il bavaglio

Vedo nella “bacheca segreta” del mio blog un po’ di cose. Quanti commenti, quanti visitatori, quali parole hanno portato ad altri appunti, di remo bassini.
che son davvero appunti, otto volte su dieci.
cose scritte di getto, spesso in fretta.

leggo che ho scritto 259 post, in media uno al giorno (la maggior parte dei post sono scritti di notte, tra le 3 e le 5).
e leggo che ho anche scritto 64 post non pubblicati.
ne ho riletti un po’, alcuni minuti fa. e un po’ li ho cancellati.
elimina.
vuoi davvero eliminare?
sì.
c’è una domanda che wordpress non mi fa: perché li hai cancellati?
oggi per esempio avrei voluto raccontare una storia vera.
ma non posso.
dovrei dire di una persona, che sta vivendo un brutto momento.
è una brava persona. di più: è una persona che oltre a vivere e lasciar vivere (comodo) si è preso la briga di denunciare.
di agire insomma.
bene, sto assistendo a un film già visto. gliela stanno facendo pagare.
e se raccontassi, denunciassi, dicessi farei solo danni, ora.

mi restano due cose da fare.
La prima. Stare dalla sua parte (non per altro, ci son passato) nella vita reale.
E spero di poter dire, un giorno.
La seconda. Scrivere dei calpestati, scrivere storie, se ci riesco, di notte (e non è un problema che è solo della provincia; in provincia, Bastardo posto, certe cose si sanno un po’ di più).
Io credo nell’impegno della letteratura, la letteratura contro.
Perché la vita, spesso, mette il bavaglio.

Non è vero quello ci raccontano film e tanti libri: il lieto fine la verità che emerge sempre sono michiate. Solenni.

gli amici del venerdì

Un gruppo di amici. Sui sessanta, anche qualcosa di più, poco di più; tra i sessant’anni e i sessantacinque, ben portati. Gente che mi piace. Li saluto, mi salutano: son quelli della birra del venerdì sera.
Si vedono ogni venerdì, allo stesso tavolo.
(Ho la febbre ma eccomi qua, ha detto uno di loro due venerdì fa, presentandosi in leggero ritardo).
Son sempre quattro, qualche rara volta in tre
Il rituale è sempre lo stesso
Una birra piccola. Poi iniziano a discutere. Vanno avanti un’ora almeno. Commentano le notizie dei giornali. Si raccontano storie. E cose delle rispettive famiglie. Sentendoli e vedendoli, vien da pensare che si conoscano da sempre. E soprattutto: si ascoltano con interesse. E soprattutto-bis: nessuna lamentazione da pensionati.
Io la grappa alla liquirizia la faccio così…
In quella trattoria ti trattano bene e spendi poco…
Se i giornali pubblicassero le dichiarazioni dei redditi gli evasori si vergognerebbero…
Ho trovato un programma molto bello per lavorare le foto…

Poi, verso mezzanotte, fanno la seconda ordinazione.
Stavolta chiedono delle birre rosse medie e un piatto di patate fritte, grande.
Andranno avanti così a sorseggiare e mangiare fino all’una di notte, parlando della vita.
Con dignità e rispetto (scusate se è poco).
Io, ogni tanto, mentre leggo, e stasera leggevo Sogni di Bunker Hill di John Fante, li ascolto.
Non è un ascoltare “rubando voci”.
La vicinanza dei tavoli è tale che loro sanno d’essere sentiti, così come lo so io se parlo a voce normale.
Comunque.
Anche stasera, stessi discorsi.
Poi no, sento che c’è qualcosa di strano: manca qualcosa.
Mancano i soliti sfottò, ma garbarti, mancano le risate.
E sento: sento parlare di noduli, di biopsie, di metastasi in agguato, di visite spiecilistiche.
Parla uno solo di loro, e gli altri ascoltano, senza batter ciglio, senza avvicinare il bicchiere alle labbra, senza riuscire a dire nemmeno una parola quando lui, arrabbiato con la vita, dice d’essere in pena per la moglie.
Se ne sono andati prima, in silenzio, stavolta.
Quando pagavano io ero fuori, a fumare un mezzo toscano.
Dei ragazzi si stavano tirando la neve. Ridevano.

di bella scrittura

In università diedi un esame di glottologia, poi seguii delle lezioni di grammatica italiana. Non era un esame compreso nel piano di studi, ma mi interessava il corso.
Rammento la prima lezione. La docente, non ricordo il nome, che dice: Proprio qui, a Lettere, è pieno di gente che non sa scrivere. Poi dice: Non vergognatevi ad entrare in libreria a comperare per esempio Impariamo l’italiano di Cesare Marchi.
Poi – altra cosa che mi è rimasta impressa – dice anche: E ricordate che la grammatica è qualcosa di dinamico. Cambia sempre, nel tempo.

