I miei incipit

La suora
(Golem, 2020)

Le ossessioni non sono mai belle, eccetto Nora.
Orta San Giulio, dieci anni fa, una sera di gennaio. Saranno state le dieci, o le undici, che importa? Nelle sere sbagliate il tempo conta poco. Ero davanti all’ingresso dell’albergo dove avrei pernottato, non avevo voglia né di camminare né di salire in camera né di essere altrove.
Risposi con un cenno della testa al suo saluto, mentre mi passava accanto per entrare al Leon d’oro. Prima che la porta si richiudesse alle sue spalle, sgusciai dentro anche io, ma non era mia intenzione seguirla: non ero alla ricerca di nessuna donna, di nessun incontro. Alla ragazza assonnata della reception, Nora domandò la chiave della sua stanza, io una bottiglia di acqua minerale, per poi uscire di nuovo.
Appena fuori, mi accorsi che non ero solo.
Disse «Niente, questa sera il sonno non vuole arrivare».
I tuoi occhi, Nora, vedevano oltre.
La guardai senza voglia di guardarla. Protetto da una cuffia gialla, un viso sottile, che dava l’impressione del già visto: non brutto, ma insignificante; indossava una gonna pudica, sotto il ginocchio, un montgomery a quadrettoni verdi e blu, degli scarponcini.
Le sue caviglie erano nascoste, quindi. Le caviglie di una donna – è una mia fissa – sono rivelatrici. È anche un gioco tutto mio per passare il tempo, anni fa in metropolitana, oggi in qualche trattoria o bar: con lo sguardo ad altezza piedi, provo a indovinare se una sconosciuta ha – secondo i miei parametri – fascino o meno osservandole, appunto, le caviglie. Difficile che mi sbagli. Ma il ricordo delle sue caviglie nascoste venne dopo, quando cercai di ricostruire ogni momento, ogni minuto, insomma ogni cosa di lei.
Nora era a Orta per un motivo preciso, io no; ero a Orta perché conosco bene i volti di questo borgo che profuma d’antico: nei giorni caldi della primavera e dell’estate Orta è un’esplosione di colori e di voci, ma nelle sere di freddo e nebbia è triste, senza vita. Era questo il volto che a me interessava. Il silenzio interrotto dal rumore dei miei passi e dallo sciabordio delle acque del lago.
Ero fuggito da Milano, da un funerale, dalle parole e da tutti. Il cellulare l’avevo lasciato in camera, spento.
Li ho messi in fila e li ho ordinati, poi, i ricordi e i pensieri di quel lunedì sera, 25 gennaio del 2010.
Se cerchi compagnia per questa notte hai sbagliato persona, fu il primo pensiero, anche indigesto però, perché mi provocò un conato di vomito. Non avevo cenato: solo un’alternanza folle di caffè, birre, Campari.
«Lei non sta bene, rientriamo, dovrebbe bere qualcosa di caldo.»
Non le risposi, ma al suo sorriso risposi con un sorriso – era impossibile non essere contagiati dalla sua gentilezza, una gentilezza antica, vera, punto affettata. E poi successe che, senza dire una parola, ci ritrovammo a camminare, piazza Motta, l’antico Broletto, via Olina, poi indietro, ancora in piazza Motta, i portici e le ultime finestre illuminate che, presto, avrebbero ceduto alla notte.
«Chissà quante storie ci sono nascoste là dentro» disse Nora, indicandomi il vecchio, imponente Albergo Orta, chiuso da anni.
Vedendomi sovrappensiero aggiunse «Lei ha un peso dentro».
Non dissi nulla, non volevo dire nulla, stavo un po’ meglio, Milano però continuava a perseguitarmi.
Mezz’ora dopo, forse meno, nella mia testa c’era qualcosa di diverso: Stammi vicino e fammi compagnia tutta la notte. La sua voce, il suo sorriso e qualcosa d’altro – che ancora adesso non so spiegare – mi stavano conquistando. Avrei voluto dirle «mi trovo bene con te, ci diamo del tu?», ma non ne ebbi il tempo.
«Fa freddo, non trova? Sono anche un po’ stanca.»
Aveva ragione, era da un po’ che si scaldava con il fiato le punta delle dita, aveva ragione e glielo dissi. «Sì, rientriamo. Mi scusi, non mi ha detto il suo nome.»
«Nora.»
«Piacere, Romolo.»
Adesso non c’era più anima viva, tutto buio. Aveva ragione, certo, io indossavo solo una giacca, e la sciarpa che avevo al collo non mi avrebbe salvato dal mal di gola e dalla febbre nei giorni successivi, ma non so cosa avrei dato per continuare a provare quei brividi; mi angosciava l’idea di trovarmi, solo con me stesso, in camera d’albergo.
Mentre camminavamo verso il Leone d’oro la mia mano destra cercava di incontrare e quindi sfiorare la sua mano sinistra, ma non accadde. Quando mi dirai buonanotte mi sentirò perduto, fu il terzo pensiero.
Non volevo che la notte me la portasse via. Annetta continuava a seguirmi come un’ombra, era giusto così, era giusto che non se ne andasse. Ma nemmeno Nora doveva. Arrivò il quarto pensiero. Voglio dormire con te.

