“Quasi diario” di uno scrittore di serie D: La donna di Picche, La suora, la voglia di scrivere che è andata via (puntata 11, l’ultima)

Ultima puntata.

Allora, dopo aver pubblicato un po’ di libri nel 2014 staccai da giornalismo e narrativa. Candidato sindaco, poi consigliere comunale, poi assessore. Nel 2016, però, sbatto la porta e saluto.

In quegli anni avevo letto poco e scritto niente o quasi.

No, qualcosa riscrivevo: un giallo. Gli ultimi amori di un poliziotto per bene.
Però avevo perso i pochi ma importanti contatti che avevo. Ed ero sprofondato nella moltitudine degli scrittori di serie D e C.
E comunque, di quel giallo ambientato a Torino, avevo fatto invii vari. E avevo ricevuto o dinieghi o risposte da case editrici che non mi convincevano.. Nell’arco di una settimana (autunno 2016) si fa viva la mia agente (ora ex: preferisco fare da solo) che mi dice: «Guarda che Fanucci è interessato a pubblicarti.»
Non mi sembrava vero. Fanucci è un ottimo editore. Ben distribuito, paga anche degli anticipi (piccoli anticipi li avevo ricevuti anche da Perdisa). Fanucci vuol dire risalire, vuol dire serie C o anche B (ho visto una graduatoria che lo inserisce tra i primi trenta editori italiani).
Succede questo, però.
Rileggo il libro e non, rileggendolo, vedo che non mi convince. In dieci giorni lo riscrivo e lo rimando a Fanucci, precisando: «Prendete in considerazione questa versione.»
Poi arrivano due giorni folli. La mia agente mi chiama, sconsolata: «Sembra che non siano più interessati», poi, nell’arco di poche ore, mi richiama: «No, ti pubblicano».
Li avevo convinti inviando in extremis la versione riveduta e corretta?
Comunque, vado a Roma, firmo il contratto, conosco la mia editor (bravissima, da lei ho imparato tanto: Rita Feleppa) e scambio due parole con Sergio Fanucci. Che mi dà alcune dritte e mi propone di cambiare titolo: La notte del Santo.
Per me ci sta. È la prima volte che il titolo non lo decido io. Ma mi sembra un buon titolo, pertinente.
Quando sono davanti a Sergio Fanucci vedo il manoscritto: era la seconda versione. Quella inviata in extremis. Avevo fatto bene a riscriverlo in dieci giorni, insomma.
Il libro esce a le vendite vanno anche abbastanza bene. Al punto che, l’anno successivo, Fanucci mi scrive e mi chiede se sto scrivendo qualcosa. La mia risposta è affermativa. Stavolta ho il titolo in mente, e nessuno deve cambiarlo: La donna di picche.
Fanucci è un editore, diciamo, estroso.
Successe questo. Gli invia La donna di picche, versione uno, poi però mi venne in mente di apportare modifiche profonde, partendo dalla frase finale del libro.

Sono la donna di picche, quella che non dimentichi.

Notti e notti insonni per riscrivere il finale, anzi no, i due finali…
Invio così la seconda versione a Fanucci che non la prende bene, e mi dà una rispostaccia. Ma il lavoro definitivo non doveva essere il manoscritto che mi hai già inviato? Non si fa così.
Quando però legge la seconda versione (quella definitiva) però mi scrive una mail da incorniciare. Il libro gli è piaciuto, tanto.

Che La donna di picche sia un buon libro lo penso anche io. Spiego perché. Ne ho scritti quattordici, i tre che rileggerei (non rileggo mai i miei libri), sono Bastardo posto, La donna di picche e La suora, uscito da pochi mesi per Golem.

Il personaggio che invece preferisco è Anna Antichi, protagonista de La donna che parlava con i morti e Vegan. Le città di Dio.

Il libro ottiene alcune ottimi recensioni, lo presento al salone, insomma faccio le solite cose che si fanno quando esce un libro. Per esempio si rompono le scatole al prossimo su facebook. Forse faccio di più, stavolta….
Con La donna di picche, per la presentazione nella mia città, a Vercelli, mando delle mail di invito: mai fatto.
Credevo e credo ancora in quel libro. Che però ha venduto poco. Ci sta, anche se mi spiace, ovvio.
Era sbagliato il titolo, la copertina, cosa? Non lo so.

Intanto (siamo nel 2020) stavo rivedendo un libro scritto in passato: Forse non morirò di giovedì. Un libro che parla di giornalismo, un libro in cui, lo confesso, credevo poco.
E invece lo ha pubblicato Golem, mi sembra che sia andato bene e per la prima volta è anche successo che io abbia vinto un premio. Primo ex equo al Premio internazionale città di Cattolica.
Quando sono salgo sul palco del teatro di Cattolica, settembre dell’anno scorso, il presentatore dice: «Cosa si può dire di un libro che vince su duemila altri libri? Chapeau».
Io dico: «Ho scritto quattordici libri, è la prima volta che ricevo un premio, non credo che accadrà più. E come dice il proverbio… il primo premio non si scorda mai».

Intanto stavo scrivendo La suora, che ho proposto a Golem e che inizia così: Le ossessioni non sono mai belle, eccetto Nora.

Scriverò ancora, non scriverò più? Non lo so.
Anni fa questa domanda non me la sarei posta.
Anni fa non mi sarei mai chiesto “Cosa scrivo?” e “Per Chi scrivo?”, perché, anni fa, avrei scritto a basta.
Anni fa, ogni tanto, mi chiedevo: Sei uno scrittore?
Me lo chiedo ancora. Non mi interessa cosa significhi per gli altri, definirsi scrittore.
Per me significa vivere scrivendo, vivere, insomma, ma aspettando che vengano la notte il silenzio e le parole.
Questa attesa, adesso, mi manca.
Che dipenda dal fatto che non fumo più sigari e pipa ma son passato alla sigaretta elettronica? Scherzi a parte, spero che questo diario sia servito a qualcuno. È un diario che parla e quindi promuove un po’ anche i miei libri: ma vendere qualche copia in più non mi cambia certo la vita…

Un saluto a tutti coloro che passeranno di qui.

Link delle puntate precedenti.
1) Un “quasi scrittore” di serie D: LEGGI QUI
2) “Quasi diario: scrivere per fuggire lontano: LEGGI QUI
3) “Quasi diario”: scrivere sorprendendosi. Il mio primo libro: LEGGI QUI
4): “Quasi diario”: la magia della scrittura e il mio terzo libro: LEGGI QUI
5) “Quasi diario”: Parentesi sui manoscritti da inviare: LEGGI QUI
6) “Quasi diario”: Il terzo libro e un grave errore: LEGGI QUI
7) “Quasi diario” e la potenza di radio e tv: LEGGI QUI
8) “Quasi diario”. Libro annunciato poi bloccato, insomma un pugno allo stomaco che fa ancora male. LEGGI QUI
9) “Quasi diario”: il sogno infranto e la lunga pausa. LEGGI QUI
10) Quasi diario: Leggere e scrivere, sporcandosi la mani LEGGI QUI

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