Raccontiaquattromani/20

Evoluzione

Resta poco di me al termine di una giornata di lavoro.
Trovare parcheggio è un’insperata botta di culo. Un po’ stretto vabbè, ma è proprio sotto casa, di fronte al portone. Due manovre, una toccatina alla berlina parcheggiata dietro, poi raccatto la valigetta dal sedile e scendo. Sono le sette di sera, il sole è basso e se Dio vuole i 42 gradi di oggi a pranzo sono solo un brutto ricordo. Finirà che dovremo girare con dei condizionatori d’aria incorporati nei vestiti. Forse ci sono già, magari in America o in Giappone. Inventano di tutto da quelle parti.
Mazzo di chiavi: chiavetta elettronica del conto in banca, chiavi del box, cantina, posta. Portone d’ingresso. Apro.
Il condominio è immerso nel silenzio. Grazie, sono tutti in vacanza. Non io.
Mi piace il mio lavoro e poi, se questo progetto andrà in porto, ci scappa pure un aumento di stipendio. A settembre ne riparliamo, ok? Ha detto il boss.
Ok, certo. Non c’è mica fretta.
Sono dieci anni che vivo attaccato a un computer e non m’importa se quando torno a casa continuo a lavorare. Non ho una moglie da portare fuori a cena, non ho figli, tanto meno una compagna. Ma sta bene così, per ora.
Con un abile gioco di dita, afferro la chiave di casa. Appena apro la porta, Bernie mi viene incontro con tutti i suoi sette chili di felino peloso. C’è puzza di orina. Come al solito l’avrà mollata contro la tenda della cucina. Lo lascio solo tutto il giorno e questo è il suo modo di vendicarsi. Provvedo a rifornire le sue ciotole di acqua e croccantini, faccio una doccia e mi trasferisco nello studio.
Accendo il notebook e penso che più tardi, forse, mangerò qualcosa.
“Ma non dovreste mangiare tre volte al giorno?”
Schizzo su dalla sedia e mi guardo intorno. La stanza sembra vuota ma la tachicardia non vuole saperne.
“Sono qui.”
Mi giro. Davanti a me il divano. Vuoto.
Scuoto la testa. Colpa mia, tutte quelle ore davanti a un monitor mi hanno mandato in pappa il cervello.
“Mi vedi?”
No, non lo vedo. Accendo la luce. Sul divano una chiazza d’ombra. Niente altro. Perfino Bernie si è dileguato.
“Sono io.”
Io chi, cazzo? Mi faccio avanti con le mani tese. Sembro un cieco ma tutto intorno a me è chiaro, svelato dall’alogena. Anche l’ombra che adesso sembra più morbida, rilassata.
“Sì, immaginavo che una civiltà come la vostra si rivelasse nelle comodità. Di sicuro non fate molto movimento.”
Per fortuna trovo la poltrona dietro di me.
“Non credevo che ti saresti spaventato. Da quel poco che ho visto di questo mondo, siete abituati a parlare con voci prive di corpo.”
Sì, grazie. Ma quelle voci escono da un apparecchio, non dai cuscini del mio divano.
“Capisco. Forse avrei fatto meglio a telefonare.”
Poteva essere un’idea, sì… coso.
“Coso?”
Sto impazzendo. E’ il caldo.
“Ho notato che il problema della temperatura è molto sentito qui da voi. Forse perché ve ne fate una colpa.”
Sta’ a vedere che adesso mi metto a disquisire dell’effetto serra con il mio divano.
“Disquisire? Forse è questa la chiave. Voi metabolizzate i vostri errori con le parole. Anche se tu non sei molto loquace.”
Mi arrendo.
“E che ti dovrei dire?”, chiedo.
“Tutto. Sono qui per imparare.”
“Ti sei scelto un ottimo maestro, coso.”
“C’è stata una lunga selezione.”
Da un’ombra sul divano non mi aspetto il senso dell’umorismo. E l’idea della selezione, a questo punto, mi terrorizza.
“Eppure non sembri spaventato dalle responsabilità. Sei ciò che voi definite una persona affidabile.”
Mi viene da ridere.
“Se fosse vero avrei corso il rischio di legarmi a una donna. Avrei messo su famiglia.”
“Ma a te basta il tuo lavoro.”
Sarà un’impressione, ma la voce sembra preoccupata.
“Mi prendo per il culo, coso”, rispondo. “E’ quello che facciamo tutti da queste parti.”
Lo capirà il concetto di presa per il culo?
“Sì, lo capisco: siete così evoluti da confezionarvi le vostre illusioni.”
“Non so da dove vieni, ma chiamarla evoluzione mi pare un grosso errore.”
“Stai cercando di scoraggiarmi. Eppure lo so che avete molto da insegnare.”
“Hai sbagliato persona. Io posso solo insegnarti a essere uno schifoso egoista.”
“Il concetto di egoismo è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno.”
Devo bere. Tiro fuori la bottiglia di Cointreau avanzato a Natale. E’ caldo e sciropposo, ma serve allo scopo. Sono solo, in una stanza vuota, a colloquio con un’ombra. Che altro posso fare se non scoppiare a ridere?
“Quando fate così siete felici.”
“Ti sbagli”, rispondo tracannando un’altra sorsata all’aroma di arancia. “Sei preparato ma ti sfuggono le sfumature.”
“Insegnami.”
“E da dove dovrei cominciare? Questo pianeta va a rotoli.”
“Perché?”
“Perché ognuno di noi pensa solo ai pochi centimetri quadrati di terra che riesce a calpestare.”
“E non è questa la vostra forza?”
“E’ che alla fine è difficile stabilire dove debba finire il proprio egoismo per lasciar spazio a quello degli altri.”
Un sospiro, ma non è il mio.
“Non vi rendete conto di quanto siete fortunati.”
Mi viene da pensare che c’è qualcosa di sbagliato in uno che è qui per imparare e vuole dare lezioni. Poi capisco. Ma non è merito mio. Nel caldo afoso del mio salotto percepisco un’alienazione che non è quella delle mie giornate di lavoro tutte uguali.
“Ma questa è una società perfetta.”
Suona consolatorio, ma lo penso davvero. Ciò che mi ha mostrato è la realizzazione di un’utopia.
“Nella perfezione non c’è evoluzione. Per questo sono qui.”
Aiutami. Non lo dice, ma è nell’aria.
Mi attacco alla bottiglia, di nuovo. Il prossimo Natale faccio scorta di Chivas. Ma intanto penso che voglio provarci. Chissà che da qualche altra parte, pianeta o quel che diavolo sia, non si riesca a fare le cose per bene.

