La giacca della festa, per te, gigante buono

Ho perso un amico, si chiamava Paolo Sala, è morto all’improvviso, a soli 52 anni; abbiamo lavorato insieme dal 1990 al 2014, ma abbiamo continuato a vederci, soprattutto allo stadio, o a sentirci.
Paolo era un giornalista sportivo che amava gli sport e soprattutto il calcio, ma non amava mettersi in mostra. Era grande e grosso, quando è morto ho scritto sul mio profilo facebook che era un gigante buono.
Merce rara, la bontà. Paolo lo era.
Ho scritto questo pezzo sul mio giornale on line

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(e ho messo la giacca della festa, caro Paolo. Mi hai visto poche volte con la giacca della festa. Tu l’avresti messa per me, e anche se era agosto avevi la giacca della festa quando salutammo per l’ultima volta, era il lontano 2005, mio fratello Moreno…
Quando morì Moreno scrissi una lettera che finiva così: Riposa in pace fratello fragile.
Ho usato lo stesso finale, che ben si staglia su di te: Riposa in pace gigante buono.).

Sposerò una principessa e poi fuggirò

Domattina mi sveglierò presto, berrò qualcosa di caldo e poi andrò per funghi e per castagne, oppure no, andrò al fiume a cercare refrigerio, ma senza attardarmi, perché domani è anche il grande giorno, infatti mi sposerò con una principessa di sedici anni, non l’ho ancora vista, ma mi dicono che sia bellissima, e ho altre cose da fare, domani, tantissime, scrivere una poesia, bagnare l’orto, curare la mia vecchia schiena; non vi nascondo, però, che non vedo l’ora che arrivi la mezzanotte di domani: al porto c’è una nave che mi attende, sparirò, andrò in un mondo lontano diverso, solo io, senza parole e pensieri che fanno male. Dove si sogni ancora…

Su Pulp, Forse non morirò di giovedì

‘Forse non morirò di giovedì’ (Golem Edizioni) è una macchina bel oliata, che all’inizio non lascia presagire l’ampiezza e la profondità del racconto; il ritmo lascia poche pause, nelle quali Remo Bassini riesce anche a inserire ampie incursioni narrative nella vita del suo protagonista, nel passato, e i suoi rapporti con le donne che lo circondano: un delicato equilibrio tra sociale e personale che si legge tutto d’un fiato.

LA RECENSIONE

Tifo e vaccinazioni

Copio e incollo dal mio profilo facebook.

Nel giorno della mia prima dose Pfizer dico che continuano a non piacermi le opposte tifoserie. Il vaccino rappresenta una grande speranza (ma non deve essere considerata l’unica arma contro il Covid) senza dimenticare che resta comunque un farmaco sperimentale.Insomma, nello scontro a cui si assiste ogni giorno sui social tra chi avversa il vaccino a prescindere, e chi lo esalta a prescindere, scelgo un’altra strada: quella dell’incertezza che caratterizza questo periodo, quella del continuare a interrogarmi, sempre, cercando interlocutori credibili, dal momento che io non ho gli strumenti conoscitivi necessari.Un mio amico medico (da poco in pensione, quindi senza alcun vincolo) settimane fa mi ha detto: avrei preferito un altro tipo di vaccino, ma domani vado a farmelo fare, perché penso che sia giusto così.Ho apprezzato.

Scrittura incisiva (Pontiggia da scaricare)

Giuseppe Pontiggia insisteva molto sulla “scrittura incisiva”. Esempi su esempi, esercitazioni. (In rete ci sono le sue lezioni-puntate radiofoniche Dentro la sera. Da ascoltare e riascoltare. Questo è il link. Sono come un corso di scrittura creativa.). Anche il noto giornalista Gilberto Evangelisti (Tutto il calcio minuto per minuto) lo faceva. Ricordo che a Fiuggi (era il 2003), durante le simulazioni delle prove di scritto per giornalisti professionisti, quando leggeva qualcosa che non gli garbava diceva: «Prima regola del giornalismo: se devi dì le cazzate non le dì.» Scrittura incisiva, appunto.

Regalar poesie

Questa poesia me la regalò mio figlia Sonia, una vita fa. Costa così poco regalare poesie… Lei la copiò e poi me la spedì per posta elettronica.

