The international, un film complottista

Vuoi combattare e denunciare le malefatte della banca lussemburghese? Allora vattene dagli Stati Uniti perché tutto il sistema è dalla parte della banca, dice un coprotagonista del film The International all’agente dell’Interpol che sta indagando.

«Le banche vogliono ridurre tutti (i singoli, interi paesi) in schiaviïù grazie al debito» dice un altro personaggio, un politico che verrà ucciso.

Un film del 2009, tra il comunista e il complottista (ma allora non era così di moda dare del complottista a chi affermava che il mondo è dominato dai grandi poteri finanziari e non dai politici). Su Netflix.

Portiere di notte e poi giornalista, ma per caso

Sulla mia pagina facebook ho postato una fotografia con la didascalia “1986, portiere di notte”

Era l’estate del 1986, la fotografia me la scattò un cliente romano verso le 7 del mattino. Aveva passato la notte a studiare (Machiavelli, mi pare), non vedevo l’ora di tornare a casa per riposare.
Pochi mesi dopo avrei cominciato a collaborare con il giornale La Sesia.
Divenni giornalista per caso, è proprio il caso di dirlo.
Non volevo fare il giornalista, io volevo laurearmi per poi insegnare e magari scrivere.
Spiego cosa successe.
Mesi dopo questa fotografia, sono a Torino, in Università. Dopo anni di università facendo l’operaio, lavoretti vari e il portiere di notte, ho sostenuto 16 esami (su 20) e sto preparando la tesi, una tesi di storia con Corrado Vivanti, curatore della storia d’Italia Einaudi e mio docente di Storia delle dottrine politiche. Tra i compagni di corso c’era anche Marco Travaglio.
E Corrado Vivanti, un giorno di settembre di quel 1986, mi comunica che è stato trasferito a Perugia.
Mi dice anche “mi segua, si iscriva a Perugia”.
Non gli avevo detto di essere sposato (primo matrimonio), di avere una figlia piccola (Sonia che aveva 6 anni) e che oltre a studiare lavoravo.
Fu una tegola in testa, per me.


Crollavano i miei progetti (sognavo anche di andare a lavorare per Einaudi, magari al fianco di Vivanti, un uomo raro).
Così il 23 settembre del 1986, giorno del mio trentesimo compleanno, bussai alla porta del giornale La Sesia. Chiesi di poter collaborare, mi dissero che non c’era posto, tutti i settori del giornale erano coperti, ma, aggiunsero che se proprio volevo potevo scrivere qualche articolo, ogni tanto.
Un mese dopo scrivo cinque, sei articoli a settimana (cultura e sport) due anni dopo verrò assunto come redattore. Nel 2005 diventerò direttore, per 9 anni.
Ma nel 1986 alcuni articoli li scrissi dal Modo Hotel, dove, per qualche mese ancora, continuai a fare il portiere di notte.
Ho mille racconti su quel periodo, sul lavorare di notte in un albergo. Di qualche racconto ho fatto cenno in qualche mio libro (Il bar delle voci rubate, per esempio), altri li scriverò nel prossimo libro…

Per qualche anno mi dimenticai dell’Università, anzi no, ci pensavo, e spesso. Col magone. Quei 16 esami li avevo dati imparando a dormire 4 ore per notte, studiando sul treno, in fabbrica durante le pause, di notte facendo il portiere, appunto di notte.
Così nel 1991 in un anno diedi gli ultimi 4 esami e mi laureai….

Sono fiero di quegli anni passati a lavorare e studiare, rinunciando a cinema e passeggiate. Sono più fiero di quella laurea che dei libri pubblicati o della direzione del giornale. La neve o la primavera, in quegli anni, le salutavo dalla mia finestra, bevendo un caffè…

Un libro – di ribellione, forse un po’ autobiografico – nella testa. Ma c’è nebbia

Ho un libro in testa da almeno venti giorni, è dentro, è delineato, ha un suo inizio, una sua fine, un suo messaggio, i suoi personaggi, eppure continua a restare nella mia testa, nonostante sette otto tentativi di metterlo su carta.
Quando dalla testa va sulla carta succede niente, ma quando la testa legge quello che c’è sulla carta dice che no, non va ancora bene, che la prima pagina – ancora – deve essere scritta.
No, non solo la prima pagina: la prima riga.
Non c’è, non c’è, non c’è..

