Leggi James Crumely


La mia scrivania è un gran casino, da sempre. Mia madre mi sgridava, al giornale una volta il mio vecchio direttore disse alle donne delle pulizie: «Non mettete a posto la scrivania di Bassini altrimenti, poi, lui non trova nulla e s’incazza, pure». Ma per anni e anni qualcosa di estremamente ordinato c’era: le mie librerie. Se cercavo un libro sapevo dov’era. Da un po’ di tempo si sono “scrivanizzate” anche loro (forse è colpa di mio figlio, viene nel mio studio e molla cose sue, giocattoli, libri, figurine…). Sta di fatto che ieri sera cercando un libro che vorrei rileggere, L’ultimo vero bacio, e che non ho trovato, mi è tornato in mente questo dialogo, di parecchi anni fa…

«Non capisco tutta questa passione per i giallisti nordici…»
«Luigi, nemmeno Mankell?»
«Nemmeno Mankell»
«A me piace, e tanto anche…»
«Cosa ci trovi?»
«E’ come un Simenon, un Olivieri dei giorni nostri… piuttosto Luigi, se ti chiedessi a bruciapelo: consigliami un autore, un bravo autore, bella scrittura, bella storie»
«Manchette, se non sbaglio, l’hai letto»
«Sì Luigi»
«James Crumley, leggi James Crumley».

Ricordo di una conversazione con Luigi Bernardi a Bologna, in una trattoria

PS. Di Crumley ho poi letto Il caso sbagliato, La cattiva strada e L’ultimo vero bacio, che è quello che mi è piaciuto di più.

Gente che ho avuto la fortuna di incontrare

Persone che: persone che ho avuto la fortuna di incontrare. Non le avessi incontrate forse non avrei pubblicato o avrei pubblicato di meno.
Penso spesso che c’è gente che non è stata fortunata come me.
Parto da lontano.
Era il 2003, avevo pubblicato un libro, ne stavo scrivendo un altro. Avevo una lettura quotidiana: il blog di Giulio Mozzi, allora consulente della casa editrice Sironi (che pubblicò alcuni ottimi libri e io non so cosa avrei dato per uscire, anche io, con la Sironi di Mozzi). Per anni, mi sono ricordato tante dritte, tante cose scritte da Mozzi nei post e, anche, nei commenti. Mozzi, poi, l’ho incontrato tre volte al Salone del libro. La prima volta allo stand di Fernandel, ricordo che il mio editore (Giorgio Pozzi) regalò a Mozzi una copia del mio terzo romanzo, Lo scommettitore. Poi, due tre quattro anni dopo non ricordo, lo incrociai, mi presentò Leonardo Colombati, dicemmo due cose due, e poi una terza volta, che non dimenticherò (perché mi disse che stava facendo un tentativo, per me, tentativo che non sarebbe andato in porto. Comunque apprezzai).
Poi. Sulle scuole di scrittura creativa ho perplessità. Ma a volte mi taccio, dovrei parlarne se le avessi frequentate. La Bottega di narrazionje di Mozzi, però, è una cosa seria. Non l’ho frequentata, avessi potuto l’avrei fatto.
Mozzi, dunque.
Insieme a lui, in quegli anni, furono di estrema importanza – anzi di più – due scrittrici: Laura Bosio e Alessandra Buschi. Lessero cose mie, mi diedero consigli, mi incoraggiarono a scrivere (la Buschi, addirittura, propose un mio libro a un paio di editori). Ecco, quando sai che qualcuno crede in te acquisisci sicurezza. Con entrambe, poi, è nato un rapporto di amicizia (non dimenticherò mai i racconti della Bosio su Pontiggia) ma quando le contattati (e mi incoraggiarono a scrivere) erano persone che non conoscevo. La Bosio era della mia città ma viveva a Milano (le chiesi di leggere il manoscritto del mio primo libro), alla Buschi scrissi una mail: “sto scrivendo questo”. “Mandamelo, ma ti dirò quello che penso” mi rispose.
Giulio Mozzi, Laura Bosio, Alessandra Buschi, ma non solo.
Luigi Bernardi per alcuni anni è stato una guida per me. Contento di averlo conosciuto e magari di avere imparato qualcosina.
Mail, lunghe telefonate al mattino presto (mi tirava giù dal letto che magari erano le sette, dimenticandosi che io dormivo 4 ore, dalle 5 alle 9…), qualche incontro. Soprattutto le mail sono un gran caro ricordo. Avrei voluto frequentarlo di più, peccato che se ne sia andato troppo presto.
Ecco, Bernardi in una mail mi scrisse “Trovati un bravo editore, Remo, l’editoria è un Bastardo posto (libro che pubblicai con il suo editing). Io non trovo editori, in Italia oggi gli autori tra i cinquantacinque e i sessanta non li pubblica nessuno”.
A me invece andò bene: perché Sergio Fanucci – altra persona che devo ringraziare – mi ha dato fiducia senza badare alla mia carta di identità. Mi pubblicò prima La notte del santo e poi La donna di picche, libro in cui lui credeva e tanto – e quindi io non lo ringrazierò mai abbastanza – ma che non è andato bene come vendite… (son cose strane le vendite: La notte del santo, che per me è un libro da sei e mezzo, ha venduto direi bene; La donna di picche, che per me è da otto o anche più, molto meno).
E poi dovrei ringraziarne altri cento, lettori e lettrici e tutti quelli che hanno recensito i miei libri. Le recensioni più belle sono arrivate da gente sconosciuta, più belle, dicevo, perché inaspettate.
Un esempio.
E dovrei ringraziare anche altri… (In questi giorni mi ha scritto una ragazza, si chiama Sonia. Ha letto La donna che parlava con i morti, ne è entusiasta, ne ha parlato in un gruppo di lettura chiuso, con 60 iscritti, su facebook: E ha subito acquistato La donna di picche, che sta leggendo. Senza dimenticare Marina Taffetani….).
Poi c’è il resto: amarezze, una montagna di amarezze, persone che.
Ma va bene così.
PS. Ho messo il link sulle persone da me citate.

