Chiamatemi Pirandello

Racconto ritrovato. Era nel vecchio blog “Altri Appunti”. Lo scrissi insomma una ventina d’anni fa. Magari diciannove anni fa…

Cari compaesani, ecco come andarono le cose. Quali? Leggete, leggete.

E’ piccino qui, ci si conosce, tutti sanno se uno vota comunista, se ha tanti soldi in banca, se avea lo zio coi vizi strani, tipo pecore o cavalle. Quel che si sa è importante: perché è quel che si sa che conta. Quel ch’è vero ma un si sa – uno vota fascita ma un lo dice, ha i debiti ma spende e spande, c’ha l’amante, ma sta a Perugia – unn’importa. Qui sopravvivono, e bene, quelli che un fanno sape’. Quel che si sa è ‘na cicatrice. Brutta. Stampata in faccia. Evviva quelle stampate sul didietro: un si vedono manco spiando dal buco della serratura del bagno (e alla bisogna sparano: puzze).

Scusate ora l’anonimato e il mio linguaggio: umile e maccheronico (si dice così?). E poi. In questa storia ci sono pur’io: potrei essere il prete o il maresciallo o il farmacista o il vicensidaco del paese o tutti e quattro insieme; o magari sono un vecchio analfabeta che sta dettando alla nipote, studentessa universitaria a Firenze.  Chi vien da fuori non creda, se leggerà, di leggere cose tipo jack lo squartatore. Un ci sono morti. Macché.

Ma vado al sodo, ora. Ai tre protagonisti.
Sono: Loretta, la moglie del macellaio. Il macellaio., che di nome fa Alfredo Eppoi Giuseppe, che, diciamolo subito, un’è né normale né anormale. Allora lui ora è sui quaranta, sembran cinquanta e più, ma quaranta sono. Vent’anni fa arrivarono in paese le prime orde di turisti: americani e tedeschi e nordici. Ora successe che americane, tedesche e nordiche, andando in giro pel paese coi loro vestitini avari di stoffa, poppe sballonzolanti e i culi semoventi, belle e abbronzate davano sollievo agli occhi, che s’aguzzavano, dei nostri vecchi seduti, all’ombra di case e taverne. Ma c’è da dì che davano anche scandalo: all’indignata popolazione femminile e pretesca. Po’ c’era lui, Giuseppe che – qui è bene ch’io vada avanti sennò me dimentico – di donne un ne aveva avute mai. Ma mai. E’ piccino, ciccio, ghoffo, strabico e balbetta e parla gnente. Di bono c’ha che si lava, un puzza e si veste con decoro. Pantalonacci di velluto e camicie colorate, Rosso o blu. Ama la tinta unita, Giuseppe.
Lui tanto ben diddio femmineo un l’aea mai visto. Così capitò questo capitò: che na volta, in mezzo a tutti, Giuseppe un ci vide più: e afferrò na turististina più svestita del’altre, era seduta sulla scalinata della chiesa, il panorama che offrivan le su gambe aperte era ridente, d’ampio respiro direi, sicché (lo capiscon tutti sicché?) lui la stese, lei impaurita si lasciò stendere, lui si calò brache e mutande tutt’uno con l’arnese in bella vista, e mentre lei urlava, la gente urlava, mentre il vigile correva, mentre le amiche della ragazza lo pigliavan a calci come un cane, lui, comunque, ebbe il su’ piacere (i calci che prese gli facero, è proprio il caso di dirlo, nemmen na sega).
Gli bastò il contatto con l’aria, che qui è bona, e si vede e, nel caso suo, si sente (o si sentì). Dissero poi che dovettero usare tre cenci per togliere quel lago, schifoso, di colata giuseppinesca.
Poi però si redense. L’anno dopo, in piscina (e i maldicenti tutti a dì: «Guarda Giuseppe, un tiene più») quando vide due francesine tuffarsi in topless si limitò prima ad applaudire e poi («Va a tirarsi un raspone» i soliti maldicenti) e poi, dicevo, stupendo tutti, andò non in bagno, ad “eseguire”, ma a pigliare un gelato fragola e cioccolato.  Che si fosse chetato, però, era solo un’impressione.

