ritardo

Allora, torniamo indietro alla notte tra mercoledì e giovedì, notte per me, l’alba per i più, dal momento che sono le cinque del mattino.
Sto per andare a letto, ma prima di spegnere il computer faccio una verifica: su Bastardo posto.
Trovo questa cosa, qua.
Mi son detto, Ci siamo.
Così ho scritto il post, inserito la copertina, copincollato la quarta di copertina di Massimo Novelli.

Stamattina mi sento con l’editore.
Preferirebbe, mi dice, rinviare.
Il polso della situazione (promozione, distrìbuzione)  ce l’ha lui, e dal momento che con il precedente libro (La donna che parlava con i morti) mi sono trovato bene ho detto “va bene”.

Per farla breve: Bastardo posto per ora non esce, e quindi nessuna presentazione a Torino.
Al più presto mi comunicheranno la data di uscita.

La prossima volta, comunque, “m’imparo e mi sto zitto”.
E buona serata

bastardo posto

Scheda

Paolo Limara, giornalista, vaga di notte sotto i portici della sua città. Nel suo passato un incarico di caporedattore e un’indagine sulla misteriosa sparizione di una donna e tre bambini; nel suo presente solo la notte, una carriera che è crollata a picco e il desiderio, mai sopito, di trovare la verità. Intorno a lui una girandola di personaggi e indizi sono le tessere di un ambiguo mosaico difficile da ricostruire: figure inquietanti, come Filippo Tuddia, il mafioso venuto da lontano, intoccabile e “senza sesso”; o vite distrutte, come quella di Marina, la grande accusatrice, morta in un incidente d’auto dopo aver strenuamente sostenuto che le sparizioni fossero in realtà quattro delitti.
Nessuno ricorda, nessuno indaga, nessuno dice: chi potrebbe far luce sull’accaduto non vuole o non può parlare, come il giovane prete imbavagliato dal segreto della confessione. Finché proprio la notte regalerà a Limara un incontro importante: una donna, Viola Rodesi, vittima di Filippo Tuddia e dei videopoker, può essere la chiave per scoperchiare il vaso di Pandora…
Bassini firma un giallo in cinque notti, cupo, amaro e avvincente, dedicato ai calpestati, alle vittime dell’ingiustizia, spesso infangate, derise, sole e condannate al silenzio, contro il potere più forte: di quelli che, in un bastardo posto, contano per davvero, e di cui nessuno sa.

Quarta di copertina

Fra evocazioni di Dashiell Hammett, quello di “Piombo e sangue”, e atmosfere alla Georges Simenon, Remo Bassini continua a orchestrare con lucidità e sapienza narrativa il suo nero canto dolente della provincia italiana. Dopo la politica marcia e il potere corrotto degli altri suoi ottimi e avvicenti romanzi, in “Bastardo posto” è di scena anche la mafia. Un inferno in terra – quello che ci racconta Bassini – dove raramente c’è redenzione.
Massimo Novelli
(La Repubblica)

(240 pagine, euro 9,90
a maggio in libreriHo aggiunto in neretto il completamento dell’aletta di copertina (ore 13,54).

feroce

stanno litigando, insulti e accuse anche.
loro hanno finito di mangiare, io ho appena ordinato per l’ultima cena romana (carciofi alla giudia, bucatini all’amatriciana, cicoria saltata e una bottiglia di aglianico da dividere in due).
mentre il cameriere prende la mia ordinazione, loro (lui) chiedono il conto.
appena i due camerieri, quello del conto e quello dell’ordinazione, si allontanano loro riprendono a insultarsi.
vogliono chiudere a schifio la serata.
dopo i vaffanculo e gli stronza arriva una frase, feroce.
la dice lui.
e tu allora che sei stata per dieci anni con quell’impotente?
stavolta non ribatte, lei.
si alza, deglutisce, e io ho la sensazione, guardandola per un attimo, che stia per piangere, scappa via.
il cameriere del conto, intanto, arriva.
hanno mangiato per 48 euro. l’uomo dà un cinquanta. il cameriere rientra per prendere il resto.
l’uomo aspetta, poi aspetta ancora, poi vedendo che il cameriere tarda a portargli i due euro si alza e va.
c’è un’altra tavalata, sei persone, poco distante.
ridono forte.

letture romane

nello zaino, girando per Roma, ultimo giorno.