“Quasi diario” di uno scrittore di serie D: libro annunciato, poi bloccato, insomma un pugno che fa ancora male / 8

Quando pensavo di essere approdato alla serie A o almeno alla serie B degli scrittori arrivò lo schiaffo, che fece male allora e un po’ fa male ancora adesso.

Ricapitoliamo. È il 2008. Ho pubblicato quattro libri:
Il quaderno delle voci rubate (ristampato col titolo Il bar delle voci rubate da I buoni cugini, Palermo). Dicono di Clelia (Mursia). Lo scommettitore (Fernandel). La donna che parlava con i morti, Newton Compton (ristampato da Il vento antico).

Nel 2008 penso di fare il botto, ma non per quello che avevo pubblicato, tant’è che facevo fatica a definirmi scrittore.
Nel 2008 scrissi il libro che considero il mio mio libro, Bastardo posto.
Bastardo posto doveva uscire ancora con la Newton Compton. C’era tutto: contratto, libro scritto, editing (ottimo editing di Antonella Pappalardo), copertina (bella copertina).

Bene, una mattina di non ricordo quale giorno né quale mese il libro doveva andare in stampa. Doveva essere un bel giorno, da ricordare. Vado a lavorare e mi passano una telefonata. Di una persona che al telefono mi aveva sempre… diciamo detto cose non belle. No, non ce l’aveva con me. Ce l’aveva col mondo. E io mi ero messo in testa che portasse sfortuna. Infatti.
Mentre sono al telefono vedo che arriva una mail della Newton Compton.
Penso. Il libro va in stampa.
No, la stampa era stata bloccata.
Abbiamo troppe poche prenotazioni, mi scrivono.
Quante?, domande. Ottocento e qualcosa…
E quindi?, domando.
Lo facciamo uscire in momenti migliori, mi risposero.

