Due gialli che segnalo

Due buoni gialli (anzi, più che buoni) scritti da due scrittori vercellesi. Li ho divorati (e ne scriverò, ora sono alla prese con la riscrittura di un libro, Il sentiero dei papaveri).
Di Franco Ricciardiello, Lontano dal male.
Di Alberto Odone, Punti di frattura.
A chi non li conosce li consiglio, a chi li conosce dico che si tratta di due prove di maturità narrativa: superiori, insomma, alle cose che hanno già scritto.
Non credo si trovino in libreria, la casa editrice è piccola, si chiama Sette chiavi.
Non credo che la casa editrice sia distribuita in libreria. In ogni caso c’è Amazon.

Storia di un piccolo gesto

Questo è uno dei miei post estivi che su facebook ha ottenuto il maggior numero di like. Ma non è per questo che ora faccio il copia incolla e lo metto qui.
Lo metto qui perché è un post insolito (mi ha fatto notare uno dei commentatori). Racconta qualcosa che fa piacere leggere, e che a me fa piacere ricordare.
(PS. Rugapiana è il nome che danno i cortonesi a Via Nazionale, unica via di Cortona pianeggiante).
Ecco il posto

Gelateria in rugapiana, Cortona.
Domano: «Mi scusi, è il proprietario della gelateria?»
C’è poca gente, sono quasi le 23, l’uomo è seduto fuori. Dentro c’è una ragazza che serve.
«Sìı, mi dice, «sono io.»
«Volevo raccontarle una cosa, vede questo ragazzo, è mio figlio, ha 13 anni, sette, otto anni fa, una sera, era tardi, mi chiese un gelato. Arrivammo qua di corsa, ma lei stava già abbassando la saracinesca, anzi l’aveva abbassata. C’era nessuno. Prima di chiudere, però, si è girato, e dall’espressione di mio figlio ha capito tutto. Così ha alzato la saracinesca, gli ha fatto un gelato e gliel’ha anche offerto. Son piccole cose che non si dimenticano, sa?»
(e quindi – ma questo non gliel’ho detto – quando posso parlo bene di lei).

Sullo scrivere semplice

Chi scrive, poi, è in attesa di giudizio, si sa.
E se il giudizio è una stroncatura, chi scrive potete immaginare come si sente.
A stroncare può essere un critico, ma anche un lettore su Amazon, IBS, Anobii eccetera. Chiaro: se un critico con la C maiuscola ti ha lodato e un lettore qualunque invece no, la cosa fa meno male.
Non ho mai ragionato così.
Io scrivo affinché chi legge capisca. E quindi amo la scrittura semplice.

Anni fa, ho appena terminato di scrivere Bastardo posto.
I giudizi di chi lo ha letto o ha letto degli estratti è entusiasta.
Un’amica scrittrice ed editor dice che le ricordo un grande scrittore che non cito… (sarei bugiardo se dicessi che non mi fece piacere quell’accostamento).
Dirigevo il giornale La Sesia, allora. E tra i dipendenti c’era una giovane donna che leggeva in media un libro ogni due mesi. Alla fine della pausa panino lei leggeva. Ricordo che amava Faletti.
Amava anche leggere, ma il tempo che aveva per leggere era poco perché quando finiva di lavorare andava dai suoi vecchi genitori, uno non era più autosufficiente, l’altro non stava granché bene, e non avevano denari per pagare una badante. Ci pensava lei, a loro.
Le chiesi una cortesia. Le diedi il manoscritto di Bastardo posto e le chiesi di leggerlo e di segnare tutte le cose che non capiva con un punto interrogativo.
Così fece. Lesse e mi consegnò il manoscritto con una ventina di punti interrogativi. La maggior parte dei quali chiedevano una semplificazione della lettura (a volte una ripetizione in più…).
Non apportai venti correzioni, ma una dozzina, almeno, sì.

Quando faccio dei corsi di scrittura dico sempre: durante la prima stesura sentitevi sicuri, dite a voi stessi che sapete scrivere, che siete dei bravi scrittori. Ma quando riscrivete e correggettevi quando potete chiedetevi: è proprio chiaro quello che ho scritto?

Buona estate a chi passa di qui.

