epilessia (e una data da ricordare)

Ho sofferto di epilessia. Una tara ereditaria, pare.
Lo fu un fratello del babbo, han sofferto di epilessia due miei cugini. Anche mio fratello Moreno.
La prima crisi, il 23 settembre 1975, giorno del mio diciannovesimo compleanno.
Ultima crisi: agosto del 1991.
Ma c’è un’altra data da ricordare.
Allora, prima crisi, ho 19 anni. Ne arriva un’altra l’anno successivo, settembre 1976. Lavoravo in fabbrica.
Da allora, una crisi ogni due mesi, a volte anche una al mese.
Va a sapere tu: tutte al mattino, soprattutto di sabato o domenica. Ma qualche volta succedeva anche in fabbrica.
1980, primo maggio: nasce mia figlia Sonia.
15 di maggio, ho una crisi.
Ed è questa la data da ricordare
Ho una crisi e dico: non ne voglio più avere, non voglio avere PAURA di tenere questa bimba in braccio.
va a sapere, ma da allora niente più crisi fino al 1991.

I medici, prima di quel 15 maggio 1980, mi dicevano: cerca di fare una vita tranquilla.
Di dormire. di nutrirti senza eccessi.
Dal 1982  ula mia vita cambia: e non è per niente tranquilla.
Fabbrica, palazzo nuovo ogni giorno (quindi Vercelli- Torino andata e ritorno).
4 ore di sonno, a volte anche meno.insomma, da quel 15 maggio 1980 in poi sono stato operaio-studente, ho recitato a teatro, lavorato di notte in un albergo, giocato a bowling a livello agonistico, scritto libri, letto libri: quasi sempre di notte.
Bevendo caffè e fumando o il toscano o la pipa.
Io credo sia stato importante, per me, aver messo da parte la paura.

Nel 1983 mi iscrivo a Lettere e leggo I demoni di Dostoevskij.
Nei demoni, si dice che Maometto era epilettico perché dormiva poco.
All’epilessia di Dostoevskij, alla mia epilessia e all’epilessia di tutti gli epilettici, ancora oggi guardati di traverso e spesso con disprezzo, dedicai una poesia.
Non so scrivere poesie, io.
Ma questa mi piace:

A Dostoevskij

Epilessia,
malefica dea che insegni
ai tuoi figli bastardi
a sottrarre
secondi alla notte:
la pena di morte
è
a ogni passo.
Ad ogni passo
il viso può schiantare
nel selciato
dove
calpestati e rinnegati
crescon fiori il cui nome
nessuno conosce.

Domenica è la giornata nazionale per la lotta contro l’epilessia.
Andrò a Torino, io.
http://www.apice.torino.it/appuntamenti.htm

lo specchio

Faccio un post che non dovrei, che non vorrei.
Di quelli che denudano.
Di quelli che, succede tante volte, poi lascio nelle viscere del blog, nascosti.
Farò così anche stavolta? Forse no, chissà?

Il problema è sempre lui: lo specchio.

Passo davanti allo specchio e, guardandomi, non mi riconosco. Il tempo è volato via troppo in fretta da quel giorno, cos’era?, un mercoledì o un venerdì?
Avevo 19 anni quasi, in casa c’era solo mia madre che in quei giorni sembrava ringiovanita, nonostante il pancione. Era rimasta incinta, alla tenera età di 48 anni; di lì a poco sarebbe nato mio fratello Moreno, era serena, calma.
Io ero steso sul divano. Mio padre e mia sorella Silvia (aveva 10 anni) erano in giro. Saranno state le sei del pomeriggio. Quando mia madre uscì per andare a fare la spesa e io mi alzai e nel vecchio registratore misi un 33 giri del Banco del Mutuo Soccorso.
…. da qui messere si domani la valle
ciò che si vede è…
… vecchio soldato, ora
si è fermato il tempo
il tuo sguardo
è rimasto appeso al cielo…

