Frasi sparse da “Il sentiero dei papaveri”
«Sta per arrivare il grande freddo. Andiamo. Verranno altre notti, non importa dove» mi ha detto lei.
«Hai ragione. Verranno altre notti, non importa dove, andiamo» ho detto io, guardandola.
«Dobbiamo tornare a usare le mani come se fossero il nostro respiro, dobbiamo tornare ad ascoltarci, ad ascoltare le nostre storie, dobbiamo ribellarci alle macchine, le nostre menti vengono prima. Dobbiamo costruire nuove città.»
Sono le sei del mattino, il primo giorno d’autunno ha portato un po’ di freddo. Papà verso quest’ora si alzava, si preparava il primo caffè e poi lo gustava tornando sotto le coperte; a volte dormiva ancora qualche minuto. «È il sonno più bello quel quarto d’ora con il sapore del caffè in bocca» diceva. Io invece non ho dormito e non dormirò.
Tu somigli a me. Sorridiamo poco, parliamo poco, usiamo le forbici, io per tagliare i capelli, tu la barba.
«C’era una volta un convento di suore, coltivavano l’orto e avevano delle galline. Vivevano mangiando verdura e uova, e la sera, prima dell’ultima preghiera, bevevano una tisana. Una di queste suore, la più giovane e spensierata, diceva che, grazie al cibo buono che ci dà la natura, e grazie al silenzio, che è la carezza di Dio, non sarebbero mai morte.»