Raccontiaquattromani/19

Milano centrale

“Caffè e cornetto”.
Voce metallica. Sguardo appena sollevato, occhi nascosti da un grosso paio di occhiali da sole. Come tutte le mattine è seduto al tavolino del bar, lo stesso tavolo.
Con aria svogliata, è sui trent’anni, recupera il primo quotidiano che trova sul tavolo vicino.
Avrebbe voglia di accendersi una Marlboro per smorzare l’attesa e provare a rilassarsi: è proprio una giornata no.
Non puoi, non è possibile, continuare ad urlare fino alle tre del mattino: idioti, ma ci vuole tanto a capire che non ne avete più e che dovete divorziare? Divorziate così io torno a dormire…
Altro che iniziare il servizio tra mezz’ora, avrebbe voglia di prendere la macchina ed andare al mare, magari con suo figlio, come quando stava ancora a Roma e la domenica partiva per Ostia. Si divertiva o faceva finta: quella creatura a stento lo chiamava papà.
“Grazie”.
Il cameriere ha lasciato l’ordinazione sul tavolo.
Intanto è appena entrato il collega, quello che sorride sempre, quello a cui tutto va sempre nel verso giusto, gli sorride, ordina un latte macchiato tiepido e si siede.
“Allora ragazzone cosa leggi di bello, che è successo in questa Italia?”
Ma vaffanculo, coglione.
“E che vuoi che sia successo di bello, le solite schifezze”.
“Manovre economiche, decreto sicurezza e sto pazzo che ieri sera ha cercato di ammazzare la figlia sul marmo dell’Altare della Patria…”.
Il collega dice qualcosa, mentre i due escono dal bar, ma ormai a farla da padrone sono i ricordi confusi di suo padre…
Papà…
Ma che fai coglione? Gli vuoi ancora bene con tutto quello che ti ha fatto? Quando ti ha rotto il naso perché, ubriaco come sempre, aveva perso il controllo?
Ma papà era così… Ogni volta che beveva non era lui che beveva: era la bottiglia che gli beveva il cervello.
Ma che diavolo dici? Quante volte hai dovuto accompagnare tua mamma al pronto soccorso? Eh, dimmelo quante? E tutte le volte speravi che, finalmente, qualcuno facesse qualcosa. Ma no, non si poteva. Ricordi? Nessuno si sarebbe messo contro un tenente colonnello. Nemmeno quella volta che hai trovato tua madre sul pavimento, zigomo rotto e…
E tu non sei tanto meglio, come padre. Quante volte tuo figlio ti ha chiamato così? Perché lo odi? Perché vuoi godere nel farlo star male: cos’è vuoi sentirti come si sentiva quel figlio di puttana?

“Guarda quella”.
“Chi?”
“Quella che se ne sta piantata là vicino ai cartelloni: ha la faccia d’una che si è appena strafatta”.
La gente, a Milano Centrale, sembra vagare alla rinfusa, ma quella ragazza, jeans larghi, maglietta colorata e scarpe da ginnastica, è immobile. Proprio sotto i tabelloni con gli orari degli autobus. Come se vivesse in un mondo suo.

Perché ti sei fermata, Chiara? Cos’è: quelle poche righe che hai letto sul Corsera ti ricordano il tuo inferno?
No, Chiara.
Il tuo, ma si possono paragonare gli inferni, si possono paragonare?, è stato peggiore. Lei, quella bimba, il mostro non lo vedrà più, se la giustizia, per una volta, sarà giustizia. E tu: e tu, invece, ci hai convissuto per 26 anni con Lui.

“Bastardo”.
Ma con chi ce l’hai Chiara? Con il mostro in galera o con il tuo che, anche prima, come se nulla fosse mai successo, ti ha telefonato per chiederti dov’eri. Come stavi. Se il treno era stato puntuale.
“Voglio scappare. Devo scappare. Dove cazzo è l’uscita in questa stazione? Devo andarmene”.
Lo stai già facendo, Chiara. Stai già scappando. Anche oggi. Più di ieri. Ieri non c’eri nemmeno arrivata a Milano Centrale. Vado a Firenze, avevi detto. La tua fuga era perfetta: ti sei fermata, povera scema, perché a volte lo sei proprio Chiara, a Torino. Oggi, invece sì: la meta è più vicina. Dai Chiara: devi più solo prendere una navetta. Poi Bergamo: mica gli hai detto al Mostro che scappi a Londra. Sei stata brava: almeno fino ad adesso. E adesso, per quelle poche righe, Chiara, ti vuoi fermare? Vuoi tornare ancora nella casa delle illusioni: vuoi tornare da lui, Chiara? Vuoi tornare da tua madre che ha fatto finta di nulla per tutti questi anni?
Clic.
Ecco brava, accenditi una sigaretta.

“Figlio di puttana”.
Brava Chiara, trova negli insulti l’ultima dose di coraggio: quello del passo decisivo. Proprio come quando, ossessionata dalla voglia di distruggerti con il cibo, avevi trovato un barlume di forza per iniziare le sedute dallo psicologo. Ti ricordi Chiara, le parole del Mostro?
Ma cosa ci vai a fare: sono tutte stronzate, aveva detto. Con quel suo sguardo, quello che ti ha perseguitato tutte le notti per ventisei anni. Forza Chiara scappa, non impedire che quella notizia, quella bambina, quell’altro Mostro, ti fermino. La strada per la libertà non è mai stata così corta.
“Signorina”
Chiara si gira di scatto, spaventata da quella mano che si era appoggiata sulla sua spalla sinistra.
“Signorina” ripete il bel poliziotto con gli occhiali da sole. “Ha bisogno?”
Chiara lo fissa: attentamente. Poi si gira e continua a cercare l’orario del suo pullman.
Il giovane poliziotto ripete: “Ha bisogno”?
Chiara con un filo di voce: “Sì, mi accompagni all’uscita dei pullman, per favore. C’è un vecchio che mi tormenta: continua a fissarmi. Ho paura”.
“Chi?”, dicono i due poliziotti.
Chiara, pur diventando rossa per la mezza bugia, risponde prontamente indicando, povero lui, un signore che se ne sta seduto, Repubblica in mano, su una panchina poco lontano.
“Lui?” chiede il poliziotto togliendosi gli occhiali da sole.
“Sì”, dice la giovane ragazza
“Potrebbe esser suo padre” sottolinea il giovane agente.
“Già…” disse sotto voce Chiara mentre si lasciava alle spalle il caos di Milano Centrale, scortata dai due poliziotti.

Raccontiaquattromani/18

Naturalmente

“E’ la vecchiaia.”
E il dottore nuovo, giovane, lanciò uno sguardo saputo alla Benedetta, l’infermiera del turno di giorno. Quella scosse la testa, che sembrava dicesse: eh, che brutta malattia che ha preso questa, la vecchiaia, guarda te.
“Son le polpette”, mormorò Antonia, che il mal di stomaco così forte aveva cominciato a sentirlo il giorno prima, dopo il pranzo del giovedì.
“Come, scusi?”, il dottorino sgranò gli occhi. Si vede che all’università le polpette non erano nel programma.
“Ho il mal di stomaco per le polpette di ieri”, sillabò lei, a voce bassa ma chiara.
“Le polpette sono buonissime”, ribatté l’infermiera, con stizza.
“Non importa, non importa, vedrà che domani o dopo starà meglio”, tagliò corto il dottorino, intascando lo stetoscopio e scribacchiando qualcosa sulla cartella clinica che affidò alle mani grandi e rosse di Benedetta. Uscirono, lasciando Antonia a massaggiarsi piano lo stomaco con una mano e a frugare con l’altra sotto il cuscino, dove aveva nascosto il pacchetto di sigarette.

Due ore dopo, sentì uno struscio alla porta, e Giuseppe che metteva dentro la testa.
“Cosa c’hai?”, domandò, cercando di attutire il vocione.
“La vecchiaia”, rispose.
“Non dire balle, non sei vecchia, fai solo finta per non mangiare la sogliola del venerdì”, e dicendo questo entrò, chiuse la porta e si mise a sedere di fianco al letto.
“Naturalmente, niente giro stasera.”
“Niente giro, Beppe, se mi vede la Benedetta mi strapazza. Facciamo domani. Domani sto meglio di sicuro”.
“Naturalmente – , fece lui, – e per domani ho un’idea.”
“Basta che non sia la solita, lo sai, siamo vecchi per quell’idea lì.”
Giuseppe si avviò verso la porta:
“Mi sa che hai studiato insieme al dottorino, tu”, disse, e mentre lei rideva augurò la buona notte e se ne andò.

