Ci son frasi che vorrei….

Magari succede a tutti di sentire voci. Io mi accorgo che qualcuno mi sta parlando, ma a volte sono io quello che sta parlando, quando mi risveglio. Più il risveglio è brusco e più son forti e chiare certe frasi, parole che non so da dove arrivino né so codificare.
Sarà il mio sonnambulismo, chissà (una notte dormivo con la testa sul tavolo di cucina, anzi no, credevo di dormire. Improvvisamente mi risveglio e, quando mi risveglio col cuore che fa tam tam tam e poi ancora tam, vedo che sto scrivendo su un’agenda. Provo a leggere: parole incomprensibili. Quell’agenda è in un baule, prima o poi la tiro fuori).

Tutto questo per dire che mi sarebbe piaciuto risvegliarmi con una frase come questa (ho scoperto che è uno degli haiku più noti). L’avrei usata per l’incipit di un libro che… non ho in mente.

Virgolette

I puntini sospensivi spesso rivelano scritture poco attente alla lettura di autori e libri che – basta leggerli – insegnano a scrivere.
Basta leggere con attenzione, quasi al rallentatore.
Ricordo un radioascoltatore che, durante le trasmissioni di “Dentro la sera” (son corsi di scrittura) domandò a Pontiggia: Può servire copiare pagine o estratti di pagine di bravi autori?
Pontiggia rispose che sì, poteva servire.
I punti sospensivi, dicevo.
Vanno usati quando servono.
E le virgolette dei discorsi diretti?
Marco disse: «Giulia, oggi non mi sento di uscire».
E se, invece, leggessimo?: Marco disse: Giulia, oggi non mi sento di uscire.
Sto scrivendo questo perché sto leggendo un libro di una brava (a mio avviso) scrittrice italiana, Giorgia Tribuiani, che nel suo libri “Padri” (Fazi) non fa uso di virgolette.
Non è l’unica, certo. Non mancano esempi illustri, Saramago, McCarthy.
Ho scritto due libri, io, senza l’uso di virgolette caporali nei discorsi diretti: Lo scommettitore (Fernandel, editing di Giorgio Pozzi) e Bastardo Posto (Perdisa, editing di Luigi Bernardi).
Poi… sono stato tentato, ma so che, spesso, editor ed editori preferiscono percorrere binari percosrsi da altri, chissà perché.

Pagina 41, “Padri” di Giorgia Tribuiani
Mooolto meglio, commentò Gaia ritrovando il sorriso. Lui guardò il figlio. E la scuola? Voi padri, disse lei, non smettete mai di chiederlo, è così?

“La suora”: storia di storie che vivono poco

Il mio romanzo – forse un giallo – “La suora” è…
è la storia di un amore spezzato, interrotto, vietato, calpestato…
è la storia di un altro amore, quello del protagonista Romolo Strozzi per Nora (suor Beatrice), ma si tratta di un’ossessione amorosa, un amore impossibile, forse, ma quando tu, di un amore impossibile, aggiungi “forse” si apre comunque un piccolo spiraglio di luce…
ed è, anche, la storia di un omicidio brutale, ma al tempo stesso comprensibile: un omicidio, può essere comprensibile?…
Ed è anche, La suora, un libro sulla voglia, sul desiderio di vivere in un luogo dove, quando ti addormenti, guardando la finestra puoi vedere un monte con gli abeti innevati innevati, lontano insomma da città morte e coprifuoco di oggi (lockdown) o di ieri (fine della guerra, con regolamenti di conti)…
Ed è anche un po’ autobiografico: ho tante affinità con Romolo Strozzi. Non ho radici, io, ma luoghi a cui sono legato. E mi piace addormentarmi sentendo il “suono” dell’acqua di un fiume che scorre.

Come Nora (insomma La suora) è un’ossessione per il protagonista del libro, Romolo Strozzi, così questo libro è diventato, più di tutti gli altri, un’ossessione per me.
Se pubblichi con un piccolo editore certo che lo sai: non arrivi da nessuna parte.
Nessun Corriere ti recensirà, nessuna libreria ti esporrà in vetrina, nessun concorso letterario prestigioso ti prenderà in considerazione (e tu lo iscrivi, il tuo libro, a concorsi vari, cosa che non avevi mai fatto in passato, perché ci tieni che si parli de La suora, solo per questo: non ti importano né i soldi né le cerimonie di premiazione: quando salgo su un palco non vede l’ora di scendere).