Forse non morirò di giovedì
(Golem, 2021)

Si sono accomodati sulle sedie blu. Rileggono gli appunti, sorseggiano il caffè della macchinetta, parlottano, qualcuno sba- diglia. Aspettano un cenno o una parola del direttore Antonio Sovesci che è seduto davanti a loro. Ha in mano una penna stilografica verde, gliela regalò sua madre quando venne assunto al giornale, una vita fa; è il suo portafortuna.
È superstizioso Sovesci. Se vede un gatto nero cambia strada, e se potesse abolirebbe dalla sua vita il giovedì: gli capita di tutto quand’è giovedì.
Il suo ufficio, tanto ampio da venir usato anche come sala riunioni, è a forma rettangolare. Davanti alla sua scrivania, disposte a mezzaluna, su tre file, ci sono ventuno sedie.
Sono le quattordici e trenta di un piovoso mercoledì di marzo. La riunione di redazione durerà mezz’ora, massimo quaranta mi- nuti. Con il vecchio direttore duravano almeno un’ora e mezza. Appena insediato, alla sua prima riunione di redazione, Sovesci invitò i giornalisti che prendevano la parola a essere più stringati.
«Cerchiamo di non perdere tempo, il tempo che risparmiamo adesso ci verrà utile per gli approfondimenti.»
Fu fiato sprecato.
Quando constatò che le riunioni continuavano a dilatarsi, ebbe la tentazione di zittire tutti con una manata sul tavolo, da farsi male. No. Per imporre la sua autorevolezza doveva attendere il momento giusto. E il momento giusto arrivò una domenica di fine ottobre. I viali di tigli che Sovesci percorreva a piedi per arrivare in redazione sembravano dipinti dal giallo delle foglie cadute.
Portava con sé l’eco di una frase che da tempo ripeteva a sua moglie Simona «Se non riesco a impormi come dovrei, che diret- tore sono?».
Fu un fatto curioso a dargli una mano. 9
Sorseggiando il caffè al bar, un suo giornalista, Dario Salici, aveva sentito un racconto. Ore prima, all’incirca verso le sette, alcune persone avevano visto per strada un noto penalista, l’avvocato Toccani, che pedalava in pieno centro storico tenendo la moglie seminuda – scarpe da ginnastica bianche, mutandine e reggiseno neri e null’altro – al guinzaglio come un cane, costringendola quindi a corrergli dietro.
Dario Salici, una volta tornato in redazione, aveva fatto qualche telefonata, ma l’unica risposta che aveva ottenuto era che tutti ne parlavano, tutti lo sapevano, ma nessuno aveva visto e nessuno sapeva chi avesse visto.

La donna di picche
(Fanucci, 2019)

Due persone, un uomo e una donna, sono davanti al tempio abbandonato di Saletta, nel Vercellese, ma a due passi è già terra alessandrina.
È una sera di ottobre, sta scurendo. Il tempio ha una forma insolita, è rotondo, ha dodici colonne, un sotterraneo. Prima del tabernacolo eretto a san Sebastiano, poi chiuso, sorgeva un tempio pagano? Sì, secondo gli studi di Giovan Battista Modena, un frate appassionato di storia che visse nel XVI secolo e scrisse d’aver trovato il corpo di uomini giganteschi.
Di sicuro, insieme al tempio che resiste al tempo sono rimasti i racconti che prima la tradizione orale popolare e internet poi hanno tramandato. Centinaia di leggende, invenzioni.
E storie maledette.
Tre bimbi giocano nel tempio, poi escono. Uno di loro si infilza su un cancello che sta scavalcando e muore. Moriranno anche gli altri due, in tragiche circostanze. Ma tornano. I contadini vedono le loro impronte, quando fa neve.
E sostengono di vedere, i vecchi contadini, il fantasma di una bellissima dama bianca che cammina tra i campi circostanti il tempio.
Ma fra tutte, colpisce una storia struggente, forse la più vera. Siamo nell’Ottocento, due giovani si amano: lei appartiene a una famiglia nobile; lui è un servo, uno stalliere. È un amore impossibile il
loro, vietato. Ma i due, che non vogliono lasciarsi, si tolgono la vita proprio lì, a Saletta.
Il tempio di Saletta, che fa parte del centro di Costanzana, con il passare del tempo diventa un luogo che richiama satanisti e gente che ha bisogno di credere in qualcosa.
Stronzate per tanti.
Eppure la gente ha bisogno di credere, Dio, Satana, un fantasma o una bugia, non importa.
Chi sta peggio è chi non crede.
«Andiamo via» dice l’uomo.
«Non c’ero mai stata, fa paura adesso… Chissà come sarà d’inverno con la nebbia» dice la donna; è giovane, potrebbero essere padre e figlia. «Perché mi hai portata qui? Ho capito, forse ho capito: per te io sono un mistero. Scendiamo nel sotterraneo?» dice ancora la giovane.
«No, si è fatto tardi, andiamo.»
«Invece dovremmo scendere. Se avessi una torcia, andrei a vedere.»
L’uomo non l’ascolta. Apre la portiera ed entra nell’auto della donna, una Citroën due cavalli.
Un’auto d’altri tempi.