Alla fine, non le dispiacque rimanersene da sola, quella sera. La mensa era sempre un bailamme, e i filetti di sogliola limanda sapevano sempre di sapone. Aveva provato a dirlo a Carlo, quando era venuto l’ultima volta, ma il figlio aveva scosso la testa e spiegato:
“È la vecchiaia, mamma, con i lustri si cambiano i gusti, qui fanno da mangiare bene, lo sai.”
Buonanotte, aveva pensato Antonia, un altro con la fissa della vecchiaia, e non si era più lamentata. Aveva continuato a ingoiare latte scremato al mattino, risottino bianco a mezzogiorno e pastina con crescenza la sera. Tanto, adesso, tutto era condito dalle chiacchiere di Giuseppe e andava giù più facilmente.
Giuseppe l’aveva trovato lì, nella residenza “Anziani in forma”, che garantiva un’assistenza medico-sanitaria di prima qualità e servizi alberghieri di altissimo livello.
“Ospizio di lusso, eh?”, le aveva detto non appena si erano riconosciuti. E poi si erano messi a chiacchierare, a dirsi quanto erano stati stupidi a perdersi di vista, e il mal di stomaco di lei e l’artrite di lui, leggi ancora così tanto, scrivi ancora i tuoi fumetti, e i tuoi figli?, e la tua casa al mare?, ti ricordi di quella volta a Torino, ti ricordi tutte quelle lettere, ti ricordi della bolletta del telefono, ti ricordi perché ci siamo persi…

“Ora che ci siamo ritrovati -, le aveva detto Giuseppe dopo pochi giorni, – naturalmente facciamo quello che non abbiamo fatto allora.”
“Tipo gli esercizi con la fisioterapista?”
“Piantala, tirati su di lì e andiamo a farci un giro.”
Così, se ne erano andati in collina, avevano fatto venire il mal di fegato a Benedetta che non li aveva trovati pronti per la gioiosa attività del laboratorio della memoria. Li aveva cercati per tutto l’ospizio e quando erano tornati a momenti sveniva. Non dalla contentezza, dalla rabbia.
Il dottorino li aveva chiamati e aveva fatto la predica, poi si era girato verso l’infermiera, aveva buttato gli occhi per aria e aveva mormorato:
“Eh, la vecchiaia, sa…”
Loro si erano guardati la punta delle ciabatte ed erano stati zitti, poi
suo figlio Carlo era arrivato di corsa per vedere se l’aria delle colline le stava dando alla testa.
“Ma… mamma!, cosa devo fare, con te?”
Alla fine si era arreso e avevano concordato con la direzione di concederle queste piccole scappatelle, eh, signora Antonia?, però faccia la brava, poi.
E lei aveva fatto la brava. Bravissima. Anche se Giuseppe insisteva.
“Non lo abbiamo mai fatto sul serio. Ne abbiamo soltanto parlato. Perché adesso non ne approfittiamo?”
“Perché siamo vecchi bacucchi.”
“Vecchia bacucca sarai tu.”
“Grazie, allora, ciao.”
“Dai, vieni qui.”
“Domani.”
“Domani lo facciamo?”
“Smettila.”
“Se lo facciamo, la smetto, naturalmente…”
Erano andati avanti così per due settimane, fino al giovedì delle polpette, fino al venerdì della sogliola, fino a quel sabato mattina in cui il dottorino era tornato per vedere come andava e le aveva spiegato:
“Vede, signora, è la vecchiaia.”
Di nuovo, aveva pensato lei. Se mi viene il morbillo questo mi dice ancora che è la vecchiaia. E così aveva deciso. L’avrebbe fatto.
Lo disse a Giuseppe, che non fece neanche vedere quanto era contento, perché sapeva che lei sapeva.
“Lo sai, vero?”, le chiese. E lei annuì.
La domenica mattina si preparò per andare a messa, poi sgattaiolò fuori insieme a Giuseppe (“Perdonami, Signore, te che sei meglio della Benedetta e del dottorino”) con la busta dei soldi e un pacchetto di sigarette.
“Questo lo buttiamo”, fece lui. E lei annuì di nuovo.
“Dove andiamo?”, chiese.
“Non so -, rispose lui. – Non so dove. Non andiamo in nessun posto. Andiamo verso un tempo.”
“Che tempo?”, chiese di nuovo lei, e sorrideva.
“Verso ieri, – rise lui. – O forse verso domani, vediamo.”
“Mi piace -, assentì lei. – Vengo con te.”
“Naturalmente”, disse lui, e si incamminarono.

Raccontiaquattromani/17

Fuori dal villaggio

La spiaggia. Solo loro, sedute sulla sabbia tiepida a guardare il sole che se ne va a dormire, il mare che si inquieta, pieno di riflessi tristi e dorati.
– Non dici niente?
L’altra non si volta, non risponde, seguendo con lo sguardo un gabbiano che in lontananza stria il cielo con le sue grida acide.

Il ragazzo aveva due occhi chiari e una voce calda che diceva sempre ti amo, ti amo. Lei rispondeva lo so, lo so.
Un giorno è ritornato da un viaggio.
Ha detto.
– Vieni con me, io so che cosa fare. Prima che sia troppo tardi, prima che ci caccino tutti dal villaggio, prima di disperderci, di perderci. Vieni con me, conosco un posto, una città, dove avremo un lavoro, e anche un tetto sulla testa, e da mangiare, per sempre.
Lei chiese.
– Perché dovrei lasciare il villaggio, la famiglia?
– Perché qui non c’è più speranza, né per me né per te.
Perché aveva due occhi chiari e una voce calda, lei lo ha seguito.
In città non c’era lavoro, né da mangiare tutti i giorni. Giusto un letto in qualche lurido albergo.
Lui disse.
– Ti porterò degli amici. Tu sarai gentile con loro. Ti daranno del denaro.
Lei non voleva. Voleva tornare a casa, al villaggio, anche se lo avevano quasi distrutto.
Ma lui diceva ti amo, ti amo. E lei rispondeva lo so, lo so.
Gli amici erano sempre più numerosi, e anche i soldi. Lei aveva nuovi vestiti, da mangiare. L’albergo era meno sporco.
Gli amici sono diventati meno gentili. Lui ha preso a picchiarla, farla bere, picchiarla ancora.
Lei non voleva più.
Lui le ha detto che non avrebbero avuto più soldi, né da mangiare, e che doveva continuare.
Aggiungeva ogni volta ti amo, ti amo.
Lei rispondeva, sempre più lentamente, sommessamente, lo so, lo so.
Lui le offriva dei regali. E gli amici ritornavano.
Un giorno lui è partito per un viaggio, per affari. Le ha detto di aspettare. E lei ha aspettato dei giorni, delle settimane dentro a quell’albergo di nuovo sporco.
Al suo ritorno gli si è gettata fra le braccia. Lui aveva ancora i suoi occhi chiari e la voce calda,
ma ha dimenticato di dire ti amo, ti amo.

Il sole declina ancora. Il mare ha ora schegge di sangue.
Lei si alza.
L’altra le domanda.
– Dove vai?
– A fare il bagno.
– Tu non sai nuotare.
– Lo so, lo so.

Raccontiaquattromani/16

Odio l’estate

Sono estremamente sorpresa. Davvero. Cinque minuti. Sono bastati cinque minuti.
Hai presente quei giochi a quiz, dove devi compiere in poco tempo tutta una serie di cose strambe… una manciata di minuti sembra così breve per fare tutto quello che ti dicono di fare…
Invece, sono stati i cinque minuti più lunghi della mia vita. Davvero, credimi.

Ma tu cosa farai, ora?
Le piante moriranno con questo vento così secco. Il glicantus, poi… E dire che ci tenevi tanto. Almeno a parole. Perché mai che ti sia preoccupato di versargli una goccia d’acqua o fargli sentire una frase gentile. Sapevi solo prendermi in giro ogni volta che uscivo sul balcone a parlare con loro.

Ieri, c’era una fila di formiche che sbucavano fuori dalla mattonella rotta. Mi è dispiaciuto spruzzargli sopra tutto quell’insetticida che, oltretutto, hai ragione, ha un odore schifoso. Ma se avessi aspettato te… quello che non è nemmeno capace di uccidere una mosca… Oddio, se ci penso, mi viene quasi da ridere.