Le mie origini bastarde, so qualcosa in più, ora

Arrivo a un vicolo di Cortona, vicolo Santa Chiara, che è stupendo, forse il più bello. Largo poco più di un marciapiede, non c’è spazio per le auto. E non ci sono turisti. Fuori, dalle case a uno massimo due piani, piccoli giardini, gerani, piante con i pomodori.
Cortona è tutta un saliscendi.
La mia destinazione è il monastero della Clarisse. Ho mal di schiena e a un ginocchio. Le auto, anche di grossa cilindrata, devono salire con la prima, con la seconda si imballano.
Mentre salgo vedo un vecchietto che sale, aiutandosi col bastone; è una del posto, è vestito da… cortonese. Impiegherà quasi un’ora, tutti i giorni, per arrivare alla piazza e poi tornare nella zona di Cortona alta (dove presumo abiti).
Cammina lento lento. Guarda i lastroni… Basta camminare e pensare ad altro.
Perché sto facendo questa strada?

Mio nonno materno (nato e vissuto a Cortona, gli ultimi anni trascorsi a Vercelli) non mi stava molto simpatico. Mi portava ai giardini e si fermava a parlare di parentele: fratelli, suoceri, nuore, generi. Insomma. Quando avevo quattro anni pensai che a me di quelle cose lì importava un fico secco, e infatti ancora adesso faccio fatica ad ascoltare le ricostruzioni parentali, perché mi rivedo: son lì, fermo, con mio nonno che mi tiene la mano, e parla parla, e non mi porta a vedere il treno come vorrei.
Ecco, la passione per i treni m’è rimasta.
Di mio nonno Angiolo ho già scritto (le mie origine bastarde).
I nomi strani di allora: lui si chiamava Angiolo, mia nonna, Alduina…
Lui era severissimo. Mia madre di mi diceva che era così perché la famiglia che lo aveva adottato era severissima con lui (e severa lo era anche mia madre).
Fu trovato (non so l’anno, presumo attorno al 1885) sulla ruota degli esposti nel monastero di Santa Chiara, a Cortona.
Con lui c’era una bambina, anche lei appena nata, Rosetta.
So che rimasero in contato, poi, dopo essere stati adottati.
Fino a due mesi fa non sapevo dove fosse la ruota degli esposti dove fu trovato mio nonno.
Ieri l’ho trovata, seguendo indicazioni di alcuni cortonesi e di mio padre, che ha 96 anni.
Foto uno, l’esterno del monastero.
Foto due, il portone.
Foto tre, la ruota degli esposti.

Chissà chi erano le due persone che hanno dato la vita a mio nonno, materno, chissà.
Io credo che uno dei due arrivasse dal mare.
Io sto bene solo quando sono in un posto di mare. Dormo meno e mi sento riposato. Anche gli acufeni (regalino della seconda dose del vaccino) quando sono in un posto di mare scompaiono. E sto ora ad ascoltare e guardare il mare che con Cortona non c’entra una cippa.

I ricordi son come le nuvole: vanno, vengono, qualche volta si fermano

Frugando nella memoria sto cercando di scovare i dieci giorni più belli della mia vita lunga 66 anni e 10 mesi, ma non ne trovo: trovo momenti.
Ho 17, 18 anni, sono steso sul divano, sto ascoltando un disco del Banco del mutuo soccorso, sorrido al futuro che mi attende…
Ho 32, 33 anni, è una domenica, lavoro al giornale La Sesia, sono appena rientrato da una trasferta della Pro Vercelli in Toscana (non ricordo dove). È stata una lunga giornata: sveglia alle 5, treno per Firenze, panino a Firenze (con pausa a Santa Maria Novella), ancora il treno per non ricordo dove, la partita, il rientro a Vercelli. Ora sto scrivendo il pezzo, devo fare in fretta: alle 22 inizia il film Orchidea Selvaggia (che guarderò in piedi, era tutto pieno).
È il 24 giugno del 1991, ho 35 anni, oggi pomeriggio discuto la mia tesi di laurea, sono solo in casa. È finita una delle stagioni più belle della mia vita, mi dico. Squilla il telefono, è il mio relatore…
E mentre cerco i momenti belli vedo anche quelli grigi o neri, giorni-momenti anche un po’ disperati.
Meglio che i ricordi affiorino quando han voglia loro, senza star lì a scomodarli.

Era il 28 luglio di un’estate lontana, mi dissero che piacevo a una ragazza. Avevo 14 anni e quella ragazza piaceva anche a me. Ero a Cortona, dove lei viveva. Peccato che il giorno dopo sia partita per il mare. Per anni il 28 fu il mio numero fortunato…
Finché il 28 luglio del 2013 non mi morì uno dei tre cani che ho avuto, Toby.

Sono un po’ come le nuvole di De André, i ricordi: vanno, vengono, qualche volte si fermano…

Il sentiero dei papaveri, storia di una auto emarginazione

Viviamo in un mondo di cui, credo, ci sfuggono parecchie cose.
Nel mio ultimo libro, Il sentiero dei papaveri, ho creato un personaggio che da questo mondo sta lontano. Non dice mail la parola computer, lui.