Prima parte
1 Torino di notte

Stavo facendo il solito sogno, quello da non raccontare mai, a nessuno. Nel sogno sempre uguale, però, c’era qualcosa di diverso: un suono che mi era familiare e che mi svegliò.
Guardai la sveglia, era passata da poco l’una. Impiegai un po’ di secondi prima di capire che qualcuno aveva suonato il campanello. Mi precipitai a rispondere. Magari è successo qualcosa a mio figlio, pensai.
«Chi è?» «Sono Pietro, Pietro Dallavita. Posso salire?» «Pietro! È successo qualcosa? Sali pure, vieni.» «Scusami Micaela, ho bisogno di un bicchiere d’acqua.» Tirai un sospiro di sollievo, Ivano non aveva avuto nessuna crisi e nella penombra mi guardai allo specchio dell’ingresso, vicino alla porta che avevo aperto: stavo sorridendo.
Certo che potevi salire.
Avevo dormito sì e no due ore, ma lo stordimento fu accantonato da una sorta di euforia: ero felice che Pietro fosse lì. In questura, ultimamente, mi salutava con un cenno della mano, senza guardarmi; però lo sapevo, stava attraversando un brutto periodo, rifuggiva un po’ tutti. Pensai che non m’importava di farmi trovare con il pigiama, perché le vestaglie non le ho mai sopportate; spettinata, coi miei capelli da maschio corti e grigi, perché non mi sono mai voluta tingere; e con le rughe di tutti i miei cinquant’anni e passa, purtroppo.

Il bar delle voci rubate
(I buoni cugini, 2019; revisione de Il quaderno delle voci rubate, La Sesia, 2002. Il mio primo vero libro è questo)

Sa di antico il mio piccolo bar, è sotto i vecchi portici, nel cuore di questo paese, proprio vicino alla grande piazza dove si svolgono i comizi, si va al mercato oppure in Municipio, dove gli operai salgono sull’autobus che li porta nella zona industriale e dove la domenica la gente prima va a sentir messa nella maestosa chiesa di Santa Flavia e poi va a comprare i dolci della pasticceria Delrosso.
È un bar d’altri tempi, questo, con qualche trasgressione: un televisore, un telefono a gettoni, un biliardo e un vecchio flipper. Ma il banco è più vecchio di me, i ta-voli e le seggiole son tutti di noce.

(qualche riga dopo)

Per un certo periodo della mia vita, quando restavo da solo, su un quaderno avevo preso l’abitudine di collezionare le “voci” che più mi colpivano. Ho iniziato per gioco, per un quaderno a quadretti, con la copertina nera e lucida, nuovo, senza nemmeno un rigo scritto, dimenticato da una ragazzina che non conoscevo e che non avrei più rivista Aveva marinato la scuola, era chiaro. Con lo sguardo rivolto alla porta d’ingresso, aveva trascorso un’ora nel mio bar, col terrore che
entrasse qualche viso noto, un parente, un professore. In quel quaderno, inizialmente, avevo cominciato ad annotare le barzellette più divertenti che ascoltavo: le riscrivevo per non dimenticarle e, all’occorrenza, raccontarle. Ma questo non è mai avvenuto. Passai ad altro.
Volevo vedere se esistono risposte furbe alla domanda che quasi tutti fanno quando si vedono, anche a distanza di poche ore: «Come va?»
Così, nella terza pagina del mio quaderno, in alto e in maiuscolo, ho scritto il titolo: «Come va?»
Sotto, dovevano starci le risposte furbe. Quelle diverse. Fu un tentativo inutile. Feci solo un’indigestione di “Bene grazie”, “Potrebbe andare meglio”, “Facciamola andare”, “Così così”, “Va!”, di “Non c’è male”, “Insomma”, di (tantissimi) “Finché c’è la salute”, di (qualche) “Va di merda.” Era destino che in quella pagina, sotto quel titolo, dovesse restare solo dello spazio bianco. Del resto anch’io una risposta furba non l’ho ancora trovata. Faccio parte della categoria di chi dice “Insomma.” Insomma, fiato sprecato.
Mentì anche quell’uomo, con un solito “Bene grazie” che mi diede lo spunto per scrivere altro. La sua fu la prima voce.
Arrivò solo. Avrà avuto fra i quarantacinque e i cinquant’anni, non di più. Era distinto, eppure avevo la sensazione che in lui ci fosse qualcosa di strano.

