dalla fabbrica all’editoria

Quando a vent’anni andai a lavorare in fabbrica la fabbrica mi fece ricordare alcune cose.
Un ricordo tira l’altro, ora.
Presente a scuola il compagno che sorride a ogni minchiata che dice l’insegnante e che annuisce sempre e che dice buongiorno signor professore più forte degli altri dimodoche lui senta?
Due miei zii col cappello in mano in un fattoria toscana che aspettano l’arrivo del padrone; lui arriva in moto, faccia scazzata, loro con un sorriso da coglioni stampato in faccia, ché al padrone davanti si sorride e dietro gli si dice… di tutto.
Ecco la fabbrica.
In fabbrica ci sono i capi.
E una buona fetta di capi fa così.
Non dà confidenza al popolo lavoratore (a meno che tra il popolo lavoratore non ci sia qualche ragazza particolarmente carina).
Però quando si vedono tra loro, i capi in fabbrica, cambiano espressione del viso e tono di voce e trovano interessante quel che uno dice all’altro.
Per non parlare se, per caso,in mezzo a loro arriva un dirigente.
Di sicuro dice cose interessantissime e di sicuro è un simpaticone.
Basta che dica, Che figa quella, e tutti giù a ridere.
Su Face in questi giorni c’è tutto un gran parlare d scrittori che se la tirano o meno.

Non so perché ma m’è venuta in mente la fabbrica.
Oddio una grande differenza c’è.
Una volta, almeno, in fabbrica c’era una cosa chiamata solidarietà.
Io feci fare due giorni di sciopero (feci fare è cosa giusta: ero rappresentante di fabbrica) perché c’erano stati due licenziamenti che potevano starci: di due persone anziane che non superarono i 12 giorni di prova. 
La solidarietà tra scrittori a volte c’è: certo, tra gli affermati.
O tra gli sfigati.
Però è successo anche a me.
Qualcuno mi ha accusato: Sei cambiato.
E io a negare.
Certo, è da tempo che non leggo più manoscritti altrui. Che do risposte lampo o che mi dimentico, certi giorni, di rispondere alle mail.
Ma dipende dal carico di lavoro che ho al giornale; certi giorni è pesante, certi giorni sogno di lavorare in un’impresa di pulizie.
Ma sulla scrittura avrò sempre un atteggiamento, come dire, cauto.
Ho fatto fatica a definirmi scrittore per tanto tempo (ché mi veniva da ridere, giuro).
La cautela, però, deriva da altro.
Quando vedo uno scrittore trombone penso che magari in quello stesso luogo ci può essere un altro scrittore di cui nessuno sa perché non ha mai pubblicato e che magari è un bravo scrittore.
E mi fa una certa impressione quando vedo scrittori affermati che si fan complimenti a vicenda.
(Gli uomini soprattutto, son peggio).
Poi, certo, ho anche io le mie paturnie, mica sono un santo, io.
Buona domenica

Una canzone, in tema.