Ho avuto un certo malessere diciamo mentale – periodo Covid, green pass fino ad arrivare all’intelligenza artificiale – e alcuni malesseri fisici, per esempio un grosso calcolo al rene che mi è stato asportato, e continuo ad averne, di malesseri: il ginocchio destro, la schiena, altro (una fastidiosa epididimite).
Del resto ho 69 anni. A settembre saranno 70.
Tutto questo per dire che entrambi i malesseri, più quello mentale che quello fisico, hanno allontanato da me la voglia di scrivere. Leggo, guardo serie Tv (son poche quelle che mi piacciono), scrivo di sport (sulla testata che dirigo, mi occupo soprattutto di Pro Vercelli), poi, tre a volte quattro volte a settimana accompagno mio figlio da Vercelli a Novara, dove gioca in una squadra di basket, il College Novara. È un under 17, anche aggregato alla prima squadra, che disputa un campionato di C, negli allenamenti.

La scrittura mi manca. Non tanto per scrivere un libro e poi pubblicarlo. Mi manca perché quando scrivo sto meglio.
Durante il periodo covid e quando è arrivata l’intelligenza artificiale son riuscito a scrivere comunque: La suora, romanzo ambientato nei giorni del loockdown tra Vercelli, la Valsesia e Orta, e Il sentiero dei papaveri, che è un romanzo un po’ nostalgico e un po’ ribelle contro il progresso (così lo chiamiamo) che avanza (sul Sentiero di papaveri ho riportato questa frase di Camus

E comunque.
Dico la verità: per anni ho sognato di diventare uno scrittore di successo. Poi, col tempo, ho capito una cosa: che se anche scrivi due tre libri da cinquantamila copie e ti intervistano e parlano di te, sei comunque un niente.
Quel che conta è sognare, sempre. Ma non il successo.
Quel che conta è scrivere, perché scrivendo si sogna.
Ogni tanto ci provo…
Mi sembra d’essere tornato ai miei trent’anni. Scrivevo, leggevo, poi distruggevo – avevo un camino, allora – quel che avevo scritto con la mia Olivetti. Stessa cosa adesso. A volte ci provo, ma una volta arrivato alle cinquemila battute mi fermo.
Il primo libro che scrissi, Il bar delle voci rubate, ha una storia che ho spesso raccontato nei corsi di scrittura (che tenevo).
Una sera dissi a me stesso: raccontami una storia.
Iniziai così a scrivere Sa di antico il mio piccolo bar…

Pagina dopo pagina raccontavo a me stesso, e quindi scrivevo, una storia che non conoscevo. Era come assistere a un film. Una sorta di magia. Ora lontana. Scomparsa.
Stasera comunque accompagno mio figlio a Novara, vedrò che si allena coi suoi compagni per due ore. Poi torneremo, ceneremo, parleremo di basket, guarderò Netflix.
Massimo all’una andrò a dormire per sei ore.
Ci fu un tempo che passavo la notte a scrivere. A volte mi addormentavo all’alba. Mi addormentavo guardando il cielo.

Grazie cara Mirta, grazie dieci, mille volte. Un abbraccio
Ti manca la voglia di scrivere?, hai detto che ti manca perché quando scrivevi stavi meglio? voi sapere quanto manca a me la tua scrittura? ecco, anche se non lo vuoi sapere te lo dico comunque: a me è passata la voglia di acquistare libri, libri che raccontano più o meno le stesse cose, noiosi fino all’ultima di copertina, banali, stucchevoli, sanno già di marcio subito dopo lo scontrino in libreria.
Torna fra noi Remo!, ritorna a scrivere, raccontaci di Cico, raccontaci di Cortona, raccontaci le tue storie, qualunque storia. Manchi.
Mirta