Una pagina della mia vita. Mi è tornata in mente parlando con mio figlio, che sa di me giornalista e scrittore. Della mia laurea in lettere. Del mio impegno politico a sinistra culminato con la mia candidatura a sindaco per Sel e una lista Civica e poi del mio allontanamento da una sinistra favorevole al green pass.
Mio figlio mi ha chiesto dei miei sette anni in fabbrica, dopo il diploma. Volevo cambiare il mondo, per questo era andato a lavorare in una multinazionale giapponese che produce cerniere. Ma mi ero subito distinto come sindacalista: preferii la Cisl di Carniti a una Cgil troppo filo Pci.
C’è una pagina della mia vita da operaio che mi commuove, che mi fa venir la pelle d’oca, ho detto a mio figlio.
Racconta, mi ha detto. Gli ho raccontato.
Lavoravo in un reparto dove si facevano le cerniere lampo di nylon. Turno giornaliero: dalle 8 alle 12, poi dalle 13 alle 17.
Un giorno ci dicono che è aumentata la richiesta di cerniere, ci saranno due turni, quello del mattino (6-14) e quello del pomeriggio (14-22).
C’era un caporeparto italiano, c’era un meccanico, c’erano gli operai (mi pare fossimo una quindicina) e c’era il responsabile giapponese. Controllava tutto. Era una brava persona, ma non vedeva di buon occhio mio impegno come sindacalista. Una volta, in seguito al licenziamento di due operai in prova, organizzai uno sciopero con tanto di manifestazione davanti alla fabbrica e blocco del traffico per pochi minuti sulla tangenziale che da Vercelli porta a Casale.
Torno al lavoro, ai due turni che avremmo dovuto fare. C’era un meccanico, ora ne occorrevano due, uno per turno.
Il meccanico era mio amico, e mi insegnò a farlo. Diventare meccanico per me – e per chiunque lo fosse diventato – significava un passaggio di categoria (dal terzo al quarto livello) e a un piccolo aumento di stipendio.
Venne il giorno della nomina. Il responsabile giapponese domandò al meccanico se ne aveva individuato un altro, e lui indicò me. Il responsabile giapponese scosse la testa e disse: Bassini comunista. Non gli andavo bene.
Arrivò una scena da film. Il giapponese sospinse il carrello con gli attrezzi da meccanico verso un operaio, chiedendogli se voleva fare il meccanico. Ma lui rispose: No grazie, deve farlo Bassini. Il giapponese indispettito si rivolse a un altro, e poi a un altro ancora. Stesso risposta, da parte di tutti…
Per la verià una su 15 avrebbe voluto farlo lui, il meccanico. Non gli piacevo, non faceva mai sciopero. Però non ebbe il coraggio di accettare. Disse solo No grazie.
Tutti gli altri fecero il mio nome. Rinunciando a un piccolo ma importante aumento di stipendio.
Era il 1981 o il 1982 non ricordo. Ma quella pagina della mia vita non posso dimeticarlo.
Forse era un mondo che non esiste più.
Blu, che non dimenticherò
A novembre, quando ho trascorso 13 giorni in ospedale a causa di un grosso calcolo al rene sinistro (e gli antibiotici non avevano effetto) naturalmente non vedevo l’ora di tornare a casa. Alle mie abitudini. Ai miei riti mattutini. Uscire per il primo caffè poi tornare in fretta. Controllare la posta elettronica. Magari postare un articolo, ma facendo in fretta: perché il rito mattutino comprendeva lui, Blu, da portare a spasso. Entravamo nel solito bar, prendevo il secondo caffà e due panini mignon con la Coppa, che dividevo con Blu.
Dal 20 aprile Blu non c’è più. Mi manca, soprattutto al risveglio.
Ciao Blu, dormi sereno. Abbiamo vissuto 12 anni insieme, che non dimenticherò.










Ciao Fabrizio, ora sei tra le stelle
Un sabato tristissimo. E’ morto Fabrizio Falchero, un amico, una persona fantastica, che nascondeva le sue tristezze dietro un sorriso dolce e ironico al tempo stesso. Non so bene quanti anni avesse, suppongo tra i 50 e i 55.