Un estratto (è un dialogo, tra il personaggio principale e sua zia)

«Vivi fuori dal mondo, ma è un nuovo mondo, questo, che corre, e tu non puoi esorcizzarlo fingendo che non esista. Sembra quasi che certe parole ti spaventino, non le pronunci mai…»
«Zia, ha conosciuto quel mondo ma la parola rete per me ha un significato preciso: trappola. E il navigatore è colui che naviga, non l’aggeggio che sta impedendo alla gente di usare la piccola bussola che aveva nel cervello. In quel mondo il mondo si sta smarrendo.»
«Io non l’ho mai avuta la bussola che dici tu, senso dell’orientamento zero. Ascoltami. Ti stai creando un mondo tutto tuo, ma sbagli perché c’è, è dovunque. Perché non lo accetti continuando a coltivare le tue passioni? Io per esempio non perdo mai uno spettacolo teatrale e appena posso vado a camminare da sola, al fiume. Fai attenzione: se non ti adegui vivrai da emarginato.»
«Preferisco vivere da emarginato, incontrare la gente in piazza o in un bar, non mi va di sorridere da una scatola all’altra. E quando scrivo una lettera la chiuderò in una busta, non la metterò in un aggeggio dove possono posarsi occhi indiscreti. E poi…»
«E poi?»
«Ti vorrei raccontare una storia, una storia piccola piccola…
Quando facevo il portiere di notte ho conosciuto un uomo che non riusciva a dormire. Era elegante, distinto, un uomo d’affari. Mi raggiungeva, mi chiedeva se mi disturbava la sua presenza. Io in genere leggevo. Non parlava mai. Fumava, beveva la sua birra, guardava il vuoto. L’ultima notte della sua permanenza, prima di salutarmi mi raccontò che lui, tempo addietro, aveva provato la nausea del suo mondo ed era fuggito, ed aveva vissuto tra gli emarginati sotto ponti e griglie. Mi disse che la notte non riusciva a dormire per il freddo, e che aveva una coperta brutta e sporca ma soprattutto corta. “Se mi coprivo vicino alla gola restavano scoperti i piedi e viceversa. Eppure ci sono notti in cui rimpiango quella coperta.”»
«Perché è tornato?»
«L’hanno trovato, ma forse è di nuovo fuggito.»
«Tu però resta.»
Ha una voce bellissima la sorella piccola di mamma.

Recensioni su L’Indipendente, Maria Grazia Calandrone, Monica Rossi (e altro…)

Da un paio di anni scrivo recensioni sul blog che ho sul Fatto. Da due mesi anche su L’Indipendente. Recensioni indipendenti.
Per ora ho scritto due pezzi.
Il primo non è una recensione, ma un omaggio a un autore che a mio avviso non va dimenticato, Luisito Bianchi, il prete della gratuità, l’autore de La messa dell’uomo disarmato.
La seconda sul libro di Zena Roncada, Il cuore delle formiche. Zena è un’amica, Zena mi ha fatto da editor, Zena ha una scrittura che mi incanta anche se è (tanto) diversa dalla mia.
Non so quando uscirà il terzo articolo, mandato stamattina.
Ho recensito “Dove non mi hai portata” di Maria Grazia Calandrone.
Che ha scritto un libro autobiografico ma anche storico.
Ha scritto un libro usando più registri: da narratrice, da giornalista d’inchiesta, da storia, da poetessa.
Il perno di tutto è una grande storia, la sua storia: fino al 16 febbraio 2021 lei sapeva, uno, di essere stata adottata, e due, che sua madre biologica si era lasciata annegare nel Tevere prima di abbandonarla (ma il termine è sbagliato, fu un abbandono pianificato) a Villa Borghese, quando lei aveva solo otto mesi.
Dal 16 febbraio Maria Grazia Calandrone si era messa alla ricerca della madre perduta. Per poi raccontare tutto nel libro “Dove non mi hai portata”.
Un passo del libro
… posso finalmente accarezzare il volto di mia madre, e il suo corpo di luce e di niente. E abbandonare il pregiudizio che solo la cultura ci permetta di capire le cose e conoscere il mondo fuori e dentro noi. Lucia aveva la seconda elementare, ma era libera. Perché aveva cuore. Quello che ancora splende, irreparabile.