Vengo ora ai tre. Parto da Loretta. E’ piccina, ha quarant’anni ma ne mette trenta, ha du’ occhi vogliosi ma la voce del paese diceva che, inspiegabilmente, l’era fedele al marito, Alfredo, cinquantré ben portati ma cinquantatré sono. Alfredo e Loretta un ch’hanno figli. Ma hanno una macelleria che è il fiore all’occhiello del posto. Ci fai la coda ma la carne è bona, come si dice da noi (non mi scoprirete certo se dico è bona, ché lo si dice tutti in tutti i paesi del granducato di Lorena). La carne è bona perché son bestie dell’allevamento di Alfredo, che in campagna le alleva e le macella, le macella e le alleva, mentre Loretta, senza aiutanti – un po’ tiratelli di soldi lo sono – serve. Le voglion bene tutti: omini (ma sì, lascio, qua diciamo tutti così) e donne: ché è una dabbene, lei.
Ora succede, è successo questo. A Loretta un le piaceva di lavà il pavimento. Sicché (sicché: termine lorenico) di concerto (fine eh: di concerto: concertan tutti in Italia. E inciuciano) col suo marito un sei sette mesi fa decise di piglia’ Giuseppe, che campa co’ la mamma ma un s’è mai capito come fanno a campà, a fa’ pulito. Alle otto, all’apertura, Giuseppe, dentro, ha belle finito. Così Loretta e Alfredo lo chiamano, «oh Giuseppeeeee», e tutti e tre van poi al bar Signoroni, lì di fronte. Vanno, si seggono, piglian cappuccini e bomboloni, e parlano. Macché parlano: Loretta parla e gli altri due, che volete uno è un po’ coglione l’altro capisce solo di vacche a maiali, ascoltano. E Loretta a Giuseppe ha cominciato a di’ ‘na cosa che – pensate male di me ma io ne son convinto – a lui gli ha eccitato l’arnese. Come fece la turistina. Lei ha cominciato a digli: «Io voglio bene a teee, a teee», col su marito che ridacchiava. Io voglio bene a teee un giorno e va bene, due e va bene, tre, cinque, dieci, sessanta, ma al centoduesimo, complice un’influenza di Alfredo che quel mattino restò a letto, Giuseppe, fece questo fece. Apri la serranda, e invece d’uscire per caffè e bombolone al Signoroni, quando Loretta arrivò, «Giuuseppe, si va?», l’afferrò, richiuse, cavalcò Loretta.
Ora, che sia successo di preciso un si sa, si sa certo che la Loretta strillò, e certo che strillò, ma i maldicenti dicon prima dal piacere e poi dalla paura (del marito), e poi si sa, da indiscrezioni maresciallesche, che ci fu penetrazione e che, insomma, Giuseppe, ora in attesa di processo, unn’è più vergine. A quaranta e passa se l’è presa a soddisfazione. Ma un si vede più in giro. Loro manco (traduzione: nemmeno). Manco a messa. Tutti e tre scomparsi. Il maniaco, la zoccola, il becco. Un se ne salva uno. Lui, Giuseppe, si dice, avrebbe traforato altre donne, zitte di vergogna e forse di piacere. Lei Loretta, si dice, di sicuro c’ha la coscienza sporca, perché una donna maritata non va senza mutande, anche questa indiscrezione è maresciallesca (con conferma pretesca. quindi), Alfredo, invece, poraccio, si dice che oltreché becco c’avrebbe pure una brutta malattia (ma io un ci credo: son corni e basta). Vanno in negozio, ora, Loretta e Alfredo, ma a testa bassa, e gli affari van male. Van bene al non lontano macello Rivaldini, anche se si dice che sia lui l’estensore (è giusto?, poi controllo sul vocabolario: estensore) di certe letteracce anonime contro Loretta, contro il maresciallo, contro il prete che avrebbe violato il segreto del sacramento. Anche questa lettera è anonima, signori compaesani (e turisti). Ci son dentro pur’io. Mi son citato. Scervellatevi. Che magari ho parlato male di me, per depistare (depistare: bello è?). O magari son Giuseppe, o l’amante del prete, chissà. Chiamatemi Pirandello, e se un sapete chi l’era informatevi. Vostro Pirandello.

