le teste di minchia, parte seconda

Il mio post sul gatto lanciato da un’auto in corsa (le teste di minchia vere) ho visto che è stato rilanciato da Placida signora (in Placidi appunti).
Oggi, inoltre, quel post è stato commentato da una blogger.
Quel post è rimasto così, in sospeso. Il gattino è morto.

Le teste di cazzo (vere) ci sono sempre state. Quando ero bambino mio padre portò in casa un gattino bianco. Mia madre, però, non voleva saperne. Dopo un paio di giorni quel gatti scomparve.
Non mi diedi per vinto. Lo trovai: mio padre lo aveva parcheggiato in cantina, dove c’era la grande caldaia per il riscaldamento, allora a nafta. Così tutti i giorni andavo da lui.
Finché un giorno scomparve.
Allora, io abitavo allora in un bel palazzo, ma i miei, operaio mio padre, donna delle pulizie mia madre, erano “custodi”. Non portinai, custodi. Badavano a riscaldamento, ascensore, pulizia scale.
Davanti al palazzo c’erano case vecchie, povere, senza servizi. Da paura.
Le case dei terun, chiamati della grande industria che ora non c’è più.
E io andavo a giocare sempre dai ragazzi terun, che mi vedevano come quello che stava nel bel palazzo, così come i ragazzi del bel palazzo mi vedevano come uno che sta coi terun.
Coi terun facevo cose brutte: furti di caramelle, scontri tra bande, piazzarsi sotto le gate dei palazzi per vedere i culi alle signore e altro.
Coi terun ebbi una brutta esperienza. Una vlta litigai con una bambina, avrò avuto sette anni. Le dissi, Puttana.
Lei chiamò suo padre, io me la diedi a gambe. Mentre correvo, sentii un rumore ai miei piedi, quacosa di secco che strisciava: suo padre mi aveva lanciato un coltello (e mio padre, a questo mio racconto, non ha mai creduto).
Comunque.
Una volta trovammo un gattino morto, abbandonato. Gli facemmo il funerale, con tanto di corteo e sotterramento (in un vecchio quartiere, la Furia, che ora non esiste più), preghierina finale e croce sulla tomba.
Un po’ per gioco e un po’ no, credetemi.
Furono loro a dirmi del gatto bianco.
Un signore, padre di famiglia, uomo del nord, cattolico, lo aveva ucciso con una badilata.
Tra i terun e i veneti e i toscani e i sardi arrivati a Vercelli c’era di tutto. Quell’uomo non era un disperato. Era uno dei pochi ad avere la casa coi servizi; sua figlia studiava; ripeto, andava a messa.
Però ammazzò quel gattino, che mio padre, evidentemente, avevo lasciato andare.
Quei ragazzi poveri e figli della povertà, coi genitori analfabeti, alcuni di loro coi genitori che la sera bevevano e li picchiavano, sono diventati… di tutto: uno di loro per esempio è un truffatore, un altro ha un’azienda.
Ma volevano e volevamo, perché anche io mi sento un po’ terun, bene agli animali.
Quel signore, invece, era, a detta di tutti, un brav’uomo, per esempio non beveva e non bestemmiava e la sera non adva a giocare a carte al bar, e sua figlia era una brava ragazza.
Le teste di cazzo si nascondo bene, e stanno dovunque, credo.
E col passare degli anni ho visto, per esempio, che anche la violenza sulle donne non ha collocazioni geografiche o sociali precise. C’è, a volte, tra i cosiddetti benestanti e istruiti.
Certo, magari tra i figli della povertà c’era qualche calcio in culo di troppo. Ma non voleva dire, quello.
C’erano più gatti e cani tra quelle case povere che non in quella dove stavo io.

Post frettoloso, anche oggi. E’ festa, la città è deserta. Mi attende la redazione.