Il libro, quando andavo il libreria, m’intrigava, ma non al punto di acquistarlo.
Ho deciso di leggerlo e di recensirlo dopo l’intervista a Maria Grazia Calandrone di Monica Rossi (pseudonimo di un uomo, corteggiatissimo, che lavora nel mondo editoriale e che seguo, da anni, scambiando con lui anche qualche messaggio).
Monica Rossi, chiamiamolo MR dal momento che è un uomo (alcuni dicono si chiami Stefano), fa a tutti le stesse domande. Mi ha colpito come ha risposto Maria Grazia Calandrone alla numero 10 (e ha colpito anche MR).

10) 𝙈𝙖 𝙥𝙤𝙞, 𝙖𝙡𝙡𝙖 𝙛𝙞𝙣𝙚, 𝙣𝙚𝙡 𝙘𝙤𝙧𝙨𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙫𝙞𝙩𝙖, 𝙖𝙣𝙘𝙝𝙚 𝙨𝙤𝙡𝙤 𝙥𝙨𝙞𝙘𝙤𝙡𝙤𝙜𝙞𝙘𝙖𝙢𝙚𝙣𝙩𝙚, 𝙡𝙚 𝙢𝙞𝙨𝙪𝙧𝙚 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙖𝙣𝙤?
Dico una cosa che nemmeno Madre Teresa di Calcutta.
Ma, purtroppo, la credo davvero.
Conta l’ampiezza dell’apertura delle tue braccia.
Se dentro le tue braccia si sta bene, il resto viene da sé.

Molto belle alcune interviste di MR sul suo profilo. Quelle che più mi hanno colpito son state quelle della Calandrone e quella di Grazia Scanavini, che è di una simpatia rara (e che leggerò).

E comunque. Dopo quell’intervista mi decisi a leggere “Dove non mi hai portata”.
Anche perché la madre biologica di Maria Grazia Calandrone, Lucia, proviene da un mondo contadino di cui son figlio. Anche perché anche il passato di mia madre Nella (anche lei, come Lucia, aveva fatto solo i primi anni delle elementari) ha qualcosa di misterioso sul quale, però, non potrò fare ricerche.
La storia l’ho raccontata nel post “Le mie origine bastarde”. LEGGI QUI

Ultima annotazione. Non sono un critico, le mie sono segnalazioni. Certo, mi piacerebbe scrivere come scriveva Beniamino Placido Su Repubblica, da lui ho imparato moltissimo. Preferisco scrivere le mie storie (da tempo scrivo meno), e, in campo giornalistico, di dedicarmi al calcio (la Pro Vercelli) e al basket. Mio figlio gioca a basket, una volta la sera, prima di mandarlo a letto, ascoltavamo canzoni su youtube, oppure guardavamo aldo giovanni e giacomo; da un paio di anni vediamo i campioni di basket dell’NBA… Adesso devo andare ad allenarlo: palleggi in sala, cercando di non spaccare lampade o soprammobili. Il gatto, in genere, ci guarda incuriosito. Il cane no, per niente.

Ci stanno cambiando l’anima, credo

Mi sveglio, vado in bagno, poi in cucina, primo caffè, poi di nuovo in bagno a vestirmi, esco di casa e scendo le scale, mentre scendo le scale sento il telefono di casa che squilla, che importa dico, sanno dove lavoro, posso cercarmi lì, intanto guardo: no, niente, il postino non è ancora arrivato, vado al bar, secondo caffè, poi l’edicola, il solito giornale. Prima di andare a lavorare (ma chissà chi mi ha cercato?) devo andare in banca, faccio un prelievo e chiedo l’estratto conto. Se non c’è coda torno a casa in fretta e controllare la cassetta delle lettere, poi corro al lavoro (così, almeno, mi tengo anche in forma).

Vent’anni dopo. Mi sveglio, metto su il caffè, intanto sento lo smartphone che gracchia: whatsapp, gmail. Messenger. Linkedin mi dice che sto avendo successo, la banca e vodafone mi chiedono pochi minuti del mio tempo… su instagram qualcuno ha postato una cosa fica… la casella di gmail va svuotata… ma chi è sto stronzo che scrive queste cose su di me su facebook? Devo cambiare smartphone, questo è lento e poi fa delle fotografie mosce, poi è meglio che lo prenda con due sim, si sa mai…

Scherzi a parte. Anni fa, quando leggevo e studiavo in una cucina, ogni tanto (ogni tanto: ogni quarto d’ora…) andavo sul balcone a fumare. Una notte, nel palazzo di fronte vidi chein un appartamento c’erano tutte le luci accesi e gente che correva con le mani sui capelli…
Il mio vicino di casa era morto. La gente che correva erano la moglie e la figlia. Restai lì, vidi che arrivò credo un dottore, vidi che lo vestirono, era un brav’uomo, lo incontravo tutte le mattine, sapevo che non ci saremmo scambiato più due parole e sapevo anche che, quella notte, non avrei più letto e avrei faticato a prendere sonno. Quella sera vidi quanto ho raccontato, altre sere mi limitavo a guardare i gatti che passavano in strada oppure a guardare il cielo. Sì’, succede ancora, ma meno.
Meno stelle e più like…
Siamo cambiati, tutto è cambiato: ci stanno cambiando l’anima, credo.