E l’ossessione si traduce nel controllare ogni giorno la classifica su Amazon (a quasi un anno di distanza dalla pubblicazione ogni tanto qualche acquisto, certo sporadico, comunque c’è: nel cartaceo e negli e-book), nel verificare, poi, se qualche premio ti ha preso in considerazione (il Monti, per adesso), e nel chiederti In fondo hai 66 anni, un figlio piccolo (13 anni da gennaio) e tutto il giorno è pieno di impegni lavorativi (infovercelli24, la testata che dirigo)…
Certo che sì: finché campo mi sa che sognerò di diventare uno scrittore talmente famoso da poter fare a meno di presentazioni, profili facebook, recensioni.
La mia scrittura, questo blog, magari una baita in montagna, la stessa in cui vive Romolo Strozzi, o una casa che si affaccia sul lago d’Orta, così da poter salutare, ogni mattino al risveglio, Nora…

Era già successo. Dopo aver scritto La donna di picche mi ero detto: scriverò ancora un libro se sarà all’altezza o de La donna di Picche o di Bastardo Posto… Sì, alla fine, mi son detto che sì, La suora è all’altezza di Bastardo Posto e de La donna di picche: due libri, comunque, dimenticati, da archiviare.

Scrivere è anche questo: storie che vivono poco, come certi cani che però rimpiangerai per tutta la vita…

Deridere

Ho tanti difetti, tanti, ma non mi sentirete mai fare battute sull’aspetto fisico o sulle imperfezioni di qualcuno.
Ho imparato cammin/vivendo.
Ricordo numero uno.
Ho un ricordo che vorrei cancellare. Avevo 14 anni, era estate, ero in vacanza da alcuni miei parenti contadini. E avevo conosciute alcune ragazze della mia età. Una di loro si chiamava Lucia, che è un nome ricorrente in tanti miei romanzi.
Un giorno mi ritrovo insieme ad alcuni adulti. Alcuni sono parenti, altri non li conosco. Un mio zio mi fa: “Non vedo Lucia… ti piace Lucia?”.
Dissi: “Non mi piace, è brutta”.
Dissi senza sapere che c’era la madre di Lucia lì, in quel gruppo di persone.
Ricordo il suo sorriso. Lo ricordo ancora adesso, come un’assoluzione per un mio peccato di quattordicenne, certo, ma non tutti i quattordicenni sono sboccati. Sorrise a me e agli altri, e io quel sorriso amaro, da allora, me lo sono sempre portato appresso. Di Lucia non ho ricordi.

Anni dopo. Una sera vado a fare una tac a Pavia (nella mia città non le facevano). Era buio. Prima di me c’era un bimbo dalla testa enorme. Avrà avuto sette, otto anni, ma sembrava più grande. Ricordo che fissava il vuoto. C’era suo padre, con lui, un omone con la barba. Ecco, a distanza di anni, quando sento qualcuno che dice o leggo qualcuno che scrive la frase “accarezzare con lo sguardo” ripenso allo sguardo di quel padre.

Ci dimentichiamo troppo spesso che siamo essere imperfetti (destinati a invecchiare e a morire, anche)

Il titolo sbagliato di un mio libro un po’ complottista

Quello che segue è l’incipit con un breve estratto di un giallo un po’ complottista (un personaggio dice che certe diete son meglio delle medicine e della chemio) ma che è comunque un giallo. Ha una copertina gialla, ci può stare. Quello che è sbagliato è il titolo: “Vegan. Le città di Dio”. Chi ha sbagliato il titolo non è l’editore, ma io. Il titolo giusto sarebbe stato “Le città di Dio”.

L’incipit.

Un giorno mio padre mi disse che la voce di dio si sente solo quando la notte è fonda: è l’acqua del fiume che scorre.