“Vi-o-let-red”, compitò muovendo le labbra allo speccchio e ammirandone l’affetto. Teneva in mano il rossetto rosso sangue. La bocca truccata sembrava ritagliata nel velluto e a Jack, che era in garage a lavorare sulla macchina di suo padre, sarebbe piaciuta. Attraverso le finestre aperte sula calura opprimente sentiva il ruggito dell’acceleratore e il gracidio della vecchia radio.
Laura Costantini e Loredana Falcone, Viole(n)nt red, Bietti

Caro Alec
se non hai distrutto questa lettera appena riconosciuta la mia grafia sulla busta, è segno che la curiosità è più forte dell’odio O che il tuo odio ha bisogno di nuovo combustibile.
Amos Oz, La scatola nera, Feltrinelli.

queste righe, invece, son tratte da una prima pagina…
ad ammonizione del lettore: che in questo libretto che s’intitola alla memoria appunto si dispiegano gli inganni – volenti o nolenti o dolenti – della memoria. E forse anche della mia
scrive Leonardo Sciascia.
Il libro è Il teatro della memoria (Adelphi) ed un ricostruzione che Sciascia fa, basandosi su articoli e dcumenti, sullo smemorato di Collegno. Si è tornati a discutere dello smemorato, dopo il recente sceneggiato in tv. Canella o Bruneri?
Per Sciascia è Bruneri; se effettueranno la prova del Dna, vedremo. (Anche per me, leggendo Sciascia, è Bruneri).

fissare il niente

Roma, via Nazionale, è quasi mezzanotte.
Sono in una gelateria seduto a un tavolino.
Son tutti occupati i tavolini.
Davanti a me ce ne sono due: nel primo ci sono con due uomini giovani, finlandesi. Li ha raggiunti un loro connazionale, che li sta bombardando, credo, di minchiate. A un certo punto tira fuori una scatola, la mostra ai due, e, non ci giurerei, ma dice loro Viagra.
Nell’altro tavolino c’è un uomo solo.
Avrà una decina d’anni più di me.
Ha un vestito ma non la cravatta, ha la barba bianca di una settimana, ha insomma un portamento dignitoso.
Ha ordinato un superalcolico e, ora, dopo averlo bevuto, sorseggia, lento, una birra chiara.
Porta il bicchiere molto lentamente alle labbra pare quasi non voler muovere la testa, la testa, la sua testa, si vede che è altrove:  perché i suoi occhi stanno fissando, e da lì non se ne vogliono andare, un punto preciso, ma indefinito del niente.
Il suo profilo, io, ce l’ho proprio davanti, stagliato tra la strada, altri tavolini chiassosi e la notte.
Se passa un’ambulanza, o un auto che sgomma, lui no, resta fermo. La testa è immobile, solo la mano destra, lenta, porta il bicchiere alle labbra.
Riesce a chiedere il conto con un cenno della mano, poi.  E quando il cameriere li dice quant’è lui evita di guardarlo.
Paga, si alza, ma non è né a Roma né in via Nazionale, quell’uomo di circa sessant’anni, giovanile, sguardo spento.
Mi alzo anche io: il vecchio finlandese sta ridendo, sguaiato. I due giovani finlandesi, invece, si lanciano sguardi complici, di sottecchi.