La donna che parlava con i morti
(Il vento antico. 2019; prima edizione della Newton Compton nel 2007)

Si parlava poco di lei. Quando se ne parlava i vecchi dicevano – ma solo in certe occasioni, banchetti funebri, domeniche nebbiose trascorse tra amici e parenti a mangiar castagne – che era «come una santa». Santa Nunzia del bosco. O dei castagni.
Aveva poco più di vent’anni quando lasciò il Palazzone per andare a vivere come in clausura nel cascinale in fondo alla valle, costruito in una sola estate dai muratori venuti da lontano con muli e cavalli da tiro, in fretta, e un capomastro che urlava, e gente armata su cavalli e mule, a controllare.
E di lei per anni e anni si disse, ma si seppe poco. Si seppe, ma si disse poco del suo peccato: aveva tradito il marito, tre volte più vecchio di lei, per un giovane, bel fattore che poi fu trovato morto, dissero per disgrazia, in un torrente.
La pena per Nunzia la decisero, con la benedizione del marito disonorato, i suoi due cognati; clausura a vita, controllata a vista da due contadine, carceriere spietate in cambio di un piatto di minestra, vino buono, un letto per dormire e altri piaceri, chissà.
Il vecchio marito si accollò le spese del podere e, si disse, non volle vederla più. Lui e i suoi due fratelli, più giovani, facevano paura. Erano i più ricchi, i più fascisti, i più temuti della zona. Quando Nunzia restò vedova, nessuno osò commentarne l’assenza al solenne corteo funebre che partì dal Palazzone.
Tutti sapevano che viveva in fondo al bosco. E qualche ragazzaccio, temerario, in tempo di guerra, scendendo la mulattiera che porta al casolare dei castagni, da lontano, per rispetto e per paura, l’aveva spiata di notte, al lume di luna restando incantato da tanta bellezza.
Quando i tedeschi si ritirarono, e i due cognati se la diedero a gambe ché i partigiani li volevano impiccare, Nunzia riapparve. Era tempo di rastrellamenti, scontri, morti vicino al suo casolare. Tanti morti. E vermi sui morti.
L’eterno riposo dona loro o Signore pregava Nunzia mentre, insieme ad alcuni uomini, posava dei rami di castagno a forma di croce su quei corpi da bruciare col petrolio. Divenne Nunzia dei castagni.
Appena si sparse la voce che era stata ammazzata, tutti diedero la colpa ai cognati. Si sapeva, certo che si sapeva: di notte, ubriachi, per anni erano andati al podere per umiliarla, insieme ad altri camerati. Bevevano, ridevano e viva il Duce. Poi facevano a testa e croce.
Era una moneta a decidere.
Una moneta, poi dimenticata nell’aia d’estate, o nel fienile d’inverno.
Chi perdeva, doveva accontentarsi di schiaffarlo in culo alle contadine carceriere, chi vinceva, vinceva lei. Nunzia.
Ma non erano stati loro ad ammazzarla.
Erano stati i tedeschi. Erano andati da Nunzia senza sapere che nascondesse partigiani, poi testimoni del fatto. Erano andati da lei perché volevano un maiale. Li aveva lasciati fare, Nunzia, ma quando aveva visto che stavano scegliendo una scrofa che doveva figliare gridò che potevano prendere gli altri, ma non quella. E la mitragliarono.
Dopo la guerra, uno dei cognati tornò nel podere con la figlia; le disse: «Questo è un posto maledetto.» E le raccontò di Nunzia «da non dire a nessuno.» La ragazza, che di lì a poco prese i voti, se ne andò in convento col ricordo di quel nome.

La notte del santo
(Fanucci, 2017)

L’uomo si alza a fatica dalla poltrona, le gambe malferme sembrano cedere, invece, trascinando i piedi, muove qualche passo verso la finestra, scosta la tendina, guarda le poche case ancora illuminate, controlla l’orologio. Ha fissato il niente per ore, senza accorgersi che era sopraggiunta la notte. Finalmente. Perché la notte porta il silenzio e il silenzio può portare le voci.
Torna a sedersi sulla poltrona color cremisi. Nella stanza semibuia arriva un po’ di luce fioca dai lampioni. C’è afa stanotte a Torino, eppure la finestra è chiusa. L’uomo – dalle movenze sembra un vecchio, e invece ha poco più di cinquant’anni – sta sudando, ma sembra non curarsi del caldo. Ha i calzoni grigi un po’ spiegazzati, una camicia bianca con le maniche lunghe tutta abbottonata, fin sotto il pomo d’Adamo; i polsini no, almeno quelli sono slacciati. Sta bevendo whisky a garganella, neanche fosse gazzosa, e sta fumando incessantemente; di tanto in tanto tossisce.
Quando eseguiva i brani di Segovia con la sua chitarra, non beveva e non fumava, e di notte spalancava le finestre, così da poter guardare il cielo e le nuvole, da poter ascoltare i suoni della città. Al tempo, gli succedeva spesso di accarezzare con lo sguardo la cupola della Gran Madre di Dio che s’intravede in lontananza e, da buon cristiano, di farsi anche il segno della croce.
Adesso non prega più e non crede più in alcun dio. Che sia maledetto dio, che siano maledetti i suoi santi! Lui li ha pregati, implorati in ginocchio, e loro, dio e i suoi santi, hanno fatto finta di niente girandosi dall’altra parte.
Nella chiesa della Gran Madre di Dio lui non ci metterà più piede. L’ultima volta lo hanno trasportato fuori privo di sensi. Non ce l’aveva fatta, lui, a caricare in spalla la bara bianca della sua bambina.
E comunque, i rumori – clacson, campane, cani, risate – devono restare chiusi fuori, altrimenti potrebbe confondersi, quando sentirà la voce della bimba, perché ne è certo, lui: prima o poi la sentirà.

