Ho sempre vissuto in fretta e quindi ho anche sempre scritto in fretta. In realtà “la vita in fretta” ha una data di nascita: luglio del 1983 (spiegherò al fondo cosa accadde).
Non avessi imparato a vivere in fretta non credo per esempio che mi sarei laureato.
Facevo il turno del pomeriggio, come operaio, dalle 14 alle 22. Verso le 23 studiavo, ero iscritto a Lettere. Un po’ prima delle 3 smettevo, mi facevo la doccia e invece di mettere il pigiama mi cambiavo e mi vestivo, ma non completamente: pantaloni, camicia. Calze, maglione, giubba e scarpe le avrei messo al mattino verso le 6 e qualcosa. Poi correvo alla stazione, alla 7 partiva il treno per Torino Porta Susa, dove avrei preso l’autobus numero 56 per andare a Palazzo nuovo, facoltà di Lettere. Verse le 11 e qualcosa risalivo sul treno, tornavo a casa, mi cambiavo (tuta da operaio), mangiavo un boccone e alle 13 e qualcosa salivo sugli autobus che, allora, portavano alle fabbriche. Ora fabbriche e autobus non ci sono più.
Anni dopo. Di giorno lavoro al giornale La Sesia, la sera mi alleno nei bowling vicini o Borgovercelli, o Casale o Novara. Due ore di allenamento, dalle 11 all’una. Sono un giocatore di serie A, ogni tanto vinco qualcosa, faccio tornei anche all’estero. Quando termino di lavorare al giornale, per fare in fretta, faccio cose folli: per esempio, dopo essermi lavato la testa, mi lavo i piedi con una mano e con l’altra mi asciugo i capelli con il phon.
Anni dopo, non gioco più a bowling, continuo a lavorare al giornale La Sesia, ma scrivo, sempre di notte, in genere dalle 2 alle 5, anche le sei. Poi, di corsa al giornale. Sempre di corsa, insomma.
Nei giorni scorsi ho iniziato a scrivere un libro, un giallo ambientato nel mondo del basket: 75 mila battute dopo 5 giorni. Mi son detto, per fine luglio lo finisco, poi ad agosto-settembre correggo, magari anche ottobre…
Poi mi sono fermato. Non va bene, stai scrivendo in fretta, mi son detto. E ho ricominciato: ora sono a 18 mila battute. Invece di vivere in fretta sto lontano da facebook, e quindi sto meglio.
Dove nasce la vita in fretta. Torno indietro.
Nel luglio del 1983 lavoravo in fabbrica ed ero iscritto al primo anno di lettere. Primo esame a giugno. Prendo un bel 28 di Letteratura Italiana, Stavo per preparare il secondo ma mi fermo, non sto bene. Ricovero a un primo ospedale poi a un secondo: era polmonite virale. Probabilmente legionella, dissero i medici. Un mese di ospedale. Durante uno degli ultimi giorni succede questo. Nella stanza in cui ero ricoverato arriva un uomo di 64 anni, sta male. Però mi saluta, parliamo anche un po’. Dopo alcune ore peggiora. Aventi e indietro di infermieri e medici. E’ a un metro da me. Vedo che a un certo punto chiude gli occhi e digrigna i denti. Insomma, lo vedo morire. E penso: con quanta facilità si muore. Arrivano la moglie e la figlia, le infermiere mettono un separè tra il mio letto e il suo. Sento madre e figlia piangere e litigare, anche. La figlia dice alla madre: voleva andare in pensione e tu non hai voluto, non ha avuto il tempo di godersi la vita. Poi sento che si abbracciano e si chiedono scusa, l’un l’altra.
Ogni tanto lo rivedo: entra, mi saluta, poi poco dopo muore.
Quando uscii dall’ospedale ero diverso. Tanto. Siamo come dei giocfattoli che possono rompersi all’improvviso, pensai. Decisi di licenziarmi dalla fabbrica (ero sposato, primo matrimonio, avevo una figlia) e di dedicarmi allo studio, sopravvivendo facendo lavori, a caso. Fu da quale giorno che iniziai a vivere in fretta.
Sto continuando a vivere in fretta: un po’ di giornalismo, le palestre di basket, portare mio figlio da Vercelli a Novara più ritorno, poi la scrittura, sempre di notte.

























