Se sono approdato alla casa editrice Golem lo debbo a lui. Era un giorno di luglio di alcuni anni fa, mi chiamò per dirmi che stava leggendo Forse non morirò di giovedì.
«Ma non è un giallo? pensavo che fosse un giallo perché è scritto come un giallo».
«No, un romanzo sul buon giornalismo e soprattutto sul cattivo giornalismo.»
«Comunque mi piace… forse perché ha il ritmo di un giallo».
Poi l’ho visto alcune volte, per esempio al salone del Libro, una bella giornata insieme a Francesca Piazza, oppure ci sentivamo al telefono. Non dimenticherò mai una sera a cena, in una pizzeria di Torino. Parlammo di editoria, poi di malattie. E lui, fissando il vuoto, disse: «Sono fatalista, ci penso poco…» E sempre percepivo quel suo essere vero, ma distaccato un po’ da tutto. Sembrava interessarsi di tutto e, al tempo stesso, di nulla. Ciao Fabrizio, non ti dimenticherò

Caro Fabrizio, sei il terzo Fabrizio della mia vita.
Il primo è stato un mio fratello, morto quando io avevo sei, sette anni (facevo seconda elementare) e lui 10 mesi.
Gli volevo un bene dell’anima. Badavo a lui quando mamma usciva per la spesa. Non sapevo che avesse la sindrome di down, e che soffrisse di cuore. Ricordo però “quel mattino”. Mamma mi sveglia e mi dice “Remo devo dirti una cosa”.
Avevo sei sette anni, ma bastò quella frase a farmi capire che Fabrizio non c’era più.
Poi c’è stato un Fabrizio che ho solo visto da lontano, ma che è stato la colonna sonora di tanti anni della mia vita. Le canzoni di De Andrè continuano a farmi compagnia ancora oggi (tant’è che sono andato a Genova, a via del Campo, e che ho conosciuto alcuni suoi amici…):
Ce ne sarebbe un altro. Il Fabrizio di cui è innamorata Anna Antichi nel mio romanzo La donna che parlava con i morti. Era un omaggio al mio fratellino (anni dopo ne perdò un altro, di fratelli, Moreno).
Caro Fabrizio non rideremo mai pià insieme.
Ora mi accontento di pensarti insieme a mio fratello. Dopo la sua morte, io e mio padre ci stendevamo su una coperta in terrazzo e lui, guardando le stelle, mi diceva: Fabrizio è lì…
Siete lì, tra le stelle.
La fabbrica, i libri, gli hobby: tutto quello che ho fatto
Lavori e altro che ho fatto in 69 anni di vita.
Scolaro poi studente all’istituo tecnico agrario.
Cameriere per tre mesi (mentre facevo le superiori).
Lavoretti vari (mettere i piattelli in un tiro a segno).
Impiegato/sindacalista per due mesi, dopo il diploma.
Operaio in fabbrica, per sette anni. Anche operaio sindacalista.

Lettere e filosofia a Torino, frequentando tutti i giorni, mentre faccio l’operaio a Vercelli (mi abituo a dormire 4 ore per notte, qualche volta mi addormento in treno).
Disoccupato e studente per due anni, facendo lavori saltuari (per esempio pulizia soffitte e cantine).
Portiere di notte in albergo (sempre frequentando Lettere).
Inizio attività giornalistica (e correzione bozze) per la testata storica (1871) di Vercelli, La Sesia; entro per la prima volta in redazione il giorno del mio trentesimo compleanno.
Attore in una filodrammatica (ho interpretato Sigismondo ne La vita è sogno di Calderon de La Barca, poi L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello, poi un reading di poesia)
Laurea in lettere a indirizzo storico (110, su 110, a 35 anni, giugno del 1991) sempre lavorando: alla Sesia – dove intanto mi hanno assunto come redattore, Mi occupo di sport e cultura.
Dopo, la laurea (sudata):
Caporedattore al giornale La Sesia.