Lo senti? Lo senti anche tu questo vento?
Mi sembra di essere ancora sulle rive dell’Egeo. Ti ricordi quando soffiava il meltemi?
Era così bella la Grecia e quella casa sul mare che prendemmo in affitto. A te, ti incantavano anche tutti quegli incendi visti da lontano, ricordi? Io ero spaventata da quell’orizzonte di fuoco e mi faceva impazzire la puzza di fumo che arrivava fino a noi. Ma tu sostenevi che era tutto sotto controllo, che non c’era d’avere paura. Dicevi anche che da bambino ti avvicinavi sempre ai falò giocando con le braci. Non avevi nessuna voglia di andartene da quel villaggio, tu. E io a chiedermi cosa ti trattenesse su quelle spiagge.

C’è stato un attimo, un solo attimo quando, a casa, ho disfatto le valige e mi siete venuti in mente al momento dei saluti. Sai quella sensazione di vedere qualcosa ma di non saperne cogliere il significato. Vedevo tutto quell’azzurro fra l’acqua e il cielo, il bianco della strada sterrata, la nostra macchina con le portiere aperte, il sole alle spalle e voi. Era una bella immagine, ma non era quello ciò che stavo vedendo. Poi è stato tutto nitido e chiaro. Come quel cielo, come quel sole.

Ho pensato fosse ingiusto. Profondamente ingiusto. Noi eravamo fatti l’uno per l’altra. Ho pensato ad un capriccio. Ma poi ho capito che il tuo era un punto di non ritorno. Sono precipitata. E tu non c’eri più a sostenermi con le tue braccia. A dirmi di non aver paura. Io ne avevo. Troppa. Allora mi è venuta un’idea. Non so quanto meravigliosa, ma comunque un’idea. L’unica possibile. La stessa che hai avuto tu.

Quando ho sentito che stavi salendo le scale ed eri sul punto di aprire la porta, mi sono precipitata di corsa nel salone e ho aperto il primo cassetto dello scrittoio. La pistola non era più lì. Ero una furia, ma tu non te ne sei nemmeno accorto. Mi sei apparso davanti con uno sguardo deciso e duro che non ti avevo visto mai. Ho abbassato gli occhi e mi sono resa conto che ce l’avevi in mano tu la nostra pistola. Mentre scaricavi uno due tre colpi, col silenziatore, e guardavo quella macchia rossa allargarsi sulla maglietta bianca, ho pensato che eravamo fatti davvero l’una per l’altro.
Se solo non si fosse intromesso lui, Paolo. Maledetto!

Ed io tra di voi, capisco che ormai
la fine di tutto è qui.

Riepilogo racconti

1. RUGIADA
Alla visione delle sue gambe lunghe e affusolate, distese ed allargate sull’erba umida di rugiada, cominciai a perdere l’equilibrio. E dovetti stringerle il ventre e le cosce per riprendere coscienza di me.
(4840 battute)

2. L’UOMO CHE VENDEVA SOGNI
”Quanto costa un sogno d’amore?” chiese Blankman.
”Dipende” rispose Necromandus.
”Da cosa?”
”Da quanto tempo è che non sogni più e da come vorresti che fosse il tuo sogno d’amore.”
(4461 battute)

3. LO SGUARDO INDIFFERENTE
Se con l’obiettivo si potessero catturare pezzi di anima, e non solo immagini, penso che sarei la regina di un immenso regno di spiriti.
Sarebbe un regno promiscuo, il mio. Anime buone e anime dannate danzerebbero insieme in una sarabanda di luci e ombre. Detterei tempi e ritmi.
E, invece, catturo solo immagini.
(4741 battute)

4. AMORETORICO SESSOLINGO
Una strada buia affollata solo di pensieri e qualche passante distratto.
Mi guardavo intorno. Stavo riscoprendo l’eccitazione di un gioco dismesso troppo presto. Più passa il tempo, più si diventa grandi, più ci si cala in una sciocca maturità che indurisce. Un involucro protettivo che fatalmente, prima o poi, si rompe.
(6828 battute, 1300 battute in più)

5. TUTTE CAZZATE
Il sole era basso, dietro il bosco.
Per questo non aveva visto subito l’auto parcheggiata in fondo al cortile.
Non aspettava visite a quell’ora. Non ne aspettava quasi mai: la posta gli arrivava ancora in città e chi altro poteva capitare lì, se non sbagliando strada in cerca di un’altra casa?
(5744 battute)

6. LA NEVE CHE NON C’ERA
Fu quando il Francin spalancò le gelosie sull’alba che vide cadere il primo fiocco. Rimase a naso all’aria, in uno stupore immobile, seguendo con gli occhi, ancora inciuccati di sonno, quel lento volteggiare.
(6627 battute, 1200 in più)

7. VENT’ANNI
Scrivo questa lettera mentre osservo il sole tramontare dietro quelle colline che da giovani hanno accompagnato i nostri passi. Quei passi verso sogni di cartone. Te li ricordi? Te li ricordi, anche se sono trascorsi vent’anni?
(4918 battute)

8. PUGNI DI SABBIA
Speravo che entrasse dentro di me nella sciocca illusione di farne un duplicato, pur se temperato nella turpe arroganza e malcelata timidezza. Ma lui mi fuggì via come sabbia tra le dita, e quando si alzò il vento era già sparso tra le onde in mille frammenti cristallini che brillavano nell’acqua.
(4531 battute)

9. ASIMMETRIE
Si aspettavano alle dieci fuori il suo portone, al bar di fronte, non c’era gente. Era il vuoto dentro loro e il vuoto fuori per la strada gremita del silenzio dei lampioni, che sembravano scimmiottare, ridere zitti zitti sotto i baffi.
(4890 battute)

10. CON GLI OCCHI SPALANCATI
Sillabavo quelle parole. Sillabavo “malattia” e “morte”. Ma-lat-tia, mor-te, e poi di nuovo e di nuovo: ma-lat-tia, mor-te. Contavo le lettere, le volevo imparare a memoria, sentire il loro suono, capirle finalmente quelle stronze di parole.
(5629 battute)

11. STELLAMADRE
Ho scelto questo angolo di cielo per nascere. Una volta strappata la volta celeste – così veniamo al mondo noi stelle – la vista era magnifica.
(2850 battute)

12. SCINTILLE
Andy si frugò nelle tasche. Niente spicci e comunque non sarebbero bastati neanche per lo zucchero filato. Svuotato, dentro e fuori. Pazienza, niente sorpresa per la cucciola.
Tornò a casa a testa bassa, fissando l’asfalto scomposto e tremolante per il caldo.
(3749 battute)

13. HAYNT
Oggi funziona a scatti. Perché il tempo non è un continuum come sembra, magra illusione dei sensi. Lei opera al presente, accumula eventi, simula il contemporaneo. Forma cubica, materiali diversi, caratteristica: l’adesso.
(1935 battute)

14. EFEDRINA
Si alzò a sedere di scatto: le era parso di sentire dei rumori. Tremante, rimase immobile in ascolto, ancora confusa dal sonno interrotto bruscamente. Adesso, però, le giungeva solo il battito amplificato del suo cuore.
(6528 battute, 1000 in più)

15. IL CANTO DEL GALLO
Persino le orme sulla spiaggia facevano pensare a un carattere piuttosto prepotente. S’infilavano nella sabbia quasi mordendola, a volte le piante dei piedi sollevavano grumi di sabbia che si attaccavano alle caviglie degli astanti o alle facce ignare dei bambini impegnati nell’eterno compito di svuotare il mare con un secchiello, o nell’impresa, altrettanto effimera, di costruire castelli.
(6024 battute, 500 in più)