Apro una parentesi. La lamentazione – ma che imparino, almeno, a scrivere in italiano – è ricorrente: nel dopoguerra il critico Pietro Pancrazi (ristampato recentemente, mi pare da Laterza) lanciava strali contro gli scrittori contemporanei. Diceva che non sapevano scrivere e che non erano all’altezza di quelli di inizio novecento.

Domani vedo una persona (neve permettendo). Conosciuta cinque anni fa. Ha fatto l’editor, per anni.
Mi colpì una delle prime cose che mi raccontò, molto confidenzialmente.
Mi disse che era incantata da un certo scrittore, per le cose che sapeva trasmettere. Aveva però un difetto quello scrittore (ha un difetto, probabilmente): Fa tanti strafalcioni grammaticali, mi disse.

Un anno dopo sono in una casa editrice.
Mi mostrano un libro che ha avuto successo. Mi dicono: L’abbiamo riscritto tutto noi. Se lei legge il manoscritto originale si mette le mani nei capelli.

Leggo sempre meno manoscritti, non ho tempo.
E’ bello leggere qualcosa che sia scritto bene e che, al contempo, trasmetta qualcosa.
Ma mi è successo anche di leggere qualcosa di scritto davvero bene (in perfetto italiano), magari con un po’ di metafore carine, sparse qua e là, e magari con uno di quei finali-non finali che ti insegnano nelle scuole di scrittura creativa, ma comunque vuoto, piatto, bello e freddo, insomma.

E poi. Si possono fare discorsi infiniti sulla scrittura ma, stringi stringi, di fronte a uno stesso testo che commuove Tizio e lascia del tutto indifferente Caio non resta che arrendersi. Oppure dar ragione a tizio, dar ragione a caio.
E va bene così.

PS Se qualche mio collega fa qualche strafalcione mi arrabbio. Uno che scrive, racconti o articoli, ha il dovere di leggere: e leggendo cose ben scritte ci si può anche permettere di non conoscere la grammatica. E poi: nel giornalismo è facile. Si usa il presente storico, e vai col liscio. Ma la scrittura, se si fa cronaca sul campo (una rarità) viene dopo. Un collega che magari mi sbaglia il tempo dei verbi (e quindi poi fa bestemmiare, ché si deve correggere e correggere porta via tempo) ma che scava e vede quello che altri non vedono lo preferisco a chi scrive in bella forma.

cose veloci di blog. e raccolta firme sulla eutanasia

Tre cose tre.
La prima, sugli «Incipit di cui non si sa».
Siamo a quota venti (in due giorni).
Ricordate che le indicazioni sono qui.

La seconda (collegata agli incipit).
Scusate se oggi non rispondo alle mail. Lo farò stanotte. Se qualcuno trovasse errori o volesse correggere mi scriva, che appena posso intervengo.
Per ora accontentatevi di un grazie collettivo.

La terza. Testamento biologico ed eutanasia.
Sul sito luca coscioni si raccolgono firme:
http://www.lucacoscioni.it/petizioneeutanasia

un paio di cose veloci

Sollecitato da Herzog, una sera scrissi questa cosa qui.

Il tempo è
ed è subito era
Un’immagine fissa:
loculi a schiera.
(Io al De Mauro
suggerirei È-ra)

In occasione del primo compleanno del blog Milano-roma-trani la “cosa”, ma con relativa spiegazione, è stata ripresa
Nel post dire fare baciare c’è un’immagine: cliccando si scarica.

Ringrazio.

Poi: di incipit ne sono arrivati undici.
Sto cercando qualcosa di mio (meglio: cercherò quando ho tempo), anche.
Chi fosse interessato può leggere qui,
grazie.