Oltre al giornalismo, insegnante volontario per due anni di scrittura in carcere.
Collaborazione con L’Indipendente diretto da Daniele Vimercati.
Arrivano i primi libri. Il quaderno delle voci rubate (pubblicato dal giornale La Sesia nel 2002,
Poi Lo scommettitore (Fernandel) e Dicono di Clelia (Mursia) entrambi nel 2006.
Il 23 marzo del 2003 apro questo blog.
Seguiranno altri libri (ne ho scritti 15 in tutto, 13 romanzi, 2 raccolte di racconti).
Direttore del giornale La Sesia per 9 anni.
Un blog anche ne Il Fatto on line.

Da pochi giorni dopo la laurea (giugno 1991) e poche settimane dopo la mia nomina a direttore (aprile 2005) pratico il bowling a livello agonistico, a volte anche con buoni risultati. Faccio tornei anche in Francia e Svizzera.
Pensione anticipata a 57 anni.
Candidato a sindaco per una lista civica e per Sel.
Consigliere comunale per un anno e mezzo, poi assessore all’ambiente per 14 mesi.
Dimissioni (motivate da questa lettera). Lascio la politica e torno alla scrittura.
Direttore testata on line Infovercelli24.
Sei forse sette corsi di scrittura creativa (senza chiedere soldi).
Consulente editoriale ed editor per Golem edizioni.
Dirigente sportivo squadra di basket.
Alcune volte ho dovuto scegliere.
A 19 anni, dopo il diploma, posso fare domanda per lavorare in banca, scelgo la fabbrica.
A 26 anni vedo un uomo morire (ero ricoverato per una polmonite, lettino vicino al suo). Penso che la vita è breve, decido di licenziarmi dalla fabbrica per dedicarmi maggiormente allo studio (avevo una figlia piccola, di 4 anni, avuta dal primo matrimonio). Fu una scelta forse folle, ma che cambiò la mia vita.
Infine. A trent’anni inizio a collaborare al giornale La Sesia. Recito anche, in una filodrammatica. Ho la possibilità di fare un provino per recitare in una compagni di professionisti. Il giorno del provino, però, mi chiamano dal giornale La Sesia: hanno bisogno di un correttore di bozze, immediatamente. Scelgo il giornale. Ogni tanto ci ripenso, senza troppi rimpianti (ma spesso mi chiedo: e se avessi fatto l’attore? Che vita sarebbe stata la mia?)
Diciamo che ho fatto il giornalista, ma non era quello che avrei voluto fare quando mi ero iscritto a lettere. Mi ero iscritto a lettere per diventare un insegnante di Lettere e Storia e magari scrivere qualche libro.
Invece successe che diventai un giornalista. Fu un caso. E il giornalismo divenne, mese dopo mese, anno dopo anno, una passione-missione. Andare contro i potenti, aiutare che andava aiutato. Denunciare. Raccontare. Tutto poi scritto nel romanzo Forse non morirò di giovedì.
Se rileggo quello che ho scritto sopra, penso chela soddisfazione più grande non l’ho avuta quando assunsi la direzione de La Sesia, né quando pubblicai i primi libri.
La soddisfazione più grande fu la laurea in lettere. Lavorare e studiare, rinunciando a uscire, a guardare la tv, a leggere. Della mia famiglia contadina-operaia ero “il primo che ha studiato”.
Ricordo un sabato sera, stavo preparando l’ultimo esame (sociologia). Ero solo in casa. Andai alla finestra, nevicava. Fui tentato di uscire. Camminare sul manto nevoso. Non potevo. Mancavano due giorni all’esame (presi il peggior voto, 24) e quindi restai, in compagnia della mia gatta Lilli.
Il lavoro più bello? Portiere di notte. Di notte si incontrano storie.
Quello più difficile? Direttore di giornale.
Il lavoro più brutto? Consigliere comunale e assessore.
Poi c’è un ricordo dolce-amaro: la fabbrica (comunque fiero di essere stato un operaio).
Il lavoro che rimpiango? Uno qualunque, nella “mia” Cortona oppure a Firenze, città che adoro.