Un mese dopo ci fu il salone del libro. Ci andai col magone. Avrei dovuto presentare il libro, avevo data, spazio, presentatrice (Laura Costantini).
Passano mesi, passa un anno, passano due anni e alla fine, dopo varie mail senza risposta, mi metto d’accordo con la Newton: mi restituiscono il tutto, contratto annullato. Mi restituiscono anche i diritti de La donna che parlava con i morti.

Ancora adesso faccio fatica a crederci.
La Newton aveva annunciato l’uscita di Bastardo posto addirittura nel catalogo pubblicato in italiano e in inglese, in occasione dei suoi primo quarant’anni.

Ma torniamo a quel periodo: mi era crollato il mondo addosso. Facevo il giornalista, anzi no, dirigevo il giornale più importante di Vercelli. Che andava alla grande. Nel 2008 i miei editori mi diedero un premio perché avevo stabilito il recordi di vendite…. ma per me era più importante la scrittura, era più importante Bastardo posto.

La faccio breve.
Nel 2009 propongo Bastardo posto ad alcuni editori. Ho una certezza: che il libro può piacere. Dico a me stesso: al primo che mi dà una risposta positiva dico sì, va bene.
Il primo che mi rispose, leggendolo in un paio di giorni, fu Luigi Bernardi, allora direttore della piccola (ma bella) casa editrice Perdisa. Lui era direttore della collana Perdisa Pop.
Mi rispose affermativamente anche un altro editore, diciamo medio, comunque più grande e importante di Perdisa, ma io ormai avevo detto di sì a Bernardi e quindi Bernardi fu, o meglio Perdisa fu.
Luigi Bernardi è il direttore editoriale che tutti vorrebbero avere.
Mi telefonava al mattino presto, magari alle sette, dimenticandosi che io avevo gli orari sballati e che solitamente mi addormentano alle 4, anche alle 5.
Ciao come va, Remo?

Insomma, persi il treno della Newton ma trovai la persona che più di tutti ha mi lasciato un segno.
Nei ringraziamenti del giallo edito da Fanucci La notte del santo scrissi: Questo libro è dedicato al compianto Luigi Bernardi, scrittore e tante altre cose. Gli debbo molto. Mi mancano le sue telefonate e le sue mail.
In una sua mail mi aveva scritto: cercati un bravo editore, se ci riesci… è un bastardo posto l’editoria.

E comunque. Il ricordo di Bastardo posto è un ricordo che brucia, Ancora.
Spero che prima o poi venga ristampato, dal momento che Perdisa non è più attivo.

Ecco l’incipit del libro (e sotto anche il booktrailer).

Sotto i portici, di notte passate le tre, il manichino nudo e senza sesso del negozio d’abbigliamento non si vergogna, come succede di giorno, se qualcuno, per caso, si ferma e lo guarda.
È una notte di marzo. Sta diluviando.
In questo momento Paolo Limara, fissando la vetrina col manichino nudo, ha appena incrociato i suoi occhi. Non l’ha fatto apposta, non avrebbe voluto, eppure è successo. Fissando le palpebre di plastica, socchiuse e spente del mani- chino, è successo che Limara ha visto i suoi, di occhi, persi come due monete nel tombino, bersagliato dalla pioggia e che, proprio adesso, è stato scosso violentemente da un’auto in corsa.
Non vuole guardare, Limara, né il tombino traballante né la strada riflessa sul vetro. Preferisce star lì impalato, davanti al manichino senza sesso del negozio, che è chiuso da quattro anni, con l’insegna spenta.

I libri nascosti di Luigi Bernardi

So, perché me lo ha scritto lui, che Luigi Bernardi ultimamente non trovava un editore che pubblicasse i suoi libri. Credo che nel suo cassetto (o nel suo computer) ci siano almeno tre romanzi. Rifiutati. O onor del vero, non so a chi li avesse proposti. Vorrei leggerli, un giorno.