Vegan, le città di Dio
(Tlon, 2016)

Un giorno mio padre mi disse che la voce di dio si sente solo quando la notte è fonda: è l’acqua del fiume che scorre.

La pioggia e il vento che fanno sbattere le finestre l’hanno svegliata. Sono le tre passate da quattro minuti. Luca si sarà addormentato davanti al computer. Deve svegliarlo, avrà la schiena a pezzi. Lo chiama. Niente.
Il computer è acceso, ma Luca non c’è. E non è in bagno, non è in cucina, né sul balcone a fumare una sigaretta di nascosto (ogni tanto lo fa, come se lei fosse fessa). Purtroppo non può essere nemmeno fuori con Fosca, pensa Andreina, ma è un pensiero da gettare via altrimenti piange, perché Fosca è stata soppressa; inutile quindi andare in balcone a controllare se c’è il guinzaglio. C’è. Quando va a stendere la biancheria non ha il coraggio di guardarlo. Rimarrà lì, crocefisso sul muro. “Il guinzaglio dell’unico cane della mia vita”.
E comunque. Non è da Luca uscire a quest’ora, senza un biglietto. Per essere uscito è uscito: mancano i jeans e le scarpe nere di cuoio, che alterna con quelle da ginnastica. Ha preso l’ombrello verde; diluvia, adesso. Prima pioggia di settembre.
Non sa che fare Andreina. Da tre, quattro mesi, Luca non è più Luca. Si è messo a rincorrere il fantasma del padre, che fino a qualche mese prima era un ricordo da due soldi.
Una scrollata di spalle, una smorfia come a dire: che cazzo di padre mi è capitato; e poi parlava d’altro. Ora invece è un padre-chiodo-fisso.

(qualche riga dopo)

Ha pochi ricordi, lei, del suo defunto suocero. Era una ragazzina quando lo trovarono morto per un infarto, incagliato come una vecchia nave tra le pietre del fiume. Faceva caldo, forse voleva rinfrescarsi. O lavarsi, chissà.
L’è mort ‘l fol… È morto il pazzo del fiume… È morto il guaritore… Sono passati dodici anni, e dodici anni non è un’eternità: eppure la città non parla o parla poco di lui. È un ricordo tossico nocivo. Da incenerire.
Adriano Bronzelli era andato a vivere al fiume. Affari suoi e tanta comprensione per la signora Noemi, persona squisita, e per il piccolo Luca, scolaretto alle elementari: «Perché tuo papà non viene mai a prenderti?».
L’è gnì fol, dissero di lui e della sua fuga. Ben presto si sparse la voce che dava indicazioni su come curarsi da tutte le malattie. Tutte o quasi. La città avvolse quel piccolo peccato tra le sue nebbie generose; in fondo, di gente a cui si fulmina il cervello ce n’è sempre di più, uno più uno meno.

Vicolo del precipizio
(Perdisa Pop, 2011)

La tazza è quella del latte, dei biscotti e della voce spazien- tita della mamma: «Sbrigati, Tiziano, sei sempre l’ultimo, guarda che chiudon la scuola».
Sta sorseggiando il suo caffè forte e amaro, è in piedi, è sul terrazzino. Quando avrà finito di bere, porterà la tazza in cucina, la laverà e la asciugherà con cura, quindi si metterà a scrivere, fino all’alba, fino allo sfinimento. La tazza è sorretta con la sinistra; la destra è sotto, per precauzione, metti che caschi. Non è un gesto di sempre: è di stasera. Stasera, per la prima volta ha pensato che questa vecchia tazza bianca con il manico nero lo ha seguito, sempre. Dovrebbe essere nata prima di lui, dalle mani di un cocciaio.
Fa caldo a Torino. Sono le dieci e venti, ogni tanto arriva qualche brezza di vento. Si è appena lavato la testa. Un rito: se non ha i capelli lavati non riesce a scrivere, né per altri né tanto meno per sé. Stasera e stanotte scriverà di nuovo per sé, dopo anni. Ha tutto quel che gli serve, qui sul terrazzino. Il computer portatile, due sigari Toscani accuratamente tagliati in quattro mezzi, la compagnia discreta e silenziosa di Giada, la gatta che gli si sta strofinando tra le gambe, la fotografia che suo padre il mese scorso ha scattato di nascosto alla mamma che spalancava la finestra della camera da letto, al risveglio.
L’ha fotografata di spalle, babbo Felice. Oltre la vestaglia nera della mamma e i suoi capelli bianchi, s’intravedono alcuni rami dell’ulivo che salgono dal campo, sotto casa, e poderi lontani, verso la pianura della Valdichiana.
Il suo vecchio, quella foto gliel’ha regalata quando Tiziano è tornato al paese per la solita visita veloce, due giorni e due notti, con partenza al risveglio. Gliel’ha allungata prima dei saluti, incorniciata, senza dir nulla. Trattenendo le lacrime a stento, ché la Stefania non è più la Stefania.
Con la tazza del caffè ormai vuota e il cielo di Torino illuminato dalla luna piena, sta risentendo la voce del suo vecchio, ora. Gli sta raccontando di quel giorno di maggio, un lunedì, quando nella basilica di Santa Margherita sposò la Stefania. Alla cerimonia c’erano anche i genitori di Tito con Tito che, avrà avuto quattordici anni, ne combinò una delle sue. Proprio quando il prete, solennemente, diceva: «Felice, vuoi prendere questa donna come tua legittima sposa?» lui tirò fuori dalla tasca un’armonica a bocca – ma il suo strumento diventerà la fisarmonica – per un omaggio musicale non richiesto. Lo bloccarono appena iniziò a suonare.
«E pensare che sembra ieri», ha aggiunto suo padre. Una delle sue ricorrenti frasi fatte, dette ciondolando la testa. Stavolta però Felice, guardando severo il figlio, ha voluto sottolinearlo con altre parole, quel pensiero.
E ha detto, ma senza muovere il capo, fermo come una guardia del corpo all’alzabandiera: «A un certo punto della vita, voltandoti indietro, vedi che restano solo i ricordi».