Infine ci sono i libri e la scrittura, il grande amore della mia vita, ora messa da parte.
Dai libri ho avuto tre soddisfazioni.
La ristampa de La donna che parlava con i morti con la Newton Compton: dopo le prima 4mila copia, altre 1500.
Finalista del libro del mese Fahrenheit (radio rai 3) a luglio 2006 (in tutte le librerie italiane della Feltrinelli c’era la locandida del mio libro che recitava: libro del mese Fahrenheit).
Primo posto al premio internazionale Città di cattolica con Forse non morirò di giovedì nel 2021. Sul palco dissi: La prima volta che si riceva un premio non si scorda mai. Penso che questa sarà anche l’ultima… (in realtà poi è arrivato anche un bel terzo posto al Premio Monti con il giallo La suora).

Santa Margherita (la mia santa, i miei ricordi)
Proverbio cortonese
Il 22 febbraio
Santa Margherita
di neve o di fiori
vuole essere vestita
In passato, spesso mi sono definito un agnostico. Ma non lo sono quando sono a Cortona, o dalle parti di Porta Berarda, dove Margherita entrò per la prima volta, o nella basilica, dove Margherita dorme (visibile a tutti) (e dove i miei vecchi si sono sposati). E non lo sono quando, qui a Vercelli, penso a lei.

La storia di Santa Margherita – terza Luce dell’ordine francescano, dopo san Francesco e Santa Chiara – è affascinante.
Le clarisse del monastero di Luca hanno scritto (estratti):
Margherita nacque nel 1247 a Laviano, un piccolo borgo nel territorio del Comune di Perugia, oggi appartenente al Comune di Castiglion del Lago. Suo padre era un contadino… Della madre non si conosce il nome nè si hanno altre notizie se non quella – determinante per la vita di Margherita – della morte avvenuta quando Margherita aveva solo otto anni.
Aveva sedici anni quando attirò l’attenzione di un giovane nobile e ricco al quale la tradizione ha dato il nome di Arsenio…
Dalla convivenza con Arsenio, segnata tra l’altro dalla sofferenza per non essere accettata dalla famiglia di lui, nacque a Margherita un figlio, ma ciò non valse a regolarizzare la situazione
Erano trascorsi nove anni dalla sua fuga dalla casa paterna, quando Margherita si trovò a una nuova svolta della sua esistenza: Arsenio venne tragicamente ucciso durante una battuta di caccia… La tradizione posteriore ha arricchito le circostanze aggiungendo che Marherita fu condotta al bosco dal cane di Arsenio che tornò solo al castello e si aggrappò al suo vestito trascinandola nel luogo dove giaceva il corpo esanime.
… L’espulsione dal castello e dalla casa paterna alla quale fece ritorno furono gli eventi che succedettero alla morte di Arsenio: Margherita si trovò col suo bambino improvvisamente sola…
… Margherita giunse a Cortona, nel 1272 circa, questo piccolo centro della Tuscia meridionale si apprestava a diventare, grazie all’influenza della famiglia Casali, una città-stato.
