I ricordi: morendo, ce li portiamo appresso? (da Bastardo posto)

Si sta accendendo un’altra sigaretta, ora. Ha ripreso da qualche mese. Prima aveva smesso, proprio per Matteo. “Dovessi morire”, aveva pensato, “soffrirebbe come ho sofferto io, o forse di più, quando ho visto la bara di mio padre chiudersi per sempre”. Così senza dire nulla, senza dirgli che non sarebbe stato giusto (“lo faccio per te”), Limara aveva smesso di fumare. Da quaranta a zero sigarette nell’arco di una sera, il tempo di prendere una decisione, tornando a casa dal lavoro. Avrebbe rimesso una sigaretta in bocca la prima notte con Marina. Prima di averla. Son diventate sessanta, ormai, le sigarette. E comunque: più che un pensiero, l’ipotesi di morire, adesso, è un auspicio. “Dio, ti prego, se esisti, fammi dormire per sempre, ma…”. Ma il problema, per Paolo Limara, sono i ricordi: morendo, ce li portiamo appresso? (da “Bastardo posto”, Perdisa Pop)

Mondi lontani, sempre più

Gennaio 2019, su facebook:

A tavola. Mio figlio, con l’ultima Nintendo. Mio padre, 90 anni, con i suoi racconti. I castani vecchi di 300 anni dove potevi dormirci dentro e dove, se volevi, potevi farci dormire anche dodici pecore. E poi Dante che andò a caccia quando non doveva, perché con la neve alta era vietato, e quindi due carabinieri andarono a prenderlo, ma lui, prima che lo portassero in caserma, li convinse a passare da casa sua, e così fu, e quando entrarono Dante disse subito alla moglie di preparare i tordi che aveva cacciato, e di apparecchiare per quattro… Viviamo al confine, possiamo ancora ascoltare racconti di un altro mondo. Tra qualche anno non più. Solo Nintendo, facebook, facebook e nintendo.

Se smetti di sognare fuggi lontano

Allora, le cose che ho fatto:

  • Cameriere e lavoretti vari, come piazzare piattelli nella fossa del tiro al piattello, mentre studiavo alle superiori.
  • Impiegato-sindacalista (alleanza contadini), primo lavoro. Durò tre mesi.
  • Operaio. Sette anni.
  • Operaio e studente (facoltà di lettere)
  • Disoccupato e studente, ma anche lavori saltuari e in nero (pulizia soffitte e cantine. Muratore per un giorno… Altro).
  • Portiere di notte in un albergo.
  • Stesura articoli vari, pagato al pezzo e anche correttore di bozze. Stesso periodo: attore teatrale in una filodrammatica.
  • Giornalista, poi caposervizio, poi direttore di giornale (altre cose fatte in quegli anni: laurea in lettere, bowling agonistico, scrittura dei primi libri).
  • Assessore (per 14 mesi).
  • Ancora giornalista (e libri). Insomma, oggi.

Perché nel 1982 lasciai la fabbrica? Mi ero iscritto a lettere, avevo dato tre esami, ma avevo un futuro incerto. Lasciai la fabbrica perché in fabbrica avevo smesso di sognare. Io, che avevo sempre letto tantissimo, che preferivo i libri agli amici, avevo smesso di leggere e anche di scrivere (qualcosa ho sempre scribacchiato).
Anche nei miei due anni di politica amministrativa (consigliere e assessore) lessi poco e scrissi niente.

Oggi sulla mia pagina facebook ho scritto: Scrivere è (anche) sognare.

L’intervista da incorniciare, anzi no

Tra circa un mese esce il mio nuovo libro, Forse non morirò di giovedì, Golem edizioni. E quindi, come succede sempre, un po’ di copie verranno inviate a giornalisti o blogger, nella speranza che ne parlino, così da favorire il passa parola. In genere, qualche recensione o segnalazione i mie libri l’hanno avuta. Lo scommettitore (Fernandel) per esempio approdò a radio rai tre, trasmissione Fahrenheit, e nell’agosto 2006 divenne il libro del mese. QUESTA E’ LA REGISTRAZIONE DELLA PUNTATA, mai ascoltata (non mi riascolto mai, non rileggo mai i miei libri). Non mi lamento, insomma. Potrei ottenere più recensioni, ma anche meno.

Un libro che fu parecchio recensito fu La donna che parlava con i morti, che nel 2007 uscì per la Newton Compton e che nel 2019 è stato ristampato da Il vento antico. Quando uscì per la Newton ottenne diverse recensioni, Famiglia Cristiana, per esempio. E Liberazione, giornale che adesso non c’è più. Era una domenica quando Liberazione pubblicò non una recensione ma una intervista, poi ripresa da Nazione Indiana e che quindi se volete potete leggere QUI.