Storie da bar

Al mattino bevo almeno tre caffè. Tutti al bar. Li prendo schiumati, ma non vorrei, vorrei bere del caffè un po’ ristretto, che sia solo caffè, amaro. Ma se non li prendo schiumati mi viene maldistomaco, specie d’inverno.
Entro nei bar, in genere con il cane, ordino il caffè, lo sorseggio, esco. Pochi minuti, insomma.
I bar sono sempre stati per me, fin da quando ero ragazzo, fonte di ispirazione.
Ordinavo un caffè e spesso tornavo a casa con una frase, che mi aveva colpito. Oddio, non solo nei bar: anche in treno, anche camminando (ricordo l’ultimo dell’anno di qualche anno fa. Camminavo sotto la pioggia, davanti una donna, parlando al telefono, dice: “A me chi mi vuole, sono brutta…” E poi una risata).
Succedeva che io tornassi a casa con una frase, poi magari non ne facevo nulla. Oppure mi restava impressa e la elaboravo (è un po’ la storia del mio primo libro, Il bar delle voci rubate).
Succedeva, poi è arrivato il Covid. E quando entravo nei bar per sorseggiare uno dei mie tre caffé sentivo sempre le stesse cose: ognuno raccontava che vaccino aveva fatto (quelli che non lo hanno fatto non lo raccontavano a voce alta) oppure raccontava di essere stato contagiato, oppure malediceva chi non metteva la mascherina…
Andare al bar a leggere facebook era un po’ la stessa cosa.
Da tempo non si parla più di covid, o se ne parla poco. E per fortuna.
Da tempo i problemi sono altri: la crisi economica che avanza, il nuovo governo e, soprattutto, la paura di una guerra nucleare, il caro bollette, la possibile scarsità di generi alimentari…
Argomenti, questi, che probabilmente vengono discussi nei bar dove non vado io. In quelli in cui vado (li cambio, quindi tre a mattina, almeno) si parla di tutto: lavoro, casa famiglia, il calcio…, ma senza paure per i mesi che ci attendono.
Frequento bar particolari, io.

La suora: il protagonista.

Il protagonista de La suora si chiama Romolo Strozzi

Un piccolo estratto del libro, per presentarlo

Sì, sono mentalmente instabile, perché la mia vita è stata segnata dal suicidio di mio padre, perché non sono più un salentino ma nemmeno un valsesiano, perché ho mollato l’insegnamento per diventare non so bene ancora cosa, perché ho avuto rapporti con una donna più grande di me e non ho rapporti stabili con le donne in genere, perché cammino di notte anche qui in Valle dove di notte si dorme perché ci si sveglia presto, e poi sono mentalmente instabile perché camminando sui sentieri, oppure steso sul letto nella mia baita di notte guardando il camino spesso parlo da solo, e magari sussurro «Grazie, grazie, grazie Romolo» che infatti può sembrare una frase da pazzo, certo, se non si sa che a me ripetere quella frase serve per ricordare la persona che amo di più al mondo, ed è una cosa, questa, cioè amare una suora conosciuta una sera di dieci anni fa quando non era ancora suora, da persona instabile, lo so, ma che diritto avete voi di definirmi?

Segnali di vita in un paesino di 250 anime

Nei paesi attorno a Vercelli, i paesi della Bassa, una volta c’era più vita: bar aperti fino a tarda notte, almeno un negozio di alimentari, un campetto di calcio, l’oratorio.