… Margherita trovò accoglienza da parte di Marinaria e Raniera della nobile famiglia Moscari che avevano il loro palazzo adiacente a Porta Berarda
… chiese di essere ammessa al Terz’Ordine Francescano della Penitenza ma i frati “dubitavano della sua perseveranza, sia perchè troppo bella, sia perchè troppo giovane”. Dovette attendere tre anni durante i quali si immerse nelle opere di carità, nella preghiera…
Per mantenere se stessa e il suo bambino assisteva le partorienti, “preparava cibi saporiti richiesti dal loro stato mentre per sè continuava il digiuno come se fosse quaresima”… e soprattutto “non si permetteva di giudicare coloro che mangiavano, bevevano e si divertivano”
Nell’anno 1275 Margherita ottenne dopo molte insistenze l’abito del Terz’ordine dello stesso Beato Francesco”
La sua nuova cella divenne punto di riferimento per i poveri: per essi Margherita si fece mendicante questuando per le vie della città. “Non voglio più trattenere per me nessuna cosa necessaria per mangiare e per vestire. Voglio morire di fame per saziare i poveri; voglio svestirmi per rivestire loro; voglio dare una tunica nuova a loro e io mi accontenterò dei loro stracci e resterò povera di ogni cosa,”
Margherita amava la sua città “nella quale – diceva – Dio mi ha voluto fare tanti doni”: ella trovò Cortona come campo di lavoro profondamente spirituale e a sua volta i Cortonesi trovarono in lei una benedizione. A lei, “posta come medicina che guarisce molte anime malate”, ricorrevano per essere liberati dai loro mali, per essere illuminati nell’animo – non ultimi gli stessi Frati Minori – e “la gente si sentiva rinnovata nell’amore di Dio”
Il 22 febbraio 1297, poco prima che sorgesse il sole, il volto di Margherita si illuminò di gioia e di bellezza; poi spirò mentre i presenti, tra i quali anche fra Giunta, avvertirono una misteriosa dolcezza e un soave profumo: ciò fu accolto come un segno dei tanti doni di grazia e di santità di cui Margherita era stata ricolma
Nel mio romanzo dedicato a Cortona, Vicolo del precipizio, ho scritto:
… santa Margherita. Che, a dire il vero, esercita del fascino pure su di me.
La santa della grande grazia. Quando i tedeschi, siamo alla fine della seconda guerra mondiale, rastrellavano e bombar davano, i cortonesi, rivolgendosi a lei con una processione, le chiesero la grande grazia: e se la guerra non avesse toccato Cortona loro si sarebbero sdebitati.
La guerra non toccò Cortona; altri centri dell’aretino sì, ma Cortona no, niente. E ancora oggi si vede il voto che è stato sciolto. Il Severini Gino, pittore futurista cortonese, divenuto celebre a Parigi, fu incaricato di realizzare un mosaico per ogni stazione della Via Crucis che, ancora oggi, si può ammirare nella salita che dal paese s’inerpica e conduce al tempio dedicato alla santa, visibile a tutti, addormentata dentro un’urna.

Santa Margherita e la basilica a lei dedicata tornano spesso nel libro. All’inizio, per esempio.
Con la tazza del caffè ormai vuota e il cielo di Torino illuminato dalla luna piena, sta risentendo la voce del suo vecchio, ora. Gli sta raccontando di quel giorno di maggio, un lunedì, quando nella basilica di Santa Margherita sposò la Stefania. Alla cerimonia c’erano anche i genitori di Tito con Tito che, avrà avuto quattordici anni, ne combinò una delle sue. Proprio quando il prete, solennemente, diceva: «Felice, vuoi prendere questa donna come tua legittima sposa?» lui tirò fuori dalla tasca un’armonica a bocca – ma il suo strumento diventerà la fisarmonica – per un omaggio musicale non richiesto. Lo bloccarono appena iniziò a suonare.
«E pensare che sembra ieri», ha aggiunto suo padre. Una delle sue ricorrenti frasi fatte, dette ciondolando la testa. Stavolta però Felice, guardando severo il figlio, ha voluto sottolinearlo con altre parole, quel pensiero. E ha detto, ma senza muovere il capo, fermo come una guardia del corpo all’alzabandiera: «A un certo punto della vita, voltandoti indietro, vedi che restano solo i ricordi».

Il libro Vicolo del precipizio è un romanzo che racchiude storie cortonesi, ma soprattutto, il vero progaonista è il ricordo (del protagonista, un cortonese che vive a Torino)
Ecco, Santa Margherita è una presenza costante nei i miei ricordi di ieri e recenti. Per esempio Porta Berarda è un ricordo di Cortona e di Margherita che mi porto dietro tutte le volte che, dopo esserci stato (3, 4 volte all’anno) torno a Vercelli.
Nell’immagine sotto, invece, c’è un ricordo lontano. Della mia infanzia. Lo aveva incorniciato e appeso in cucina (la nostra casa era molto piccola) mia mamma Nella.

