Incipit ritrovati

Il mio vecchio blog si chiamava Appunti, questo Altri appunti.
Mi piace prendere appunti. Una volta su piccole agende (quelle che si mettono in tasca) adesso… è un pasticcio.
Ne scrivo, poi li metto in qualche cartella, poi non li trovo più.
Tra gli appunti di tanti anni c’era il file chiamato “bella scrittura”. Pagine, frasi, dialoghi che ami avevano colpito. Tutto perso (la prima, ricordo, era tratta dal Quartiere di Vasco Pratolini).
E poi c’è il capitolo citazioni (che in genere posto su facebook, le mia preferite sono
Amo i solitari, i diversi, quelli che non incontri mai. Quelli persi, andati, spiritati, fottuti. Quelli con l’anima in fiamme (Bukowski) e Quel male di trovare ovunque soltanto il desiderio di essere altrove (Cloran) e quello degli incipit.
Stamattina, per caso, ne ho trovati alcuni tra le bozze della posta elettronica.
Ne ho scelti tre.

Dopo aver atteso altri dieci minuti sdraiata sul letto, lo sguardo al soffitto inclinato, le mani sulla coperta, attenta a qualunque rumore salisse le scale, cominciò ad avere paura.
Non era arrivato mai in ritardo…

La grande sera, Giuseppe Pontiggia, Mondadori

Una macchina si ferma al semaforo. Un attimo e ne scende una ragazza alta, bella. Tiene la testa bassa, i suoi gesti non sono sicuri, qualcosa le rattrappisce il passo. Tuttavia si allontana in fretta, va verso la fermata dell’autobus.
La macchina attende il verde. Poi prosegue veloce.
L’aria intorno non ha subìto commozioni.
Ma per Paolo, alla guida dell’auto, il mondo sembra contrarsi sugli attimi in cui la Scena è scesa sbattendo la portiera.

Eutanasia di un amore, Giorgio Saviane, Rizzoli.
(Il libro è preceduto da una dedica dell’autore: A Silvana che sa che uno scrittore inventa anche i fatti che vive.

Myriam,
tu non mi conosci e, quando ti scrivo, sembra anche a me di non conoscermi.

Che tu sia per me il coltello, Davide Grossman (Oscar Mondadori)



Quando le lacrime parlano: “Io non sapevo” di Maria Pina Ciancio

Quando a trent’anni morì mio fratello Moreno scrissi una lettera, piangendo.
Non so se Maria Pina Ciancio (qualcosa su di lei, QUI) abbia scritto questa poesia piangendo la morte di suo papà.
A volte le parole sono lacrime.
Lacrime che ci parlano e – soprattutto – parlano a lui.

“Io non sapevo”

D’improvviso la tua piccola stanza
si è fatta il tuo piccolo mondo
Il tuo letto un giaciglio
il passato un cerchio di ombre e presenze
che cura e lenisce i giorni e le notti,
le ultime ore una porta socchiusa
su un corredo di alcol, cotone, siringhe.
E anche l’odore del tuo dopobarba è sparito.
Posso cadere qui, sai
mentre ti cerco le mani
morbide e arrese come non le avevo mai viste
Io non sapevo che un padre potesse
farsi bambino e poi figlio
e chiedere
‘come si fa per mangiare’
‘come si beve’
‘adesso cosa devo fare?’
E consolarsi in un sonno a singhiozzi
che risuona di nomi, di date confuse
dell’infanzia che bussa nell’ombra
e allontana la pioggia che batte insistente col sole
mentre d’intorno tutto rinasce
e i tuoi innesti nei campi hanno già frutti e semi maturi.
Maria Pina Ciancio
(Buon viaggio caro papà, mi manchi tantissimo)

Dello scrivere parole inutili

Succede spesso di leggere, scrivere, dire parole inutili.
Io per esempio dico spesso (spero di non averlo mai scritto): entrò dentro.
Basta entrò, perché fuori non è mai entrato nessuno.
Pontiggia arriva a dire che invece di scrivere cielo azzurro si può scrivere cielo.
Se uno scrive cielo è sottinteso che non sia grigio o che sia un sole d’agosto.
Nel parlato, poi, le parole inutili sono un mare. I maestri che da sempre dicono: Alzatevi in piedi, meriterebbero una risata o almeno una battuta: posso alzarmi seduto?
Ma nella scrittura non ci sono regole precise.
Per esempio.
Sono le prime parole dell’incipit del (bellissimo) racconto di Wilde, Il pescatore e la sua anima.
Il pescatore getta le reti, dove – dal momento che ha preso il mare – se non nell’acqua?
La frase poteva, quindi, essere scritta così.
Tutte le sere il giovane pescatore prendeva il mare e gettava le reti.
Oppure.
Tutte le sere il giovane pescatore gettava le reti nel mare.
O forse no.
Meglio la prima: l’acqua del mare non è mai una parola inutile.
(Poi si usa il trucco del leggere a voce alta: si leggono o scrivono frasi diverse e poi si sceglie… Ora leggo ad alta voce.
1) Tutte le sere il giovane pescatore prendeva il mare e gettava le reti nell’acqua.
2) Tutte le sere il giovane pescatore prendeva il mare e gettava le reti.
3) Tutte le sere il giovane pescatore gettava le reti nel mare.
Io voto 1).
Insomma, la parole inutili a volte hanno un loro perché.
In genere è un perché musicale, in genere…

