Era un po’ matto il mio babbo

È morto mio padre, aveva 97 anni.
Gli volevo bene, soprattutto quando ero ragazzo stravedevo per lui. Era un padre-fratello, che mi proteggeva dalle sgridate di mia madre, che mi costruiva fionde, che mi dava soldi (sempre di nascosto dalla mamma).
Gli volevo bene ma col passare degli anni, parlavamo poco. Tra me e lui e tra e mia madre non c’era la stessa confidenza che c’era con mia sorella Silvia.
Diverse volte ho scritto di lui, in questo blog, basta usare la lente della ricerca che c’è sulla destra e digitare la parola babbo.
Gli ho dedicato anche una poesia che a un certo punto dice che io e lui non siamo mai cresciuti.
A 97 anni aveva conservato il suo spirito bambino, mio padre.
Anche un po’ di follia.
Una dozzina di anni fa era al mare a Follonica, con mia madre. Andò a fare la spesa al supermercato. Alla fine, prima di andare alla cassa, si ricordò che gli mancava qualcosa, ma questo qualcosa lui non sapeva dove fosse.
Si rivolse così a un commesso, che lo liquidò dicendo che non aveva tempo. Mio padre, allora, gli disse, indicandogli il carrello (bello) pieno: E allora te lo lascio qua…
Del resto… era una famiglia strana. Anche il padre di mio padre, non era tutto nel suo.
Era un contadino, ma viveva in un piccolo podere che era di sua moglie. Una sera pensò bene di perderlo a carte. Così lo lasciò e andò a mezzadria…
Questo invece è quello che ho scritto su facebook.

“Quando si fa il carbone si diventa neri come il diavolo” scrisse mio padre nel tema, all’esame di terza elementare.
Il carbone gli era familiare. Da quando aveva sei anni, andava a scuola un giorno sì e uno no: il giorno no, era dedicato a fare il carbone. Penultimo di 5 figli maschi (poi c’erano 3 femmine) è cresciuto in quell’Italia povera e contadina ben descritta dai film Novecento e L’albero degli zoccoli.
Non povera, poverissima. Chi dei cinque fratelli si svegliava per primo vestiva il miglior paio di pantaloni. Di cappotti ce n’era uno solo, in genere lo metteva mio nonno quando andava a Cortona.
Di mio padre ricordo soprattutto le mani, grandi, forti. Lui “parlava” con le mani. E non riusciva a capacitarsi della mia scarsa manualità quando mi portava con sé o all’orto o a raccogliere funghi o castagne. Le sue mani, già. Mai una carezza, mai uno scapaccione, uno schiaffo. Ma mi ha stretto la mano due giorni fa, prima di andarsene. Ciao babbo.

Qui sotto una foto che scattai a mio padre due o estati anni fa, a Porta Colonia (trattoria da Mario), Cortona

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