Non è un giallo, è una storia di ribellioni a questi giorni, a questi tempi, a questi mondi.

E’ ambientato in un bar di periferia di una città della Pianura Padana, c’è nebbia, come ora.

Per adesso resta in testa, vediamo cosa capita poi.

(Sono due anni che non scrivo, forse di più. Un anno fa era appena uscita La suora….
La prima riga de La suora è Le ossessioni non sono mai belle, eccetto Nora.
La scrissi poi, non subito. Stavolta qualcosa mi dice che la prima frase – quella che resterà tale – devo trovarla subito perché se non la trovo subito il libro non decolla. Un po’ come successe con il mio primo libro (Il bar delle voci rubate): Sa di antico il mio piccolo bar.
Venticinque anni dopo sono tornato in un bar… )

Questo è l’ultimo tentativo, di due notti fa. Non mi piace.

Nella vita ci son cose che si vorrebbero fare e non si fanno, ed è sbagliato. Io non so se si vive una volta sola, non m’importa, so che in genere si vive male, anche per questo: perché non si osa.
L’altra sera mi son messo a contarle le cose che avrei dovuto fare e che non ho fatte, e ho perso il conto, fanculo. Si vive a metà, così, anche meno.
Questa sera – è la vigilia di Natale – nel mio bar ci sono sette clienti: lo scrittore, Anna, il poliziotto in pensione e quattro sconosciuti.
Ecco: stasera farò quel che voglio fare, o almeno: ci proverò.

Natale, il consumismo, i ricordi

Ho letto un’invettiva di uno scrittore-intellettuale contro il Natale, stupida festa del consumismo.
Ci sta.
O forse no.
Diciamo che della mia infanzia (da figlio di una famiglia operaia) ho quattro bei ricordi.
I pomeriggi in oratorio a giocare a calcio balilla o ping pong (ma non succedeva sempre: quando non andavo bene a scuola, mia madre, per punizione, mi teneva in casa).
I giorni d’estate o in oratorio oppure al mio paese, Cortona.
Il cinema: il primo lo vidi a sei anni, ci andai da solo (allora si poteva), era un western, si intitolava La valle dei lunghi coltelli.
I giorni di Natale.

Erano tutti uguali.
Caffè latte, il bagno, poi, con il vestito migliore, prima a messa e poi in edicola a comprare Il corriere dei piccoli o L’intrepido o altro (la scelta non mancava, quello che mancavano era i soldi…)
Poi il ritorno a casa.
Il profumo della pasta al forno fatta dalla mamma, i dolci della pasticceria vicino casa, i regali e poi la contentezza che avrei trascorso un pomeriggio tra cinema e oratorio, senza orari.
Ecco, quando vedo un albero di Natale ripenso a quei giorni spensierati, senza il pensiero di maestri severi, compiti, e culi della mamma.

Natale è consumismo, come tutto. Come la pagina facebook usata dallo scrittore per l’invettiva.
I ricordi sono ricordi.

Incontrare storie (a volte lo scrittore ruba)

Chi è la suora del mio ultimo libro? Io lo so: un amore eterno…
E le voci rubate del (mio primo) libro Il bar delle voci rubate?
Le voci che uno scrittore incontra e poi scrive (a volte lo scrittore ruba).

Da “Il bar delle voci rubate”.