Carlos Bousoño… qualcuno scrive le mie parole al contrario, e le cancella

Oltre questa rosa, oltre questa mano
che scrive e questa fronte
che pensa, c’è un mondo.
C’è un mondo terribile, luminoso e avverso
alla luce, alla vita. Oltre questa rosa, animando il suo sogno,
parallelo, contrario,
c’è un mondo e un uomo
che pensa, come me, alla finestra.
E come me in questa notte, con le stelle sul fondo,
mentre muovo la mia mano,
qualcuno muove la sua mano, con le stelle sul fondo, e scrive le mie parole
al contrario, e le cancella.

[Carlos Bousoño – da “Poesia spagnola del Novecento”, a cura di Oreste Macrì, ed. Garzanti, 1985]

Dal blog Akatalēpsía

Ribellatevi finché c’è ancora tempo

Il sentiero dei papaveri è il libro che ho appena ultimato.
Dopo il frontespizio potrei mettere questa citazione.

Voi potreste essere l’ultima generazione a cui è ancora possibile ribellarsi. Se non vi ribellate potrebbero non esserci più opportunità: l’umanità potrebbe essere ridotta allo stato di robot. Quindi ribellatevi finché c’è ancora tempo.
OSHO

Ripropongo la sinossi.

Periferia povera e violenta di una città senza nome (potremmo anche non essere in Italia…), c’è il Bar del Capitano.

Entra un uomo. Non ha un nome, ha un passato fatto di niente: vive col padre che lo mantiene, soffre di attacchi di panico, ha fatto pochi lavoretti che ha abbandonato, anni prima ha scritto un libro che è stato un fiasco, 49 copie vendute e poi ha un ricordo che lo perseguita.

Si siede, il proprietario del bar, che tutti chiamano il Capitano, lo raggiunge e gli dice: «Ti stavo aspettando.»

Lui si spaventa, cade in trance e racconta, rivivendolo, il ricordo che lo perseguita da sempre al Capitano, che gli dice «Tu sei uno scrittore, ti chiameremo così, Scrittore.»

È un bar fuori dal tempo, quello, non c’è nemmeno la televisione. È un bar dove si raccontano storie e dove si fa il gioco dei nomi diversi, ognuno ha un soprannome, una sorta di battesimo giocoso.

Per dieci mesi, lo Scrittore frequenterà quel bar, ascoltando storie e incontrando personaggi di un mondo che rifiuta il presente…

Del resto anche lui la pensa così. Dice infatti: «… la parola rete per me ha un significato preciso: trappola. E il navigatore è colui che naviga, non l’aggeggio che sta impedendo alla gente di usare la piccola bussola che aveva nel cervello.»

Ha qualcosa di magico il Bar del Capitano? Così parrebbe. O forse no.

«Quando sparirà, e sarà solo un ricordo sbiadito, l’intuito verrà chiamato magia.»

Il Capitano pratica la meditazione, il suo Dio è il silenzio.
Un giorno nel Bar entra la violenza. Non solo. Il Capitano e i pochi frequentatori del bar vengono interrogati, accusati d’essere una setta.
Sono colpevoli perché sognano di costruire nuove città.

«L’inquinamento peggiore non si vede, arriva nella testa della gente e non fa fumi né puzza, ma pervade tutto, ed è potente» dice il Capitano, che dovrà fuggire, è il suo destino, da sempre.

Prima di andarsene farà in modo che lo Scrittore conosca il suo passato: fughe da un orfanotrofio all’altro, elettroshock, affido, carcere, poi giramondo sempre in fuga.

Dovunque va, incontra alcune persone che rifiutano i nuovi feticci e sognano nuove città.

Raccontare storie,trovarsi attorno a un camino e il cibo buono significa ribellarsi, oggi.

Ha un segreto che è la sua forza Il Capitano: ogni mattina, all’alba, percorre il sentiero dei papaveri. Che nessuno conosce.