Margerita Costa, che dipinge e scrive come quando cammina nei suoi luoghi di Liguria
Rondini e gabbiani. E il mare di Liguria. E i ricordi: la vita passata, la vita ora, com’è. Sembrano acquerelli i versi di Margherita Costa: colori tenui, dolci, mai forti. Poesia, insomma, che si vede, dai contorni a volte sfumati (Se fossi la tua ombra/ mi scioglierei nella pioggia, / mi allungherei nella sera.) Poesie che, da tempo, ho cominciato a leggere e apprezzare sulla pagina facebook di Margherita. Poesie che adesso sono diventate un libro: Brevi storie del mondo intorno.

Ecco due poesie della raccolta
I gabbiani la notte
I gabbiani la notte
sono perle
contro il cielo nero.
Vanno a dormire in piccoli gruppi
e scompaiono,
mentre la luna
tonda lassù
osserva il loro volo
e la nostra vita,
noi,
che non sappiamo volare.
Zaffiro
Mi piace la sera
guardare il cielo verso nord
color zaffìro.
Gli alberi sembrano neri,
soprattutto il cipresso,
il resto solo un profilo.
È stata una giornata di sole
fresca di vento al pomeriggio.
Ora è calato,
ma l’aria è pulita
e riluce di pietra preziosa.
Dura poco il momento,
tutto si spegne,
avvicinandosi
la notte.
Nella prefazione Stefano Sivieri ha scritto: Margherita è una poetessa geolocalizzata nel Ponente ligure, uno dei posti più belli dell’intera Galassia.
Margherita, tutte le mattine, apre una finestra qualunque della sua bella casa e guarda il mare.
(…)
Le sue parole non cercano di imporre una verità: cercano di condividere uno sguardo. È questa la loro forza. Leggere, o anche solo ascoltare queste poesie significa entrare in un ritmo che non è quello isterico e sincopato del mondo moderno, ma quello segreto della natura. Significa riconoscere nelle cose semplici una trama sottile che ci appartiene. È un invito a rallentare, a respirare, a riscoprire i propri sensi. A lasciarsi sorprendere.
Margherita Costa, nata nel 1960, formazione classica e una vita attraversata da luoghi diversi: Genova, Basilea, Lugano, Imperia. Ogni città ha lasciato una luce, un ritmo, un colore che ritornano nei quadri e nelle parole.
…
Dipinge e scrive come cammina nei suoi paesi di Liguria: seguendo l’intuizione, fermandosi dove nasce una storia, lasciando che le cose diventino bellezza.
Frasi sparse da “Il sentiero dei papaveri”
Frasi sparse da “Il sentiero dei papaveri”
«Sta per arrivare il grande freddo. Andiamo. Verranno altre notti, non importa dove» mi ha detto lei.
«Hai ragione. Verranno altre notti, non importa dove, andiamo» ho detto io, guardandola.
«Dobbiamo tornare a usare le mani come se fossero il nostro respiro, dobbiamo tornare ad ascoltarci, ad ascoltare le nostre storie, dobbiamo ribellarci alle macchine, le nostre menti vengono prima. Dobbiamo costruire nuove città.»
Sono le sei del mattino, il primo giorno d’autunno ha portato un po’ di freddo. Papà verso quest’ora si alzava, si preparava il primo caffè e poi lo gustava tornando sotto le coperte; a volte dormiva ancora qualche minuto. «È il sonno più bello quel quarto d’ora con il sapore del caffè in bocca» diceva. Io invece non ho dormito e non dormirò.
Tu somigli a me. Sorridiamo poco, parliamo poco, usiamo le forbici, io per tagliare i capelli, tu la barba.
«C’era una volta un convento di suore, coltivavano l’orto e avevano delle galline. Vivevano mangiando verdura e uova, e la sera, prima dell’ultima preghiera, bevevano una tisana. Una di queste suore, la più giovane e spensierata, diceva che, grazie al cibo buono che ci dà la natura, e grazie al silenzio, che è la carezza di Dio, non sarebbero mai morte.»