Casanova Elvo è un paese di 250 abitanti.

Per volontà del sindaco, dopo 21 anni è stato riaperto un bar. Lo gestirà una ragazza che si chiama Asia, contenta di questa esperienza. Non solo. Nei locali del Comune è attivo un minimarket.

Non so se a Casanova Elvo ci siano anche un prete è un oratorio, comunque “bar più minimarket” è un segnale. Di vita.

L’attesa (e la scrittura).

Primo libro che ho scritto, Il bar delle voci rubate.
Il protagonista, si chiama Luca Baldelli, è un sessantenne, ha riaperto il bar che era stato di suo nonno. Per passare il tempo, in un quaderno scrive le storie che sente dai suoi clienti – nei bar, per esperienza personale, la gente spesso si confida incurante di camerieri o proprietari – «perché il bar è come un cinema, qualcosa, da un momento all’altro, può capitare».
Insomma, Luca Baldelli scrive aspettando che arrivino storie.
Ultimo libro che ho scritto, La suora.
Il protagonista, Romolo Strozzi, vive isolato in Valsesia. È un pugliese, ma vive con la percezione di non avere radici. È innamorato di una suora, suor Beatrice. L’ha conosciuta quando ancora non era suora e si chiamava Nora. Vive nell’attesa: che lei lo raggiunga. Sa che non succederà, però di sera e di notte pensa a lei, ci parla, la sogna. E l’aspetta.
Poi c’è un libro non scritto e che non interesserebbe nessuno: la mia vita. Ho vissuto anche io nell’attesa. La scrittura, per me, è attesa. Una pagina scritta attende la successiva, iun libro terminato attende il prossimo.
L’attesa.

Mi spiego. Io – come tanti – odio le code. Se vado in posta a spedire qualcosa, metti un manoscritto, sono imbranatissimo. Confido sempre nella comprensione dell’impiegata di turno. Ecco, se mentre faccio la coda penso a qualcosa che sto scrivendo vivo meglio quei momenti. Stessa cosa, quando porto a spasso il cane, e magari piove, o fa freddo. Se invece non sto scrivendo nulla (come adesso) subentrano noia, preoccupazioni, depressioni più o meno grandi…

Compleanno: che strana la vita

Sono nato a Cortona, alle 9 di sera di domenica 23 settembre 1956. L’ostetrica disse a mia madre: Brava, così faccio in tempo ad andare al cinema. Mia madre, nella borsa, aveva nascosto un libro da leggere in ospedale: I miei sette figli, di Alcide Cervi. Una suora se ne accorse e la sgridò. Certe cose non si devono fare. Il cinema, i libri e le cose che non si possono fare me lo porto dietro da tempo, come tratti distintivi. Anche una suora mi porto appresso, da due-tre anni (per chi non lo sapesse quella del mio ultimo libro). Perché la vita è comunque strana. Strana tanto tanto, per non dire altro, da tre anni a questa parte.

Mi hanno fatto male i loro calci, ma non tanto tanto

Ho ritrovato questo breve racconto che ho scritto 19 anni fa, mi pare. Natale del 2002.