E buona pasqua.

buona giornata (da roma)

sono a roma, pare.
un’altra volta scrissi questa cosa qui.
un’altra volta ancora scrissi quest’altra cosa qui.
(sono, entrambe, nel vecchio blog).

ho sempre pensato questo, io, di roma.
che se un la prendesse e tagliasse a spicchi ne ricaverebbe tanti mondi piccoli di provincia, nonostante i monuenti, il colosseo, il quirinale e la spocchia dei romani.
trovo molte analogie tra il mio paese natale, cortona, e roma (tagliandla a spicchi, però).
mai successo questo al nord.
se uno a milano la tagliasse a spicchi ricaverebbe delle piccole milano, io credo.

buona giornata

giornalismo libero

Sono scomodo ora: attendo l’areo, a Malpensa, sono eduto scomodo, il pc tra dieci minuti si spegne (poi sono in crisi distinenza da fumo, ché io scrivo solo fumando, sigari, sigarette o pipa non importa) e poi c’è una signora accanto a me che usa il cellulare come se fosse un megafono…
bravo, bravo, bravo, io ho già mangiato,  devi mangiare ancora?, dice.
tu per caso mi hai chiamato a mezzanotte?, comunica la signora a una trentina di persone…

a chi vuole, pongo un quesito, anzi no, due.
Quand’è che secondo voi un giornale è libero?
Mi fate degli esempi di libero giornalismo?

Lo chiedo ai lettori di giornali grandi e piccini e a chi lavora nel giornalismo.
(Sul servilismo è inutile dire, mi pare).

La signora si è alzata: pure io, devo.

il tanga, il negro, la sculettatrice

lunedì 6, anzi no, era già martedì, prima ora di martedì, una di notte, sto rincasando, dopo aver chiuso il giornale, mangiato in pizzeria, scambiato quattro chiacchiere con un amico
… sul corso , sul lastricato, da lontano vedo qualcosa di rosso; come un effetto che si usa nei film, sul bianco e nero della notte.
a due metri di distanza, capisco, a mezzo metro vedo chiaramente: un tanga rosso, che sa di peccato.

martedì mattina, ore 11 circa alla Coop (il martedì mattino non lavoro).
… è da tanto tempo che non vado a fare la spesa; non mi dispiace fare la spesa, specie al mattino dei giorni feriali, specie nei supermercati di periferia.

sto cercando cose da poco: uno spazzolino, acqua gasata, succhi di pomodoro, caffè…
un negro con la faccia da rompicoglioni ma simpatico mi chiama. lo seguo. mi indica delle bitite. mi dice: quanto costano? in effetti è mica facile capire quanto costi una fanta o una coca light: ci sono dei codici, invece del prezzo, impiego 5 minuti buoni a capire che la fanta fa 0,60.
è quella che costa meno, il negro prende quella.
esco, lo rivedo.
è vicini ai carrelli, con la sua fanta, le sue chincaglierie da vu cumprà.
mi vede e mi fa: compri qualcosa?
io: no, grazie.
ciao amico, buona pasqua.
salgo in macchina, accendo una sigaretta, lo guardo e, pensando al lungo pomeriggio che mi attende, un po’ lo invidio.
vedo che dal supermercato esce una signora.
ciao rita,  dice.
ciao, risponde lei, chimandolo per nome.
invece di ripartire sto lì, incuriosito.
vedo che lei gli sta raccontando qualcosa e lui, da sorridente che era, si fa come compartecipe di qualcosa di non bello.
vedo che si salutano, con affetto.
buona pasqua, dice lui (ora so come si chiama).
ripenso a prima: poteva permettersi solo una fanta da 0,60.
né io né la signora, in cambio del suo buona pasqua, gli abbiamo dato un centesimo.
scendo dalla macchina, vedo che ha degli ombrelli, ne prendo uno, rosso mattone, da tifoso del toro (avrei preferito viola.
quant’è?, gli chiedo.
lui, con la faccia furba, mi fa: 10 euro.
quando glieli do si soprende che io non abbia contrattato.
mi dice piano, stavolta: buona pasqua amico.

