Libri miei: incipit e un’ultima frase, importante

A proposito di incipit. Miei.
L’ultimo, quello de La suora. C’era l’incipit, ma non mi piacevano le prime frasi. Appena scritta mi son detto, Va bene. Introduce il libro e il personaggio principale.

Le ossessioni non sono mai belle, eccetto Nora.

Penso di averla scritta dopo la prima stesura. Ma l’incipit, che in assoluto, preferisco, è quello di Bastardo posto.

Sotto i portici, di notte passate le tre, il manichino nudo e senza sesso del negozio d’abbigliamento non si vergogna, come succede di giorno, se qualcuno, per caso, si ferma e lo guarda.
È una notte di marzo. Sta diluviando.
In questo momento Paolo Limara, fissando la vetrina col manichino nudo, ha appena incrociato i suoi occhi. Non l’ha fatto apposta, non avrebbe voluto, eppure è successo. Fissando le palpebre di plastica, socchiuse e spente del manichino, è successo che Limara ha visto i suoi, di occhi, persi come due monete nel tombino, bersagliato dalla pioggia e che, proprio adesso, è stato scosso violentemente da un’auto in corsa.

Non ricordo quando lo scrissi, questo incipit; di sicuro non quando cominciai a scrivere il romanzo.
Fu invece la prima cosa che scrissi l’incipit del mio primo libro, ora ristampato con il titolo: Il bar delle voci rubate).

Sa di antico il mio piccolo bar, è sotto i vecchi portici, nel cuore di questo paese, proprio vicino alla grande piazza dove si svolgono i comizi, si va al mercato oppure in Municipio, dove gli operai salgono sull’autobus che li porta nella zona industriale e dove la domenica la gente prima va a sentir messa nella maestosa chiesa di Santa Flavia e poi va a comprare i dolci della pasticceria Delrosso.
È un bar d’altri tempi, questo, con qualche trasgressione: un televisore, un telefono a gettoni, un biliardo e un vecchio flipper. Ma il banco è più vecchio di me, i tavoli e le seggiole son tutti di noce.

Poi c’è La donna di picche. Ha due incipit: del prologo e del primo capitolo. Ma de La donna di picche io ricorderò sempre l’ultima frase. È una frase che mi ha accompagnato nelle notti insonni dell’ultima stesura. Un mantra, quasi.

Sono la donna di picche quella che non dimentichi.

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