La pioggia e il vento che fanno sbattere le finestre l’hanno svegliata. Sono le tre passate da quattro minuti. Luca si sarà addormentato davanti al computer. Deve svegliarlo, avrà la schiena a pezzi. Lo chiama. Niente.
Il computer è acceso, ma Luca non c’è. E non è in bagno, non è in cucina, né sul balcone a fumare una sigaretta di nascosto (ogni tanto lo fa, come se lei fosse fessa). Purtroppo non può essere nemmeno fuori con Fosca, pensa Andreina, ma è un pensiero da gettare via altrimenti piange, perché Fosca è stata soppressa; inutile quindi andare in balcone a controllare se c’è il guinzaglio. C’è. Quando va a stendere la biancheria non ha il coraggio di guardarlo. Rimarrà lì, crocefisso sul muro. “Il guinzaglio dell’unico cane della mia vita”.


Poi, ecco l’estratto.

Ha preso in affitto un monolocale, nel vecchio borgo dei pescatori. Per la prima volta in vita sua, Anna Antichi – lei che ama gli imprevisti – aveva ipotizzato di trascorrere quaranta giorni fotocopia: sveglia al mattino presto, poi colazione e prima sigaretta in spiaggia, quindi sole, un bagno, e ancora sole; fuga dalla grande invasione, verso le dieci o prima. E passeggiate, letture pomeridiane in appartamento; e dieta a base di tanta frutta e insalate, così da controllare il peso e se possibile perdere qualche etto, almeno.
Invece è ingrassata, abbuffandosi di acciughe fritte, orate, calamari, merluzzo nelle trattorie di Noli e Borgio Verezzi. Pensava di non usare mai l’auto, ma quando ha piovuto o c’era vento è andata a Genova e a Imperia. Si è goduta Varigotti, comunque; è stata alla larga dai quarantenni che l’adocchiavano e ha evitato le sessanta-settantenni con la voglia di socializzare stampata in fronte. E ha scelto uno stabilimento balneare gestito da liguri taciturni, un po’ scontrosi. Si è trovata bene con loro.
È un venerdì di fine luglio. È arrivata da poco, è arrivata dopo aver inseguito un giovane rom che suonava la fisarmonica. Sembrava, ad Anna, che la fisarmonica di quel rom facesse parte del suo corpo, e quando lui ha continuato a suonarla prendendo per mano la figlia che lo seguiva, la sensazione s’è fatta incantesimo. Ha voluto raggiungerlo, dare dieci euro alla bambina, poi salutare ed essere salutata dalla musica.
Oltre a leggere Il diavolo di Pontelungo di Riccardo Bacchelli ha un programma preciso, oggi, un programma che richiede impegno e volontà: una sigaretta ogni due ore, anziché le consuete due all’ora, a volte tre. Stasera si darà un premio in trattoria: insalatona e scorpacciata di gamberoni alla griglia, il pesce che più ama. E un bicchiere di vino rosso, o birra se la sete è tanta.
Per tenere impegnata la bocca, avrebbe dovuto comperare della buona liquirizia di Calabria, quella che le prendeva in farmacia suo papà, quando era piccina. Lo farà domani. È l’una meno un quarto, tutti che mangiano, sotto gli ombrelloni o al bar.
Anna, che ha ancora in mente la musica della fisarmonica rom, sta rispettando il programma. Mangia uva e albicocche, adesso, dopo si concederà un caffè; e alle tredici in punto si concederà la quarta sigaretta.
Chi è il tipo che la sta guardando e si sta dirigendo verso di lei? È a mezzo metro, perché vuole stringerle la mano?

Sul libro:
https://it.wikipedia.org/wiki/Vegan_-_le_citt%C3%A0_di_Dio

Pensai che il mondo stava cambiando: in peggio

Anni fa, almeno una decina: una giovane coppia di turisti a Cortona, che è il paese dove son nato.
Li vedo in giro per il paese, forse cercano di intercettare Jovanotti, penso, e poi li rividi in un’altra occasione.
Sopra Cortona c’è il santuario di Santa Margherita. Per raggiungere il santuario, da Cortona occorre fare une bella salita.
Io, quel giorno di luglio di tanti anni fa, ero seduto fuori dal santuario mentre loro, la coppia di giovani turisti, arrivò un po’ trafelata.
Guardarono la facciata, con interesse. E poi, poi mi stupirono. Invece di entrare tirarono fuori il tablet e, da lì, guardarono l’interno del santuario, che era a pochi passi. Una decina di minuti, e poi ripresero il cammino…
Non li giudicai, né ebbi la tentazione di chiedere perché non entrassero: però pensai che il mondo stava cambiando: in peggio.

