Farinetti, voce regina del giallo

Per me un buon giallista deve anche scrivere bene. Di sicuro scrivono bene De Cataldo, Varesi, Carlotto e altri, famosi e non.
Del compianto Renato Olivieri, di cui ho scritto (vedi il post) giorni fa, piaceva tutto: le storie, l’ambientazione milanese, il personaggio principale (senza nessuna forzatura: un commissario non deve essere necessariamente un comunista o avere problemi) e, sicuramente, anche la scrittura. Elegante e sobria.
C’è un altro giallista contemporaneo che, a mio avviso, ha una scrittura bella tanto e scrive degli ottimi libri: Gianni Farinetti, nato a Bra nel 1953.
S’incontrano le Langhe di Fenoglio, nei libri di Farinetti, e i riflettori, spesso, sono su personaggi gay.
Ecco un’intervista.
https://www.culturagay.it/intervista/195

Da Il ballo degli amanti perduti, Marsilio.

Potrei ucciderlo, pensa con stupore sapendo che lo ha già immaginato – ma come di sfuggita, senza sostare sul pensiero – altre volte in tanti anni. E corregge fra sé: vorrei ucciderlo, vederlo finalmente morto. Guida piano nel traffico delle sette e mezza di sera. Piove e le auto intorno si muovono lentissime in un’esausta coda in uscita dalla città.
Ucciderlo e liberarmene. Impedirgli di nuocere ancora, di continuare a trasformare ciò che tocca in sofferenza, in sporcizia. Intorno a lui tutto diventa laido, grossolano, volgare. È come se fosse venuto al mondo per far del male. Oh, non è il male impersonificato, macché, non c’è niente di grandioso nel suo essere maligno. Uno stupido giullare, un piccolo prepotente, una semplice merda d’uomo. Che spande dolore, smarrimento, desolazione.
Sarei capace a farlo? E perché no, basterebbe tendergli una trappola – inventare come non sarebbe difficile –, attenderlo di notte, sparare un colpo di pistola e guardarlo morire. Potrei farlo, si dice mentre la coda di automobili si dirada, si smembra opaca. Ancora una rotonda, un viale. Palazzi, portici illuminati, insegne, gente intrappolata in altre macchine.
Dove andranno? A casa, a fare le ultime commissioni prima di preparare cena, al cinema, da un amante che li aspetta, lo smemorarsi di una sera passata insieme in questo tedioso inverno. Ah, le braccia degli amanti che si cercano nel buio. La pioggia si fa nevischio e poi neve.
Sta piangendo? Non lo sa o non se ne cura. Sente freddo come fosse una ferita che non si rimargina mai. Imbocca l’autostrada.

Un torneo di basket all’aperto, tra code e smartphone e ancora smartphone

Sabato e domenica la squadra di basket in cui gioca mio figlio ha partecipato a un torneo all’aperto, nella vicina Novara.
C’ero anche io. Chiaro, lo seguo, ma la mia presenza è comunque appartata, quando gioca non urlo mai il suo nome, lui sa che ci sono, e non credo che i ragazzi – sto parlando di dodicenni – con genitori urlanti al seguito ne traggano beneficio.
Ma non è di basket che voglio parlare.
Allora, faceva caldo. Ed era tutta una coda. Coda all’unico bagno (uomini, donne, giovani atleti) per due, trecento persone, code al bar, code per la poche panchine all’ombra.
Per ammazzare il tempo la gente faceva due cose: parlava, ma soprattutto guardava lo smartphone.
Anche io. Leggevo i whatsapp, le mail, stop. Su facebook preferisco trafficare quando sono a casa, con il mac. E instagram lo uso poco. E non si sta male, pensavo sabato e domenica, lontani da facebook, che è una cosa strana, tanto strana.
Mi è venuto in mente il mio professore di storia del teatro Gian Renzo Morteo. Una volta andai a trovarlo in ospedale. Mi disse: Tra i ricoverati c’è un mio vicino di casa, sono quindici anni che ci incontriamo, magari aspettando l’ascensore, e ben che vada ci scambiamo un saluto. Qui ci siamo raccontati di tutto… potenza dell’ospedale.
Anche io ho dei vicini di casa di cui so niente. Nome, cognome, poco altro. Scambio due parole con chi ha il cane, come me. So molto di più di tanti vicini…. di facebook.
Certo, se un giorno facebook sparisse non saprei come rintracciare tutti quelli con cui, da anni, scambio like, saluti, messaggi privati.
Non avrei la loro mail, né il numero di telefono.
Il mondo di facebook già…
Domenica, secondo giorno di gare di basket, ho visto una cosa strana. Una giovane madre, sdraiata sul prato, leggeva un libro.
Un libro, centinaia di smartphone all’opera, tra una partita e l’altra, tra una coda e l’altra.
Rispetto a vent’anni fa siamo più liberi o abbiamo una “protesi” in più? E tra vent’anni?