Mi hanno riempito di botte, calci, soprattutto. Mi succede spesso. Hanno cominciato con le palle di neve, poi però, quando hanno visto che me le facevo tirare e non facevo una piega, si sono innervositi, ci vuol poco a farli innervosire questi ragazzi: hanno tutto, donne, macchine, coca da sniffare. Hanno pure l’incazzatura facile. Se li mandi a quel paese – io lo faccio mostrando il medio – s’incazzano. Se non fai una piega s’incazzano lo stesso. Vedi stasera. Mi hanno detto «finocchio di merda», mi hanno detto «comunista bastardo», mi hanno detto «puzzi», mi hanno anche detto che ho una sorella che fa pompini e che se vedono mia figlia se la inculano.
Mi hanno fatto male i loro calci, ma non tanto tanto. I morsi della fame son peggio, anche il freddo, certe notti, è peggio. Ma mi è spiaciuto per un dente, questo sì, ora me ne sono rimasti sono dieci, sei sotto e quattro sopra, speriamo che tengano.
Erano un gruppetto, non ho perso tempo a contarli, saranno stati una dozzina, ecco sì, erano una sporca dozzina e con loro, questo mi è spiaciuto, c’era anche una ragazza carina, ma carina tanto, lei no, mica mi ha picchiato, mi guardava solo con aria di disgusto aggrappata al braccio del suo maschio, un ragazzotto con sciarpa e cuffia rosse, il più elegante di tutti, stivali di marca, è stato lui a mollarmi un pestone in piena faccia e farmi saltare un dente e farmi perdere sangue da un labbro, spaccato in due, come un tronco da ardere.
Sono anni che prendo botte, soprattutto il venerdì e il sabato, quando diventano loro i padroni della piazza.
Questa sera, però, sono andati oltre. Stanchi di mollarmi pedate han pensato anche di cavarmi calzoni e mutande.
«E questo sarebbe un cazzo?», ha detto uno che non ho visto, perché gli occhi non riuscivo ad aprirli.
Poi è arrivata un’auto della polizia o dei carabinieri, non ci ho fatto nemmeno troppo caso, i ragazzi se la sono filata, per me si è scomodata l’ambulanza.
Ora sono qui, in questo lettino, al pronto soccorso. Mi hanno ricucito il labbro, ho una coperta sopra le vergogne, sopra la cintola ho solo una canottiera bucherellata: mica me n’ero accorto, io, lo riconosco, sono stato distratto, insomma non mi sono accorto che mi hanno anche pisciato addosso, è stata l’infermiera, grassa e per niente carina, pure lei però aveva la stessa faccia schifata dell’unica ragazzina del branco, a dirmi che la camicia puzzava di piscio.
Va bene, però ora non so dove me l’hanno messa, cazzo. In questo momento infermieri e dottori stanno brindando al santo Natale, dicono che è nato Gesù Cristo 2002 anni fa, e quindi hanno diritto, ci mancherebbe, a cinque minuti di pausa.
Spero che si ricordino di questo vecchio che è vicino a me, con la figlia accanto che piange e bestemmia. Non fanno parte dell’alta società, questi due, contano niente, cazzo pretendono?, d’essere considerati?

Il mio posto è sempre lo stesso, nessuno sa perché mi siedo sempre lì, in piazza, sui gradini, fuori dalla Farmacia antica. Nessuno lo sa, ma nel vecchio palazzo di fronte, io, una cinquantina d’anni fa, presi per la prima volta Anna, che diventò poi mia moglie. Avevamo sedici anni, andavamo a scuola insieme. Fu lei a portarmi lì, in quella casa che stavano ristrutturando. Uno dei muratori era suo padre.
Ci parlo tutti i giorni io con Anna​, ma dalla piazza. Fatemi uscire da questo ospedale, meglio le botte che stare qui dentro.​

Le ore più belle

La mattina è noia, il pomeriggio peggio ancora, la sera a volte si salva, ma non sempre. I momenti magici di ogni giorno sono solo due: la notte fonda fonda, quando il silenzio può essere interrotto da un cigolio, una sirena, un urlo, un miagolio, un treno in lontananza, oppure l’alba, quando il cielo rischiara e tutto sembra permeato da un tempo lento, sereno, calmo. A volte ho dormite tre ore, tante volte, soprattutto se sono vicino al mare. Ma avrei voluto dormirne due o una, di ore. O niente.
Le ore notturne sanno di libri, fumo e caffè, quelle dell’alba solo di caffè mentre, incantato, guardi il mare.