Fotografando Vercelli
Bellacortona
Il blocco, non scrivo più insomma
Ho avuto un certo malessere diciamo mentale – periodo Covid, green pass fino ad arrivare all’intelligenza artificiale – e alcuni malesseri fisici, per esempio un grosso calcolo al rene che mi è stato asportato, e continuo ad averne, di malesseri: il ginocchio destro, la schiena, altro (una fastidiosa epididimite).
Del resto ho 69 anni. A settembre saranno 70.
Tutto questo per dire che entrambi i malesseri, più quello mentale che quello fisico, hanno allontanato da me la voglia di scrivere. Leggo, guardo serie Tv (son poche quelle che mi piacciono), scrivo di sport (sulla testata che dirigo, mi occupo soprattutto di Pro Vercelli), poi, tre a volte quattro volte a settimana accompagno mio figlio da Vercelli a Novara, dove gioca in una squadra di basket, il College Novara. È un under 17, anche aggregato alla prima squadra, che disputa un campionato di C, negli allenamenti.

La scrittura mi manca. Non tanto per scrivere un libro e poi pubblicarlo. Mi manca perché quando scrivo sto meglio.
Durante il periodo covid e quando è arrivata l’intelligenza artificiale son riuscito a scrivere comunque: La suora, romanzo ambientato nei giorni del loockdown tra Vercelli, la Valsesia e Orta, e Il sentiero dei papaveri, che è un romanzo un po’ nostalgico e un po’ ribelle contro il progresso (così lo chiamiamo) che avanza (sul Sentiero di papaveri ho riportato questa frase di Camus

E comunque.
Dico la verità: per anni ho sognato di diventare uno scrittore di successo. Poi, col tempo, ho capito una cosa: che se anche scrivi due tre libri da cinquantamila copie e ti intervistano e parlano di te, sei comunque un niente.
Quel che conta è sognare, sempre. Ma non il successo.
Quel che conta è scrivere, perché scrivendo si sogna.
Ogni tanto ci provo…
Mi sembra d’essere tornato ai miei trent’anni. Scrivevo, leggevo, poi distruggevo – avevo un camino, allora – quel che avevo scritto con la mia Olivetti. Stessa cosa adesso. A volte ci provo, ma una volta arrivato alle cinquemila battute mi fermo.
Il primo libro che scrissi, Il bar delle voci rubate, ha una storia che ho spesso raccontato nei corsi di scrittura (che tenevo).
Una sera dissi a me stesso: raccontami una storia.
Iniziai così a scrivere Sa di antico il mio piccolo bar…

Pagina dopo pagina raccontavo a me stesso, e quindi scrivevo, una storia che non conoscevo. Era come assistere a un film. Una sorta di magia. Ora lontana. Scomparsa.
Stasera comunque accompagno mio figlio a Novara, vedrò che si allena coi suoi compagni per due ore. Poi torneremo, ceneremo, parleremo di basket, guarderò Netflix.
Massimo all’una andrò a dormire per sei ore.
Ci fu un tempo che passavo la notte a scrivere. A volte mi addormentavo all’alba. Mi addormentavo guardando il cielo.
Il gatto che aspetta, sull’asfalto
Ho ritrovato una cosa, scritta nell’aprile del 2006, una domenica. Ero andato da Vercelli a Montemagno, a trovare un amico. Una volta tornato a Vercelli scrissi:
Per strada un gatto, bianco e rosso.
Accanto a lui, sull’asfalto, una grande macchia, di sangue.
Parrebbe adagiato, come usano fare i gatti quando dormono, ma la testa è eretta, pare staccata, non appartenere al corpo.
Fissa il vuoto, maestoso.
Sembra irreale, scolpito, di pietra.
Aspetta.
Piove, appena appena.
Le belle recensioni: La morte di Auguste, di Gerges Simenon (Valerio Calzolaio)
Bella recensione di un libro da leggere.
