Bella sorpresa, oggi: recensione de La suora, a 13 mesi dall’uscita

Un bel regalo, oggi. Una recensione de “La suora” su art a part of cult(ure).
Leggi qui.

Pochi giorni fa ho scritto che oramai, a più di un anno dall’uscita, La suora è morta e sepolta. Succede così quando pubblichi un libro: in un attimo, insieme ad altri (e non è certo una consolazione) diventa un libro dimenticato.

Ed è quindi chiaro che tutto quello che passa il convento (tanto per restare in tema di suore) è comunque un regalo.
E questo è un gran bel regalo.
Poi. Per ribellarmi?… è il termine giusto?… sì lo è, dicevo per ribellarmi farò il possibile per alcune piccole resurrezioni di questo libro: qualche presentazione (il 9 febbraio a Santhià, dove terrò anche un corso di scrittura), la partecipazione a qualche concorso che mi ispira.
E buone cose a chi passa di qui

Vedere un uomo che muore, vicino a te. Era l’estate del 1983…

Il tempo. La vita è una lotta contro il tempo, spesso. Si tratta di scegliere. Perché si può anche decidere di restare sotto l’ombra di un albero e attendere che le cose accadano. Forse è meglio.
Ho un vissuto particolare, io, con il tempo.
Estate 1983, faccio l’operaio, ma sono anche iscritto a lettere, primo anno. Ho sostenuto due esami: 28 in letteratura e 30 in psicologia, e sto preparando il terzo, storia romana. Penso: a settembre do il quarto, sei per quattro ventiquattro, tra sei anni, quando io di anni ne avrò 32, mi laureo.
Peccato che a luglio, dopo una gita in Valsesia con amici torinesi, mi becco una bronchite. Brutta. La febbre non scendeva. Mi ricoverano, niente. Mi ricoverano in una struttura specializzata, niente, sto sempre peggio. Era legionella, sembra. Una notte rischiai di restarci, ma questo lo seppi solo quando mi dimisero (io di quella notte ho un po’ di ricordi: la bombola a ossigeno, un vai e vieni di medici – una dottoressa in particolare – e infermieri, mio padre con le lacrime agli occhi che mi fa bere del tè zuccherato…). Superata quella notte, piano piano mi rimisi in sesto.
Quando stavo meglio successe anche questo.
Nella mia stanza arrivò un uomo di 64 anni. Alto, magro, un bel paio di baffi. Era teso in volto, però, preoccupato. Occupò il letto vicino a me e cominciò a stare male. A un certo punto perse i sensi. Bombola ad ossigeno anche per lui (pensai: la sfangherà come l’ho sfangata io), poi, a un tratto, vedo che fa una smorfia di dolore: era morto.
Era la prima volta che vedevo qualcuno morire. Ero stato a funerali vari, mi era morto un fratellino, certo che lo sapevo: dobbiamo morire tutti, ma vedere che la vita si allontana da una persona è diverso, siamo come dei giocattoli che si rompono, dissi a me stesso.
Fu una brutta notte. Tra me e il letto dell’uomo morto misero un separé. Arrivarono la madre e la figlia che, dopo un po’, cominciarono a litigare.
La figlia disse alla madre: Lo hai costretto a lavorare, lui voleva andare in pensione ma tu niente, così questo povero uomo non è riuscito a godere un po’ di vita in santa pace.
Ma cosa dici? Replicò la madre. Dopo un po’, però, smisero e si abbracciarono.
La smorfia di quell’uomo, la sua morte, mi cambiarono.
Tornai a casa e dissi: mi licenzio dalla fabbrica, ho qualche soldo da parte, un paio di anni posso tirare avanti, e intanto studio…
Mi presero tutti per matto.
E in effetti: avevo 26 anni, la mia ex moglie faceva qualche supplenza, e soprattutto avevo una figlia di 3 anni.
E comunque. Una volta licenziato, avevo il tempo che non avevo avuto il primo anno quando, per studiare, sfruttavo ogni brandello di tempo: avevo studiato in fabbrica durante la mezz’ora della pausa pranzo, avevo studiato in treno oppure sull’autobus, avevo studiato alla stazione, la domenica, i pranzi di natale o delle altre feste comandate li avevo saltati sempre e solo per studiare, e poi, soprattutto, avevo studiato di notte, imparando a dormire quattro ore.
Invece successe che, una volta licenziato, per sei mesi persi tempo a girellare per Torino, facendo il minimo indispensabile.
Poi no, poi ritrovai la diritta via. Pensando solo a studiare e fare lavori vari, perché i pochi soldi che avevo in banca sarebbero finiti.