Aggiornamento: sono dodici, ora, gli incipit.

cambi di prospettiva (e… incipit)

Ricordo lei, mia vicina di casa. Ero ragazzo. Lo faceva apposta, non lo faceva apposta? Sta di fatto che certe volte, quando non c’era nessuno, dandomi le spalle si chinava mostrandomi lo spettacolo di quello che aveva sotto la gonna (un gran bel sedere) e quel che non aveva (le mutande).
La ringraziavo, è chiaro, per uno spettacolo che mi provocava “cose”…
Era bella. Tanto bella. E suo marito era orgoglioso della sua bellezza.
Non solo. La raccontava in giro.
Gran donna mia moglie.
Affari suoi, certo.
Ma un giorno esagerò (non dico il luogo, né dico di fatti e circostanze: sono del tutto casuali), esagerò, dicevo, il marito: perché con un ragazzo timido timido, che abbassava gli occhi quando vedeva una donna, si vantò, da stupido.
Io stasera torno a casa e mi diverto con mia moglie, ma tu? Solo seghe vero?
Ci fu una risata, già…
No, io non risi, giuro che non risi. Ma mi maledissi quando andai a dormire. Avrei dovuto difendere quel ragazzo, e invece avevo avuto paura del gruppo, del branco che latra.
Anni dopo, però, arrivò il “cambio di prospettiva”.
I due, la bella moglie, e il marito che esibiva la bella moglie, aprirono una attività. E lei, da casalinga che era, si ritrovò a frequentare gente, a vedere gente, a parlare con tanta gente.
Per farla breve: un bel giorno lasciò marito e figlio per un ragazzo giovane, bello e taciturno.
Che sventole che ti dà la vita certe volte.
Dissero, Poverino, l’ha sempre portata in palmo di mano.
Io, quando dissero poverino, ripensai al ragazzo che aveva mortificato, anni prima.
E pensai al “cambio di prospetiva” che sgretola tante certezze.

Pensate anche solo a chi pensa di avere un figlio modello, che in realtà è un delinquente o, peggio, un mostro (anche i pedofili hanno un padre, una madre, una sorella).
Pensate a e a.
Non è difficile pensare ai cambi di prospettiva.

Comunque.
Sono arrivati alcuni incipit ieri. Li ho postati dopo mezzanotte. Chi volesse aggiungerne mi scriva su
raccontiaquattromani@gmail.com.
Le indicazioni sono le solite: queste.

Incipit: si parte per davvero

Ho ricevuto alcuni incipit.
Uno qui, alcuni per posta elettronica.
Grazie, ma direi di bloccare tutto e di ricominciare.
Allora, fate in modo che
1. io debba fare solo dei copia e incolla
2. chi legga gli incipit poi sappia.

Sappia tre cose, oltre all’incipit.
Chi lo ha scritto.
Due righe oppure tre quindi sull’autore (insomma, né venti, che annoiano, né solo nome e cognome).
Il titolo del racconto o romanzo.
Poi: se si tratta di cosa edita (basterà scrivere il nome della casa editrice), inedita, o se si tratta di un incipit relativo a qualcosa che si stra scrivendo.

E ancora.
Mandate a
raccontiaquattromani@gmail.com
grazie

Sono arrivati i primi incipit, che compariranno qui.
Dalla vetrina, sopra, ora tolgo i Raccontiaquattromani, che sono scaricabili, a destra, sotto forma di e-book.

Capisco un cavolo di economia, io. E non credo nemmeno che sia un esperto Valter Binaghi, che è uno scrittore e che nella vita insegna.
E che ha scritto questa cosa qui.

pausa sigaretta con pensiero incorporato

Ora racconto delle mie passeggiate al mattino, per raggiungere il giornale, o quelle serali, rare, per la città; o di quando vado in birreria, al supermercato, così da non sentire per venti minuti i telefoni che squillano alternati al cellulare e i toc toc alla porta del mio ufficio, con gente che, fuori dal vetro, mi fa segno che deve dirmi qualcosa di urgente…

Avrei avuto da raccontare molto di più quando prendevo il treno, andata e ritorno per Torino, e poi la sera e poi ancora di notte, lavoravo in un albergo.
Lì piovono storie.

E mi rimprovero. Di non avere abbastanza memoria, di essere stato disattento, spesso.
Avessi memoria e non fossi stato disattento (è una mia specialità ascoltare gli altri e pensare ai cavoli miei) avrei più cose da dire, qui, e storie da raccontare.
Certo, anche in un giornale di provincia, a volte, piovono storie.
Ma è diverso.