Arrivò solo. Avrà avuto fra i quarantacinque e i cinquant’anni, non di più. Era distinto, eppure avevo la sensazione che in lui ci fosse qualcosa di strano.
Comunque aveva una faccia simpatica, da persona importante; importante ma cordiale. Oramai ci ho fatto il callo, io: i gasati li annuso subito. Quell’uomo poteva essere un bravo medico, di quelli che pensano a curarti e non alla parcella, o uno scienziato, un pianista, uno scrittore. Esclusi che si potesse trattare di un politico: è una razza, quella, che, difficilmente ha dell’umanità negli occhi. Ordinò una birra bionda, alla spina.
«Se vuole, gliela porto al tavolo.»
«La ringrazio, ma preferisco sgranchirmi le gambe, sono stato seduto per ore al volante.»
Poi, senza che io gli avessi domandato altro disse: «Sto attendendo una persona.»
Aveva l’aria di uno che non vede l’ora.
E in effetti continuava a guardare il vecchio pendolo, vicino alla porta d’ingresso. Dopo un po’ si decise. Ordinò un’altra birra e si accomodò in fondo alla sala, lontano da me, quindi, e da Benito e Francesco, due pensionati che, in un tavolo vicino al banco, concentratissimi giocavano a dama.
Era un afoso pomeriggio di luglio di quattro anni fa, e quell’uomo era madido di sudore. Ricordo che ogni tanto si asciugava la fronte con un fazzoletto bianco che aveva nella tasca interna della giacca color blu notte, appoggiata sulle spalle.
Arrivò la persona che aspettava. Era una signora piuttosto anziana, poteva avere una settantina d’anni portati molto bene, tutta ingioiellata e profumata. Vestiva un completino viola, il mio colore preferito. Appena la vide le andò incontro. Si abbracciarono e si baciarono con affetto.
«Allora Sandro, come va?» disse lei.
«Bene grazie.»
Si sedettero, sempre nello stesso tavolo.
La signora, dopo aver ordinato un bicchiere di acqua naturale, mi domandò se avevo qualcosa di solido – «e di gustoso» specificò – da mangiare. Proposi della crostata di mele fatta in casa.
«Anche se sono fuori orario, devo ancora pranzare. Che ne direbbe invece di un bel prosciuttino crudo magro, oppure meglio: ha della buona bresaola?»
«Ho una bresaola squisita.»
«Benissimo, mi faccia un bel panino e me la condisca con limone, olio di oliva e tanto pepe; mi raccomando il pepe, ho uno stomaco di ferro, sa?» disse con un bel sorriso.
Quella signora elegante e disinvolta emanava vitalità. L’uomo invece pareva inebetito, stanco. Fissava il vuoto.
«Gradisce un’altra birra?»
«Come scusi? Ah sì, grazie, un’altra alla spina va benissimo.»
Quando tornai dalla cucina con birra e bresaola i due pensionati, che avevano terminato la loro partita a dama, si erano spostati nell’altra sala del bar, la più piccola, che è più ventilata perché dà sull’esterno dove c’è un piccolo spiazzo dove una volta mio nonno coltivava rose e pomodori.
Col vassoio mi avvicinai al tavolo dei due clienti venuti da chissà dove; l’uomo, che stava parlando, mi dava le spalle. Non badò a me. Il tempo di avvicinarmi, di posare il vassoio sul tavolo e di allontanarmi mi fu sufficiente per ascoltare.
«Non mi ha sentito rientrare, non sapeva che io fossi in casa. Per puro caso, sento che dice: Tu almeno hai un padre che è qualcuno, il mio è una nullità. Anzi no, ha detto di peggio; ha detto: Tu hai un padre che è qualcuno, il mio non vale un cazzo. Ho pensato: starà imitando qualche comico, di sicuro non si sta riferendo a me. Però volevo esserne certo. Così, senza fare rumore lo raggiungo. Non stava imitando nessuno: steso nel letto, stava parlando al telefonino con un suo amico, credo. L’ho visto per un attimo, lui non si è accorto di me perché aveva il braccio che gli copriva gli occhi.»
Posai velocemente il vassoio sul tavolo, poi, a testa bassa, con la sensazione di avere addosso lo sguardo della signora, mi allontanai. Ma feci in tempo a sentire un’altra breve frase, sempre di lui: «Sono giorni che ci penso, ci penso e piango.»
Anch’io, come quell’uomo che non vidi mai più, avevo sentito per caso.
Fu la prima “voce” che segnai nel quaderno dopo la pagina bianca dei “Come va?”
Ne capitano poche di “voci” così. Una, massimo due in un anno.