Col tempo bisogna saperci giocare, insomma. Ha le sue regole, ti frega. Non è mai troppo. Sei tu che a volte non sai giocare. E lui vince. Passa e vince. Passa, soprattutto.
E comunque. A parte alcuni mesi di cazzeggio, ho una convinzione: non avessi visto quell’uomo morire non mi sarei laureato, non avrei fatto il giornalista, non avrei scritto libri.
Avrei vissuto un’altra vita (sicuramente irrequieta), che non so immaginare.

… il tempo è come un treno
a volte vuoto e triste
a volte troppo pieno…
(scrivere versi idioti
con rime deficenti
vuol dire essere vuoti
vuol dire essere spenti)

Iu treno, in quegli anni, leggevo spesso poesie; a volte scrivevo filastrocche. Di questa non rammento l’inizio.

Scrivere sulla sabbia… Prime pagine del nuovo romanzo, forse

Ho scritto quasi 10mila e 260 battute di un romanzo che non so se porterò a termine, non so nemmeno se queste prima pagine verranno stravolte, tagliate, ampliate. Non ho scritto per scrivere un libro, ho scritto per tornare a scrivere.
Ho scritto un po’, ma poco, nel le pause che ho avuto nel pomeriggio. La parte che c’è sotto, insomma. Poi sono andato avanti (senza bere caffè e fumando una sola sigaretta) da mezzanotte alle due e mezzo. Ora (sono le 2,45) e forse domattina rileggo, correggo, e quando correggo ripenso a Fenoglio (La mia miglior pagina esce spensierata dopo decine e decine di penosi rifacimenti) e non penso a un manoscritto che diventerà un libro da proporre a un editore.
Scrivere un libro (vedi il post di ieri) è un po’ come scrivere sulla sabbia…
Poi. Ho scritto due libri (Lo scommettitore, edito da Fernandel e Bastardo posto, da Perdisa Pop) senza l’uso delle virgolette.
Marina disse: Sei un vecchio bastardo.
Marina disse: «Sei un vecchio bastardo».
Giorgio Pozzi (Fernandel) e Luigi Bernardi (Perdisa) convennero con me: è la stessa cosa. E nessuno, poi, mi scrisse o disse che senza virgolette non si capiva. Stessa cosa sto facendo, ora, scrivendo questa cosa qui.

Anche se è un bel giorno di primavera, e oggi lo è, percorrere questa strada che porta alla piazza senza nome mi fa male, a volte ho fitte al basso ventre, a volte provo una forte nausea. Però ho solo loro per cercarti, amico mio: la strada che porta agli orti e alla tangenziale e lo slargo che avresti voluto che fosse intitolato a un prete di questo pezzo di città, il peggiore. Tu, ateo e sboccato, a quel prete avevi voluto bene, e come segno di protesta avevi cambiato nome e insegna del bar, che era ed è, anche adesso, con le vetrine talmente impolverate da non vedere nulla dentro, “Il bar della piazza senza nome”. Se sei fuggito non credo che tornerai, se invece sei morto ho sempre paura che qualcuno scriva un biglietto o metta una tua foto davanti al bar, oppure che lasci un fiore di campo, magari un papavero, se è qualcuno che ti conosce bene.
Nelle belle giornate di primavera come queste, dicevi sempre che ti dava energia guardare prima il rosso dei papaveri sugli argini delle risaie e poi le cime innevate delle Alpi, in lontananza, quando alla buon’ora, prima di alzare la serranda e di bere il tuo primo caffè, facevi un giro in bicicletta appena fuori città (ma non ho mai capito dove). Comunque no, non sei morto, più di una volta avevi detto che saresti fuggito senza lasciare traccia né biglietti, e tu non sei uno che dice tanto per dire. Però quando vengo qui la paura che tu sia morto mi fa stare male, e la paura e il battiicuore aumentano ogni passo che faccio, sempre più, sempre più, mentre mi avvicino al bar, pensa che a volte, amico mio, soprattutto i primi tempi dopo la tua fuga, a volte non ce l’ho fatta e son tornato sui miei passi, sconfitto, pensando: è morto, è morto. No: sei vivo, lo so.


Al momento questo è l’incipit. Da rivedere, correggere, eventualmente da eliminare.