Bene, ho finito. Pausa sigaretta con pensiero incorporato.
Torno a lavorare.

PS A un portiere di notte, ma anche a un cameriere può succedere di pensare questa cosa qui

Di giorno, anche se il lavoro è tanto, io comunque ascolto. Ascolto sempre. Quando mi avvicino ai tavoli per servire, le persone continuano a parlare senza badare a me. Raramente s’interrompono. Pare quasi che la gente sia convinta che io sia sordo o che a me delle sue storie, delle sue confidenze, anche intime, non importi nulla. La mia riservatezza è un fatto scontato

da Il quaderno delle voci rubate, il mio primo libro quasi fantasma. L’han letto a Vercelli e pochi altri.

incipit da collezione

A Enrico Gregori è venuta un’idea.
Raccogliere, magari qui, degli incipit scritti dai blogger; incipit di cose loro, edite oppure no.
Ho detto a Enrico che a me sta bene, che mi sembra una buona idea.
Se io potessi punterei sugli inediti.
Se io potessi scriverei recensioni di libri inediti.
Poi sulla qualità, e sulle discussioni infinite – dagli all’autore contemporaneo; la gente non sa scrivere eccetera – lascio volentieri ad altri la facoltà di sentenziare.

E’ difficile riuscire a capire in rete dove stia il confine tra cose dette perché si pensa così, e cose dette perché o conviene così o perché ci si deve togliere dei sassolini.

Ogni tanto ricevo qualche mail. Di qualcuno che mi segnala che ho ricevuto attacchi, per lo più anonimi.
Solitamente è pubblicità. Ne ho almeno una decina che mi dedicano tempo e attenzioni.
E comunque. La vita è breve anche se si campa cent’anni, e, io tre anni fa al giornale ho capito una cosa: che quando arriva una lettera anonima, contro di me o contro altri, c’è una sola cosa da fare. Non arrivare al fondo (salvo eccezioni) e buttarla via.
(Sinceramente. Non capisco alcuni siti che pullulano di insulti di anonimi. E magari si lamentano, gli amministratori. Allora. Perché non attivano l’opzione dei commenti in moderazone? Forse perché gli insulti fanno salire il contatore di qualche unità? Si ma poi?).

E quindi. Se in questo blog faremo questa raccolta di incipit chi volesse restare anonimo è pregato, comunque, di manifestarsi, almeno a me, per posta elettronica. Con nome e cognome.

incipit interrotti

Incipit dei libri che, casualmente, mi ritrovo sulla scrivania.
Allora sulla destra, insieme al modem.
Enrico-Massimiliano Ligre procedeva a piccole tappe sulla via di Parigi. Dei contrasti che opponevano il Re all’Imperatore, ignorava tutto.
Marguerite Yourcenar, L’opera al nero.
Lo sto rileggendo.

Davati a me, sotto le foto di Barone, il mio primo cane, e del porto di Marsiglia:
Mi hai chiesto cosa, Andy Bissette? Se capisco i diritti che mi hai spiegato? Miseria! Com’è che certi uomini sono così gnucchi? No, una bella calmata te la dai tu.
Dolores Claiborne, Stephen King.
Letto da un bel po’. E’ il secondo che leggo fino in fondo di King, l’altro, Colorado King, l’ho trovato scepo, altri, tre o quattro, non ero riuscito ad andare avanti. Allora, Dolores Claiborne ha un gran finale. No, non solo grande: geniale. A parte questo, continuo ad avere alcuni problemi con King. Non mi entusiama. Troppo ritmo, poco spazio per “il contesto”. Direi anche prevedibile (finale a parta). E troppe metafore. Insomma, preferisco Grisham.

Questo invece è un piccolo gioiello, un regalo di Monia, che mi ha coadivuto insieme a t. nei racconti a quattro mani.
Preferisco partire dalla quarta di copertina. Ben fatta.
Al-Haditha, Iraq, 19 novembre 2005. Per ritorsione contro un attentato subìto, una compagnia di marines, protetta da regola ambigue, massacra due faiglie di civili inermi. La minuziosa, atroce istantanea di un incubo reale e senza apparente via di uscita.
Prima dell’incipit qualche riga:
Mia sorella Zaynab è stata colpita alla mano e alla testa. Aveva 5 anni.
Mia sorella Aisha è stata colpita a una gamba e da qualche altra parte. Aveva 3 anni.