Il monastero della risaia
(SenzaPatria, 2010; racconto lungo)

(Strada di paese, sera di luglio, poi tarda sera, poi notte e oltre la notte)
Finalmente.
L’hanno capita finalmente, così adesso la vecchia Adele la pianterà di correre in bici- cletta come un corvo impazzito tra gli argini, la mattina, all’alba. Quando ci sono neve e ghiaccio e nebbia potrebbe scivolare, farsi male, chi potrebbe soccorrerla?
Anche se c’è n’è voluto di tempo, finalmente adesso lo sanno tutti quanti, e chi non lo sa ancora presto sarà avvisato, che il Monastero della risaia è maledetto, e maledette siano le suore, adesso e per sempre, e così sia.
Finalmente, sono arrivati i carabinieri, tante camionette, e poi, e poi: non uno, ma addirittura, stasera quando era ora di cena, hanno preso alloggio dalla Giovanna, che è l’unica pensione che abbiamo in paese, due giudici da Torino, un uomo e una donna. Sono eleganti, sono giovani, e non sorridono mai (e questo è un bene, vuol dire che vo- gliono fare le cose seriamente); insieme a loro e insieme alla scientifica, minuto più minuto meno, sono arrivati pure i Ris di Parma, quelli veri mica quelli che si vedono in televisione che poi, poi, la televisione: anche lei s’è scomodata.
Hanno cercato l’Adele, volevano intervistarla ma lei non ha voluto ed è scappata a chiudersi in casa, perché è vergognosa.

Bastardo posto
(Perdisa Pop, 2010)

Sotto i portici, di notte passate le tre, il manichino nudo e senza sesso del negozio d’abbigliamento non si vergogna, come succede di giorno, se qualcuno, per caso, si ferma e lo guarda.
È una notte di marzo. Sta diluviando.
In questo momento Paolo Limara, fissando la vetrina col manichino nudo, ha appena incrociato i suoi occhi. Non l’ha fatto apposta, non avrebbe voluto, eppure è successo. Fissando le palpebre di plastica, socchiuse e spente del manichino, è successo che Limara ha visto i suoi, di occhi, persi come due monete nel tombino, bersagliato dalla pioggia e che, proprio adesso, è stato scosso violentemente da un’auto in corsa.
Non vuole guardare, Limara, né il tombino traballante né la strada riflessa sul vetro. Preferisce star lì impalato, davanti al manichino senza sesso del negozio, che è chiuso da quattro anni, con l’insegna spenta.

Lo scommettitore
(Fernandel, 2006)

L’origine di tutto si perdeva lontano.
Scommetto che da qui alla scuola riesco a correre senza respirare. Scommetto che se la mamma me le dà col battipanni io non piango. Scommetto che se il maestro mi guarda cattivo io non abbasso gli occhi. Scommetto che se me lo tocco, poi, quando mi piace tanto tanto, riesco a fermarmi.
Scommetto che nessuno ci riesce a fare questo.
Scommetto che se ho sete resisto senza bere. Scommetto che se ho mal di pancia non lo dico a nessuno.
Scommetto che gli altri non sono così bravi…