Auto intervista (che credo sincera)

Domanda a bruciapelo: lo scrittore che più ami. Il migliore, per te.
Pirandello.

Il tuo piatto preferito?
Insalata di pomodori conditi con cipolle, sedano e soprattutto olio di oliva di Cortona.

Dove vorresti vivere?
Davanti al mare. Puglia o Liguria non importa.

E se fossi costretto a vivere in una città?
Firenze.

Remo Bassini, sono più di vent’anni che scrivi. Fanucci, Newton Compton, ma soprattutto tanta piccola editoria. Avrai passato notti a scrivere, leggere, roderti. Altra domanda a bruciapelo. Ne è valsa la pena?
Fino a tre anni fa dicevo che sì, ne valeva la pena, perché scrivere per me è come respirare, così dicevo; adesso non so, non lo so più, ecco.

Tutto perché non hai sfondato? Da Fanucci, che è un signor editore, a Golem, che è piccolo piccolo..
No, non c’entrano i riconoscimenti (che poi con Golem ne ho ottenuti: un primo posto ex equo al Premio internazionale città di Cattolica, o un terzo al prestigioso Premio Monti), e non c’entrano le vendite, il mondo dell’editoria…

E quindi? Una sera all’improvviso ti è passata la voglia di scrivere così, senza un perché?
No, il perché c’è. Ascoltami. Quando uno scrive ha in mente dei lettori. Purtroppo quel che è successo nei due anni di Covid me li ha portati via…

In che senso? Puoi spiegarmi meglio?
Prendiamo il Green pass. Un sabato sera passando davanti a un negozio sento una signora che urla al telefono: Chi non ha il Green pass a casa mia non mette piede. Prendiamo il vaccino: sulla bacheca facebook di uno di sinistra che conosco lessi: Calci in culo a chi non si vaccina. Prendiamo ora alcuni esaltati novax che arrivano quasi ad augurarsi che gli effetti avversi del vaccino aumentino sempre più… ecco… non trovo più i miei lettori. I miei lettori non odiavano, non sapevano odiare. Non giudicavano.

Però proprio durante il primo lockdown hai scritto La suora…
La suora è un libro contro quel clima. Una sera, mentre passeggiavo col cane in una città morta, mi feci una domanda: dove vorresti essere tu, ora? Mi venne in mente Orta e il suo lago; così tornai a casa e invece di guardare facebook o di leggere i giornali online mi misi a scrivere. Si stava meglio a Orta, anche se era inverno, e la suora fu un’apparizione… a volte penso che Nora o suor Beatrice sia reale e che viva davvero nell’isola di San Giulio… Tutto qui.

Ho capito, intervista finita?
Ma no, possiamo continuare, parlare del passato per esempio. Magari della buona piccola editoria, come I Buoni cugini del mio amico Ivo Tiberio Ginevra (che mi ha pubblicato “Il bar delle voci rubate”), oppure come Perdisa Pop, bellissima esperienza con Luigi Bernardi e con Alberto Perdisa, editore galantuomo.

E Fanucci?
Mi ha pubblicato due libri (“La notte del Santo” e “La donna di picche”) credendo in me. Non posso che dirne bene. La mail che Fanucci mi inviò dopo aver letto la bozza de “La donna di picche” prima o poi la incornicio.

Nel tuo blog citi spesso Giulio Mozzi.
Nel 2003 e negli anni successivi mi svegliavo al mattino, preparavo la moka, poi mi piazzavo davanti al pc. Prima leggevo la posta elettronica e poi il blog di Mozzi. Leggevo, rileggevo, imparavo. Mozzi è un grande… Sai che invidiavo quelli che pubblicavano con lui, alla Sironi? E il bello è che non gli inviai nemmeno un manoscritto, allora.

Ma la tua stagione migliore la vivesti quando pubblicasti Lo scommettitore, con Fernandel, giusto?
Giusto. Recensioni, interviste. La Newton Compton che mi chiede di scrivere un libro. E comunque: se vissi un periodo d’oro lo debboca Radio Rai 3 e alla trasmissione Fahrenheit, diretta allora da Marino Sinibaldi. “Lo scommettitore” fu il libro del mese a luglio 2006, e finalista del libro dell’anno… certo, feci una cazzata…

Quale?
Non mi presentai alla trasmissione finale del libro dell’anno di Fahrenheit, a Roma, alla Feltrinelli di Piazza Colonna. Vinse Saviano. Non andai e (giustamente) non fui citato in trasmissione.