16. ODIO L’ESTATE
Sono estremamente sorpresa. Davvero. Cinque minuti. Sono bastati cinque minuti.
Hai presente quei giochi a quiz, dove devi compiere in poco tempo tutta una serie di cose strambe… una manciata di minuti sembra così breve per fare tutto quello che ti dicono di fare…
(3265 battute)

17. FUORI DAL VILLAGGIO
La spiaggia. Solo loro, sedute sulla sabbia tiepida a guardare il sole che se ne va a dormire, il mare che si inquieta, pieno di riflessi tristi e dorati.
(2196 battute)

18. NATURALMENTE
“E’ la vecchiaia.”
E il dottore nuovo, giovane, lanciò uno sguardo saputo alla Benedetta, l’infermiera del turno di giorno. Quella scosse la testa, che sembrava dicesse: eh, che brutta malattia che ha preso questa, la vecchiaia, guarda te.
(5555 battute)

Raccontiaquattromani/15

Il canto del gallo

Persino le orme sulla spiaggia facevano pensare a un carattere piuttosto prepotente. S’infilavano nella sabbia quasi mordendola, a volte le piante dei piedi sollevavano grumi di sabbia che si attaccavano alle caviglie degli astanti o alle facce ignare dei bambini impegnati nell’eterno compito di svuotare il mare con un secchiello, o nell’impresa, altrettanto effimera, di costruire castelli.
Il primo schizzo s’impiantò come uno sputo sulla guancia, il secondo colpì l’occhio sinistro. Così Sarah non ebbe modo di vedere cosa successe nell’attimo successivo ma sentì bene l’alluce penetrarle nel fianco e la rovinosa caduta, con conseguente faccia spiaccicata sulla sabbia, poté soltanto intuirla.
“Ma proprio in mezzo ai piedi doveva mettersi!” urlò nel rialzarsi.
Sarah non rispose, si scrollò la sabbia dal costume, prese la bottiglietta dell’acqua, si sciacquò l’occhio che ormai era diventato tutto rosso e lacrimava abbondantemente e si allontanò.
La guardò a lungo, fino a quando la sua figura divenne un piccolo punto all’orizzonte. Non riusciva a capire. Non aveva aperto bocca. Semplicemente si era alzata, si era scrollata la sabbia e si era allontanata come se niente fosse successo, come se … non fece in tempo a finire il pensiero, il cellulare suonava lampeggiando furiosamente.

“Forse non ci siamo capiti… ci sono tre modi per fare le cose: quello giusto, quello sbagliato e il mio… tu per chi lavori? No, rispondi, cazzo… per chi lavori? Ah, per me… E allora fai a modo mio, è chiaro?”
Click.
Stronzo.
Sono circondato da imbecilli.
Per forza le cose vanno male.
È che non posso fare tutto da solo.

Mentre parlava aveva iniziato a camminare appoggiando i piedi, senza rendersene conto, esattamente sopra le orme delicate di Sarah. Il cellulare ricominciò a suonare con insistenza.

“Pronto… ah, è lei… sì, tutto bene.. problemi? Che problemi? Come sarebbe a dire che non c’è copertura? Non avete ricevuto la delibera… Ah, non avete ricevuto niente? Ci deve essere un equivoco, mi è stato assicurato che i finanziamenti sarebbero stati sbloccati… procedura ferma? E da quando? Chi l’ha bloccata? Ah, lei non sa nulla… penso comunque che non ci siano problemi per lo scop… ah, i problemi ci sono? Come “rientrare”…ma lei sa benissimo chi sono io, il mio nome è una garanzia!!!” “E il mio motto è: nessuna garanzia per nessuno!” Rispose l’interlocutore”

Click.
Bastardo.
Ma so io come fartela pagare.

La faccia si trasformò in un ghigno.
Il gabbiano fermo su uno scoglio volò via.

Se lo trovò di fronte all’improvviso con tutti i braccialetti su un braccio, la pesante sacca sull’altro, gli occhiali da sole ben allineati e i ciondoli e i foulard e le bandane e quel sorriso bianchissimo che sapeva d’Africa e quegli occhi che evitò accuratamente cercando di scansarlo anche se oramai gli stava di fronte.
“Ehi, capo, tu vuoi comprare….?”
“Quello che voglio a te non deve interessare un cazzo, intesi? Quello che voglio io me lo prendo, capito? Io sono un uomo libero. Libero!”

Non li sopporto i marocchini sulla spiaggia.
Sono quasi come gli zingari.
Rom, come li chiamano adesso.
Ipocriti.
Sempre zingari restano.
Non sono razzista.
Neri, gialli… non c’è problema.
Basta che rispettino le nostre regole.
E che lavorino. Sodo.
Però gli zingari non li digerisco.
Quelle mani sempre in movimento.
Quel colorito malsano, giallastro.
Quella voce lamentosa
Quello sguardo obliquo, che sembra umile
Ma in realtà promette porte sfondate
ed appartamenti svuotati.

Mohammed si sedette, appoggiò le sue cose e frugò tra i portachiavi, avevano tutti inciso un nome: Marco, Giuseppe, Chiara, Maria … cercava tra questi il proprio nome. Lo aveva fatto fare a Majid, ‘Così non dimentico chi sono’ gli aveva detto. E gli era servito. Ora che quel tizio l’aveva aggredito, ne aveva bisogno, aveva bisogno di ricordarsi chi era per riuscire ad andare avanti su quella spiaggia piena di ombre.
Sarah aveva assistito alla scena. Si sedette al suo fianco, ‘Hai perso qualcosa?’‘Il mio nome’ rispose ‘Te lo scrivo io’ disse. Glielo incise sulla carne col suo colore preferito, quello che usava per le occasioni speciali: un rosso intenso, pastoso. “Adesso non lo puoi più perdere!”

Dove appoggiò il piede non c’era sabbia.
Un sasso bianco, grosso come un uovo, si piantò proprio sotto la pianta, proprio dove c’è la curvatura del piede, proprio lì e il piede fece crack, il telefonino volò nell’acqua creando cerchi concentrici, il dolore lancinante lo costrinse a fermarsi. Imprecazioni violente tra i denti stretti.
La giornata stava cambiando e si era alzato un vento forte e freddo.
Il foglietto di carta si appiccicò al viso come una ventosa.
Era un foglietto a quadretti, piccolo, una calligrafia minuta aveva appuntato queste parole:
“Nel pollaio da dove partirà verso la morte, il gallo canta inni alla libertà perché gli hanno dato due trespoli. Fernando Pessoa”
Uno strano malessere serpeggiò lungo la schiena, si guardò intorno: sulla spiaggia non c’era più nessuno e sulla sabbia neppure un’impronta, sembrava fosse stata lisciata da una nottata d’onde, quelle onde belle lunghe e piatte che fanno appena un po’ di biancore quando toccano la sabbia. Il mare cominciò a ritirarsi come se qualcuno lo stesse succhiando, poi improvvisa si alzò l’onda, era così alta da dare le vertigini. Cominciò a correre, il piede dolente sembrava spezzarsi ad ogni passo, strinse i denti, soltanto quando i piedi morsero l’asfalto si fermò. Nell’enorme parcheggio c’era solo la sua macchina. Pure la faccia nera di Mohammed o il colorito giallastro di uno zingaro l’avrebbe rincuorato, ma non c’era nessuno.
Il tergicristalli sembrava spezzarsi sotto il peso dell’acqua. Non vedeva niente e il piede era una palla dolente. La strada era tutta in salita, tutta curve, la macchina arrancava, rami d’albero si abbattevano sui vetri e sulla carrozzeria. Non aveva fiato né per urlare né per imprecare. Quando vide il tronco d’albero piegarsi gli tornò alla mente la frase scritta sul biglietto, mentre gli cadeva sulla testa pensò: “Pessoa, Pessoa …. chi è Pessoa?”.