Vado a memoria, ora. Qualcuno (forse Carlo Bo) scrisse che Fenoglio restò ai margini dell’editoria anche per il suo carattere, chiuso.
Aveva un carattere, sbagliato Luigi?
Sappiamo come era Luigi.

(E penso che nelle sue mail lui abbia regalato tanto a tanti di noi. Io sono uno dei tanti, e sono anche uno dei meno titolati a parlare, Ma ho pensato che fosse giusto scrivere, una volta ancora, di lui).

i miei libri: il punto

E’ confermato, dunque: il 9 novembre esce il mio sesto romanzo, Vicolo del precipizio, con Perdisa. Sono contento di uscire di nuovo con Peridisa (a cui sono approdato grazie a Luigi Bernardi),  meglio un piccolo editore serio che uno medio grande ma menefreghista. Mai avuto, io, la fregola di pubblicare con l’editoria nota e potente (quella più distribuita, quella che ti fa guadagnare di più, quella che ti fa ottenere qualche recensione in più).
L’editore più grande con cui ho pubblicato è stato Newton Compton. Mi contattarono loro, avevo scritto Lo scommettitore (che, pubblicato da Fernandel, era diventato il libro del mese a Fahrenheit nell’agosto 2006 e che fu anche finalista per il libro dell’anno Fahrenheit) e sul mio blog avevo annunciato che stavo scrivendo un altro libro, La donna che parlava con i morti.
La Newton mi chiese la sinossi e un capitolo, dopodiché mi proposero un contratto. Dissi di sì a loro e ignorai altre possibilità: la Newton era stata la prima a farsi avanti e io diedi la precedenza alla casa editrice di Raffaello Avanzini.
(Non solo: La donna che parlava con i morti io l’avevo già proposta agli editori con cui avevo già pubblicato, cioè Mursia e Fernandel, appunto perché non vado alla ricerca spasmodica della grande editoria; dallo sguardo “a entusiasmo zero” dei miei interlocutori avevo però capito che era meglio battere ad altre porte).
A novembre, quindi, esce Vicolo del precipizio, il prossimo anno, invece, dovrebbe uscire un’antologia della Marcos y marcos con otto racconti noir (e uno degli otto è il mio) ambientati a Milano e dai quali verranno tratti dei cortometraggi. E con i racconti Marcos y marcos proporrà il cd dei cortometraggi (forse un cofanetto), che prima verrà trasmesso da Sky.
Il progetto è partito da alcuni giovani registi milanesi.
Intanto devo scrivere due racconti per due antologie e procedere con un altro romanzo, il settimo.
La situazioni dei miei libri è comunque questa.
Il quaderno delle voci rubate, che fu pubblicato nel 2002 dal giornale La Sesia (allora ero giornalista, ora lo dirigo) è fuori commercio. Il romanzo, che ebbe una diffusione solo locale, è in lettura da alcuni editori, per una ristampa.
So che la mia agente lo ha proposto anche ad editori stranieri. Vedremo.
Lo scommettitore, pubblicato da Fernandel nel 2006, si trova ancora: basta scrivere alla casa editrice.
Dicono di Clelia, Mursia 2006, stessa cosa; credo che Dicono di Clelia sia il mio libro andato peggio. Poche recensioni, poche vendite. E’ in vebndita su Ibs.
La donna che parlava con i morti, Newton Cmpton 2007, è fuori catalogo e io sono rientrato in possesso dei diritti del libro. Per ora è al vaglio di Perdisa per una eventuale ristampa nel 2012.
Tamarri, raccolta di racconti (molti dei quali già comparsi in rete) pubblicati da Historica è ancora in vendita su Ibs.
Bastardo posto, Perdisa Pop 2010, è ancora in circolazione; in libreria si trova poco, la casa editrice comunque ha ancora copie; e a luglio farò un’altra presentazione, a Torino.
Il monastero della risaia, racconto lungo pubblicato da SenzaPatria, è ancora reperibile: in qualche libreria, su Ibs.
E adesso è quasi tempo di editing per Vicolo del precipizio, libro strano, questo. Il protagonista è un editor che lavora per un agente letterario e che insegue i ricordi suoi e della sua famiglia, in quel di Cortona, che è il mio paese. Alcuni ricordi sono boccacceschi, i richiami all’editoria, invece, hanno il sapore dell’invettiva. In pratica: il mio protagonista dice dell’editoria quello che ho sempre pensato e detto, in questo blog.
Ma il punto di partenza vero è stato il quaderno di mia madre.

