A 4 mani, 5° racconto: E poi

E poi, quella multa fu il colpo di grazia.
Beh, disse tra sé, consoliamoci, poteva essere più salata!  Se lo disse sì, ma non capiva perché le lacrime continuavano a uscire dai pensieri. Il fine settimana era fuori dalla porta, ed anche i soldi. Merda, le esclamò il cervello! E mandò all’inferno pure quel vigile che quel giorno non aveva avuto altro cui vedere.
Passò davanti allo specchio. Tornò indietro.
– Ehi, tu, che hai da guardare?

Sotto quegli occhi gli anni ci si sedevano. Non erano borse, ma valigie vere e proprio. Eh sì, doveva prendersi una pausa. Di scatto alzò il telefono e svelta come un razzo infuocato compose il numero.
– Ciao Giusy, come stai? Sì, lo so, siamo a dieci gradini di distanza, ma non rimproverarmi e dimmi una cosa: dov’è che hai sbollito l’ultima tua incazzatura?
– …
– Mmm certo non male, e poi è a due passi da qui, e… senti, non per farti i conti in tasca, ma… t’è costato molto? Sai, è che…
– …
– Perfetto! Bene, sì sì ti spiegherò, ma ora fammi andare o rischio di cambiare idea. Tu vedi di trovarmi il biglietto. Baci abbracci e tutto ciò che vuoi. A dopo!

No, non doveva perdere tempo, altrimenti i ripensamenti avrebbero preso il sopravvento e addio programmi. Volarono sportelli, cassetti, abiti e pantofole e in meno di un baleno lei e il trolley furono pronti.
La sua amica, che stava con gli occhi costantemente piantati sul pc, le aveva trovato un biglietto scontatissimo nel tempo che lei aveva impiegato a preparare il suo bagaglio e ora se lo studiava in attesa del taxi:  binario tre, carrozza tre, posto numero trenta.
Il solito traffico, ma per fortuna il treno era ancora lì. Con la mente in fumo, mentre saliva, ripensò alle ultime parole della sua amica: tre, il numero perfetto. E poi… è il destino!

Con un movimento deciso, il trolley era volato al suo posto, incastrandosi con un rumore sordo nell’apposito scomparto sopra il suo sedile. Sprofondando sul suo “numero trenta”, posto accanto al finestrino, ebbe un unico pensiero: arrivare, e poi…

E poi all’improvviso le arrivò dal piede un dolore lancinante.
– Ma chec…z…?
– Mi scusi, non volevo…
– Niente….(bofonchiò, poco convincente)

Sorride! Ma che c’ha da sorridere? Mi ha distrutto il mignolino e manco mi guarda! Sibilò tra sé, fulminando quel lui maldestro che si stava sedendo proprio di fronte.
Il treno decise che era ora di partire e un sospiro di sollievo uscì dal suo corpo, portandosi via anche un po’ di tensione. Un sorriso le illuminò il volto, infatti il suo dirimpettaio occupava il sedile numero trentatré. E poi? Destino?

La città si allontanava, e gli alberi prendevano rincorse opposte. Un senso di benessere la pervase.
– Anche lei è in cerca di piacere?
– Cosa?
– Oddio mi scusi, volevo dire viaggio, viaggio di piacere.

Lasciò che il tempo ripristinasse l’impaccio creato. Assestò le spalle allo schienale e strinse gli occhi come per deglutire. Le rotaie lanciavano un ritmo a intermittenza e fuori il giorno ragionava sul da farsi.