La morte di Auguste
Georges Simenon
Traduzione di Laura Frausin Guarino
Romanzo
Adelphi Milano
2025
Pag. 157 euro 18
Valerio Calzolaio
Parigi, Le Halles. Marzo 1966. Muore a quasi 79 anni Auguste-Victor-André Mature, accasciandosi per un ictus nel suo piccolo splendido bistrot di rue de la Grande-Truanderie, Chez l’Auvergnat, prosciutti e salami appesi in vetrina, bancone di stagno e tavoli di marmo. Lo aveva rilevato nel 1913, con i suoi risparmi e un po’ di soldi che il fratello gli aveva prestato, senza immaginare che l’anno dopo lo avrebbero spedito al fronte. Lentamente poi ne aveva fatto un locale eccellente e rinomato, amato anche da clientela importante (ministri, ambasciatori), due stelle Michelin. Diciassette anni fa aveva coinvolto alla pari nella gestione il secondo dei suoi tre figli, Antoine, ora quasi 50enne, restato a lavorare con lui e la moglie fin dall’inizio, mentre il primo figlio Ferdinand (tre anni più grande) diventava un solerte dedito magistrato e il terzo Bernard (tre anni più piccolo) un avventuroso debosciato semialcolizzato. La morte di Auguste scatena fame di eredità nei fratelli. Antoine è felicemente sposato con una ex prostituta, sensibile attenta silenziosa, lei (con una malattia venerea) non poteva aver figli, hanno condiviso amore e fatica. I fratelli non si sono mai molto fatti vedere al ristorante (il minore solo per chiedere soldi), hanno delegato sia l’affetto per il padre, originario di Riom nella regione dell’Alvernia-Rodano-Alpi, arrivato a Parigi senza un soldo in tasca, sempre restato “contadino” dentro, sia l’assistenza ai genitori che invecchiavano e arrancavano progressivamente (la madre ormai è da tempo poco presente alla vita). Ferdinand ha una bella ambiziosa arcigna moglie, Véronique, e due figli già grandicelli e ormai autonomi. Bernard ora sta con la 28enne Nicole, graziosa elegante vivace, ex modella e indossatrice, cattiva. Il testamento non si trova, nemmeno denaro nascosto, solo una chiave nel portafoglio. Si scatenano attriti, risentimenti, menzogne. E non è un bel vedere.
Il romanzo è molto bello. Mesto angosciante avvilente, ma eccelso e struggente. Di Simenon sappiamo quasi tutto (1903 – 1989, origine bretone, belga di nascita, francese d’adozione, non solo parigino d’elezione, oltre trecento romanzi, uno degli autori più letti al mondo) e la grande casa editrice milanese Adelphi sta ottimamente progressivamente garantendo la pubblicazione integrale dei suoi scritti. Questa lunga ansiogena tragedia familiare, originariamente del 1966, né noir né rosa, era inedita in italiano. La narrazione è in terza varia al passato, prevalentemente su Antoine, sempre più disgustato dalla situazione che si viene a creare dopo la morte del padre cui era legatissimo (da cui il titolo): “si capivano. Avevano lo stesso genere di vita, lo stesso modo di pensare, vivevano in mezzo allo stesso tipo di persone”. Un ruolo decisivo di coprotagonista è svolto in tante pagine liricamente descrittive dal quartiere dove Auguste e il figlio hanno avuto consolidato successo enogastronomico, le strade e la gente, le botteghe mitiche e i mercati antichi; siamo quasi alla vigilia dello “sventramento” del 1971 e già si annunciano progetti, ristrutturazioni e delocalizzazioni; una seconda morte nel romanzo, non attuale ma “annunciata”, anche adesso restituendoci mirabilmente la Parigi che qualcuno di noi conobbe “prima” e oggi ritrova solo nei libri di storia e fotografia: “nel giro di pochi anni Le Halles sarebbero sparite, i padiglioni smontati come giocattoli”. Il vino che accompagna spesso i pasti è vario e mai ordinario: Gamay d’Auvergne, Chanturgue, bianco rosé di Corent o di Sauvagnat; poi acquavite o armagnac. Molto in sottofondo il necessario accompagnamento musicale da funerale.

