… a un’ora imprecisata vedo poi questo.
c’è un ragazzo, con problemi. evidenti. ma ha la faccia buona buona. di fronte a lui c’è una ragazzina, bella, ombelico di fuori, jeans attillati, occhi maliziosi. a un tratto lei si accorge che lui se la sta divorando con gli occhi. sono occhi che contemplano, sembrano quasi supplicare. lei ricambia per un attimo, sbuffando e quasi con una smorfia di disappunto.
che stupida, ho pensato.
(anche altro, ho pensato).
lui no, il ragazzo no: ha continuato a seguirla, incantato, mentre lei si allontanava.
sculettando.

Colonia (crescendo si diventa cosa?)

La prima cosa che dissi, appena vidi mio padre e mia madre alla stazione, fu: Il prossimo anno ci torno.
Ricordo che sorrisero.
Ricordo che poi mostrai le unghie a mia madre: No, non me le ero mangiate. Poi a casa andai da mio fratellino, che aveva pochi mesi e stava sul passeggino, Fabrizio…
Io continuavo a dire che mi ero proprio divertito.
E invece erano stati uno schifo quei venti giorni in colonia.

Di notte, se ti scappava la pipì erano… cavoli.
Svegliare la signorina non andava bene; andare in bagno senza avvisare la signorina non andava bene; farsela addosso aveva conseguenze mica da ridere: urla e, per punizione, niente bagno al mare.
Ci andavamo di nascosto in bagno.
Se ci beccava il vicedirettore era un calcio nel culo assicurato.
Eravamo i figli del popolo, i figli della Montecatini, evviva.
Sveglia al mattino con musica e tutti di corsa in bagno, a lavarsi i denti.
C’era un problema: fare la cacca.
Allora (ma questo l’ho capito dopo): avevano la fissa della masturbazione, credo.
Altrimenti non riesco ancora a capire la logica dell’irruzione: sì, irruzione. I bagni erano senza chiusura e tu, quindi, quando la facevi cercavi, con mani e piedi, di tenere la porta chiusa (il massimo della comodità). Perché sapevi che, all’impovviso, succedeva, e succedeva spesso, che il direttore, facesse irruzione, spalancando la porta…
A parte questo, e il cibo scadente (primo, risotto;  secondo, pomodori e patatine; era patatine come quelle dei pacchetti, una sottomarca, di sicuro, che a noi, però, piacevano), la vita in colonia non era poi così male: bagni, docce collettive, passeggiate, la sera, dopo cena, o tutti a cantare o, una volta a settimana, il film.
Il film, già. Mica era sempre festa.
La proiezione era  a sorpresa. O il solito western accolto dagli applausi (quanti saremo stati?, sui duecento penso) della folla di ragazzini da 6 a 10 anni, oppure, e non restava che guardare il cielo e pensare ad altro, ecco che, per la gioia e la cultura e l’avvenire dei figli degli operai della grande Montecatini, in via del tutto eccezionale proiettavano anche degli interessantissimi documentari sui prodotti (concimi, il famoso 10, 10, 10; 10 di azoto, 10 di fosforo, 10 di potassio) della grande mamma che dava il lavoro ai nostri padri.
(Come faccio a ricordare io del 10, 10, 10; lo raccontavo, poi, una volta a casa, a mio padre che, orgoglioso, mi spiegava…).
Ci sono andato quattro anni.
Raccontando bugie a tutti.
Ai miei, Si sta bene, andiamo pure a cavallo, dissi loro.
Ai compagni di colonia: dicevo che mio padre era un ufficiale a cavallo, tanto mica erano di Vercelli.
Ricordo di aver ricevuto lo zoccolo di qualche signorina in testa, qualche volta.
Ricordo le belle pinete della Toscana.
Ricordo le cartoline postali che, quando scrivevamo, erano soggette a censura: Guai a chi osava invocare: Mamma, vienimi a prendere.
Ricordo l’infermeria: ci andai una volta, c’era una suora grande e grossa, gentilissima. Eravamo ricoverati in due, io e una bambina, stessa stanza.
Passai due giorni belli, poi arrivò la cattiva notizia: Stai bene, sei contento di tornare a giocare?, mi fece la suora.
Non ricordo, no, nessuna masturbazione di gruppo. Ma ricordo un gioco: quando la signorina dormiva ci abbassavamo i pantaloni e fingevamo che le nostre piccole minchie fossero chitarre, e suonavamo, cantilenando qualcosa, e ridevamo, poi, di quel nostro gioco.
Il momento più bello era quello del ritorno.
Via le divise azzurre, tornavamo a indossare i nostri abiti.
L’ultimo giorno nessna irruzione in bagno, cacata in pace, amen.
Poi il treno, a dir bischerate (credo, ma non ho ricordi).
Poi arrivavo a casa, e dicevo: Un altr’anno ci torno.
Boh.