Dieci euro, neanche tanto tempo fa, li aveva regalati alla bambina che aveva aiutato i nonni a portare le posate in tavola. Aveva arrotolato, piegato e pigiato la banconota così da farla sembrare un bastoncino, in modo da ritardare la sorpresa: Guarda, ho un bigliettino per te.
In quella trattoria di un paesino isolato, di bassa collina, lambito dalla nebbia della vicina pianura, aveva incontrato per la prima volta Carmen Severi, la candidata. Un anno e quanti mesi prima? Preferiva non pensarci, lui, meglio perdere il conto del tempo che ti separa da un ricordo che fa male, quasi un incubo.
A scegliere il posto era stata Carmen; la trattoria era dei suoi zii che, nell’occasione, avevano chiuso il piccolo ristorante, così da evitare occhi indiscreti, ma tenuto aperto il bar, per i vecchi incalliti giocatori di scopone scientifico.
La bambina gli aveva detto che faceva la terza elementare. Faceva pure tenerezza, per via della macchinetta ai denti e della montatura degli occhiali, rosa su lenti spesse. Restò sorpresa, finita la cena, quando ricevette la banconota travestita da bigliettino; non disse nulla, andò in cucina, poi tornò, opportunamente istruita: La ringrazio signore, non doveva.
Era dolce come la zia, la cuginetta di Carmen.
Già: dieci euro. E neanche tanto tempo fa. Un anno e qualche mese. Per lui era normale lasciare dieci euro di mancia al ristorante.
Ora invece con dieci euro ci campava. In un discount aveva fatto la spesa come minimo per due giorni: una confezione con quattro würstel, due scatole di fagioli, due mezzi litri di latte, due bottiglie d’acqua, tre scatolette di tonno, una scatola gran- de di carne in gelatina, un litro di succo di frutta al pompelmo, del pancarré, un paio di calze di spugna grigie. Totale otto euro e ottantun centesimi.
Poco più di un euro di resto, sufficiente per un caffè al bar tabaccheria dove, inaugurando una banconota da cinque, comprò il solito pacchetto di Esportazioni senza filtro: si era abituato a fumarle con un bocchino, così da stemperare quel tabacco acre.

Dicono di Clelia
(Mursia, 2006)

Credo di aver premuto talmente tanto i tasti del telecomando da aver rischiato di romperlo. Di sicuro mi sono fatto male alle dite, e alla mano tutta.
Da due ore ero davanti alla televisione. Due di notte. Carla mi aveva dato il bacio della buonanotte verso le undici, le bambine un’ora prima. Dovevo correggere i temi dei mieis studenti dell’istituo commerciale; poi mi ero stufato e, coi piedi sul tavolino, dove avevo appoggiato i restanti compiti in classe ancora da correggere, avevo comniciato a bere una, poi due, poi tre birre olandesi, forti (dieci gradi) e saporite (al luppolo) guardando la tele. Un po’ di telegiornale, un po’ di Bonanza che mi faceva tornare ragazzo quando sognavo di andare nel West e diventare come Tex Willer, qualche spogliarello.
(… qualche riga dopo)
Dodici temi ancora, la voglia di farmi una quarta birra e lo sguardo, stanco, verso la televisione. Vedo la donna spogliarsi e ballare nella penombra; non è giovanissima, è fra i trentacinque e i quarant’anni ma ha il corpo sodo, e mentre la osservo sorrido pensando ai miei ragazzi che avrebbero di sicuro apprezzato quelle “tette a pera”. Cambio canale proprio nel momento in cui, per un attimo, la telecamera inquadra il volto. Mi sembra familiare…

Questi, invece, sono gli incipit dei miei racconti.

Buio assoluto
(Historica, 2015; quattro racconti neri. L’incipit del primo)