Incipit di grandi libri: Il grande sonno

Gli incipit sono importanti, ma certi libri sarebbe dei libri belli a prescindere….


Erano pressappoco le undici del mattino, mezzo ottobre, sole velato, e una minaccia di sole torrenziale sospesa nella limpidezza eccessiva là sulle colline. Portavo un completo blu polvere, con camicia blu scuro, cravatta e fazzolettino assortiti, scarpe nere e calzini di lana neri con un disegno a orologini blu scuro. Ero corretto, lindo, ben sbarbato e sobrio, e me ne sbattevo che lo si vedesse. Dalla testa ai piedi ero il figurino del privato elegante. Avevo appuntamento con quattro milioni di dollari.

Il grande sonno, Raymond Chandler, Feltrinelli

La suora: pagine di neve e acqua

Amo la primavera e non vedo l’ora che arrivi, così come amo i giorni e le notti insonni di gran caldo d’agosto. Ma la neve, la neve di notte, la neve al risveglio, la neve sui tetti, sugli alberi… la neve insomma ha un fascino tutto suo, solo suo, unico… capisci?

Prendemmo il treno, poi un altro e un altro ancora e infine un autobus che ci portò ad Alagna, il centro più a nord della Valsesia, a piedi del Monte Rosa. Ci aspettava Alcide, un maestro in pensione, sua moglie (una cugina di mia nonna) era morta da poco, la sua unica figlia era andata a vivere in Australia. Mamma mi affidò a lui e ripartì dopo due giorni. La prima sera piansi, ero disperato. La seconda sera, no: prima di addormentarmi ero stato con Alcide e alcuni suoi amici taglialegna a guardare le stelle in un bosco, bevendo vino. Cominciai ad abituarmi alla Valle. Alcide mi svegliava al mattino con una tazza di latte caldo, appena munto, poi andavamo per sentieri. Parlava con l’acqua, lui. «Tu avvicinati, dille qualcosa, poi aspetta. Vedrai che ti risponde.»

Da allora ho sempre pensato che, prima o poi, sarei venuto a vivere qui.

Sto bene qui, nell’alta Valsesia. Io non ho radici. Nemmeno l’acqua ne ha. Nemmeno la neve, che dell’acqua è il vestito a festa.

Cara Nora,

certe notti di neve vado alla Madonna delle Pose. I vecchi raccontano che in passato, quando arrivava l’inverno, i defunti venivano trasportati lì con le slitte; li avrebbero poi portati con i muli al cimitero di Riva Valdobbia quando la strada sarebbe tornata percorribile. Racconti, leggende. Questa è la terra dei Walser, che arrivarono qui nel Medioevo. Erano dei profughi, un po’ come me.

La collezionista

Inverno del 2019, tengo un corso di scrittura all’unipop di Vercelli. Dodici persone. Tra queste, seduta in fondo, c’è lei, Diana Fassina. Interviene con domande mai banali, quando propongo esercizi di scrittura mi colpisce, sei brava, le dico… Due mesi fa vedo delle copertine di vecchi Pinocchio su instagram. All’inizio non li abbino a lei, poi, quando capisco che si tratta di lei, la contatto per un’intervista. Schiva come sempre, «no, non sono una vera collezionista», «Una mia fotografia? ti prego, no…». Ha ceduto, ma mi ha fatto penare. Contento – tra una partita di calcio e una di basket – di averla intervistata. Potrebbe essere un personaggio di un mio libro prossimo venturo, ho pensato. Il lavoro, il volontariato in un oratorio con bimbi che sono per lo più poveri e stranieri, i mercatini la domenica alla ricerca di un altro Pinocchio ancora…