La scrittura, quella vera

Si può scrivere di tutto, romanzi, racconti, articoli, saggi usando il “mestiere”.

Anni fa, non tanti, ho sentito una persona dire queste parole: Per anni ho fatto l’editore, so cosa vuole il mercato, so cosa vogliono i lettori. Ora scrivo. Per me è stato un gioco da ragazzi pubblicare libri e vendere.

Non ho letto nulla di questa persona. Di libri così’ se ne trovano tanti, oggi, gialli specialmente.

Per me la scrittura è – anche – questa cosa: Dello scrivere oscuro, di Primo Levi.

E’ una ricerca, la scrittura. Un percorrere vicoli o viottoli inesplorati. Bui. Mai esplorati.
Un esempio, il primo che mi è venuto in mente.
Scrivere un diario, ma di una persona che non conosciamo. Forse sappiamo dove vive, ma di lui sappiamo così poco che ci vorranno ore e ore di scrittura per dire di più.

La melodia della risaia vercellese in primavera

Quando terminarono di leggere La suora i miei attuali editori (Golem) si chiesero e mi chiesero come catalogarlo: perché in effetti era un giallo, ma anche no.
Ne La Suora si fondono due storie.
Una ambientata ai nostri giorni, l’altra no. Ecco un paio di estratti.

Primo estratto.

È fredda questa notte di primavera del 1945, ma alla ragazza non importa, altrimenti si abbottonerebbe il cappottino nero, che sua mamma ha rivoltato. Una ragazza così giovane non dovrebbe andare in giro di notte. La guerra è finita, ma è ancora tempo dei regolamenti di conti, di bande di falsi partigiani, di caccia al fascista, al delatore, al fiancheggiatore che ora nega tutto. Per le strade deserte si respirano odio e paure. È tutto diverso ora. La folla che un anno addietro faceva a gara nel cercare di stringere la mano al prefetto massacratore di ebrei e partigiani, adesso applaude il Comitato di liberazione nazionale. Viva i partigiani, viva i garibaldini: ciak si gira un nuovo film.
La ragazza, ora, cammina radente al muro, c’è solo lei che si sta aggirando sotto i portici della piazza, deve stare attenta. Non dovrebbe essere lì, lo sa bene. Lo ripetono ogni giorno, con l’altoparlante.
«Per disposizione del Comando Militare Alleato il coprifuoco ha inizio alle ore 23 e avrà termine alle ore 5. Per circolare durante il coprifuoco occorre un permesso rilasciato dal Questore. Fanno eccezione le pattuglie di partigiani e quelle della Polizia.»
Se la fermeranno si inventerà qualcosa, non ha paura di loro. È angustiata da altro. Dicono tutti che lui è morto, ma lei non si vuole arrendere perché sente che non è vero. È appena stata dove c’era l’altalena, è lì che si sono conosciuti, è uno dei loro posti segreti. «Camilla, non dirlo a nessuno che te la facevi con quello là» le ha detto sua madre, ma non c’è stato verso: continuerà a cercarlo di giorno e di notte.

Secondo estratto.