Ufficio del procuratore capo Mario Lo Giacomo, al terzo e ultimo piano del Palazzo di Giustizia che, secoli fa, era un castello. Ma i quattro carabinieri armati che presidiano il ponte levatoio non sono certo un invito per eventuali riminiscenze medievali dei passanti.
È giusto così, è un tribunale adesso. Un postaccio dove son di casa delinquenti e grane.
Oggi comunque, mercoledì, è un bel pomeriggio di marzo. Soleggiato, anche.
Squilla il telefono. Il magistrato, che è davanti alla finestra, non sembra intenzionato a rispondere. Sbuffa, poi perde tempo: si fruga nella tasca della giacca, cerca qualcosa che non trova, infine, avvicinandosi alla scrivania, finalmente risponde, ma resta in piedi.
La segretaria, dalla stanza adiacente: «Dottor Lo Giacomo, ho in linea il direttore del carcere, dice che ha urgenza di conferire con lei».
«Non ho tempo, digli che sono a colloquio con due avvocati… aspetta, aspetta… cerca anche di farti dire cosa vuole da me, io intanto vado a comprare i miei tronchetti di liquirizia, così poi quando torno ci facciamo un caffè, va bene Caterina? Fatti trovare tra dieci minuti alla macchinetta del caffè, al piano terra, così mi vieni incontro».
«Va bene dottore…», abbassando la voce «però la prossima volta non farmi aspettare così tanto, pri- ma di rispondere».
Un quarto d’ora dopo, davanti alla macchinet- ta del caffè. Il procuratore, tra i cinquantacinque e i sessanta, elegante, un po’ calvo e un po’ sovrappeso, e Caterina, una quarantina d’anni, minuta, capelli cortissimi quasi rasi, occhi vivaci dietro gli occhiali con la montatura blu come il suo vestitino, stanno parlando con il maresciallo di polizia giudiziaria Salvo Brindisi. Ha sessant’anni e li porta bene; ha più capelli e meno pancia del procuratore, peccato sia un divoratore di aglio, pensa Caterina, che pende dalle sue labbra, ma a distanza di sicurezza.
«Se il direttore ha qualcosa di importante da dirle sul vecchio pazzo, lo ascolti dottore. Dal carcere si riescono ad avere informazioni che qui non arrivano».
«Tempo sprecato, è soltanto tempo sprecato. Il Silla non ha mai aperto bocca durante gli interrogatori e, diciamolo, in fondo ha fatto bene».
«Come ha fatto bene?», lo interrompe Caterina.
«Il caso è più chiaro dell’acqua: Silla ha ammazzato il nipotino perché è matto da legare, ormai è
assodato. Perché e da quanto tempo si sia ammattito non è cosa che riguarda il mio ufficio».
«O magari appartiene a qualche strana setta», dice il maresciallo Brindisi.
«Salvo, ma perché dobbiamo perdere tempo a rincorrere voci e pettegolezzi che…».
«Una setta?», s’intromette Caterina.
«Il maresciallo scarica troppi film da internet, film di dubbia fattura», dice il procuratore, con un tono canzonatorio. Insomma, tra i due uomini c’è confidenza.
Dirottando lo sguardo verso Caterina, il maresciallo insiste: «Quando faceva il medico il Silla era piuttosto stravagante, curava con miscugli di erbe e aveva un numero esagerato di pazienti».
«Voci, trattasi di voci, chiacchiericci che si riferiscono a una quindicina di anni fa», dice il procu- ratore.
«Ho qualche collega che la memoria ce l’ha buona… però ha ragione, dottor Lo Giacomo, ne è passata di acqua sotto i ponti, ma che mi dice di quello che gli abbiamo trovato in casa dopo l’ammazzamento del bambino? Sembrava la sacrestia di una chiesa, mancavano solo il confessionale e la suora».
«Cosa avete trovato?», domanda Caterina.
«Bibbie, vecchi catechismi, un tabernacolo, rosari… c’era di tutto, un turibolo, crocifissi, madonne per tutti i gusti: di Lourdes, nere, piangenti… Poi dottore, sarà un caso, una cosa da nulla, ma il figlio del suddetto…».
«Michele Silla è una gran brava persona», dice il procuratore, ma il maresciallo Brindisi lo interrompe nuovamente.
«Per l’appunto, Michele. Si chiama Michele proprio come San Michele Arcangelo. E tanto nella casa e quanto nel vecchio ambulatorio del dottor Silla sono stati rinvenuti santini di San Michele dappertutto… San Michele è il santo che schiaccia la testa a Lucifero… Non dico che ci sia sicuramente dell’altro, ma dico che scavando possono emergere altri elementi».

Tamarri
(Historica, 2008; raccolta di racconti tratti dal mio vecchio blog, Appunti. Incipit del primo capitolo )

Allora ho pensato, almeno uno, almeno uno ce l’ha fatta. Uno dei miei ragazzi non si è spappolato il cervello impasticcandosi, non è finito dentro, non è andato a sfracellarsi in motorino, col cervello fuso dalla coca, o dal Tavor mescolato con grappa ai mirtilli fregata al supermercato. Ce l’ha fatta proprio Andrea, che fino a poco tempo fa veniva chiamato cazzo-nano, e lui si lasciava sfottere, qui al bar, con un sorriso disarmante, strano. Stava in un angolino, vicino la stufa, a leggere Diabolik, oppure sfogliava Quattroruote. Un’ora, massimo due, poi correva a casa a studiare. Quest’anno fa prima istituto tecnico.
Però quel giorno Vasco, che arrivò con Rosy, esagerò con lui: cazzo-nano, mongolino, scoreggia. Rosy faceva la superiore. Fumava, sorseggiava una Ceres a piccoli sorsi, guardava il soffitto. Da donna annoiata. Per lei, la mia bettolaccia, da quando ha cominciato a puttaneggiare mettendo autoreggenti, reggiseni a balconcino e prendere la pillola di sua madre, è il posto della disperazione: il suo culetto ce lo porta, ma solo se non ha di meglio altro da fare. Una volta, massimo due al mese. A un certo punto, Vasco, dal momento che Andrea non si decideva a dargli la minima, gli disse: “Quella zoccola di tua madre da chi se lo fa mettere nel culo, sempre dal tabaccaio?”. Puttana bastarda, era vero: la mamma di Andrea aveva una storia col tabaccaio. Io l’avevo saputo due sere prima: me l’aveva detto, ubriaco e in lacrime, proprio il padre di Andrea, quando nel bar eravamo rimasti soli. Vasco però l’aveva sparata per puro caso. Disse tabaccaio ma avrebbe potuto dire anche panettiere: perché lui mica lo sapeva. Allora Andrea, mai capito dove l’avesse presa, forse dalla tasca forse da terra, tutto rosso, imbestialito come non l’avevo mai visto, si scagliò contro Vasco, che non se l’aspettava, conficcandogli una forchetta nella mano destra. Vasco, strillò come una gatta in calore, perché la ferita era profonda e la mano sanguinava, mentre Rosy continuava, imperterrita, a dimostrarsi distaccata. Fumava come fumano le puttane quando vogliono dimostrare a tutti che sono puttane. Ero sbalordito. Mai e poi mai mi sarei aspettato di vedere Andrea così, con gli occhi da matto. I suoi occhi sono buoni, non è un tamarro.