A volte i librai raccontano storie.
Fabio Lagiannella lo ha fatto quando gli hanno consegnato il premio di Libraio dell’anno a Venezia.
Toccanti le sue parole.
Sul Fatto, sul mio blog: leggi qui
A volte i librai raccontano storie.
Fabio Lagiannella lo ha fatto quando gli hanno consegnato il premio di Libraio dell’anno a Venezia.
Toccanti le sue parole.
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Sfogliando Il sentiero dei papaveri
(in uscita il 23 febbraio)
Era Carnevale il giorno in cui conobbi il Capitano, ma io non lo sapevo, oppure l’avevo dimenticato. Dimentico tante parole e tante — soprattutto quelle che non sopporto — le caccio lontano dai miei pensieri.
Tu somigli a me. Sorridiamo poco, parliamo poco, usiamo le forbici, io per tagliare i capelli, tu la barba.
Sono le sei del mattino, il primo giorno d’autunno ha portato un po’ di freddo. Papà verso quest’ora si alzava, si preparava il primo caffè e poi lo gustava tornando sotto le coperte; a volte dormiva ancora qualche minuto. «È il sonno più bello quel quarto d’ora con il sapore del caffè in bocca» diceva. Io invece non ho dormito e non dormirò.
Dobbiamo tornare a usare le mani come se fossero il nostro respiro, dobbiamo tornare ad ascoltarci, ad ascoltare le nostre storie, dobbiamo ribellarci alle macchine, le nostre menti vengono prima. Dobbiamo costruire nuove città.
Non avevo dimenticato le parole del Piccolo Prete.
«Dov’è Dio?» gli domandavo.
«Guarda, è qui» mi aveva risposto, indicandomi gli alberi, un torrente e un camoscio che si inerpicava tra gli alberi, per poi sparire. Dio non c’era nel manicomio in cui fui rinchiuso. Non c’era quando mi fecero due volte l’elettroshock nell’arco di alcune settimane. Dove mi sedavano, per farmi dormire giorni e giorni. Dove mi legavano. Fuggivo sempre. Mi riprendevano. Un altro elettroshock. Altri farmaci, che mi facevano ingoiare con la forza. Cominciai a tremare, a vedere di meno. Poco da un occhio, pochissimo dall’altro. Ma io sapevo vedere quello che gli altri non vedevano, me l’aveva insegnato la Suora Spensierata. Mia mamma. Senza i suoi insegnamenti sarei diventato pazzo per davvero. Un giorno arrivò il Dio che avevo conosciuto e perso: aprirono la porta della mia cella, il Piccolo Prete era venuto a liberarmi.
A proposito di tre libri tre e altro.
Piccola premessa. Con questo sono arrivato a 16 libri pubblicati. Nel 2003 mi sembrava di sognare quando, con una borsa nuova, e un basco verde (due regali), presi il treno da Vercelli per Milano, dove avrei firmato il mio primo contratto con Mursia. Son venuto altri momenti belli (libro del mese Fahrenheit con Lo scommetitore, libri pubblicati con Newton Compoton, con Fanucci, con Luigi Bernardi) ma, alla fin fine, niente di che.
Sei uno dei tanti che pubblica libri e passa inosservato o quasi… ecco cosa penso alla viglia dell’uscita del mio nuovo libro, Il sentiero dei papaveri (Golem edizioni).
Il sentiero dei papaveri. Anni fa mi raccontarono di una poersona che viveva di libri (ne pubblicava, di altri) e musica (suonava). E che viveva senza telefonino e internet.
Il sentiero dei papaveri racconta di persone che vivevano come una volta. Ci ricordiamo ancora come si viveva anni fa senza smathphone e like su facebook? A prescindfere dal ricordo: il mondo sta cambiando, ma noi, forse, ci limitiamo a subire, prendendo atto che non c’è un’ altra strada.
O forse c’è: è il sentiero dei papaveri.

Secondo libro di cui voglio dire. La donna che parlava con i morti. Uscì nel 2007 con la Newton Compton ed è stata, quell’edizione, il mio libro più venduto. Ricordo che mi mandarono una prima ricevuta per 4000 bollini siae e poi, dopo un paio di mesi, un’altra per altre 1500 copie.
La donna che parlava coi i morti è stato ristampato (e anche rivista) da Il Vento antico 2019, collana I vintage. Bene, a fine mese la collana chiude, e quindi non sarà più disponibile su Amazon. Dico solo questo: che mi spiace…

E poi c’è Bastardo posto, un libro a cui tengo molto. Doveva uscire con la Newton (feci con loro l’editing, loro mi fecero la copertina e annunciarono l’uscita sul loro catalogo, in italiano e inglese, dei 40 anni della casa editrice). Poi però presero tempo, e io chiesi di poterlo far uscire con un altro editore. Fu così pubblicato da Perdisa, nella collana Perdisa Pop diretta da Luigi Bernardi. In giro, ora, non si trovano copie ma spero, o a fine anno, o a inizi 2025 che il libro venga ristampato. Non so ancora se lo rivedrò e se lascerrò quel titolo. Ne ha in mente un altro, ci sto pensando… Ha già avuto due copertine, Bastardo posto. Quella di Perdisa, quella della Newton. Spero che ne abbia una terza.