Raccontiaquattromani/14

14. Efedrina

Si alzò a sedere di scatto: le era parso di sentire dei rumori. Tremante, rimase immobile in ascolto, ancora confusa dal sonno interrotto bruscamente. Adesso, però, le giungeva solo il battito amplificato del suo cuore. Tu tum, tu tum, tu tum. Assordante. Avrebbe facilmente ceduto all’illusione d’aver sognato se, proprio quando si era appena un po’ rinfrancata, un altro suono sospetto non l’avesse fatta balzare su dal lettone in cui dormiva da sola.

Non ostante il nome che i genitori le avevano dato, dopo aver letto la pubblicità dell’Efedrina Santos su una rivista medica – scambiandolo per un vero nome- Efedrina incarnava l’antitesi della popolare pianta: pacata, abitudinaria e un tantino pigra.
Alla morte dei genitori era rimasta nella casa paterna e, quasi quarantenne, viveva tranquilla del suo stipendio da maestra, concedendosi l’unico lusso di una montagna di libri, deposti a casaccio un po’ ovunque, alcuni già letti e molti ancora in paziente attesa di essere aperti. Erano i suoi amici, i libri. Gli unici.
La solitaria monotonia della sua esistenza, da qualche tempo, era stata mitigata dalla presenza d’un bel gatto nero, rinvenuto malconcio in un angolo dell’androne. Le erano sempre piaciuti i gatti, per la loro indipendenza e per l’indolenza sensuale anche. L’aveva raccolto senza indugi portandoselo nel suo tranquillo regno di carta e silenzio.
Così la sua vita le pareva abbastanza completa: lavorava, leggeva e aveva qualcuno che l’attendeva a casa ricambiando le effusioni e oziando con lei.

Imponendosi un atto di coraggio che non sentiva affatto, si diresse verso l’ingresso dal quale provenivano, adesso, soltanto dei fruscii, come se qualcuno si sfregasse contro la porta.
Guardò dallo spioncino, ma il ballatoio era deserto. Eppure il rumore continuava. Efedrina si scoprì a immaginare una lumaca, indugiante e lenta, sul legno. Rabbrividì di disgusto al pensiero dell’improbabile scia di bava appiccicosa lungo il battente. I postumi del sonno, a questa fantasia, svanirono del tutto e, trepidante, accostò l’orecchio alla porta. Improvviso un tonfo. Un rumore netto che le fece fare un balzo indietro. Poi, il silenzio.
Attese, tormentandosi le mani, atterrita. Niente.
Si fece animo e schiuse cautamente la porta senza però togliere la catenella. Fu a questo punto che il gatto, inaspettatamente, s’infilò nello spiraglio aperto, scomparendo nel buio del pianerottolo.
“Gatto… gatto” sussurrò, allarmata, e solo in quel momento si rese conto d’averlo sempre chiamato così, Gatto, senza un vero nome. Adesso le pareva assurda questa dimenticanza, ora che la bestiola era stata ingoiata dalla spaventevole oscurità della scala.
In risposta, le giunse un leggero rantolo che non poteva certo appartenere a Gatto.
O sì?
‘Quando è troppo è troppo’ pensò, in ansia per la bestiola e afferrando l’ombrello, unica arma che le capitasse a tiro, tolse silenziosamente la catenella e schiuse la porta.
Nel cono di luce che via via si allargava sulla soglia comparvero dapprima gli occhi spiritati di Gatto, placidamente assiso come se non si aspettasse che quell’unica mossa da parte della padrona. Poi, una scarpa scalcagnata, una lunga gamba e su questa, abbandonata, una mano scura. Eccolo tutto intero! Illuminato dalla lampada dell’ingresso come da un occhio di bue: un nero, steso in terra. Efedrina abbassò il braccio che brandiva l’ombrello e: “Oh, cazzo!” disse, e sarebbe rimasta allibita della propria audacia verbale se non avesse scorto il sangue che imbrattava la camicia dell’uomo.

Soffocò un grido, coprendosi la bocca con la mano, non sapeva davvero cosa fare. Pensò di bussare alla dirimpettaia, un’anziana un po’ sorda, per chiedere aiuto.
Stava per farlo, quando l’uomo aprì gli occhi e la guardò implorante.
Mormorò qualcosa che Efedrina faticò a comprendere: ‘No ospedale, no polizia, please’. E mosse lentamente il braccio, a mostrare una ferita che andava dal polso fino al gomito. Lei indugiava a metà strada tra l’uomo e il campanello della vicina, ma la voce dell’uomo, sfinita, la convinse: chiedeva dell’acqua ‘per favore’.
Allora, andò di corsa in cucina e tornò con un bicchiere che gli accostò alle labbra. In quel momento fu investita da un profumo di cuoio e sandalo, delicato, fresco. L’odore del ragazzo. Chiuse gli occhi, vinta da un leggero capogiro. Lui bevve con fatica, poi si sollevò, quel tanto da appoggiarsi con le spalle allo stipite, e continuò a guardarla con l’aria di un naufrago che finalmente tocchi riva.
‘Ahmed’ bisbigliò ‘è mio nome’.
‘Cosa ti è successo?’.
Ahmed rispose con una serie di spiegazioni sconnesse e imprecise, eppure Efedrina riuscì a capire che si era intromesso in un tentativo di stupro per salvare una ragazza. Era ormai evidente in che modo fosse stato ferito.
‘Io no permesso soggiorno’ aggiunse ‘se polizia trova me, non credere, c’è prigione o foglio via. Quale tuo nome?’.
Efedrina si scoprì a sussurrarlo.
‘Please, lasciare me qui, ancora un po’, Efe… Efedrina’.
‘No, qui fuori no!’.
E fece quello che non avrebbe mai immaginato fino a un’ora prima, lo aiutò a trascinarsi fin dentro casa. Si chiuse la porta alle spalle e vi restò appoggiata un attimo, un po’ confusa dal proprio coraggio. Poi, mossa da un’energia tutta nuova, prese dei cuscini dal divano e glieli pose sotto la testa.
Andò a procurare tutto l’occorrente per disinfettare e fasciare il braccio, respingendo con un gesto della mano, come cacciasse una mosca, il raccapriccio che sempre il sangue le aveva procurato
Quando tornò, Gatto, ormai lesto attraversatore di soglie, si era seduto vicino all’uomo che, a occhi chiusi, pareva riposare. Con una sconosciuta soddisfazione Efedrina li carezzò entrambi con lo sguardo: si somigliavano, belli e neri; parevano anche farsi simpatia e condividevano la stessa sorte disgraziata. Per tutti e due, lei rappresentava la salvezza. Sentì un vago senso di possesso inorgoglirla tutta. Lo medicò lì, per terra, sotto gli occhi vigili di Gatto e solo allora si rese conto che sarebbe stato meglio farlo spostare sul divano, anzi, con quella ferita, il povero Ahmed sarebbe stato assai più comodo nel lettone e magari con un pigiama pulito, di quelli che, per pigrizia, conservava ancora nel cassetto di suo padre. L’uomo si fece condurre docilmente, lamentandosi piano per i dolori del pestaggio subìto e, appena nel letto, mentre lei gli chiedeva se aveva fame, cadde in un sonno ferrigno. Fu guardandolo dormire, con un sorriso infantile sulle belle labbra carnose, che Efedrina espresse un desiderio.
Il primo della sua vita.

Raccontiaquattromani/13

11. Haynt

Oggi funziona a scatti. Perché il tempo non è un continuum come sembra, magra illusione dei sensi. Lei opera al presente, accumula eventi, simula il contemporaneo. Forma cubica, materiali diversi, caratteristica: l’adesso.
Nessuno la può utilizzare, lei scorre, salta. Oggi registra ed espelle, dura solo un giorno, per l’eternità.
Te la spedisco in un pacchetto con spago sicuro. Fanne buon uso.