Una breve spiegazione sul libro.
Per la storia di un gruppo di persone che decide di vivere in un proprio mondo mi sono ispirato alle spiegazioni sulla rivoluzione digitale di uno psicanalista, Emilio Mordini.
Nel personaggio del Piccole Prete c’è un po’ di don Luisito Bianchi, scrittore che ho avuto la fortuna di conoscere, unico sacerdote che rifiutò lo stipendio del sostentamento del clero.
Nella figura del Capitano, uomo di poche parole, una sorta di messia o di Che Guevara, ci sono analogie con la biografia della poetessa Mariella Mehr.
La storia delle due città. Una ricorda la città anabattista di Munster, che fu distrutta da Cattolici e Protestanti, l’altra Kronstadt, che si ribellò, e per questo fu annientata daio Bolscevichi, quando vide che il sogno comunista era destinato a restare solo un sogno.
Il personaggio principale è uno scrittore che ha pubblicato un solo libro e che non sa se continuerà a scrivere.
Lo farà, con Il sentiero dei papaveri.



Citazioni: Terzani, McCarthy, Murakami

« Io non sono contro la modernità – nella mia capanna in India lavoro con un piccolo computer, il più piccolo e il più leggero che ho trovato sul mercato, lo alimento con un pannello solare – dico semplicemente, dobbiamo noi dominare la modernità e non farci dominare, altrimenti finiremo con il diventare non uomini ma scimmie elettroniche.
Noi veniamo dalle scimmie. L’uomo di oggi non è mica definitivo, siamo sempre in fase di cambiamento, ma verso cosa stiamo andando? Verso una scimmia elettronica come vorrebbe il sistema. Ma abbiamo una possibilità: calmiamoci, facciamo un passo in un’altra direzione, usiamo la tecnologia per il bene e per migliorare l’umanità, ma rimaniamo uomini, anzi cerchiamo di diventare meno materiali. » ─ Tiziano Terzani, Regaliamoci la pace (2002)

Quello che unisce gli uomini non è la condivisione del pane ma la condivisione dei nemici.
Corman McCarthy

Mi è capitato molte volte di vedere persone “troppo sensibili” ferire gli altri senza alcuna necessità. E ho visto anche persone “sincere e aperte” usare la logica per imporre i propri interessi, senza neanche esserne consapevoli. Ho visto infine persone “brave a leggere nel cuore degli uomini” lasciarsi ingannare senza sforzo da adulatori visibilmente insinceri. A questo punto mi sembra naturale chiedersi cosa ognuno di noi alla fin fine conosca di se stesso…
Haruki Murakami – La ragazza dello Sputnik

Le mie origini bastarde

Mia madre di nome faceva Nella e di cognome Averi, ma il cognome va spiegato.
Fu un cognome assegnato d’ufficio al padre di mia madre.
Lui e una bambina furono infatti trovati a Cortona (mai saputo in quale chiesa) nella ruota degli esposti. Dove insomma si lasciavano i bimbi del peccato, da nascondere.
Era sua sorella quella bambina? E tante altre domande posso pormi senza avere risposta.
Posso però fantasticare, riderci anche: e se tra i mie avi ci fosse un principe, un bandito o una suora?
E comunque. Nei libri c’è sempre o quasi una risposta a tutto, ma una risposta a tutto non c’è quasi mai.
Sappiamo così poco del mondo che ci circonda, senza andare a scomodare ruote con bimbi abbandonati.
Quella ruota di una chiesa o convento di Cortona di cui non so nulla (mia mamma è morta da tre anni e quando le chiedevo era evasiva, so solo che mio nonno e quella bimba furono adottati da due famiglie diverse e che restarono in contatto) comunque, io, me la porto un po’ dietro. Anche quando scrivo.
Si chiamava Averi mia mamma, della grande casata dei figlia bastardi, di cui mi onoro di discendere.

Recensioni Indipendenti

Metà anni Novanta, sono redattore (in realtà caporedattore, ma la paga è quella da redattore) del giornale La Sesia, di Vercelli. Il giornale L’Indipendente, diretto da Daniele Vimercati (ci collabora anche Marco Travaglio) mi chiede di collaborare. Accetto. Scrivo una cinquantina di articoli di cronaca dal Piemonte Orientale.

Oggi la testata è online ed è completamente diversa da quella di allora.
La dirige Andrea Legni.

Sta di fatto che ho ripreso al collaborare. Scriverò recensioni di libri anche giù usciti, dimenticati.
Recensioni Indipendenti, insomma.
La prima è QUA
(un mio omaggio a don Luisito Bianchi).