Insieme a Francesca Piazza, (giovane) editrice di Golem ed editor, stiamo vedendo le ultime bozze de Il sentiero dei papaveri, che esce a febbraio oppure nei primi giorni di marzo.
Ecco il nuovo incipit (riscritto e rivisto più volte) e, anche, la parte introduttiva.
Incipit
Era Carnevale il giorno in cui conobbi il Capitano, ma io non lo sapevo, oppure l’avevo dimenticato. Dimentico tante parole e tante — soprattutto quelle che non sopporto — le caccio lontano dai mie pensieri. Appena sveglio, spalancando la finestra della mia camera, un cielo che prometteva primavera mi fece venir voglia di uscire, camminare in strada. Così mi vestii, e poi andai in cucina per il rito del caffè con papà che era appena rientrato dal suo giro mattutino; gli dissi che avrei mangiato un boccone fuori; e lui, come usava fare, mi rispose con un due piccoli cenni di assenso, senza guardarmi. Viveva per me, senza farmelo pesare e io amavo lui e le nostre silenziose colazioni in cucina, al risveglio.
Parte introduttiva
Questo libro è ambientato ai tempi di facebook, parola che nel libro non compare. Eppure, tutto parte proprio da facebook.
È un sera di qualche anno fa. Sono su facebook, appunto, sto ascoltando alcuni psicanalisti. Sono collegati, ognuno dal proprio studio.
Il medico e psicanalista Emilio Mordini si mette a parlare dell’era digitale e dice: «Sono le dieci di sera e stiamo dialogando davanti al computer. È una follia comoda. Pensate: dopo un viag- gio, potremmo essere attorno a un tavolo davanti a una bottiglia di vino… Stiamo perdendo il ritmo della vita e la vita è un po’ come la musica, che è fatta da suono, pausa, suono. Senza pausa non c’è musica. Anche il pensiero è fatto da suono, pausa e suono. Noi stiamo distruggendo la pausa, non c’è più un tempo delle cose e se non c’è un tempo delle cose siamo tutti morti.».
Poi disse anche «Tutto questo sistema è costruito per portare a un continuo consumo. Ci stanno rubando il tempo. Cosa fare? Dobbiamo tenere aperto il ragionamento. Pensate ai Benedettini durante gli anni delle guerre gotiche: studiavano, insegnavano la bellezza…».
Non sono un benedettino, io, ma fin da ragazzo mi è sempre piaciuto andare in un bar, mettermi in disparte, ascoltare, leggere e, a volte, anche scrivere. L’idea del libro nasce da questo.
Conserviamo i libri vecchi. Nessun algoritmo potrà cambiare le verità che contengono.
Carla Vistarini, paroliera e scrittrice
Ogni generazione, senza dubbio, si crede destinata a rifare il mon- do. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga.
Albert Camus quando nel 1957 gli conferirono il Premio Nobel
Recensione della scrittrice Laura Costantini (pagina facebook Ticonsigliounlibro) a La suora
Ho assegnato 4 stelle su 5
Ho letto parecchi romanzi di Remo Bassini e la sua cifra è riconoscibile, anche se ha la grande capacità di rendersi diverso in ogni storia. Il trait d’union è la capacità di dare voce a personaggi messi all’angolo. Romolo è così, lo è Nora. “La suora” è un romanzo che scava nel passato, nelle ombre della Seconda Guerra Mondiale. Non vi dico di più, ma vi invito a leggerlo. Sono parole dense, corpose, intense, mai gettate lì. Ogni riga ha un motivo, ogni personaggio una sua nicchia, ogni parola rimanda a un indizio. Sarebbe un gran bel film, ma il libro resterebbe, comunque, migliore. Consigliato.
Ho compreso, infine,
che nel bel mezzo dell’inverno,
ho scoperto che vi era in me
un’invincibile estate.
Camus
Buon anno a chi passa di qui
Ho provato a ricordare…
Un Natale di quando ero ragazzo. Messa di mezzanotte alla Vigilia, i profumi delle cose che stava preparando manna per il pranzo, al risveglio. Di solito, il pomeriggio al cinema o all’oratorio a giocare a calciobalilla e ping pong. E i libri ((Salgari, Verne, Dumas), che mi regalavano i miei e una mia vicina di casa.
Poi un Natale di cui ricordo l’anno: era il 1983. Vado (malvolentieri) a un pranzo di parenti, ma ho con me un libro di Melania Klein. Lavoro in fabbrica, ma mi sono iscritto al primo anno di lettere. Quel libro lo porterò all’esame di psicologia (sarà un 30). Appena finito il pranzo, gli altri si mettono a chiacchierare, io vado in un’altra stanza e studio, contento di farlo.
Il Natale del 2009, infine. Un mese dopo sarebbe arrivato Federico e io stavo pensando di dargli (e così sarà) un secondo nome: Libero.