Oggi. Me ne avevi parlato come di un gioco, un sogno o una cosa da scrivere, insieme. Non gioco ma necessità. Sogno? niente di più reale. E non saprei cosa scrivere, se non quel codice di punti e geometrie.

Rido, perché mi scrivevi di farne buon uso. Oggi non si lascia usare, mi pretende e mi domina. Anche oggi, di Shabbath, vuole che produca due volte tre, e poi sei, e lascia che-un-mio-pensiero-cattivo-sorga per censurarlo con la luce del suo unico occhio nero sul bianco. Uno.

Vedi? Ti scrivo con una mano, e già nell’altra si muove e rotola. Non riesco a riporla, Oggi. Rotola fra le dita e vuole fare numeri. E succedono cose. Oggi le fa succedere. Pensavo di ricevere da te un cubicolo cabalistico, un interprete fasullo come tutti gli altri che ci appassionano.

Oggi, mentre si muove e forma i numeri e si placa sul panno, non legge il presente. Lo determina. E quell’occhio, cerchio di luce nera, mi chiede un tributo. Posso ancora scrivere, posso ancora resistere. E so che l’unico modo per sconfigger

(qui si interrompe la lettera che Izak Moorberg, Rabbino in Halle, stava evidentemente scrivendo al momento della sua morte: orribile, questa, cruenta e priva di cause visibili. Di fronte a lui la lettera di Moshe Azim, direttore dello Judaisches Zentrum di Lubecca. Nella mano chiusa a pugno, indenne dal carnevale di sangue intorno al corpo e sullo scrittoio, un dado).

Sofocle, Edipo re, v. 437
This day will reveal your birth and bring your ruin.
hêd’ hêmera phusei se kai diaphtherei
Oggi ti genererà e ti darà la morte.

Raccontiaquattromani/12

Scintille


Andy si frugò nelle tasche. Niente spicci e comunque non sarebbero bastati neanche per lo zucchero filato. Svuotato, dentro e fuori. Pazienza, niente sorpresa per la cucciola.
Tornò a casa a testa bassa, fissando l’asfalto scomposto e tremolante per il caldo.
A quest’ora Sveva dovrebbe essere a casa, pensò.
Si erano conosciuti quattro anni prima all’happy hour più famoso della città.
Lei particolare, troppo trucco ma due gambe con stacco di coscia altissimo e occhi scuri su un viso triste da marionetta.
Si erano piaciuti a pelle, senza sapere bene perchè, ché in fondo di parole ne avevano dette poche.
Dieci mesi dopo era nata Luce. E poi.
Il fatto era che lui e Sveva non avevano molto da dirsi. In realtà non avevano mai avuto argomenti in comune se non il sesso consumato in fretta e senza sapore.
Quando capitava che ne avessero voglia.
Con la differenza che una volta erano felici. Così gli sembrava di ricordare.
E adesso c’era Luce, quella bambina che assomiglia a un elfo e lo chiama papà.
Dio, quanto la ama. Gli ricorda un se stesso sbiadito, troppo lontano per essere vero. Quando entra in casa gli arriva addosso a braccia spalancate, sempre.
Anche stavolta non manca il bersaglio.
“Mamma dov’è?” chiede Andy.
“È uscita con le amiche, ha detto di aspettarti” fa lei tra le lentiggini.
Cazzo, pensa Andy ma non lo dice.
Sveva esce tutte le sere, lascia Luce, tre anni, ad aspettarlo.
È solo per lei che adesso gli dispiace quel lavoro certosino che ha in mente.
Andy sa bene che un fucile a canne mozze ha una gittata più corta di una pistola, è il rapporto lunghezza- diametro che fa la differenza.
Si era documentato in un negozio di armi, ma poi ne era uscito senza il coraggio di comprare niente.
Mi arrangerò con quello da caccia del nonno, si era detto. Solo che non andava bene e così aveva segato le canne e preparato un cuscino per attutire il colpo.
Sveva tornò ubriaca e mezza nuda, sbaffi di rossetto sul mento. Quante volte l’aveva vista in quello stato?
Ormai aveva perso il conto.
Entrò in casa facendo rumore coi tacchi. Luce si svegliò, iniziò piangere e a chiamare mamma.
“Sono qui, sono qui” rispose Sveva con voce distorta. Non ce la faceva neanche a salire le scale fino alla stanza della bambina.
“Lascia, vado io”.
La scostò malamente e andò a consolare la figlia che si addormentò dopo pochi minuti.
Sveva si distese sul letto, occhi chiusi e gambe spalancate, senza forza e volontà di spogliarsi.
Dalla borsa lasciata sul pavimento sbucava un pacchetto rosso. Un bigliettino gli svolazzava intorno. A Luce, dalla mamma che ti vuole tanto bene.
Forse stava sbagliando tutto. Forse c’era del buono in lei. L’aveva amata, l’amava. Forse.
Le si avvicinò. Nella mano destra guantata teneva quell’aborto di fucile progettato per devastare a breve distanza la donna che gli stava davanti.
Prese la mira al centro del viso di lei, qualcosa si sarebbe inventato dopo. Lui quelle cose non le aveva mai fatte.
Ma adesso era per il bene di Luce, un madre così non poteva essere il suo esempio di vita.
Sentì il coraggio vacillare.
Sveva aprì gli occhi e si trovò la mezza canna davanti. La guardò con curiosità. Sorrise.
“Che hai in mente, un giochetto perverso? Dove vorresti mettere questa cosa qui?
Sì, dai, mi piace l’idea, distruggimi”. Iniziò a toccarsi.
Lui abbassò il fucile. Non era a quel tipo di distruzione che aveva pensato.
Sentì salire ondate di calore, non credeva potessero piacerle certi giochi.
Gocce di sudore gli colavano sotto la maglietta, le fu addosso in un attimo.
La girò premendole la testa sulle lenzuola. Si vedeva che era proprio quello che voleva.
“Vieni qui, brava. Mettiti così. La mia puttana”.
Strano a dirsi ma le intenzioni a volte servono più delle azioni.
Sentì riaccendersi dentro scintille azzurre di passione.