Veronica, e le strade che si incrociano

Io conosco un po’ Giulio Mozzi (e dico la verità: per diverso tempo ho sperato che Mozzi diventasse il punto di riferimento che adesso ho e che si chiama Luigi Bernardi) e un po’ di più conosco Marco Travaglio: compagni di università alle lezioni di Corrado Vivanti, poi le nostre strade si sono incrociate negli anni 90, quando lui venne a Vercelli inviato dal Giornale di Montanelli, e successivamente, quando collaborammo entrambi per L’Indipendente di Daniele Vimercati. Ci sentiamo ancora, ma sempre meno, ovvio…
(Dimenticavo: ha scritto anche la post fazione del mio libro, Lo scommettitore).
E poi c’è lei, Veronica Tomassini, della quale sentii parlare anni fa, un’amica in comune, la signora T. mi disse: Conosco una scrittrice siciliana brava, ma non so come aiutarla.
A questa amica (che ne parlò anche con don Luisito Bianchi) dissi: Mozzi…
Infatti le strade di Mozzi e di Veronica erano destinate a in crociarsi, fra loro eanche con quella di Travaglio).
Allora, Veronica Tomassini.
Ha pubblicato Sangue di cane, per Laurana.
E io l’ho citata nel post Gabbiani, Strega, piccoli editori.
Ci conosciamo grazie a Fece io e Veronica: qualche scambio di messaggi, di reciproca stima.
Oggi (se non sbaglio) Veronica è intervenuta per la prima volta qui.
Spiegando e dicendo “cose importanti” mi pare.

ciao Remo,
in effetti uno scrittore dovrebbe guardare oltre, manifestare innocenza, purezza e repulsione infine per certa gloria egocentrismo eccetera. sappiamo che è altamente improbabile, che la destinazione finale per molti scrittori è proprio quel premio dibattuto e controverso. lo ammetto per me è così, è una destinazione. ad ogni modo, sento che comunque può essere meritata, dopo silenzi eterni, rifiuti continui, precarietà e anonimato. grazie a Giulio e al gruppo Laurana ho ottenuto dei risultati importanti per me, ho potuto valutare stima e invidia, scoprendo entrambe dove non mi aspettavo, penso anche chi ha taciuto sul mio romanzo immotivatamente, questo è accaduto dalle mie parti, dove vivo, penso a tutti i livori rimediati insieme agli “allori”. non credo ci sia nulla di nuovo nell’ambire a qualcosa ad ogni modo.
un abbraccio
veronica

Sempre oggi, su Facebook, Veronica ha scritto:
quando non vedevo la luce, quando ho pensato sul serio: adesso basta; è accaduto questo:

segue ora la storia della pubblicazione di Sangue di cane scritta da Giulio Mozzi.