Tua mamma si è alzata. È una notte d’inverno, fa freddo, copre le spalle di tuo papà che sta dormendo girato su un fianco, si alza, indossa la vestaglia blu e, senza accendere la luce, si avvicina al tuo lettino per accarezzarti i piedini, appena appena. Poi infila il suo mignolo destro nella manina sinistra che tu hai portato alla fronte. La manina – sembra una magia – si chiude.
«Domani ci sarà una grande festa, tutta per te…» sussurra.
Domani è il tuo secondo compleanno. Alla festa ci sarà anche nonna Margherita, che sta dormendo di sopra, e ci saranno il giardiniere con sua moglie, il padrino e la madrina del tuo battesimo. Vivono in una dépendance della villa, si trovano benissimo con la signora e suo marito; nonna Margherita trascorre tanto tempo con loro, hanno in comune le origini contadine. È la luna che dice loro quando seminare, tagliarsi i capelli, imbottigliare il vino.
Chiude gli occhi, ora, Camilla. L’ha sentito.
Camilla non sa se sia giusto o meno, ma è arrivato ed è – da sempre e sempre sarà – il benvenuto. Se l’era portato appresso per tanti e tanti anni, poi lui sembrava essersi offeso: da quando è comparsa la bimba non si era più fatto vivo.
Camilla esce dalla stanza, adesso è in bagno. Non ha acceso la luce, le basta il riverbero dei lampioni che s’infrange sul vetro opaco della finestra. Ora può aprire la vestaglia, sedersi per terra, spalancare le gambe, anche. Lui è lì, con lei.
E a lei pare di sentire i grilli e le rane che cantano, tutto intorno. È la melodia della risaia vercellese in primavera.

Conoscersi?

..mi è capitato molte volte di vedere persone “troppo sensibili” ferire gli altri senza alcuna necessità. E ho visto anche persone “sincere e aperte” usare la logica per imporre i propri interessi, senza neanche esserne consapevoli. Ho visto infine persone “brave a leggere nel cuore degli uomini” lasciarsi ingannare senza sforzo da adulatori visibilmente insinceri. A questo punto mi sembra naturale chiedersi cosa ognuno di noi alla fin fine conosca di se stesso…

Haruki Murakami

Dal blog di Clelia Mazzini, che da tempo è sparita nel nulla.

http://aletheia.ilcannocchiale.it/

Il libro più sofferto

Il libro più difficile da scrivere è stato l’ultimo, La suora.
Tre anni fa il mio editore era Fanucci.
Un editore a cui sono riconoscente. Con lui (Sergio Fanucci) avevo pubblicato due gialli: La notte del Santo, che era andato benino come vendite, e La donna di picche.
Fanucci credeva, e molto, nella Donna di picche.
Il manoscritto di questo libro gliel’avevo inviato a fine giugno di tre anni fa. Poi, dopo alcune notti insonni, avevo avuto un ripensamento, e alla fine di luglio avevo fatto un secondo invio. C’era un nuovo finale: Sono la donna di picche, quella che non dimentichi…
Mi rispose scocciato. Non sì fa così, e che cavolo.
Ma dopo un mese mi era arrivata la sua risposta: il libro gli era piaciuto, e tanto.
Credo anche io che sia un buon libro. Sta di fatto che La donna di picche ha venduto poco, pochissimo.
Mesi dopo mi venne in mente di scriverne un altro. La protagonista è un’avvocatessa che ha iniziato tardi, a cinquant’anni suonati.
Ne scrissi a Fanucci, che mi rispose secco: Voglio un libro all’altezza de La donna di picche.
Pensai: non è possibile. La donna di picche è uno dei miei migliori.
Poi arrivò il lockdown, l’avvocatessa era l’inizio di un libro mai continuato, ma una sera scrivo un racconto, un incontro notturno ambientato a Orta che diverrà il primo capitolo de La suora.
A Fanucci non piacque. Non gli piaceva nemmeno il titolo. Fa ridere, mi scrisse.
Gli risposi che La suora era meglio de La donna di picche.
Il libro è poi uscito per Golem, casa editrice di Torino che non ha certo né la distribuzione di Fanucci né il suo catalogo, con diversi autori stranieri di spessore.
Non so se scriverò ancora (un giorno vorrei, il giorno dopo no) ma di una cosa son sicuro. Sergio Fanucci mi ha indicato la strada giusta. Se e quando scrivi un libro devi pensare che dovrà essere più bello del precedente. Mica facile.
La suora è dunque il libro più sofferto ma alla coprotagonista, Nuora, che diventerà suor Beatrice, penso ogni giorno.
Le ossessioni non sono mai belle, eccetto Nora.

Un’intervista ritrovata per caso

Ho ritrovato per caso un’intervista radiofonica del 2014. Me la fece Monica Winters per Radio onda d’urto.
Erano giorni un po’ particolari, quando la rilasciai. Avevo lasciato la direzione del giornale e dovevo riflettere sulla proposta che mi era stata fatta di candidarmi a sindaco per due liste (una civica, l’altra di Sel).
Sta di fatto che la rilasciai e poi me ne dimenticai. Stanotte l’ho riascoltata.