Ascoltavo, contento d’essere solo, ed ero di nuovo steso sul divano, fumando una esportazione senza filtro. Era primavera. Certo, incombeva l’esame di maturità, ma non ero preoccupato. Avevo 8 di italiano, all’esame avrei portato Ignazio Silone e il suo Uscita di sicurezza, e il membro interno era proprio il mio professore di italiano, che stravedeva per me. Lo avevo aiutato in biblioteca a fare ricerche per due libri storici, su uno scapigliato e sugli ebrei vercellesi, sapevo che potevo contare su di lui e fregarmene delle altre materie. E con la testa avevo l’università (il dubbio era: Lettere o Filosofia?), e con la testa avevo una certa ragazza, ma anche un’altra, e una certa Miriam conosciuta a Cortona, e poi avevo in mente di scrivere, io, un libro, e poi ce’era la politica, la voglia di fare, di leggere, di sentir musica, andare ai concerti, e chissenefrega di tutto.
Mi sentii – sì il termine giusto è proprio questo – mi sentii felice come non lo ero stato mai.
Cavolo, avevo il mondo in tasca, sebbene nelle mie tasche ci fossero solo delle esportazioni senza filtro e poche monete.
Ed ero orgoglioso di me: rappresentante di classe (avevo ottenuto 20 voti su 23; io non mi ero votato; l’unico fascista non mi aveva votato; chi era lo stronzo che non mi aveva votato?, degli altri 20?, mi chiedevo) e rappresentante di istituto avevo fatto del gran casino prima scontrandomi durante una assemblea con un professore e poi organizzando uno sciopero spontaneo, un sabato.
E poi la sera sarei uscito con gli amici al bar, e poi… basta adesso.
Ecco, lo specchio. Ci son passato davanti pochi minuti fa, mi sono visto. Oltre il mio volto ho rivisto un ragazzo coricato sul divano e mi è venuta rabbia: perché – qui non è facile da spiegare – perché io a quel ragazzo l’ho tradito. L’ho lasciato lì, merda.
E vorrei tornare indietro, risentire la porta di casa che si chiude perché mia madre esce, e poi sentire il Banco del mutuo soccorso, e dirgli dirmi che la vita corre in fretta, troppo in fretta, e che non si cresce mai, cristo.

Ma succede, e succede spesso, un’altra cosa.
Di segno contrario.
Passo davanti allo specchio e, mentalmente, mi sorrido.
Vedo giorni e soprattutto notti passate sui libri, vedo l’università al mattino e la fabbbrica al pomeriggio, vedo che, disoccupato, faccio di tutto: una domenica sono sotto un tiro a segno, metto i piattelli, sto lavorando in nero per 1000 lire l’ora. Potrò comprarmi dei libri.
E vedo soprattutto una scena, questa scena.
Sono a Torino, è una giornata di sole, anche se è inverno.
Ho appena ricevuto un okay per la tesi di laurea, e con gli esami sono avanti, manca poco.
Sarò, della mia grande famiglia contadini, il primo che ha studiato, direbbe Guccini
Esco, ho fretta. Il pomeriggio devo lavorare, la sera ho le prove di teatro: sono in una compagnia amatoriale, ma nel teatro più importante di Vercelli reciteremo La vita è sogno di Calderon de La barca. E il protagonista, Sigismondo, sono io.
Non vedo però l’autobus che da Palazzo nuovo, dove ha sede l’università, dovrebbe portarmi alla stazione. Faccio una cosa già fatta: corro, so che in 20 minuti posso farcela ad arrivare senza perdere il treno.
In via Po, però, ci sono dei lavori (per questo l’autobus non c’era), così io, per risparmiare tempo, me ne frego delle strisce pedonali, e di corsa taglio in diagonale Piazza Castello.
L’ho sempre fatto, soprattutto a Vercelli. Da piccolo avevo visto un film con Luigi Tenco. Lui, a una ragazza che era indecisa se attraversare dove non c’erano le strisce, aveva detta: O sei pecora o sei leone.
Però quel giorno a Torino rischiai di essere un leone investito. Perché attraversando mi sentii sfiorare i calzoni (i pare la gamba sinistra) da un un’auto, che frenò, appena in tempo. Mi voltai per un attimo: com’era prevedibile il conducente mi stava dedicando una serie di litanie poco carine. Credo che si sorprese nel vedermi calmo e tranqullo (magari pensò: questo è scemo).
Ero calmo e tranquillo e ricordo ancora adesso, e molto bene, cosa mi frullava nel capo in quel momento. In quel momento io avevo pensato: Se fossi morto sarei morto bene, correndo.
Ecco, quando passo davanti a questo specchio a volte non vedo il ragazzo che ho tradito.
Vedo il traffico, tanto traffico.
E io che corro in mezzo al traffico.
E certe volte, o quasi sempre, mi dico: Non posso lamentarmi, ché ho vissuto a modo mio.

C’è un problema, però: lo specchio è uno, ma è come se fossero due.
Vedo il ragazzo che è ancora lì, che aspetta.
Vedo l’altro, che ha corso, mamma mia quanto ha corso.

(Si chiama schizzo-paranoia questa; pare l’abbiamo vissuta tutti, secondo la psicanalista Melania Klein, nei primi mesi di vita. A volte ritorna):

Stavolta non cancello, lascio.
Refusi compresi.
Buon sabato

Segnalo, da libro Magnificat Marsigliese (Edizioni creativa)
Grande male di Francesca Mazzucato