Stiamo vivendo un tempo senza… musica: LEGGI QUI

Le foto che avrei voluto in copertina. E poi: Lorena Fonsato, Giuseppina Francesio, Marina Magri

In genere, ma non sempre, le copertine le sceglie l’editore. Due copertine che ho scelto io sono queste. Tratte da opere della pittrice vercellese Lorena Fonsato.

Veniamo a La suora, l’ultimo libro. La copertina è questa.

Al mio editore proposi dei dipinti di suora sempre di Lorena Fonsato e poi delle fotografie che avevo visto su instagram e che mi avevano colpito. A Golem, io, inviai appunto, alcune fotografie di Giuseppina Francesio. In particolare, mi convinceva questa (proposta non accetata, mi dissero, perché la collana prevede foto o immagini a colori).


E infine. Il primo libro pubblicato da un certo editore di spessore fu Dicono di Clelia. La copertina che feci fare io a un mio amico disegnatore, Davide Statella, è questa.

Lo stesso giorno in cui il libro andò in stampa io, guardando di blog in blog, trovai quella che per me era l’immagine più adatta. Un autoscatto della fotografa Marina Magri. Sarebbe stata una gran copertina.

Insomma, così è andata, ma sono fermamente convinto che La suora e Dicono di Clelia avrebbero avuto delle copertine migliori con le foto di Giuseppina Francesio e Marina Magri.

Su Giuseppina Francesio, un articolo appena pubblicato su Infovercelli24. QUI.

Marina Magri su Flickr: QUI

Lorena Fonsato: una sua mostra: QUI

Quella presentazione estiva con 100 persone e 28 libri venduti… Ma c’era il trucco

Racconto il fatto, omettendo luoghi e nomi (non serve).
Tema di questo mio scrivere: presentazioni e vendita di libri.
Estate di parecchi anni fa, almeno quindici. Io e altri due scrittori siamo invitati a presentare i nostri libri in una località di mare. Le date disponibili erano due a fine luglio, una a inizio agosto. Gli altri due scrittori invitati alla rassegna (con tanto di rimborso spese) chiedono e ottengono i presentare i loro libri a luglio, io, che dei tre sono il meno famoso, accetto così di presentare il mio ad agosto.
Mai una presentazione andò così bene: cento persone al chiuso, 28 libri venduti.
Per gli altri due scrittori, uno molto famoso l’altro così’ così ma di sicuro più di meno, fu invece un mezzo fischio.
Dove sta l’inghippo?
Torniamo al giorno della presentazione. Mi sveglio, vado a fare colazione e poi dovrò prepararmi, il posto in cui mi hanno invitato è vicino ma non troppo.
Squilla il telefono. La Rai, edizione regionale che comprendo il luogo della presentazione. Mi intervistano per dieci minuti almeno e non solo: la sera, appena arrivo sul posto, c’è una troupe della Rai che mi aspetta, mentre la gente che entra mi guarda: sembro uno scrittore famoso.
Potenza del piccolo schermo.
In quel posto e a quella presentazione vennero anche dei miai concittadini che erano in ferie: quella sera, alcuni di loro, scoprirono che scrivevo.
(Dimenticavo: mi presentava un amico scrittore, del posto. Era lui che aveva indicato i tre nomi per la rassegna estiva).
(Ventotto copie vendute, il librario non credeva ai suoi occhi; e cento presenti almeno: credo sia il mio record).