ECCOLA

Non dissi niente. Niente


C’è un libro di Boll che s’intitola E non disse nemmeno una parola…
Allora.
Il 18 agosto 2005 morì mio fratello Moreno. Da poco aveva compiuto trent’anni, era il più piccolo (19 anni meno di me, 10 meno di mia sorella Silvia).
Da pochi mesi dirigevo La Sesia.
Scrissi una lettera, per ricordarlo e, anche, per spiegare come era andata (vedi sotto, alla fine del post).

Il giorno in cui esce la lettera su Moreno, quando finisco di lavorare vado in pizzeria. C’è poca gente, son giorni di ferie, ancora.

Accanto a me c’è una tavolata di cinque, sei persone. A un certo punto sento che parlano del mio giornale. Una donna dice che non ci sono notizie, non c’è niente da leggere… Non posso non ascoltare: ogni critica, pensavo e penso, va sempre ascoltata, soppesata.
A un certo punto sento che ce l’ha con me. Dice.
«E’ morto tuo fratello, e a noi che cazzo ce ne frega se è morto tuo fratello…»

Non mi voltai a guardarla, non mi interessava.
Anche se quella lettera l’aveva scritta piangendo… non dissi nemmeno una parola.

(La lettera che scrissi e che ogni anno, il 18 di agosto, ripubblico: Clicca qui)

Ricordi di estati diverse

Ricordi d’estate, dai colori diversi.

Ho diciotto vent’anni, ho la patente ma non ho la macchina, mi piace leggere e fumare ma non ho soldi per comprare libri e sigarette, passo diverse ore al bar: in cambio di un caffè, e magari di quattro caramelle Sperlari da 5 lire, posso mettermi in coda per leggere La Stampa e Tuttosport e magari dare un’occhiata anche ai giornali locali, che però mi interessano poco.

Voglio finire le superiori, e poi trovare un lavoro che mi consenta di studiare, di andare al cinema anche due tre volte la settimana, di non chiedere soldi ai miei.

Sono anche stufo da passare le mie giornate chiuso in casa a leggere e le mie serate a tirar tardi parlando di niente – dagli amori impossibili al Cile di Allende che non s’arrende – con alcuni miei coetanei…

(Che poi, i coetanei, mai andato d’accordo: quando ero giovane li consideravo troppo coglioni, invecchiando i più li trovo rincoglioniti, vecchi, certo vecchio lo sono, anche io, ma me ne accorgo solo o quando mi guardo allo specchio o quando non riesco a correre perché ho la schiena a pezzi, cazzo, e comunque: torniamo alle estati e ai suoi ricordi.)

Poi ne ricordo altre, di estati. Ho la macchina nuova, non so mai quanti soldi ho nel portafoglio: per una vita li ho contati e memorizzati, doveva farmeli bastare, ora se il portafoglio è vuoto vado al bancomat, che è generoso con me. Mai guadagnato così tanto, dirigo un giornale, scrivo libri…

Un’estate mi ritrovo in casa di amici, in realtà non è una casa è una villa, una gran bella villa, e io sono ospite in una dépandance, e il mare è vicino, e nella villa c’è pure la piscina, così succede che una sera si mangi e si beva tra un tuffo e l’altro, con gente bella che sorride e ride e si diverte, e tutto va bene, anche perché il vino è buono e il cibo anche, ma c’è una voce che mi dice: Tu cos’hai da spartire con questo mondo e con questa gente?

Storie da raccontare, scrivendo

Do poco ascolto a critici es esperti vari che danno giudizi su libri e autori.
Ma in passato seguivo con attenzione cosa diceva di libri e autori Beniamino Placido, leggendo i suoi articoli su Repubblica.
Penso d’averlo letto tutti i giorni o quasi.
Parlava anche della tv che non guardavo. Lo leggevo in treno, andando in università. Di tempo per guardare la tv, io, non l’avevo allora (anni 80-90)
Ho bene in mente un suo articolo, che cercherò di riassumere. Un articolo in cui Placido parlò di televisione per arrivare poi alla scrittura.
Raccontò di una puntata di una trasmissione di cui ricordo solo che era condotta da Enza Sampò.
Succedeva questo in queste trasmissioni.
Un ospite si confessava, ma non lo faceva come ci abituerà poi la televisione spazzatura: si raccontava dietro un vetro da cui si vedeva solo un’ombra, e la voce, inoltre, era storpiata, irriconoscibile.