La suora (la mia suora insomma), libri e cani (chi muore di più?), quindi Amazon e libri tenuti in vita

I cani, si sa, vivono poco. Ne ho avuto uno, si chiamava Barone, me lo sono regalato quando mi laureai, che è vissuto 17 anni, un altro invece, che era di mio fratello e che presi quando mio fratello morì, meno di dieci anni di vita.
Dipende anche dalle razze, dicono.
Alcune razze, dieci anni di vita, undici al massimo.
I libri: stessa cosa. Vivono poco.
A meno che tu non sia una leggenda, da Dante a Saramago passando per Calvino e anche Salgari e mille altre (leggende) i libri campano poco. Anche quelli di autori famosi, anche quelli di grandi case editrici.
Diventano libri dimenticati, a volte muoiono prima.
E c’è un camposanto, dove andare a trovarli – non tutti, ma tanti – si chiama Amazon.
Io a trovare La suora, la “mia suora” ci vado tutte le settimane.
Più grande è il numero e più sei morto-dimenticato, libro.
Oggi La suora è al 256.510 (… cinquecento decimo) posto nella classifica libri
e 122,932 (…trentaduesimo) posto tra gli ebook.
Quando un libro esce o anche dopo che un paio di persone magari lo hanno apprezzato Amazon ti premia con una magia-farlocca: ti piazza tra i primi posti, tra i primi cento, anche tra i primi dieci, ma la cosa dura poco: una settimana dopo sei al 70mila eccetera posto: gli algoritmi premiano ma non perdonano.
E fortuna che c’è Amazon. Quando inizia a pubblicare qualcosa, nel 2005 mi pare, si diceva che un libro viveva massimo due mesi in libreria.
Così uno pensa: tante vale, no?
Anche perché tu sei un cane di sottorazza (leggasi piccola editoria): vivrai poco.
Guarda La suora: morta e sepolta.

Sul blog de Il Fatto scrivo di libri, ogni tanto. Non sono recensioni, non sono all’altezza di farne. Sono segnalazioni, dove racconto le mie impressioni di lettura.
L’ultimo articolo è questo.
Al Fatto o ad altri un giorno proporrò una rubrica: I libri dimenticati. Sono una marea.
Dimenticati, morti anche. A volte però, qualcuno resuscita, credo.

E intanto il libro che ho in mente non decolla. Scrivo dieci righe poi mi fermo e mi metto a cazzeggiare. Nulla fa perdere tempo come la rete, come i social, facebook in testa.

Dolce tesoro mio come stai?… E’ morto Pino Roveredo


E’ morto lo scrittore Pino Roveredo, che conobbi anni fa quando venne a Vercelli.

Dolce tesoro mio, come stai? Anche oggi ti ho cercata al telefono e tu non c’eri, ma lì, nella tua lontananza, ti trattano bene? Mi raccomando: se solo ti sfiorano un capello, tu mandami a dire.
(Pino Roveredo, Mandami a dire)


(Il dolce tesoro mio è una vecchietta. Lei e Roveredo si guardavano da lontano, quando erano rinchiusi in manicomio. Mandami a dire lo scrisse quando aprirono i manicomi e loro due, Roveredo e la vecchietta, sapevano due cose: che non si sarebbero più rivisti e non sapevano bene che futuro li attendesse)

A Vercelli, Roveredo raccontò di essere diventato scrittore perché i suoi genitori erano sordomuti…

Questi giorni

Passo ogni giorno di qui, vedo che se anche non scrivo qualche vistatore, notturno o mattutino, comunque c’è sempre, e mi spiace non lasciare traccia.
Scrivo qualcosa, allora, di questi giorni.


Primo pensiero. Il fatto che mio figlio (13 anni tra pochi giorni, seconda media) mi chieda di interrogarlo sulle cose che deve studiare ha fatto sì che ieri mi sono messo a studiare il sistema immunitario: interessantissimo. Legato e collegato al tema vaccinazioni, alla vitamina D eccetera eccetera. Ne abbiamo parlato per mesi e mesi e mesi del sistema immunitario. Io ,lo ammetto, senza saperne una cippa, o quasi.
Sapevo solo questo, sapevo. Più ce l’hai malmesso e più sei soggetto a malanni (covid, eventi avversi).

