitoli ambientati nella città francese di Narbonne. Ne parlo perché ci sono stato.

Tra i quattordici libri pubblicati ce n’è uno brutto per copertina, impaginazione, anche editing. Si intitola Tamarri. Sono racconti tratti dal mio blog (pari pari, quindi scritti di getto, senza editing). Ecco, quel libro è figlio di un anno e più di frequentazioni serali in una bettolaccia di periferia, tra ragazzi tra i quattordici e i vent’anni. Alcuni erano nomadi alcuni erano figli di gente… marchiata. Fumavano canne, non avevano sogni. Qualcuno ogni tanto, per non dire spesso, finiva dentro. Ma se si stringevano la mano quella stretta significava qualcosa.
Un giorno vedo questa scena. Vedo un ragazzo piangere. Dice ai suoi amici. La mia macchina è andata a puttane… come faccio, mi serve per andare a lavorare? Uno dei presenti gli fa: Ti do, la mia, te la regalo. Dammi qualche giorno di tempo. Volevo darla dentro per prenderne un’altra usata, ma mi danno poco, preferisco regalarla a te.
Uno di quei ragazzi, una sera mi disse: Se mi arrestano, mi metti in prima pagina?
Un altro mi chiese: Senti, io un libro non l’ho mai letto: Cosa mi consigli?…non seppi consigliargli nessun libro: era tropo grande per I ragazzi della via Pal o per Salgari, troppo lontano da Moccia. Gli regalai dei fumetti.
Qualcuno di quei ragazzi non ha fatto una bella fine, di tanti non ho saputo più nulla. Ma un paio di loro li rivedo, ogni tanto…
Io in quella bettolaccia non c’ero finito per scrivere un libro: c’ero finito per caso… come per caso ho conosciuto prostitute, facendo il portiere di notte. Una di loro, ha ispirato un personaggio (Aldina) di Dicono di Clelia. I bar di periferia, comunque, sono i miei preferiti. Da sempre. E il corso di scrittura che ho tenuto e che non dimenticherò fu il primo: nel carcere di Vercelli. Insegnai e imparai, anche.

Infine. A volte penso che dovrei scrivere un libro sui miei anni in fabbrica. Si incontra un mondo. Ma sono ricordi troppo sbiaditi, vissi quegli anni in modo disattento. Non deve scrivere quello che vede, no, sarebbe giornalismo quello. Uno scrittore deve prestare attenzione a tutto, a cominciare dai piccoli particolari. Dai colori. Altrimenti la pagina è scadente, grigia.

Volevo chiudere con la storia delle ultime mie quattro pubblicazioni. Ma stamattina ho pensato a questo, messo giù alla “bruttodio”. Posto senza rileggere, ho fretta. Alla prossima.

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