Dì la verità: ti rode di non essere diventato un grande scrittore?
Forse sì e forse no. Sai, ho in mente una persona… non importa se uomo o se donna. Aveva pubblicato un libro di successo, che era stato tradotto e che era diventato un film, un bel film. Eravamo sotto i portici di una grande città, parlavamo, pioveva. Mi disse: Da nove mesi non mi cerca più nessuno… Stavo per rispondere: a me succede da una vita…

E quindi?
E quindi quegli scrittori che vivono soprattutto per avere successo sono degli infelici, mi è venuto di pensare quel giorno…

Ma avrai conosciuto scrittori felici?
Sì, magari poco noti. Però sai…

Sì…
In parte l’infelicità degli scrittori è comprensibile. Quando metti al primo posto la scrittura e dalla scrittura ricevi solo maldipancia non puoi che vivere male.

Ci sarà qualcosa di bello nella scrittura…
Sì. Scrivere. Il momento della scrittura.

Dopo il diploma hai fatto l’operaio, poi ti sei rimesso a studiare e ti sei laureato, poi hai vissuto facendo il giornalista e lo scrittore. Domanda: se la scrittura non avesse fatto parte della tua vita, cosa avrebbe voluto fare ed essere Remo Bassini?
L’allenatore di calcio, sono un patito degli schemi, di tattica. Oppure no, mi sarebbe piaciuto insegnare, magari italiano e storia alle scuole medie, e nel tempo libero allenare una piccola squadra di paese. Un paese di mare, naturalmente…

Sbaglio, o tu tendi un po’ alla depressione?
Non sbagli, è una compagna fedele, purtroppo.

Stai meglio quando scrivi?
Forse sì, di sicuro smetto di stare bene alla fine, quando cerco di piazzare il manoscritto e aspetto la telefonata o la mail che non arriva.

Non puoi lamentarti, di telefonate o mail ne hai ricevute.
Hai ragione. Magari dopo tre quattro anni aver finito un libro, ma ne ho ricevute, sempre. Quello che ho scritto è stato sempre pubblicato, ed è un miracolo…

Perché?
Perché mando sempre delle bozze da rivedere e che rivedo poi cento volte prima della pubblicazione.

Hai scritto ancora, ultimamente?
Sì, un libro per la gente che ama ascoltare le storie. Senza odiare.

Titolo?
Il sentiero dei papaveri, che uscirà a febbraio 2024 sempre con Golem.

No aspetta, racconta qualcosa su di te (so che non ami andare sul personale) che non hai mai raccontato.
Amo il mare, vivrei in un paese di mare. Ma non sopporto la gente in spiaggia. Il mare mi piace quando piove, mi piace al mattino presto o la sera, quando gli ombrelloni sono chiusi. E mi piace anche la montagna, ma non programmo mai una camminata, anche perché sono pigro, anche perché a me piace camminare di notte. Poi c’è la città, ecco in città io sogno d’essere al mare, o davanti al lago d’Orta, o su un sentiero della Valsesia. Delle città mi piacciono i bar, le chiese quando non ci sono preti e messe, e le stazioni. A volte, mentre mi addormento mi vedo che sono alla stazione di Vercelli; sto salendo su un treno, per dove, però, non so.

Tra rotonde sul mare e vecchi addormentati: idee insomma

L’idea per un libro può essere come un’idea che dà vita a una canzone. Prendi (per chi la conosce) Una rotonda sul mare. La canzone dice:
Una rotonda sul mare
Il nostro disco che suona
Vedo gli amici ballare
Ma tu non sei qui con me…
In realtà il paroliere Francesco Migliacci (che la scrisse) non era al mare. Era in collina, a Cortona. Italia centrale insomma. Pare fosse triste perché una morosa l’aveva lasciato. Una sera, guardando il Trasimeno (al confine con Cortona) gli venne in mente di scrivere di una rotonda eccetera… ma dal momento che una rotonda sul lago non andava bene, non “suonava” bene, il Trasimeno diventò mare.
Dimenticavo. L’ho scritto sul mio libro “Vicolo del precipizio”. Migliacci, nato a Mantova ma di origini cortonese, si è ispirato a Cortona quando scrisse Paese mio che stai sulla collina. Recentemente ha raccontato: Mio padre, indicandomi Cortona dal basso, mi dice: Ma un ti sembra un vecchio addormentato?