(… forse è per questo che ho spesso nostalgia dei due anni in cui ho fatto il portiere di notte; dormivo forse un’ora, di notte. Dormivo poi, nelle ore noiose del giorno…)

L’editore migliore

Se scrivi ti confronti con il mondo.
Con te stesso, innanzitutto. Se una frase, una pagina, un capitolo scritto ti piacciono ti senti bene. Ma in genere la scrittura – parlo per me, ovvio – è costellata da mille dubbi.
A chi sto scrivendo?
Per chi sto scrivendo?
Cosa sto scrivendo?
Come sto scrivendo?
È proprio necessario che io scriva?
Si scrive, e basta. Poi si attende il Giudizio universale: prima degli editori e poi dei lettori.
Chi scrive vive di giudizi altrui: non per altro: per continuare.

Capitolo editori.
Più sono grandi è meglio, ovvio.
Più sono grandi e più sei distribuito. Con quelli piccoli o piccoli piccoli a volte è come non avere scritto.
Cinquecento copie vendute, oppure ottantasette.
Capitoli editori, dunque.
Parlo sempre per me. Per me conta trovare un editore che creda in me.
Mi è successo, ho toccato con mano: quando ho pubblicato con Perdisa, con la regia di Luigi Bernardi, e quando ho pubblicato con Fanucci (Sergio Fanucci).
Luigi Bernardi credeva come me e forse più di me in “Bastardo posto”.
Sergio Fanucci credeva e ha creduto fortemente ne “La donna di picche”.
Ti abbiamo iscritto al premio Scerbanenco, sei tra i cinque libri scelti dalla casa editrice… Poi tu lo Scerbanenco né lo vinci né arrivi in finale ma sai che il tuo editore ha creduto in te.

Luigi Bernardi, Fanucci e poi ce n’è stato un terzo: si chiama Ivo Tiberio Ginevra, è di Palermo: casa editrice I buoni cugini.
Con lui nel 2019 ho pubblicato “Il bar delle voci rubate” che è una revisione del primo libro, “Il quaderno delle voci rubate”. Una revisione profonda: titolo diverso, primi capitoli diversi, tagli e inserimenti all’interno del libro, finale completamente diverso.

L’editing me lo ha fatto lui, Ivo Tiberio Ginevra (che casino avere due nomi più un cognome che è un nome di donna, un bel nome, antico anche). Lo conoscevo da anni. Aveva scritto delle ottime recensioni di alcuni miei libri, insomma: sapevo che mi stimava. Ivo Tiberio è tante cose: un critico, uno scrittore, un editore (affiancato dalla moglie, Anna Squatrito) e, soprattutto, un uomo che lavora con passione.

Purtroppo “Il bar delle voci rubate” è uscito due tre mesi prima dell’arrivo del Covid: una sola presentazione, nessuna recensione. È passato inosservato. Peccato. Oddio, non è che gli altri miei libri siano passati “osservati”. Forse uno: La donna che parlava con i morti (Newton Compton, ora ristampata da Il Vento antico, altra ottima casa editrice).
E comunque.
Questo è un periodo no, per me.
A dicembre, La suora compirà un anno: e a dicembre farò un bilancio, severo e il più possibile oggettivo, su questo libro a cui tengo molto.
Poi.
Leggo libri che in genere non mi piacciono. Trovo difetti nelle serie Netflix che vedo la sera tardi. Non mi piace quello che scrivo (ho iniziato tre romanzi, poi accantonati).
Ma se un giorno dovessi scrivere qualcosa so già che lo proporrei ai due editori che hanno creduto in me: Fanucci e I buoni cugini.