Secondo pensiero. Ho appena scritto l’ennesimo incipit di un libro, per ora mi piace (parlo dell’incipit) tra due giorni chissà. È un libro svogliato, questo. Una via di mezzo tra due vecchi libri (Il bar delle voci rubate e Bastardo posto) con tanti elementi autobiografici e tanta nostalgia per un mondo – il mio mondo – che se ne sta andando.
Ho nostalgia di certe sere passate a scrivere “cose” battendo come un forsennato i tasti di una Olivetti, ascoltando la radio. Poi magari a mezzanotte uscivo a spasso per una mezzoretta tra vie e vicoli deserti, ma a volte no, a volte andavo in qualche birreria per un panino e una coca e via…
E mi è venuta in mente una cosa, ora ora, scrivendo.
Di una sera trascorsa in birreria, una grande birreria. Era un venerdì, c’era gente, c’erano tante persone che conoscevo. A un certo punto sono uscito, avevo bisogno di aria e di silenzio, così ho camminato verso il fiume, senza sapere dove stessi andando. Era buio, buio pesto. Camminando, sento una strana sensazione ai piedi: ero finito in una risaia, con poca acqua però.
Tornai a casa, dalla mia Olivetti, per raccontarle cosa m’era accaduto (e poi gettare via, quanto avevo scritto).
Ora, cose così, si scrivono su facebook, e non mi piace, non mi piace.
Torno al libro che sto scrivendo. Non mi piace l’idea di inviarlo, una volta ultimato, a editori vari.Vedrò. Per ora scrivo perché ne sento il bisogno.
E comunque.
Non so se avrò tempo per questo romanzo nei prossimi mesi. Terrò un corso di scrittura e uno di giornalismo, pare. Quello di scrittura è definito, quello di giornalismo no.

Scusate se non correggo e se ci sono refusi, ma devo portare a spasso il cane, bere il secondo caffè, poi tornare davanti al mac e lavorare per la mia testata (Infovercelli24) per un paio d’ore.
Oggi pomeriggio studierà con mio figlio il Dolce stil Novo e altro, stasera guarderò una o due puntate di una serie, perché sarò troppo stanco per leggere o scrivere.
Scrivo poco e leggiucchio qualcosa, in questi giorni freddi di gennaio. Mese che non sopporto. Marzo-aprile-maggio-giugno vi aspetto.

Buone cose a chi passa di qui.

The international, un film complottista

Vuoi combattare e denunciare le malefatte della banca lussemburghese? Allora vattene dagli Stati Uniti perché tutto il sistema è dalla parte della banca, dice un coprotagonista del film The International all’agente dell’Interpol che sta indagando.

«Le banche vogliono ridurre tutti (i singoli, interi paesi) in schiaviïù grazie al debito» dice un altro personaggio, un politico che verrà ucciso.

Un film del 2009, tra il comunista e il complottista (ma allora non era così di moda dare del complottista a chi affermava che il mondo è dominato dai grandi poteri finanziari e non dai politici). Su Netflix.

Portiere di notte e poi giornalista, ma per caso

Sulla mia pagina facebook ho postato una fotografia con la didascalia “1986, portiere di notte”

Era l’estate del 1986, la fotografia me la scattò un cliente romano verso le 7 del mattino. Aveva passato la notte a studiare (Machiavelli, mi pare), non vedevo l’ora di tornare a casa per riposare.
Pochi mesi dopo avrei cominciato a collaborare con il giornale La Sesia.
Divenni giornalista per caso, è proprio il caso di dirlo.
Non volevo fare il giornalista, io volevo laurearmi per poi insegnare e magari scrivere.
Spiego cosa successe.
Mesi dopo questa fotografia, sono a Torino, in Università. Dopo anni di università facendo l’operaio, lavoretti vari e il portiere di notte, ho sostenuto 16 esami (su 20) e sto preparando la tesi, una tesi di storia con Corrado Vivanti, curatore della storia d’Italia Einaudi e mio docente di Storia delle dottrine politiche. Tra i compagni di corso c’era anche Marco Travaglio.
E Corrado Vivanti, un giorno di settembre di quel 1986, mi comunica che è stato trasferito a Perugia.
Mi dice anche “mi segua, si iscriva a Perugia”.
Non gli avevo detto di essere sposato (primo matrimonio), di avere una figlia piccola (Sonia che aveva 6 anni) e che oltre a studiare lavoravo.
Fu una tegola in testa, per me.