Io e i premi letterari

Con La suora, sono tra i dodici finalisti del Premio per la narrativa edita del premio Monti (premio Gozzano-Monti, Asti).
Vedi sotto.
I premi letterari…
Partiamo da lontano. Quando esce il mio primo libro mi spiegano che scrivere non basta. Mi spiegano che bisogna presentarlo. Che bisogna fare in modo che se ne parli, soprattutto con recensioni, radio e tv meglio ancora. Non mi dicono nulla dei Premi letterari che io, per anni, ho ignorato.
Di sicuro non ho partecipato a premi con Dicono di Clelia (Mursia), con Lo scommettitore (Fernandel), con La donna che parlava coi i morti (Newton Compton, ora ristampata da Il vento antico).
La prima volta che un mio libro partecipa a un concorso letterario è…non ricordo l’anno. Ma ricordo il libro: Bastardo Posto. Che Perdisa (su segnalazione di Luigi Bernardi) iscrisse allo Scerbanenco.
Allo Scerbanenco mi iscriverà, anni dopo, anche Fanucci, prima con La notte del santo, poi con La donna di picche.
Picche, sempre. Nulla dallo Scerbanenco.
Ma con La donna di picche succede una cosa, nell’estate di (non ricordo l’anno… ). Semifinalista a La Provincia in giallo, semifinalista a Nebbia gialla.
Solo semifinalista.
2021, con Golem esce Forse non morirò di giovedì. Golem mi scrive al Premio internazionale Città di Cattolica e arrivo primo (ex equo). Ricordo la sera della premiazione. Prima di me chiamano altri premiati di altre sezioni: poesia edita, inedita, racconti, saggi… Bella serata, interminabile: ogni premiato doveva ringraziare, spiegare, e poi ancora ringraziare la moglie per l’editing eccetera eccetera.
Quando salgo sul palco io, mio figlio mi registra col cellulare (malissimo, a rivedere il fimato vengono le vertigini): il tutto dura poco più di due minuti. Il presentatore che dice «Forse non morirò di giovedì. Al primo libro tra i duemila pervenuti c’è da dire solo Chapeau». E io: «Mai successo che io abbia ottenuto un primo premio, mai successo e mai più succederà. Ma come dice il proverbio… il Primo premio non si scorda mai… quindi grazie».
Intervento lampo. Non vedevo l’ora di passeggiare per Cattolica, fumare la pipa, poi bere una birra, mangiare una piadina e, certo che sì, accarezzare anche la targa…

Poi è arrivata La suora. Sempre con Golem, a dicembre del 2021. L’editore mi ha iscritto a qualche premio, io ho fatto lo stesso. A parte “Inventa un film” (sono tra i 200 selezionati, sui 600 di narrativa lunga presentati) per La suora non ci sono stati riconoscimenti.
Inviato anche agli stessi concorsi dove fui semifinalista con La donna di picche.
Alt, un momento. Perché lo faccio? Perché propongo anche il mio libro ad alcuni concorsi? Semplice: perché io, per i miei libri, faccio poco e ho sempre fatto poco.
Poche presentazioni e in genere poca gente alle mie presentazioni (non faccio mai inviti a persone che conosco, amici, nemmeno parenti…), poche recensioni (tra quelle che contano non ringrazierò mai abbastanza Massimo Novelli e Alessandra Rauti), poca insistenza da parte mia nel propormi.
Eppure si dovrebbe: perché certe dinamiche favoriscono la lettura dei libri (domani racconterò).
Iscrivere un libro a un concorso letterario ed essere anche solo segnalato è una piccola mano che si dà al libro. Quando ho iniziato a scrivere non pensavo fosse così: pensavo che bastasse scrivere, e basta.
Contento quindi di questa segnalazione. Il Premio è di quelli che piacciono a me.
(Ho letto che Buzzati durante la premiazione allo Strega improvvisamente sparì: magari gli era venuta voglia di una birra…)

Il maestro arabo: ma quand’è che si diventa vecchi?