Ci sono andato per quattro anni. Ho iniziato che ne avevo sette, ho finito che ne avevo dieci.

L’ultimo anno, il quarto.
Dopo il viaggio, appena arrivati, ci mettono a letto. Abbiamo ancora i nostri vestiti, durerà poco.
Mi viene il magone e, quando vedo che tutti dormono, senza ritegno mi metto a piangere; e singhiozzo pure.
Arriva Silvana.
Era stata la signorina del secondo anno, vede che piango, si avvicina, sorride, mi accarezza i piedi, sta lì con me finché non mi addormento. Mi aveva visto più piccolo, lei, e più vivace.
Magari l’avrà pensato anche lei che mica è vero che crescendo si diventa forti.

le cassandre

Le Cassandre, già.
L’ultima (ultimo) è il ricercatore che aveva previsto il terremoto.
Gli han dato dell’imbecille prima, adesso dicono che comunque è un ricercatore anomalo, un eretico.
A volte mi chiedo: come sarà ridotto il pianeta tra venti, trenta, quarant’anni?
Forse, penso ancora, non sarò nell’elenco di chi lo ha avvelenato, distrutto, ma probabilmente sarò nell’elenco di chi ha fatto poco o niente.
Credo che certe cassandre meritino almeno ascolto.
Perché gli altri, quelli che dicono che la vita – tra inceneritori, ripetitori, cellulari, inquinamenti vari – è comunque bella hanno già tutto, ora: giornali, soldi, potere di rincoglionirci.

Si fosse presentato da me, nel mio piccolo giornale, uno che, dopo essersi presentato, mi avesse detto che lui era in grado di prevedere un terremoto io che avrei fatto?

conoscersi bene, forse (anche in rete)

Per anni non ho salutato una donna. La incontravo e guardavo da un’altra parte. Lei però, per anni, ha cercato il mio saluto, con insistenza.
Allora, si diceva che amasse concedersi.
(Quando andavamo alle giostre, ed eravaamo ragazzini, lei prendeva qualcuno per mano, più grande, e insieme andavano al fiume… E non ne faceva mistero, lei, di questa sua… passione)
Mai criticata per questo.
Che lei fosse allegra lo sapeva anche il suo defunto marito, me lo disse lui, mi disse era così mia madre, è così lei.
Che poi in provincia e nella metropoli la storia delle TT perdura: l’uomo che scopa è un Toro, la donna una Troia.
Le tolsi il saluto perché quando lui si ammalò, e non aveva che qualche amico, lei scomparve. Lui trascorse il suo ultimo mese di vita in ospedale e lei, mi dissero persone a cui credo e che conosco bene, lei, dicevo, in ospedale non si fece mai vedere.
Ho ripreso a salutarla, è invecchiata, sola.
Oggi però ho incontrato due persone che non ho salutato.
Stavo per farlo, poi ho pensato Siete cattivi.
Mi sono ricordato delle sberle che davano ai loro figli; delle cattiverie che dicevano sul conto degli altri. A me non hanno fatto mai niente, ma io ho girato la testa, oggi, incontrandoli, mentre portavo il cane al fiume.
Ecco, a parte questi due esempi, non mi pare di aver tolto o negato il saluto a qualcuno.
Son più quelli che non mi salutano, e alcuni di loro avranno le loro brave ragioni.
Vengo alla rete, ora.
Anche nei blog succede che non ci si saluti.
Ti tolgo il link, cazzo.
Faccio un blog privato, così sparlo di te e tu non lo saprai.
Nella rete a volte mi sembra ancora peggio che nella vita.
Ecco, nella rete so che qualcuno non mi saluta, o non saluta questo o quest’altro, per sentito dire.
Allora, non ci si conosce tra vicini di casa, tra colleghi, tra mogli e mariti.
Ma nella rete invece sì, si sa.
Boh.