Crollavano i miei progetti (sognavo anche di andare a lavorare per Einaudi, magari al fianco di Vivanti, un uomo raro).
Così il 23 settembre del 1986, giorno del mio trentesimo compleanno, bussai alla porta del giornale La Sesia. Chiesi di poter collaborare, mi dissero che non c’era posto, tutti i settori del giornale erano coperti, ma, aggiunsero che se proprio volevo potevo scrivere qualche articolo, ogni tanto.
Un mese dopo scrivo cinque, sei articoli a settimana (cultura e sport) due anni dopo verrò assunto come redattore. Nel 2005 diventerò direttore, per 9 anni.
Ma nel 1986 alcuni articoli li scrissi dal Modo Hotel, dove, per qualche mese ancora, continuai a fare il portiere di notte.
Ho mille racconti su quel periodo, sul lavorare di notte in un albergo. Di qualche racconto ho fatto cenno in qualche mio libro (Il bar delle voci rubate, per esempio), altri li scriverò nel prossimo libro…

Per qualche anno mi dimenticai dell’Università, anzi no, ci pensavo, e spesso. Col magone. Quei 16 esami li avevo dati imparando a dormire 4 ore per notte, studiando sul treno, in fabbrica durante le pause, di notte facendo il portiere, appunto di notte.
Così nel 1991 in un anno diedi gli ultimi 4 esami e mi laureai….

Sono fiero di quegli anni passati a lavorare e studiare, rinunciando a cinema e passeggiate. Sono più fiero di quella laurea che dei libri pubblicati o della direzione del giornale. La neve o la primavera, in quegli anni, le salutavo dalla mia finestra, bevendo un caffè…

Un libro – di ribellione, forse un po’ autobiografico – nella testa. Ma c’è nebbia

Ho un libro in testa da almeno venti giorni, è dentro, è delineato, ha un suo inizio, una sua fine, un suo messaggio, i suoi personaggi, eppure continua a restare nella mia testa, nonostante sette otto tentativi di metterlo su carta.
Quando dalla testa va sulla carta succede niente, ma quando la testa legge quello che c’è sulla carta dice che no, non va ancora bene, che la prima pagina – ancora – deve essere scritta.
No, non solo la prima pagina: la prima riga.
Non c’è, non c’è, non c’è..

Non è un giallo, è una storia di ribellioni a questi giorni, a questi tempi, a questi mondi.

E’ ambientato in un bar di periferia di una città della Pianura Padana, c’è nebbia, come ora.

Per adesso resta in testa, vediamo cosa capita poi.

(Sono due anni che non scrivo, forse di più. Un anno fa era appena uscita La suora….
La prima riga de La suora è Le ossessioni non sono mai belle, eccetto Nora.
La scrissi poi, non subito. Stavolta qualcosa mi dice che la prima frase – quella che resterà tale – devo trovarla subito perché se non la trovo subito il libro non decolla. Un po’ come successe con il mio primo libro (Il bar delle voci rubate): Sa di antico il mio piccolo bar.
Venticinque anni dopo sono tornato in un bar… )

Questo è l’ultimo tentativo, di due notti fa. Non mi piace.

Nella vita ci son cose che si vorrebbero fare e non si fanno, ed è sbagliato. Io non so se si vive una volta sola, non m’importa, so che in genere si vive male, anche per questo: perché non si osa.
L’altra sera mi son messo a contarle le cose che avrei dovuto fare e che non ho fatte, e ho perso il conto, fanculo. Si vive a metà, così, anche meno.
Questa sera – è la vigilia di Natale – nel mio bar ci sono sette clienti: lo scrittore, Anna, il poliziotto in pensione e quattro sconosciuti.
Ecco: stasera farò quel che voglio fare, o almeno: ci proverò.

Natale, il consumismo, i ricordi

Ho letto un’invettiva di uno scrittore-intellettuale contro il Natale, stupida festa del consumismo.
Ci sta.
O forse no.
Diciamo che della mia infanzia (da figlio di una famiglia operaia) ho quattro bei ricordi.
I pomeriggi in oratorio a giocare a calcio balilla o ping pong (ma non succedeva sempre: quando non andavo bene a scuola, mia madre, per punizione, mi teneva in casa).
I giorni d’estate o in oratorio oppure al mio paese, Cortona.
Il cinema: il primo lo vidi a sei anni, ci andai da solo (allora si poteva), era un western, si intitolava La valle dei lunghi coltelli.
I giorni di Natale.

Erano tutti uguali.
Caffè latte, il bagno, poi, con il vestito migliore, prima a messa e poi in edicola a comprare Il corriere dei piccoli o L’intrepido o altro (la scelta non mancava, quello che mancavano era i soldi…)
Poi il ritorno a casa.
Il profumo della pasta al forno fatta dalla mamma, i dolci della pasticceria vicino casa, i regali e poi la contentezza che avrei trascorso un pomeriggio tra cinema e oratorio, senza orari.
Ecco, quando vedo un albero di Natale ripenso a quei giorni spensierati, senza il pensiero di maestri severi, compiti, e culi della mamma.

Natale è consumismo, come tutto. Come la pagina facebook usata dallo scrittore per l’invettiva.
I ricordi sono ricordi.