Poi c’è la descrizione di un altro massacro… E dopo c’è questo, per esempio., da leggere.
Cinque giorni dopo il massacro la compagnia Kilo aveva festeggiato il Giorno del ringraziamento con una cena a base di tacchino ripieno e patate. Della festicciola esiste un documento filmato, dove si vede il capitano Mc Connell guidare la preghiera: Padre, ti ringraziamo per il cibo che…
L’incipi ha poca rilevanza, ora.
William Langewiesche, Regole di ingaggio, Adelphi.

Degli altri libri e relativi incipit, sempre davanti a me, oppure a sinistra della scrivania dove ci sono sigari sparsi, una statuetta dell’Ombra della sera e una pianta (leggo l’etichetta) di Ardisia crenata magari dirò un’altra volta, ché son le cinque; tutta colpa del libro di Langewiesche.
E’ uno scritore, ha scritto Roberto Saviano, capace di mettere le mani nel budello della realtà. Una frase ad effetto. In realtà è solo – si fa per dire – un inviato di guerra che ha raccontato verità scomode.
Buona domenica

percorsi

Faccio tre tappe, salvo varianti, ogni mattina, mentre vado in redazione. Per il caffè, che nove su dieci prendo allo stesso bar, per le sigarette e i sigari, dalla solita tabaccaia che sta vicino a piazza Cavour. Sono sulla stessa via bar e tabaccaia, via Verdi.

via-verdi

Quando arrivo in piazza, mi succede abbastanza spesso di incontrare gente. Il mio viso non è molto noto in città. Frequento poco i salotti, se mi invitano a cena solitamente faccio capire che preferisco stare in redazione fino a tardi, non fosse per le presentazioni dei miei libri che faccio specie nei paesini, la mia fotografia appare poco sul giornale che dirigo. Però ricevo tutti, e quindi un po’ di gente mi conosce. E in piazza, spesso, succede che io faccia una pausa, magari anche lunga. Gente che mi racconta, politici che mi raccontano. Cose a volte interessanti, a volte no.

Passata la piazza, imbocco corso Libertà, lo prendo proprio a metà. Svoltando a destra, bastano poi cinque minuti per arrivare al giornale.
Su corso Libertà faccio la terza tappa (non sempre, ma spesso). Entro in una delle tante panetterie e prendo della focaccia con cui, poi, pranzerò (magari aggiornando il blog) prima della riunione di redazione.

Son giorni che vado nella stessa panetteria. Solitamente la evitavo, c’è sempre calca dentro. Ho visto però che le due donne che servono, son giovani, meno di quaranta, sono veloci, e quindi anche se c’è calca si fa comunque in fretta. E poi: la focaccia è buona quasi quanto quella ligure. E poi: costa meno rispetto a un’altra dove vado-andavo sovente.

Non so voi, ma io in certi posto vado anche per i modi di fare, per la gentilezza, per qualcosa insomma che mi piace. Il caffè per esempio lo prendo al solito posto perché il barista siciliano spara simpatiche minchiate.
Remo, mi sembri un terrore con quella coppola in testa.
Comunque, ieri, in panetteria è successo questo.
Entra una donna che chiede soldi e non solo chiede i soldi: ma resta sull’uscio, tenendolo aperto. Penso: sarà una zingara, e non mi volto (ho appena dato della moneta a una ragazza straniera, prima di entrare), e aspetto il mio turno. La donna non chiede, ma la sua presenza si sente: perché c’è silenzio, dentro, perché c’è quella cazzo di porta aperta, e fa freddo.
Al mio fianco c’è una donna, giovane. Sta pagando, poi tocca a me. Mentre paga si gira, guarda la donna, e le dice: Posso comperarle due panini? Sento che la donna dice, Grazie. Interviene però una delle due commesse (magari è anche proprietaria, non so) che dice, alla giovane donna: No, lasci, ora faccio io un pacco con del pane per la signora.
Mi giro: non è una zingara. E’ una donna anziana, avrà ottant’anni almeno, che se ne sta lì, all’ingresso.