Non ho scritto nessuna riflessione in occasione del mio sessantaiesimo compleanno, 15 giorni fa.
Sono tanti, 66 anni, primo pensiero.
Secondo pensiero: scrivere 66 anni e non sentirli è una bugia. La mia schiena, per esempio, li sentono. Tutti. A volte grida, la mia schiena.
Terzo pensiero. Però spesso me ne dimentico. E magari, vedendo in strada una persona di dieci anni più giovane penso che sia… un anziano.
Se poi succede che io veda la mia immagine riflessa su una vetrina, quarto pensiero, vado in depressione e dico a me stesso: Non può essere.
Ma quand’è che si diventa vecchi?
(Mio figlio, che ha 12 anni, mi dice sempre: No, non sei vecchio, è vecchio il nonno, che ha 95 anni…)

Inverno 2003, sono stato alla stadio, Torino e Fiorentina, campionato di serie B, hanno pareggiato.
Salgo in auto per tornare a Vercelli, parto, accendo la radio. C’è il radiogiornale. Al termine, una notizia curiosa.
Arabia Saudita, un maestro elementare costretto al pensionamento per ragioni di età. Ha infatti compiuto cent’anni. Ha fatto il maestro per trent’anni, dai 70 ai 100. Ora dovrà accontentarsi di andare e vedere la sua vecchia scuola da fuori, andandoci in bicicletta.

Mi piacerebbe fare il maestro. Andare a scuola ogni mattina, in bicicletta. Fino cent’anni.

La suora recitata

Il 22 ottobre in un piccolo paese vicino a Vercelli presenterò La suora (insieme ad altri due autori vercellesi: Franco Ricciardiello e Simona Matraxia.
Abbiamo già fatto una presentazione a tre (Qui).

Ci hanno chiesto degli estratti che verranno recitati.
Nei miei libri credo che ci sia molto l’influsso del teatro. Quando scrivo è come se li vedessi e li sentissi i miei protagonisti. Se parlano lentamente ci saranno più virgole, se vanno di fretta ce ne saranno di meno e ci saranno i tre punti che in genere sono da evitare.

Ho scelto questi brevi brani

Le ossessioni non sono mai belle, eccetto Nora.
Orta San Giulio, dieci anni fa, una sera di gennaio. Non avevo voglia né di camminare né di salire in camera…
Guardai Nora senza voglia di guardarla. Protetto da una cuffia gialla, un viso sottile, non brutto, ma insignificante.
Se cerchi compagnia per questa notte hai sbagliato persona, fu il primo pensiero…

(due ore dopo…)

Arrivò il quinto e ultimo pensiero: adesso ti bacio.
«Anche io sto per cambiare vita» sussurra Nora, abbassando gli occhi. Ma poi la rialza. Il suo viso, adesso, è un volto fiero.
«Tra un mese diventerò una suora dell’ordine benedettino. Andrò a vivere nel monastero dell’isola di San Giulio.»
Mi manca il fiato, «Ah, ho capito» dico. Poi devo avere aggiunto altro, parole inutili che non mi importa di ricordare.
«Ah ho capito» è l’ultima frase di un film con un finale che non ti aspetti.
Non riuscii a prendere sonno, guardavo la porta. Nora era così vicina. Mi alzai, uscii dalla stanza e mi diressi verso la sua. Non bussai, rimasi lì per un po’, indeciso.
La sveglio con un colpo di tosse, con un urlo?
Avrei voluto, invece tornai nella mia camera, sconfitto.

(… anni dopo)

Sì, sono mentalmente instabile, perché la mia vita è stata segnata dal suicidio di mio padre, perché non sono più un salentino ma nemmeno un valsesiano, perché ho mollato l’insegnamento per diventare non so bene ancora cosa, perché ho avuto rapporti con una donna più grande di me e non ho rapporti stabili con le donne in genere, perché cammino di notte anche qui, in alta Valsesia, dove di notte si dorme perché ci si sveglia presto, e poi sono mentalmente instabile perché camminando sui sentieri, oppure steso sul letto nella mia baita, di notte, guardando il camino, spesso parlo da solo, e magari sussurro «Grazie, grazie, grazie Romolo» che infatti può sembrare una frase da pazzo, certo, se non si sa che a me ripetere quella frase serve… per ricordare la persona che amo di più al mondo, ed è una cosa, questa, cioè amare una suora conosciuta una sera di dieci anni fa quando non era ancora suora, da persona instabile, lo so, ma …
Avete spiato i miei sogni?