Quella domenica, dicevo. Mi dissero: domani esce una bella intervista, più di mezza pagina. Pensai: mai successo, vorrà dire che la ritaglio e poi la incornicio. Così mi svegliai e mi precipitai in edicola. Due copie per favore. Apro e l’intervista c’è, sì certo, ma non è da incorniciare. Parla di me, le domande sono quelle che mi sono state poste e alle quali io ho risposto, tutto ok, insomma, anzi no, non è tutto ok: la fotografia con sotto scritto Remo Bassini non è la mia fotografia. E’ la fotografia di uno scrittore (che conosco), Marino Magliani. Insomma, niente da incorniciare. (Sbagliare, invertire foto, è uno degli errori ricorrenti sui giornali di carta. Succede, insomma.)

La tre di notte: Davide

Le tre di notte. Spalanco la finestra, bevo un sorso d’acqua, finisco di fumare la pipa guardando facebook. Ho quattro ore di sonno, penso. Già facebook, questa cosa qui che ci ha cambiato il modo di vivere e di comunicare. Che spesso maledico. Finisco nella pagina di una persona, e quando leggo capisco che non dormirò quattro ore.

E scrivo di Davide.

Analfabeta, antifascista, fumatore incallito. Insomma, mio nonno

Quando voglio scrivere di mio nonno Giuseppe sono sempre indeciso: come inizio? Antifascista? Analfabeta? Una delle persone più buone che io abbia conosciuto? Buono ma anche folle? Fumatore incallito di sigari toscani girati al contrario e di pipa? Barba bianca? Amante del buon vino e della pastasciutta?

Proviamo a partire dalla sua follia.

Era un piccolo contadino, viveva infatti in un piccolo podere con una casa colonica che era di sua moglie Rosa, mia nonna. Peccato che una sera mio nonno quella casa la giocò a carte e la perse. Cambiando il suo status da povero contadino a poverissimo mezzadro.

Poi, secondo cosa, l’antifascismo di mio nonno che era anche analfabeta e socialista: un analfabeta come fa a diventare socialista? Forse perché vedeva i figli patir la fame, dico io. Ma perché rifiutare la tessera del Fascio e poi essere oggetto di derisione dei camerati che andavano a prenderlo (racconto di mio padre) e deridendolo lo costringevano a indossare una camicia nera e a sfilare con loro.

Sta di fatto che mio nonno (analfabeta) fu uno dei pochi a rifiutare la tessera.

Ma c’è altro. Io di mio nonno ho tanti ricordi, ma sono vaghi. D’estate, per le ferie d’agosto, andavamo a trovarlo. E un giorno mi face arrabbiare, e tanto. Arrivammo con dei regali, lui però adocchiò il barattolo di Nutella che i miei mi avevano comperato, lo aprì, la assaggiò usando il coltellino che ava sempre in tasca, disse buona e poi… e poi la finì tutta. Un barattolo intero, cavolo. Oppure ricordo quando con il bastone minacciava mia cugina che voleva tagliargli barba e capelli.

Comunque, ero troppo piccolo per parlare di politica. Eppure una cosa la so: mio nonno, senza aver letto Marx e nemmeno Gandhi, non tuonava mai contro nessuno. Ascoltava sempre tutti, poi diceva la sua (questo lo ricordo). Mai un insulto a un padrone, a un fascista (mi hanno raccontato). Qualche bestemmia sì, non sarebbe stato un mezzadro toscano.

Quando le ferie finivano, l’ultima sera era sempre la più triste. Andavo sull’aia, c’era lui, da solo, seduto. Vieni qua, mi diceva. Io, con il magone guardavo verso Cortona, lui, invece, guardava oltre, guardava il cielo fumando la sua pipa. Un’immagine forte, che mi ha sempre accompagnato. Voglio invecchiare come il nonno Beppe, penso da tanti e tanti anni. Guardando il cielo.

Volevo scriverne, l’ho fatto. Bene. Dimenticavo. Morì a 89 anni. Attacco di peritonite. Lo caricarono su un’auto per portarlo di corso all’ospedale di Cortona. Troppo di corsa. Disse: Andate piano, altrimenti non crepo solo io.

Una recensione e una segnalazione

Una recensione e una segnalazione. La recensione di un libro che ho letto, la segnalazione di un libro che acquisterò e leggerò.

La recensione di Maddalena bipolare scritto da Ornella Spagnulo è pubblicata sul mio blog su Il Fatto. Clicca qua.

La segnalazione di Il forse di Valerio Calzolaio è pubblicata sul giornale online e che dirigo, Infovercelli24. Clicca qua.

Buone cose a tutti quelli che passano di qua.