Tanti auguri e siate liberi.
PS Questi giorni, appena posso, lavoro sul libro che uscirà a febbraio, Il sentiero dei papaveri:
Insomma, questo sarà il Natale del sentiero dei papaveri.
E’ morta Susanna Parigi, cantautrice e compositrice.
Mi spiace.
Prima di andarsene sulla sua pagina facebook ha scritto: Se vi scrivo è perché sto camminando verso la casa del Padre. Volevo ringraziare tutte le persone che mi sono state vicino in questo anni di tribolazioni.
E’ stata… la colonna sonora di un mio libro, nel senso che ne La donna di picche il protagonista ascoltava sempre le sue canzoni.
Di lei nel 2017 avevo scritto in questo blog.
PS. Nei ringraziamenti de La donna di picche la citai… sbagliando il nome di battesimo. Scrissi Antonella anziché Susanna. Lei lesse, mi ringraziò, ma non mi fece notare quell’imperdonabile sbadataggine.
E infine. Alcuni estratti de La donna di picche dove compare Susanna Parigi.
Che Pietro mi telefonasse mi faceva piacere, ma fino a un certo punto: la suoneria del cellulare escludeva che potesse suonare il mio citofono, come avrei preferito. Sapevo dov’era: in auto, a guidare senza meta, ascoltando le sue canzoni. Abbassava l’audio, ma continuava ad ascoltarle mentre parlavamo. Ebbi la sensazione che volesse condividere con me Paolo Conte, Tenco, Paoli e poi una voce dolce, di donna, Susanna Parigi, che non conoscevo e che mi sarebbe diventata familiare.
———-
Invece di sentire la sua voce, prestai attenzione alle parole di una canzone. Come al solito, Pietro stava ascoltando musica.
Menti se proprio devi
ma falle credere che è tutto vero,
che è bello,
infinito, immenso e che durerà.
Dille che saprai fermare il tempo,
sarai la pace al suo tormento,
e ordinerai con le tue mani
e lei saprà eseguire
e sceglierai
per lei di non tradire
e di capire dai silenzi
quello che ti vuole dire.
«È stupenda questa canzone di Susanna Parigi» disse alzando in modo eccessivo il volume e poi avvicinandosi a pochi centimetri dalle mie labbra. Pensai che mi volesse baciare, invece portò le sue labbra alle mie orecchie e sussurrò: «Mi sento in colpa, so che ho perso la tua stima.»
Nessuna microspia, o cellulare spia o microfono unidirezionale avrebbe potuto intercettare quelle parole bisbigliate e coperte dalla stupenda voce della Parigi.
——————-
Mi accorsi solo allora che avevamo come sottofondo la voce di Susanna Parigi. Evidentemente, aveva sostituito Luigi Tenco e Paolo Conte nella hit parade personale di Pietro. Alzai il volume, non al massimo ma quasi.
Sarò cibo per te
perché tu abbia
incontenibile fame di me.
Sarò profumo per te
per entrarti dentro
fino ai pensieri.
Sarò il bene supremo per te
per darti la soddisfazione
di corrompermi.
Sarò la decima porta per te
Il testo di quella canzone mi turbò. Guardai Pietro, stava ascoltando? Sembrava scritta da Lucilla.
piccolo soddisfazioni da piccolo paese, un po’ come vincere una gar di bocce o una partita di scopa. Copio e incollo
l’opera “La donna che parlava con i morti” abbinato alla venticinquesima edizione del festival internazionale Inventa un Film, è stata particolarmente apprezzata sia nelle varie fasi di selezione che dalle giurie e riceverà o un PREMIO o una MENZIONE SPECIALE nella sezione Bianco Avorio (narrativa lunga; libri e romanzi).
Mi sento figlio di un’Italia contadina che non voleva togliersi il cappello quando arrivava il padrone.
(da un’intervista che mi fece Marino Magliani, anni fa…)
Questa, di DeAndré, è una delle canzoni meno note. Quando avevo 13 anni mi colpì profondamente, l’imparai a memoria e la scrissi sull’atltante di geografia. La ricordo ancora
Parlavi alla luna giocavi coi fiori
Avevi l’età che non porta dolori
E il vento era un mago, la rugiada una dea
Nel bosco incantato di ogni tua idea
Nel bosco incantato di ogni tua idea
E venne l’inverno che uccide il colore
E un Babbo Natale che parlava d’amore
E d’oro e d’argento splendevano i doni
Ma gli occhi eran freddi e non erano buoni
Ma gli occhi eran freddi e non erano buoni
Coprì le tue spalle d’argento e di lana
Di perle e smeraldi intrecciò una collana
E mentre incantata lo stavi a guardare
Dai piedi ai capelli ti volle baciare
Dai piedi ai capelli ti volle baciare
E adesso che gli altri ti chiamano dea
Quell’incanto è svanito da ogni tua idea
Ma ancora alla luna vorresti narrare
La storia d’un fiore appassito a Natale
La storia d’un fiore appassito a Natale