Raccontiaquattromani/11

Stellamadre


Ho scelto questo angolo di cielo per nascere. Una volta strappata la volta celeste – così veniamo al mondo noi stelle – la vista era magnifica.
Non c’erano ancora molte compagne, ma i vortici di materia brillante che di lì a poco le avrebbero generate erano splendidi, nel loro avvolgersi silenzioso. Mi affascinavano di più i vuoti, però: di un nero concreto, irresistibilmente attraente; li vedevo come un porto sicuro. Pozzi d’inchiostro, avrei pensato, se invece di stella fossi stata bambina, a guardare stregata il calamaio innestato nel banco, col sogno di intingervi il dito.
Mi è piaciuto, dopo, danzare in rivoluzioni e rotazioni, sentire il rumore del cielo, e incendiarmi, voltandomi a guardare gli scampoli di fuoco che lasciavo dietro di me, a spegnersi lontano: mi divertivo assai a vederli esaurire la spinta, esitare, fermarsi e mettersi a ruotare. Raffreddavano, ciascuno a suo tempo e a suo modo, prendendo colori diversi. Fossi stata bambina – più grande, adesso – e non stella, avrei pensato che fossero fatti delle stoffe ruvide o vaporose, granulose o finissime, che esplodevano di vermiglio o di cobalto, di pervinca o di turchese leggero sul telaio di mia madre, quando lavorava accanto a mio padre, maestro di colori.
E vorrei esserlo, la bimba dell’inchiostro, per usarlo e dire con quello del più bello dei frammenti, che si è intiepidito lentamente, crepandosi tutto in valli e montagne e ha mischiato atomi semplici, a far liquido e a fare il cielo azzurro come altri cieli non sono. Come una madre, l’ho allevato, quel pezzo di me, l’ho scaldato piano, illuminato. Giocava, splendendo di ghiaccio, poi ostentando orgoglioso la chioma verde, l’elmo di un guerriero. Correva, quasi ruzzolasse da una pietraia, a sbucciarsi le ginocchia, imprudente, a cercare un destino diverso dagli altri. E infatti: presto divenne folle di esseri microscopici e laboriosi.
Non fossi stella, direi ciò che oggi m’inquieta. Il tempo è passato, e tanto; invece del soffio del fuoco avverto ora, profondo, un brontolio sordo, un turgore che cresce. So cos’è, ma a chi dirlo? So che marcio da un tempo che sembra infinito verso il momento in cui la fornace che mi anima finirà di ardere tutto.
E’ oggi, il giorno. Se non fossi stella, ma la bambina dell’inchiostro e delle stoffe, e la donna che ha allevato le sue creature, la mia fine sarebbe semplice, anche se dolorosa. Mancherei al mondo, forse. Ma sono stella, e sarà il mondo a mancare a me.
Resterò taciturna e pesantissima in questo angolo di cielo a raffreddare anch’io, dopo avere avvolto di fuoco e fatto svanire in un attimo il corteo di piccoli compagni che m’hanno girato attorno per tanto tempo. Senza mai avvicinarci, quasi fossimo timidi innamorati; paghi, loro, di vedere i miei lunghi capelli di luce sciolti nel cielo, e io di osservarli nei loro giochi cangianti.

Raccontiaquattromani/10

Con gli occhi spalancati

Sillabavo quelle parole. Sillabavo “malattia” e “morte”. Ma-lat-tia, mor-te, e poi di nuovo e di nuovo: ma-lat-tia, mor-te. Contavo le lettere, le volevo imparare a memoria, sentire il loro suono, capirle finalmente quelle stronze di parole. Le volevo sciogliere tra le labbra, nasconderle, farle morire anche loro.
Pensavo a quelle parole ma l’unica parola che avevo in mente davvero era Amore. L’unica che volevo sillabare urlare ingoiare era amore.
A-mo-re, a-mo-re, a-mo-re. L’unica cosa che avevo in mente, mentre lei era ancora davanti a me, con gli occhi spalancati e stesa su quel letto dove avevo consumato l’infamia più grande e ti avevo amata tramite il suo corpo, eri tu. Avevo lei lì davanti, morta e stesa sul nostro letto e mentre piangevo per lei e per la nostra vita in frantumi, e per chi eravamo stati, l’unica cosa che volevo eri tu!
Lui la guardò con ansia come a cercare conferma al suo impeto. Lei era silenziosa ma attenta, lo capiva da come si toccava le mani e si rigirava l’anello con la pietra turchese, quello che lui le aveva comprato un giorno, e lui si sentì incoraggiato a proseguire.
Sei tu l’unica cosa che ho in mente da sempre. Tu quella che ho cercato in ogni donna che ho incontrato in questi anni, tu l’unica che sa chi sono e non ne prova disgusto. Solo con te posso essere chi non ho mai potuto e solo tu mi permetti di dilatarmi e di confluire in te.
Questi anni sono stati un macigno al collo ma non potevamo distruggere le nostre famiglie e derubare i nostri figli dei sacri valori in cui non crede più nessuno. Ma ora che lei non c’è più, niente ci terrà lontani. Vieni qui e abbracciami. Non posso attendere oltre. Non possiamo permetterci di sprecare altri minuti regalandoli al tempo che è sempre pronto a derubarci delle persone e dei momenti.
Rendi vero tutto ciò che ho desiderato in questi anni. Rendi vero l’uomo che posso essere.
Fai di me e di te quel noi che dobbiamo diventare.
Lascia tutto ciò che sei, annienta il me che sono stato finora e lasciati amare finalmente.
E amami, finalmente.
Lei alzò gli occhi solo a questo punto, proprio come se stesse leggendo un libro e, finita una pagina, si preparasse a voltare per proseguire la lettura. Si alzò in piedi e lo fissò.
Ma perché gli uomini sono così cattivi? Ho letto queste parole in un libro, non chiedermi il titolo, non me lo ricordo più, quello che so è che mi scorrono continuamente davanti come in un display.
Sostieni che mi ami e non ti accorgi che lentamente mi hai ucciso. Hai ucciso la donna che ero, quella che con fatica e sacrificio e rabbia, sì, tanta rabbia, ho costruito in questi anni.
Continui a ripetere che l’unica parola che avevi in mente davvero era Amore, ma io credo che tu non conosca il vero significato di quella parola.
Pensi che corrisponda a questa sorta di ossessione che ci ha resi ciechi facendoci precipitare in un abisso senza via d’uscita, senza speranza?
Qualcuno ha detto che solo chi diventa cieco, solo chi si muove ad occhi chiusi, riesce veramente a vedere. Un tempo anch’io ci credevo. Ora non più.
Se chiudo gli occhi non è la verità quella che mi compare davanti ma l’inganno, l’inganno delle tue labbra che sussurrano incantesimi alle mie orecchie che credevo sorde, per poi scivolare esperte lungo il mio corpo che brucia e rabbrividisce in balia di queste avide esploratrici, l’inganno delle tue mani così furiose quando prendono i miei fianchi e delicate mentre giocano con i miei seni, delle tue dita che seguono linee invisibili tracciate sulla pelle fino a frugare dentro me alla ricerca di quell’essenza miracolosa che tu credi ti possa ancora salvare. La tua voracità insaziabile goccia dopo goccia mi ha svuotato l’anima.
Pensi davvero che tutto questo sia l’amore, l’amore che redime, che salva, che lenisce ogni dolore?
No, non sto rinnegando quello che c’è stato tra noi. Avevo bisogno di te come tu di me.
A volte vittima, a volte carnefice: la nostra è stata una recita con ruoli intercambiabili.
A forza di nutrirci l’uno dell’altra eravamo diventati identici: un solo essere, una sola anima. E’ stato allora che ho aperto gli occhi e mi sono spaventata. Come potevo amarti, annullandomi completamente? Non ero più io, e questo non potevo accettarlo.
In realtà, non era di me che tu avevi bisogno ma di un sogno d’amore che ti potesse salvare.
Il mondo che ci siamo inventati tu ed io è un mondo che non esiste, un mondo costruito con fili di fumo: è bastato un alito di vento e ci siamo ritrovati allo scoperto con indosso soltanto le nostre miserie.
Ma adesso tutto è chiaro e all’improvviso è così squallido. Cerchiamo di essere sinceri, almeno ora che lei è morta. L’abbiamo uccisa noi, l’hai uccisa tu giorno dopo giorno con la tua indifferenza costringendola a diventare invisibile mentre ascoltava le tue parole false e ironiche cariche di disprezzo. Sentiva la tua repulsione ogni volta che la sfioravi solo per dovere coniugale. Tremo al pensiero di come dovesse sentirsi umiliata e sola. Prima non mi preoccupavo del suo dolore, per me era come se non esistesse. Ma ora che è morta, ora che non c’è più, provo per lei una grande e dolorosa compassione. Chiamala come vuoi: solidarietà, rispetto, ma ora non posso più ignorarla e se da viva non era per me un ostacolo, accecata com’ero dalla passione, ora so che non potrò più tradirla.
Ora so che non possiamo stare insieme. Ora so che è tutto finito. Tra noi niente può più esistere. Noi non ci siamo più, capisci? “Noi” non è mai esistito davvero. Era solo frutto del tuo egoismo, del tuo volermi come fossi un prolungamento di te, del tuo essere.
Perciò me ne vado. Con gli occhi spalancati