Forse non morirò di giovedì

“Forse non morirò di giovedì”, Golem edizioni, è il mio tredicesimo libro ed è in libreria da giovedì 18 febbraio. Questo romanzo racconta la vita di un giornale, parla quindi del mestiere del giornalista, ma parla anche della vita di provincia, di omofobia e di amori che fanno male.

Alcuni frammenti…

“Signorina, è un bel mestiere il nostro. È bello anche perché ci permette di incontrare persone e storie. Ma c’è una storia, quasi mai raccontata: è la storia del giornale stesso e di chi lo fa.”

«Divento pazzo» urlò e, in quel preciso istante, Antonio Sovesci pensò di capire il dolore dei pazzi. Ciò che desiderava di più al mondo era riabbracciarla; ciò che desiderava di più al mondo era cancellarla dalla sua testa.

Se un giornalista è libero per davvero, se cerca di non farsi condizionare dal potere, dalle sue simpatie politiche, dalle sue amicizie, da tutto insomma, editori compresi, riuscirà a svolgere questa professione in modo credibile, vero. Senza libertà e senza giornalisti liberi il giornalismo è morto, non crede, signorina?”

Domando (e mi domando): quante volte ci siamo indignati quando abbiamo sentito pronunciare “Finocchio di merda?” È una frase grave, è una frase violenta, è una frase che viene pronunciata tutti i giorni, davanti alla nostra colpevole indifferenza.

I ringraziamenti, infine.

Dedico questo libro a tutti i giornalisti liberi e a due persone in particolare, che non ci sono più: Francesco Brizzolara, che è stato il mio direttore e che mi ha insegnato a fare il direttore, e Ciro Paglia, che non ha bisogno di presentazioni e che è il più bravo giornalista che ho incontrato sul mio cammino.
Un ringraziamento particolare ad Alessandra Buschi, scrittrice, poetessa, editor, carissima amica. Ha rivisto una precedente stesura, contribuendo così a migliorare il testo. E grazie a due amici lettori-scrittori, Marco Florio e Milvia Comastri, e al team di questa bella casa editrice, Paola, Fabrizio e Giancarlo.
Ma il grazie più grande va a Giorgio Levi, a cui ho chiesto di scrivere la postfazione. Con questo, ho pubblicato tredici libri, tra romanzi e raccolte di racconti. Solo due hanno una postfazione: il giallo politico Lo scommettitore, scritta da Marco Travaglio, e Forse non morirò di giovedì, appunto da Giorgio Levi, che è stato giornalista de La Stampa, ma non solo, e che è direttore del Centro Pestelli, a Torino. Un collega preparato e libero. Ci tenevo al suo contributo.

Buon anno e buon rispetto

«Gandhi non poteva che essere indiano. È interessante vivere e vedere il villaggio indiano, cominciando dai bambini. Nel villaggio indiano, se due bimbi litigano poi sono capaci di trascorrere la notte per cercare di chiarirsi e di capire l’uno il punto di vista dell’altro.»

(Appunti presi a una lezione di sociologia di Anna Anfossi, nel lontano 1991. Ogni tanto, leggendo alcune discussioni su facebook, mi tornano in mente queste parole).

Buon anno a tutti, alla speranza, alla lotta, alla vita e, anche, alla tolleranza e al rispetto.

Babbo guadda quacqua

Ho aggiornato la mia biografia, ma l’ho fatto in fretta, senza pensarci troppo.
Eccola qua.

Poi.

Siamo bombardati da foto, oggi. Ne ho una sola dei primi due anni di vita. Ma ho due foto ricordo stampate in testa.

24 giugno 1991, la discussione della mia tesi di laurea. Si corona un sogno, qualcosa che ho voluto con tutte le mie forze, rinunciando a uscire in primavera, ad andare al cinema, imparando a dormire 4 ore. Alla discussione, con me, ci sono mia sorella Silvia e mia figlia Sonia.

Inverno 2012, giardini pubblici di Vercelli, non ricordo il mese. Sono con mio figlio, Federico Libero detto Cico. Non c’è anima viva. Sto con lui, ma la testa è altrove. Tra un’ora lui andrà dai nonni e io andrò a lavorare in redazione. Ho mille grane. Siamo vicini alla fontana. Lui mi guarda e mi dice: Babbo, guarda l’acqua (babbo, guadda quacqua). Poi lo ripete, severo. Babbo, guadda quacqua. Fu importante quella frase. S’impara, da una frase.

Il fascino bianco

Amo la primavera e non vedo l’ora che arrivi, così come amo i giorni e le notti insonni di gran caldo d’agosto eccetera eccetera. Ma la neve, la neve di notte, la neve al risveglio, la neve sui campi o sui tetti, la nove insomma ha un fascino unico, tutto suo, solo suo, unico