L’INTERVISTA

L’influenza porta consiglio, forse

Bloccato dall’influenza. Bloccato nel lavoro, nelle letture, nel portare a spasso il cane, nell’andare al bar il mattino a prendere uno poi magari un secondo caffè, fumando poi la pipa mentre torno a casa.
Febbre alta, altissima, e i colpi di tosse che sembrano pugnalate alla testa, all’addome per tre, quattro, cinque giorni, fino a quando arriva la parte “carina” dell’influenza. Tosse accettabile, febbre pure; solo spossatezza, voglia di stare al caldo (e di bere acqua ghiacciata).
Ho pensato anche alcune cose sulla mia scrittura, nella fase dolce dell’influenza (nella fase stronza, no, tra un colpo di tosse e l’altro, va a sapere perché, mi veniva in mente Genova, zona del porto, con i suoi vicoli), nella fase dolce, dicevo, ho pensato questo: non mi sento un giallista.
Ad accezione de La notte del Santo, concepito come giallo fin dalle sue prime pagine, tutti gli altri libri, quando li ho iniziati, non sapevo dove andassi a parare.
La donna di picche è un giallo?
Per me la Donna di picche è la storia di un grande dolore che nasce dal senso di colpa; è la storia di una figlia che non si dà pace per essersi allontana da un padre che prima adorava.

Giorni fa ho ipotizzato di scrivere un romanzo che contenta parte della mia vita (badando a non calpestare la privacy altrui).
Il post era intitolato: Fabrizio: un libro vero che non so se scriverò: ne ho scritto e il mio amico poeta e giornalista romeno Cristian Sabau lo ha riportato sul suo BLOG)
È più facile scrivere di ciò che si conosce.
Durante la fase dolce dell’influenza mi son detto (magari erano le linee di febre residue): scrivi un nuovo romanzo, e per protagonisti usa quelli che – quando e dopo sono usciti vecchi libri tuoi – sono rimasti dentro la tua tasca.
Ti han sempre detto, scrivi ancora un altro giallo con Anna Antichi o con Dallavita protagonisti? C’era una parola sbagliata in quella domanda: “giallo”.
Un nuovo libro con questo e quest’altro? Ci sto pensando.
L’influenza, forse, porta consiglio.

Letterari e non. Guai a prendere ipobrufene di notte, a stomaco vuoto: poi il tuo stomaco, se non trovi un farmaco adatto, urla per giorni, ed è peggio dell’influenza.
Anche mio figlio si è beccato l’influenza, un giorno prima di me. Ma ha ascoltato i consigli della mamma, lui. Niente maldistomaco, quindi.

Il primo uomo che disse che la donna è bella come un fiore fu un genio. Il secondo, un cretino.

Dal vecchio blog Appunti, 24 marzo 2006

Torino, Palazzo nuovo, credo fosse il 1985. Frequentavo Lettere. E io, che solitamente vado più d’accordo con le donne, in quel periodo ero attratto da tre docenti universitari, tutti maschi. Franco Borgogno, psicanalista che mi fece amare Melania Klein; Corrado Vivanti, curatore della Storia d’Italia Einaudi, le cui lezioni erano seguite da una ventina di persone suddivise in gruppi (tra gli altri ricordo Marco Travaglio). E Gian Renzo Morteo, docente di storia del teatro e uomo che, soprattutto a Torino ma non solo, ha lasciato un segno.
Dal momento che di notte lavoravo, quando seguivo le lezioni facevo faticare a seguire: riuscivo ad evitare che gli occhi si chiudessero ma la concentrazione era quella che era.
Morteo insisteva molto sul concetto di novità: cos’è la novità nel teatro?
Vengo al dunque.
A Morteo piaceva ripetere una citazione, questa:
Il primo uomo che disse che la donna è bella come un fiore fu un genio. Il secondo, un cretino.
So che era (la citazione) di un sociologo francese, ma non ricordo il nome.

La suora (l’essenza)

Lago d’Orta, una sera di gennaio. Romolo Strozzi incontra una donna, ma ha altro per la testa. È un fuggitivo, perseguitato da fantasmi e sensi di colpa. I due parlano, dopo due ore lui capisce che vorrebbe passare la notte con lei, ma lei gli rivela che sta per diventare una suora. Da quel momento, Nora diventa l’ossessione di Romolo Strozzi, un’ossessione che lo porterà a scavare su una storia d’amore finita tragicamente durante gli ultimi giorni del secondo conflitto bellico.

Su Amazon

Foto Viviana Martoccia