14 giugno 2008, sette di sera. Guardo la posta. Una lettera che dice: «Sono una che scrive, sono brava. Sono incazzata perché chi dovrebbe non mi cag… Avrei da proporle le mie buone cose, ma non allego. Se vuole fiutare il talento, avrà voglia di rispondermi. Sono balle, però, non capita sul serio. Non risponderà». Ci penso un momento. Lettere così ne ricevo tante, ma non tutte le lettere così sono così. Qui c’è una forza in più.
Rispondo: mi mandi le sue buone cose.
Il giorno dopo: «Però mi dica onestamente, la prego: le interesserebbero, visto che già edite? Le leggerà sul serio e poi il silenzio? Se le faranno schifo, non mi dirà niente e soprassederà? Perdoni la mia insistenza, sono anni che aspetto, sono stanca, è passato il tempo, ho superato i trenta e sono una morta di fame. Buchi nell’acqua di solito, al prossimo smetto di galleggiare però. Brutto carattere il mio. Attendo».
Il 18 giugno arrivano due libri. Raccolgono articoli che sono quasi racconti, scritti per il quotidiano locale. Raccontano la città, hanno una lingua fragile e splendida, e hanno una cura, un amore particolare per quella città parallela che c’è in ogni città e nella quale vivono le creature di Dio dimenticate dagli uomini. Questa donna, penso, quelle creature di Dio, non le dimentica.
Prendo il telefono, chiamo. Domando: com’è che tu conosci, vivi, questa parte nascosta della città? La donna comincia a raccontarmi una storia: una storia d’amore, matto e disperatissimo. Io la ascolto, e penso: questa storia va scritta. Il 23 luglio prendo l’aeroplano. Ci incontriamo. Parliamo, camminiamo, mangiamo insieme. Io guardo questa donna, ascolto la sua voce, cerco di vedere tutti insieme, nella mia mente, i pezzi della storia che lei mi racconta a brani, a strappi.

«Tu questa storia la scrivi». «Non interessa a nessuno». «Interessa a me, sarò il tuo primo lettore. La scrivi, e me la mandi man mano».
Quando rientro a Padova, il 26 luglio, il primo capitolo è già lì nella mia posta elettronica. Poi arrivano gli altri: 31 luglio, 4, 9, 14, 21, 25, 31 agosto, 2, 6, 8, 11, 15, 17 settembre. «Questo è l’ultimo».
Comincia il giro degli editori. All’epoca lavoravo per due editori. Entrambi respingono il romanzo. Allora lo faccio vedere a destra e a manca. Viene respinto a destra e a manca. «Ci vorrebbe più plot». «È pretenzioso». «Ha una lingua impossibile». Di nuovo, lo propongo, lo ripropongo.
Passa il del 2008. Passa il 2009. Insistiamo. Anche l’autrice fa circolare il testo. Anche a lei dicono: no, no.
Finché accade l’imprevisto. L’autrice manda il romanzo a un giornalista celebre, che aveva avuto occasione di conoscere (per modo di dire: il giornalista celebre nella città di lei per la presentazione d’un proprio libro, lei che gli fa due domande per il giornale locale). Il giornalista celebre legge, e passa a un suo conoscente che, a Milano, sta creando una nuova casa editrice di narrativa. Il conoscente s’innamora del testo: sarà il primo titolo della casa editrice.
La donna è Veronica Tomassini. Il romanzo s’intitola Sangue di cane. La città è Siracusa. Il giornalista celebre è Marco Travaglio. L’editore, appena nato, è Laurana. Dal 10 settembre 2010, due anni meno una settimana dopo il «Questo è l’ultimo», il romanzo è in libreria. E io sono felice.
Vi prego, leggetelo. È una storia d’amore matta e disperatissima, è un romanzo patetico e ridicolo, è una vita che vi viene offerta in dono.

Di questo lungo post a me rrimarranno impresi due aspetti.
I primo legato alla lettura dei manoscritti: forse bisogna toglersi (che mi tolga anche) dalla testa che possa bastare il solo invio.
Il secondo legato all’invidia e a chi volutamente ignora. La cattiveria e l’invidia, però, bisogna metterle in conto cara Veronica. Che poi: fanno male, sì, ma fanno più male ai mittenti che ai destinatari.