E poi c’è Facebook.
Dove c’è gente che, per aver pubblicato due libri o recitato o fatto cissà che, quando riceve una richiesta d’amicizia (una sorta di scambio di link) domanda:  Ci conosciamo?
Ecco, mai visto un veterinario, un idraulico, un ambulante chiedere, Ci conosciamo?
Da qualcuno che ha letto Carver e visto tutti i film di Fellini invece sì.
Cattiveria.
A un editor che magari conta un po’ non ho mai visto chiedere, Ci conosciamo?

Ecco, ora mi sono ricordato e rettifico quanto sopra.
C’è una persona a cui ho tolto il saluto e lui ha fatto lo stesso con me.
Ci conoscevamo, bene.
Forse.

Poi.
Oggi ho finito, dopo altre trenta ore di revisione, Bastardo posto. La parola, adesso, spetta alla mia editor, con la quale dovrò confrontarmi sulle variazioni apportate.
Ho visto un bel film, ieri.
Gran Torino, con Clint Eastwood.

un po’ di primavera

Attenda un «attimo», mi dicono.
Resto così solo nella sala dove si attende d’essere chiamati. Una sala d’attesa a me nota: anni fa per lavoro, poi per un paio di vicende personali, la perdita di mio fratello e la perdita del portafoglio.
Mi ricorda soprattutto la morte di Moreno, la sala dove i carabinieri della mia città ti fanno attendere.
E’ metà pomeriggio. E’ difficile che io veda e viva la città di pomeriggio. La vedo al mattino, dieci minuti da casa alla redazione, la vedo la sera, quando è giù buio, e mi concedo una passeggiata per mezz’ora.
Oggi, andando dai carabinieri, ho visto che le persone e le vie sanno di primavera.
C’ero solo io, in giro, con una sciarpa inutile.
Avevo però gli occhiali da sole, li metto anche quando nevica: ho la lacrimazione permanente, è da quando avevo sei anni che piango… senza motivo e senza che nessun oculista mi sappia spiegare il perché.
Poi mi danno un tono, poi mascherano la mia timidezza inspiegabile: nel senso che a volte c’è a volte no, per nulla.
Comunque.
In caserma faccio in tempo ad allacciarmi le scarpe e un paio di chiamate col cellulare: l’«attimo», all’incirca, dura un quarto d’ora.
Poi il solito rituale.
C’è una denuncia. Diffamazione a mezzo stampa.
Una più una meno…
Vedo che questa è stupida, cattiva, inutile. La prima cosa che faccio, quando vengo querelato, è mettermi dall’altra parte.
I giornalisti sbagliano e, quando sbaglio, è giusto che io paghi.
Stavolta non è così.
Comunque. E’ sempre primavera quando esco, però non la guardo in faccia, alla primavera. Vado di fretta.
Oggi avrei voluto scrivere un post sui miei libri (Dicono di Clelia parte seconda), oggi avrei voluto rileggere per l’ultima volta le bozze di Bastardo posto, prima che il libro vada in stampa.
Una delle due cose le farò stanotte (probabilmente le bozze).
Non c’è mai tempo per fare tutto.
Ma che sia primavera, comunque, è una gran cosa.
Ne sta entrando un po’ dalla finestra che ho alle mie spalle, ora.
La finestra del maresciallo che mi ha ricevuto, invece, era chiusa, chissà perché.
Buona giornata