L’ospite della Sampò raccontato da Placido e che io lessi su Repubblica era un ex prete.
Raccontò di essersi spretato per amore di una donna. Punto.
Succede.
Anni dopo, l’ex prete comincia ad avere nostalgia della sua vecchia vita. Un giorno decide di fare un tuffo nel passato.
Sale su un treno, va in bagno, si veste con il vecchio abito da prete, poi esce, attende che il treno si fermi in qualche piccolo centro, scende e va in giro vestito da prete, lui, che prete non è più e che ha una moglie che l’aspetta a casa. E si ferma volentieri a parlare con chi lo ferma e si rivolge a lui come se fosse un prete. Dopo un po’, risale sul treno, dopo qualche minuto va in bagno e si riveste da laico.
In Italia, scriveva Placido, mancano gli scrittori che raccontino o traggano ispirazione da queste storie.
Mi servì leggere quell’articolo (che dovrebbe essere consultabile sull’archivio di Repubblica). Mi servì soprattutto quando scrissi il primo libro, ma mi serve ancora adesso ripensarci – insieme a cento altre cose.
E penso che tanti somigliano a quel prete spretato. Solo che non arrivano al punto di salire su un treno eccetera eccetera eccetera.

Il cane, i libri, le bollette e le albicocche

Porto a spasso il cane, così fumo mezzo toscano dopo il terzo caffè di giornata, sta invecchiando il cane (si chiama Blu), a novembre compie nove anni, lo presi in canile, lo scelsi perché aveva un occhio azzurro e un occhio marrone, non abbaiava mai, bene, ora abbaia in continuazione, ha paura del mondo, sta invecchiando ed è geloso del gatto, che è arrivato da un anno e un mese e che è rosso, rosso mal pelo, dispettosissimo quando arrivò, di notte faceva volare i libri della libreria, oppure scardinava quadri dai ganci, ora invece si è calmato, passa la sua giornata a guardare fuori, vorrebbe uscire, in giardino ci sono i merli…

Porto a spasso il cane e penso che devo tornare a casa a scrivere uno o meglio due pezzi di sport, penso anche che vorrei andare in libreria, l’ultima volta che ci sono andato ero indeciso, questo, oppure questo, oppure quest’altro oppure tutti e tre? Facciamo tutti e tre, poi, mentre andavo alla cassa ho pensato a due cose due: uno, ai tanti libri comperati e non ancora letti, due, alla bolletta gas, luce e acqua che è peggio di un brutto libro, perché sta qui, vicino a me e mi guarda: anno scorso, prime 3 bollette ho pagato 2; quest’anni prime 2 bollette, ho pagato 2. Da 2 diviso 3 a 2 diviso 2: che botta.
Insomma: i 55 euro che avrei speso in libri son rimasti sul portafoglio, destinazione fondo-bollette.

Cè un altro motivo perché compro pochi libri nella mia città.

Anni fa c’era una libraia che, quando uscivano, leggeva i miei libri e poi li esponeva in vetrina. Ora ho un estimatore librario, ma sta a un’ora di macchina da me, ma non dove vivo (Vercelli) ma ad Alessandria, ed è un casino per me: a me piace andare in libreria quando capita, passarci del tempo, leggere degli estratti, l’incipit? Non è poi così importante…

Ah lo volevo dire, lei dunque un uomo pacifico è? Ha perduto il treno?

Inizia così – e lo ricorderò sempre perché l’ho amato e recitato – L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello. Ma se ci ripenso, mica penso all’incipit: penso alle albicocche.

Ma ci sono, di questi giorni, certe buone albicocche: come le mangia lei? Con tutta la buccia, è vero? Si spaccano a metà, si premono con due dita come due labbra succhiose… Ah che delizia.

Su Limina Mundi: Una vita in scrittura. Remo Bassini

Una vita in scrittura sul blog cultural/letterario Limina Mundi.

L’invito diceva questo: L’invito è a raccontare, non con le parole asettiche e sintetiche usualmente richieste in una biobibliografia, ma in libertà, l’ingresso della scrittura dentro la propria vita, la chiamata o vocazione, la sua permanenza, l’evoluzione, l’intreccio con le proprie vicende personali, spirituali, una storia quindi fatta di inizi, trame incontri, episodi, traumi, delusioni, soddisfazioni, concorsi, premi, scoperte, emozioni ma anche, se si vuole, raccontare tutto ciò di cui lo scrittore è “fatto

Ecco il mio intervento.