Il gatto nero di Giallormea

Partiamo dall’inizio. Saranno le 17 e 30. Il primo incontro è un con una signora avanti con gli anni. Tra gli ottanta e i novanta, ipotizziamo. Cammina in strada trascinando la spesa ma ogni tanto si volta e dice: «Allora, andiamo o no?».
Il gatto nero la guarda e senza esitazione obbedisce.
Mio figlio si avvicina al gatto, che ha un pelo fantastico.
«Accarezzalo pure, si fa accarezzare da tutti» dice la signora.

Proseguiamo con il finale. Qualche minuto alle 23. Mentre mi avvio alla macchina (per arrivare a casa mi ci vorranno 2 ore e mezzo) una signora carina, bionda, vestita di chiaro (era buio, mi pare fosse vestita di bianco) mi supera, poi si ferma, si gira, tira fuori dalla borsa una copia de La suora e mi dice: «Guardi che ce l’ho… me lo firma?»
Ormea, prima e ultima pagina insomma, con Giallormea in mezzo.
Presentazioni di libri, proiezioni di film. A me è toccato giovedì 20 (dal palco, invidiavo la zona fumatori, in fondo in fondo). Davanti il sindaco di Ormea. Ho dialogato con Bruno Vallepiano, di cui ho letto un gran bel libro che consiglio: La donna con la pistola.

Prima della presentazione (ho rimesso la marcia indietro) una bella cena con delle ottime lasagne di Ormea insieme a Bruno (che conoscevo telefonicamente), a Valeria Aschero (affabile, simpatica e tante altre cose) e a Carlo Turco (che non conoscevo; con lui è un piacere discutere di giornalismo, politica, basket).
Sulla presentazione, forse, dovrei dire altro, la rassegna è bella, ogni sera ci va gente, ed è bella Ormea, che un po’ mi ricorda la Valsesia (zona Scopa, Scopello), ma qui mi preme ringraziare Bruno, Valeria e Carlo: conoscerli è stata la cosa più bella della serata.
(Son solo appunti sparsi, questi, che però mi andava di scrivere).
Certo che un gatto che segue la sua padrona come un cane non l’avevo mai visto.

Il seno di Lara (racconto breve)

Lunedì 17 luglio, quattro ore di coda in autostrada, a Castel San Giovanni, tornando dalle Marche (bella gente, bei posti come Fermo, o Torre di palme). Ho passato il tempo a scrivere un piccolo racconto. Breve (non scrivo mai racconti lunghi). L’ho messo, poi, in una cartella con altri sei sette otto racconti, da rivedere). Eccolo.