Che curioso quel tipo. E poi, nessun bagaglio. Ora che lo guardava meglio, vedeva in lui qualcosa di strano. Anche il suo pallore ne parlava e tutto ricordava chi odia il sole. Forse aveva la sua età, ma era indefinibile per la leggerezza che traspariva dalla sua pelle: le sue mani erano lisce e snelle. Si guardò le sue: nel paragone ci perdeva sicuramente. Ma che vado a pensare, pensò.
– Le chiedo scusa per prima. Forse questo silenzio è dovuto a quello? Sa, a volte parlo svelta come vivo e mi perdo le parole. Bello questo paesaggio, vero? Mette brio addosso. Tutto fugge via, ed è come se noi si andasse incontro alla fortuna. La velocità prende il sopravvento e cancella tutto, non trova?
– Troverei corretto dire che vado alla ricerca di altro, ma credo che il suo pensiero non sia affatto male. Lei deve essere una persona positiva o forse super agitata. Le metto per caso soggezione?
– No, perché?
– Così, mi sembra che voglia parlare per forza, ma magari sbaglio e sta solo fuggendo da se stessa.
(O cavolo, e questo come lo sa che sono piena di problemi?)
– Beh, proprio da me stessa no, ma dai problemi che mi assillano sì. Mi perdoni, ma come ha fatto, ho detto solo due parole, e comunque lei non è obbligato a rispondere, badi bene.
– Lei non riesce a stare ferma, neanche con la mente.
– Sì, in effetti…

Lei aveva detto sì due parole, ma lui con una l’aveva folgorata, togliendole la voglia di parlare. Tornò a guardare fuori, ma quella frase, quel suo sentire, l’avevano messa in difficoltà.

Il viaggio proseguì silenzioso.
Quell’uomo la inquietava: il pallore, la seriosità, quel discorso da “veggente” e, nonostante tutto, sereno. Era passata dal desiderio di sommergerlo di domande a un più ragionato “meglio farmi i fatti miei”, anche se le era rimasto il dubbio su come una persona sconosciuta avesse, con una semplice occhiata, capito tanto di lei. Ammirava chi sapeva, solo con pochi dettagli, cogliere al volo il carattere di una persona e si era sempre chiesta quale fosse il trucco. Magari, se un loro ulteriore dialogo lo avesse permesso, lei glielo avrebbe chiesto, ma lui proseguì con lo sguardo nell’ignoto.

L’altoparlante aveva appena annunciato la prossima fermata e lui si stava alzando.
Forse va via, pensò, oppure va in bagno. Chissà.
Una frenata improvvisa fece perdere l’equilibrio al numero trentatré che, con lo scossone, riuscì a salvarsi attaccandosi al suo sedile, ma non prima di pestarla nuovamente.
– Ma allora dica che lo fa apposta! Possibile? Non ce la fa proprio a guardare prima dove mette i piedi?
– Mi dispiace…
– Le dispiace? E di cosa, visto che non sta attento?
Con uno sguardo perso nel vuoto, le rispose: – Di non poter vedere.

Fu investita come da una secchiata d’acqua gelata. Avrebbe voluto chiedere scusa, giustificarsi in qualche modo. Si sentiva stupida: tra i due, quella che effettivamente non aveva il dono di vedere era solo lei.
Allora le vennero in mente i maledetti soldi e le parole della sua amica. E benedicendo la multa che l’aveva portata lì gli gridò: – E poi…? Che fa, torna?

21 pensieri su “A 4 mani, 5° racconto: E poi

  1. Non è un cimento per dei dell’olimpo, ma per la miseria…
    E lo dico pur ammettendo che il racconto in sé, con tutte le sue evidentissime magagne, mi ha fatto simpatia. La personaggia, come l’ha chiamata qualcuno, è talmente agitata e imbranata che mi ha ricordato alcune mie amiche. Quando sono in buona mi fanno tenerezza, quando mi gira storto non le sopporto. Oggi sono in buona e mi fa tenerezza questo racconto, quella domanda finale, la voglia di capire di più di se stessi attraverso gli occhi (ciechi) di un altro. Peccato per il modo in cui è scritto, per la poca verosimiglianza, per quelle frasi che stonano proprio e che non sto qui a rielencare. Insomma, questa è la mia classifica:
    1) Il primo figlio
    2) la casa del mais
    3) la confraternita della banacauda
    4) a caccia di arcobaleni
    5) E poi

  2. sto leggendo un po’ alla volta e in ritardo. Devo dire che preferivo un tema preciso, come l’anno scorso.
    L’argomento libero fa folleggiare di qua e di là.
    e non sempre ci si raccapezza.
    disse. Uhm

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