Piccoli attimi di felicità e i social

Sentirsi felici, per le piccole cose.
In un romanzo (non ricordo il titolo) di Renato Oliveri succede questo.
Il protagonista, commissario Ambrosio, è in campagna. Fa caldo, ha sete. Si toglie la giacca, poi ruba una mela e se la gusta seduto, all’ombra di un albero.
Non c’è un perché, ma si sente vivo, non solo: si sente felice. E si domanda: quante altre volte mi sono sentito così?

Domanda che possiamo porci tutti.
Insieme a un’altra domanda: quanti ricordi, quanti attimi di piccole felicità ho vissuto davanti al computer sui social?

Pregare il dio-digitale

Un libro di Asa Larsson letto anni fa, dovrebbe essere Tempesta solare, ma non ne sono certo.
Il protagonista va in campagna a trovare un suo amico educatore, che ospita in casa sua alcuni ragazzini per le vacanze. Cerca di farli stare all’aria aperta, ma loro preferiscono trascorrere il loro tempo libero dentro, davanti al pc. Al protagonista, l’educatore fa un racconto. Questo.
Un giorno li ho costretti a uscire, era una bella giornata di sole. Ma non sentivo le loro voci, così sono uscito. Li ho trovati seduti in cerchio. Pregavano affinché piovesse…
(Una preghiera al dio-digitale, insomma)

Manoscritti: 44 invii

«Le storie sono magia» ha detto Piccarda.
«Le storie sono storie» ho ribattuto io, sorridendole.
«Ma fanno paura» ha sussurrato il Capitano, che forse non voleva farsi sentire, ma tutti lo abbiamo sentito e guardato.
Per farsi sentire, lui, abbassava la voce: questa sì, che, a ripensarci, era una magia.

Da “Il sentiero dei papaveri”, ma l’ho scritto stamattina, e quindi dovrò inserirlo (con altre aggiunte) nel manoscritto che invierò a un bel po’ di case editrici (a 31 invierò il manoscritto, a 13 solo la sinossi). Già effettuati una dozzina di invii a case editrici grandi medie e piccine.

Due case editrici a cui ho inviato la sola sinossi, una grande e una medio-piccola, mi hanno chiesto l’intero manoscritto in lettura..
Degli altri invii (posta elettronica, di andare a fare la file in posta, come ho fatto per anni, non mi va più) per ora ho collezionato una risposta negativa: un editore, che conosco, ci diamo del tu e lui quando mo vede è sempre affettuoso, mi ha risposto che non dovevo mandare a lui, perché il giro giusto è agente letterario che contatta l’editor…. il giro giusto, mi ha scritto. Non ho l’agente, il giro lo faccio ogni giorno con il cane).

In tutto, quindi, farò 44 invii. Quanti leggeranno o sfoglieranno? Più o meno di dieci?

L’uomo che parlava con la nebbia

È l’inverno del 1983, stazione di Vercelli le 7 e quasi 30. Tra un quarto d’ora arriva il treno per Torino (Porta Susa).
Con mille lire prendo un caffè, un pacchetto di MS, poi, con il resto, metto due canzoni del jukeboxe: Vacanze Romane (Matia Bazar) e Ariò (Teresa De Sio).
Salgo sul treno, guardo l’agenda. Ogni giorno scrivo le lezioni che seguo a Lettere, Palazzo nuovo (Torino). Geografia economica (professoressa Sereno) e Storia Romana (professoressa Cracco Ruggini) dal lunedì al mercoledì), Letteratura Italiana (professor Jacomuzzi) e Psicologia dinamica (Borgogno) dal giovedì al sabato.
Tutte le mattine.
Il pomeriggio ho un altro impegno: la fabbrica dalle 14 alle 22.
Di notte, fino alle 3, ne ho un altro: studiare.
Imparo – nel senso che mi abituo – così a dormire 4 ore a notte.
Dicevo, la piccola agenda. Quelle tascabili. Ogni tanto qualche frase banale.
“Arrivato con un quarto d’ora di ritardo a lezione…”.
Qualche pensiero banale: “Più studio e più imparo a pensare in modo profondo”.
L’agenda è piccola, non ci stanno le storie che si incontrano sul treno.
Spesso incrocio un impiegato che non si siede mai, ma sta in piedi e guarda la nebbia, oltre il finestrino del treno in corsa.
Ogni tanto (non sempre) ripete una frase. Sempre la stessa.
Parla con la nebbia, lui.
«Non vedo l’ora di andare in pensione, vado in Sicilia e sto al mare tutto il giorno, magari pesco qualcosa. Mi basteranno 10mila lire al giorno per vivere, cazzo se mi basteranno.»