Il seno di Lara

A me piace il seno cadente di Lara. Se ne vergogna, lei. La prima volta, ma eravamo al buio, entrava solo un po’ di luce dalla porta semiaperta della camera, se lo coprì con le braccia, prima di infilarsi tra le lenzuola.
L’avevo conosciuta due ore prima, forse meno, in un piccolo supermercato. Lei davanti a me, alla cassa con la cassiera più bella e indisponente, la gente preferiva fare la coda dall’altra, più anziana e affabile.
Io avevo comprato solo tre cose: una confezione con sei bottiglie piccole di acqua Perrier (andavo in quel supermercato perché era l’unico che ne vendeva), un quaderno e una matita. Arrivato alla cassa stavo per tornare indietro, mi ero scordato di comperare un temperamatite e una gomma da cancellare, saranno stati vent’anni che non scrivevo o disegnavo a matita e quel giorno, svegliandomi, avevo pensato che avrei dovuto ricominciare, da ragazzo ero bravo a disegnare paesaggi e gatti, chissà se la mia mano ricordava qualcosa… Alla cassa però mi fermai, dimenticando di gomma e temperamatite. La cassiera bella e stronza stava urlando e lei, Lara  ascoltava a testa bassa, inespressiva.
Il suo carrello era piuttosto pieno, doveva pagare un conto di 89 euro e 28 centesimi, peccato che non avesse con sé né il denaro né una carta.
«Ma come si fa a non avere nemmeno una carta al giorno d’oggi» disse la cassiera ad alta voce, così che sentissero tutti.
Lara era lì ferma e a testa bassa: la stessa testa bassa di quando si copre i seni nudi con le braccia.
«E adesso devo chiamare un mio collega a fare risistemare negli scaffali tutta la merce del suo carrello, ah bene, vedo che ha acquistato anche dei prodotti dalla nostra gastronomia… signora, ma possibile che non abbia nemmeno una carta? Ma come si fa, come si fa?»
«La signora va a casa, prende i soldi, torna qui, paga e prende le cose dal carrello» dissi io.
«Ma ci fa o non ci fa: lo vede che non c’è spazio? Dove me lo metto il carrello della signora… in testa me lo metto?»
«No, né in testa né da nessuna parte, la signora è una mia amica, pago io, tenga… è un bancomat, grazie.»
Lara non disse nulla, voleva sparire: tutti guardavano lei.
Grazie me lo disse appena fummo fuori.
«Mi accompagna a casa, non abito distante…»
«Certo, che ne dice se prima ci prendiamo un caffè» le dissi indicandole un bar. Non mi ascoltava.
«Non capisco, perché ha voluto umiliarmi? Vengo qui tutti i mercoledì mattina…»
Infatti, non mi aveva ascoltato. S’incamminò con le quattro buste della spesa, disse «no grazie, faccio io, ha già la sua» quando le proposi di darle una mano.
Non stava proprio vicino vicino al supermercato, ci vollero venti minuti o più per raggiungere il bel condominio dove viveva.
«Mi aspetta, vado a prendere i soldi, torno subito.»
Tornò e mi allungò cento euro. «Tenga pure il resto, lei è stato gentilissimo.»
«Guardi che prendo una buona pensione, no grazie, piuttosto…»
«Piuttosto?»
«Non mi offrirebbe un caffè? Poi devo andare in bagno.»
Un’ora dopo, girata di schiena sul letto, mi disse: «Lo so, non ci crederà, ma è la prima volta che scopo con uno sconosciuto.»
«Lei è la quarta… no, non la quarta sconosciuta con cui faccio l’amore, la quarta donna della mia vita.»
Che si chiamasse Lara lo seppi leggendo il nome sulla porta, sopra il pulsante del campanello.
Nei giorni successivi passai anche più volte al giorno sotto casa sua. Un condominio di dieci piani, bianco con i balconi e le finestre blu. Un bel condominio. Ci passai anche la sera. La sua finestra restava illuminata fino a tarda notte.
Prima o poi, pensai, ci incontreremo ancora.
La sera ripensavo al suo seno cadente, che avrei voluto aver baciare, che avrei voluto lì, accanto a me. Ripensavo anche un po’ ma poco alla sua casa, che avevo visto distrattamente, Lara, ne ero certo, non avrebbe gradito occhiate curiose.
Il mercoledì successivo, verso le 10,30, andai nuovamente a fare una piccola spesa nel piccolo supermercato.
Acqua Perrier, uova, stracchino e due quaderni, magari tre: in quello acquistato la settimana prima avevo provato a disegnare, ma quel che avevo disegnato non mi era piaciuto, una donna nuda in penombra in un letto, scoperta dall’ombelico in su.
Non verrai, lo so, pensavo guardandomi in giro. Certo, mi hai detto che vieni qui ogni mercoledì, ma mercoledì scorso quella stronza di commessa ti ha trattato proprio male, no, non verrai.
Invece arrivò, trafelata.
«Un caffè da me, dopo?»
Diventò la donna del mercoledì mattina. Un caffè, un’ora insieme ai suoi silenzi. Mi stava bene così.
Quando le dicevo «sei la mia quarta donna, tu» sorrideva. Ed era un sorriso indefinibile: né bello, né triste, né dolce. Era il sorriso di Lara.
Per la verità, avrei voluto tanto che mi chiedesse di parlarle delle altre, o se avevo figli, e avrei voluto invitarla a cena per poi trascorrere la notte con lei ma quel suo silenzio era un invito chiaro: a non chiedere.
(E avrei voluto baciarle quel suo piccolo seno cadente…)
Due mesi, sette incontri, poi sparì.
Il primo mercoledì che non la vidi apparire al supermercato fu un mercoledì triste per me. Più che triste. Come faccio senza di te?, pensavo.
Per mesi e mesi la cercai, ma il suo appartamento aveva le tapparelle abbassate e la sera non si vedeva nessuna luce, e tutti i mercoledì mattina, nel piccolo supermercato, di lei non c’era traccia.
E invece rispuntò nella mia vita sei mesi dopo, ancora lì, nel piccolo supermercato, un mercoledì d’agosto.
Mi sentii toccare il gomito, mi voltai, era lei. Parlava il suo viso, il suo viso e i suoi occhi mi stavano dicendo «mi dispiace».
«Un caffè da te, dopo?» chiesi.
Si strinse a me forte forte e, piangendo, disse: «Non posso, mi spiace mi spiace mi spiace…»
Sotto casa sua non sono più passato ma il mercoledì vengo sempre in questo piccolo supermercato a comperare acqua Perrier e quaderni dove disegnare un seno che vorrei tanto baciare, almeno una volta.