E comunque. Ho nostalgia di primavera. Da marzo a settembre faccio un giro lungo, in bicicletta, al mattino (dopo aver visto la posta elettronica). Prima di arrivare in redazione, dove mi attendono posta, grane, mail, telefonate, giornalisti, persone, faccio un giro sull’argine del fiume, che sembra rinascere, in primavera.

o23

Persone che non sembrano vere. Poi: face e gli scrittori

Ho in mente un uomo, un uomo di legge. Morto da anni.
Siciliano, signorile, fumava (mi pare col bocchino) e tanto, parlava poco, sorrideva e salutava tutti.
Me lo ricordo quando avevo vent’anni.
Andavo a lavorare sulla mia vecchia 500 scassata. Avevo i jeans e un giubbotto blu, da lavoro.
A volte parlavamo, poco, ma era piacevole.
Me lo ricordo quando, a quarant’anni da operaio ero stato promosso a caporedattore del giornale più importante della città, e mi capitava di incrociarlo.
Avevo di fronte la stessa persona conosciuta vent’anni prima.
Non mi chiamava dottor Bassini, come alcuni avevano preso il vezzo di fare, poi.
Mi chiamava signor Bassini, come sempre. Così come io chiamavo lui signor… (ché io del signor ne faccio volentieri a meno, sempre).
Dicevano che fosse di origini nobili, dicevano pure, di lui, che avesse in simpatia i comunisti, che forse lo era (o forse dipendeva dal fatto che il suo migliore amico era un giornalista comunista). Dicevano tutti che era una brava persona.
Ecco, fa bene pensare a certe persone.
Non sembrano vere.

Ho pensato spesso a lui, ultimamente. Partendo da facebook.
Facebook è stata (e lo sarà) un’esperienza interessantissima, per me.
Ho conosciuto più a fondo persone (per esempio ragazzi della mia città che hanno interessi che non pensavo avessero. Pensavo fossero solo aperitivi e discoteca, e invece no, sono stato smentito).
Ho conosciuto persone – poche, rare – come il gentiluomo siciliano.
Ho avuto modo di conoscere dei bravi giornalisti, soprattutto pugliesi, romani, siciliani; e per me, che vivo comunque in una realtà a se stante, il confronto (e le informazioni) servono.
Ho visto attivarsi meccanismi servili, soprattutto nel segmento che mi interessa, quello dei libri. Gente che sdegnosamente rifiuta di avere contatti col popolino (spesso si tratta di sinostrorsi con la puzza sotto il naso) ma che se appare un editor o un giornalista si scappellano e fanno l’inchino.
Ed è successo anche a me quel che succede a molti, su face: di ritrovare persone di cui non sapevo nulla, da anni.
Ho avuto scambi interessanti, grazie a Face: ieri mi ha scritto un critico su don Lusiito Bianchi.
Ho avuto anche dei benefici grazie a face: gente che mi conosceva da anni ma che non sapeva che io scrivevo anche libri. Magari ho venduto dieci copie in più.
Poi su face c’è lo scrittore Roberto Cotroneo: lui meriterebbe un capitolo a parte.
Ieri ha scritto: Che argomento vorreste per il mio prossimo romanzo (vi ascolto).
Boh.

Ma la cosa che più mi ha impressionato su Face è l’altissimo numero di coloro che scrivono e che usano la rete per cercare di farsi leggere, notare.
Alcuni mi hanno contattato (chiaro, mi ha fatto piacere) scrivendomi: Leggo i tuoi libri, oppure, Ho letto un tuo libro, oppure, Leggo il tuo blog.
Ma tanti, tanti mi hanno scritto più o meno così. Ho visto che scrivi e che hai pubblicato, ci sto provando anche io, ti andrebbe di leggere questo di mio?
Altri invece mi mandano semplicemente un link: di qualcosa che hanno scritto.
E qualcosa ho letto, anche di buono.
E non ho conclusioni da trarre, ora.
Ma forse, grazie a face, ho avuto una triste conferma: che oggi la figura dello scrittore, anche abbastanza noto (più di me) è comunque inflazionata. Patetica a volte. Perché anche lo scrittore usa internet come usano fare gli ambulanti al mercato: quelli che urlano per attirare l’attenzione.

Segnalo.
Dal tumblr di Aitan, una riflessione di Andrea Bajani appunto su Face.
Alcor, un saluto al blog.
Valter Binaghi, a proposito dello scrittore in vetrina.