Il ritratto in copertina è della pittrice Lorena Fonsato

Sete

Dopo cena, la notte in ospedale arriva presto. Anche quella sera, puntuale, arrivò presto.
Gli venne sete. Guardò. Cavolo, aveva finito l’acqua, quella del rubinetto non gli piaceva, di alzarsi per prendere una bottiglietta a una macchinetta nemmeno a parlarne: la testa continuava a girare, gli sembrava di avere una trattola, dentro.
Col suo vicino di stanza aveva solo scambiato saluti. Meglio. Quando sentiva voci e rumori la trattola girava ancora più forte.
Però aveva sete. Eppure aveva aveva solo assaggiato un po’ di riso scotto, mica acciughe.
Con gli occhi chiusi, ma lo fece d’istinto, senza pensare, disse: Avrebbe per caso un po’ d’acqua?
Dal vicino nessuna risposta, però vide la sua ombra: nonostante la trottola, vide che gli stava porgendo un bicchiere d’acqua, anzi no: mezzo bicchiere d’acqua.
Meglio che niente, pensò, trangugiando. Aveva ancora sete, ma si addormentò sognando il tè del mattino. Sì fanno di questi sogni all’ospedale?, si domandò.
Alle due e qualche minuto si svegliò. Il vicino russava troppo forte, russava col fischio accidenti a lui, però la trottola – evviva – sembrava essersi fermata. Provò ad alzarsi: secondo evviva, la testa non girava più.
Guardò il vicino, doveva essere anche sugli ottanta. Ma quanto russava. Col fischio, per di più. Erano secoli che non sentiva un russare col fischio. Forse suo nonno, una settantina d’anni fa? Praticamente ieri… Il tempo sembra ieri, il tempo…
Aveva ancora sete, pensò quindi che poteva rubare un altro mezzo bicchiere al vicino “russante”, il giorno dopo si sarebbe scusato e gli avrebbe regalato una o due o tre bottiglie.
Ma quando allungò la mano si ritrovò una bottiglia vuota.
«Avevi un po’ d’acqua e l’hai data tutta a me?» sussurrò.
Sorrise all’uomo, uno sconosciuto che russava forte.
Non sapeva nulla di lui.
Aveva la barba lunga, sul comodino solo un paio di occhiali e una bottiglia vuota.
Un comodino senz’anima, senza un libro, una caramella, un fiore, un orologio, una busta.
Lui aveva ricevuto visite, il vicino no.
Nella penombra, continuò a guardare il vicino e la bottiglia vuota.
Il vicino.
Non sapeva se in passato l’avesse odiato, perché in passato, lui, aveva odiato e urlato contro tanta gente, l’elenco era lungo… aveva odiato non sapendo che a volte si possa avere sete. Tanta sete.

Come mai hai scritto quel libro?

Incontro una persona, una brava persona che conosco da anni. Ha tanti interessi – va a pescare, a vedere le partite allo stadio, gli piace giocare a scopa – ma mai avrei creduto che leggesse.
«Ho letto La suora», mi fa.
Non gli chiedo nulla (non chiedo mai).
È lui a chiedermi qualcosa.
«Come ti è venuto in mente? Come mai hai scritto questo libro?»
Questo incontro è avvenuto giorni fa, ad agosto. Ma ci ho riflettuto. Ho infatti ripensato alla risposta che gli ho dato.
Una risposta diversa dal solito. A persone che si intendono di libri non ho detto quello che ho detto a questa persona.
«Quando c’è stato il lockdown mi sono sentito imprigionato, ma non erano le persone che mi mancavano, mi mancavano i posti, mi mancavano certi luoghi. Ma lo sai che quasi ogni giorno guardo una foto del lago d’Orta?»
Va a sapere.
(Fino a questo incontro la mia risposta era stata: «Durante il lockdown, mentre passeggiavo con il cane in una città deserta, mi sono domandato: Dove vorresti essere tu, adesso? E mi è venuta in mente Orta con il suo lago e la sua isola, tant’è che quella sera, avrei scritto il primo capitolo de La suora»).
La risposta che ho dato a quella persona, giorni fa, era più vera.
Mi ha ascoltato, non ha aggiunto altro, lui. Abbiamo parlato d’altro, poi.
… addormentandomi, nei giorni del lockdown, sognavo di camminare a Orta, o in Valsesia, o a Cortona, o nei luoghi della Liguria che più conosco: Boccadasse, Varigotti, Vernazza, Celle… in un paese di montagna di cui non ricordo il nome