Una tigre morente – rantolava assetata
-Io cercai per tutta la sabbia –
colsi il gocciolare di una roccia
e glielo portai in mano
-I suoi grandi occhi – erano opachi nella morte –
ma cercando in essi – intravidi
una visione sulla retina
dell’acqua – e di me –
Non fu colpa mia – che corsi troppo piano –
non fu colpa sua – che mori’
mentre io stavo arrivando
-era – il fatto che fosse morta –

“La Dickinson è una poetessa dura, aspra, essenziale. Fatta di pietra e di quarzo. Non si fa illusioni. Non ne autorizza. Non crede nel paradiso in terra, non le piace (“I don’t like Paradise”).”(Beniamino Placido)

Distrazioni e dimenticanze

Una mia amica (si chiama Rossana Girotto, devo a lei la ristampa de La donna che parlava con i morti) ieri su facebook si è data della cogliona per essere rimasta senza benzina in autostrada.
Le ho risposto che a me è successo almeno dieci volte. Ricordo una notte, ero a Novara, non c’era anima viva. Cercai un contenitore dell’immondizia, recuperai una bottiglia di plastica e poi mi misi a cercare un distributore automatico. Arrivai a casa all’alba.
Sono distratto.

Dimentico di tutto e perdo di tutto.
Mi sono dimenticato di andare a prendere i miei figli a scuola: Sonia, una vita fa, e il piccolo Federico Libero, l’anno scorso.
Una volta ho dimenticato il cane in auto, per almeno tre ore. Era un mattino di primavera, successe nel mio cortile; quando gli ho aperto ha sbadigliato, scodinzolante.
Una volta ho fatto il prelievo con il bancomat e ho dimenticato di prendere i soldi. Li ho lasciati lì, fortuna che nessuno, passando, se li sia presi (la banca, quindi, me li ha restituiti).
A volte entro in un bar, ordino un caffè, lo bevo, esco senza pagare, poi torno e chiedo scusa…
Mi è successo, e non una volta sola, di comperare un libro che già avevo (non ricordo mai i titoli, io). Così adesso (visti i costi) me li sono scritti, a portata di mano sul telefonino…
Potrei continuare (ombrelli persi, strade sbagliate perché sovrappensiero e, anche, per mancanza assoluto di orientamento eccetera eccetera eccetera).

Non mi vanto, d’essere così.
Ho perso le lettere che mi furono inviate quando morì mio fratello Moreno, ho perso le lettere che mi scrisse don Luisito Bianchi. (su don Luisito, LEGGI QUI)
Lettere a cui tenevo, tanto. Però le ricordo…
(segue: a domani)

Il cappotto portafortuna

Una volta diceva: «Noi siamo gente che non festeggia i compleanni». Da un po’ di anni, invece, li festeggia. Tra qualche giorno andremo a cena, il babbo ne compie 94. Ci ha invitati lui. Dirà, e sono un po’ d’anni che lo dice, sorridendo però: «Oh, (pausa) questo è l’ultimo compleanno». E’ la sua frase portafortuna. Quando di anni ne aveva 60 (minchia, era più giovane di me, oggi) comprò un cappotto e disse: Oh, (pausa) questo è l’ultimo. Forse ce l’ha ancora, quel cappotto.

Quando si fa il carbone si diventa neri come il diavolo

Mia mamma, buonanima, credo abbia letto tutti i miei libri. Mio padre non credo. Per lui i libri son cose strane, che non capisce, non fanno parte del suo mondo. Bastano e avanzano i giornali. Ha fatto la terza elementare, ma a singhiozzo: un giorno a scuola e un giorno a fare il carbone.
In terza elementare, arrivò una maestra da Roma per gli esami finali. Il tema che diede fu un regalo per il babbo. Titolo: il carbone.
“Quando si fa il carbone si diventa neri come il diavolo”, scrisse.

L’estate scorsa sono tornato a Cortona, dove son nato. E’ venuto anche lui, con i suoi 93 (ora son 94) anni, i suoi acciacchi, i suoi ricordi.
Per una settimana abbiamo parlato dei vecchi tempi e della luna: che bisogna imbottigliare, seminare o tagliarsi i capelli solo con la luna piena. I travi di legno delle case toscane? Si tagliano con l’accetta. Se l’albero è stato abbattuto con la luna piena il trave, poi, è bello e liscio, se invece il taglio è stato fatto quando non bisogna ecco i tarli, i buchi, mi ha spiegato il mio vecchio. Mi guardava un po’ sconsolato: sa che corro dietro ai libri e ad altro, che ho imparato poco da lui.