In università diedi un esame di glottologia, poi seguii delle lezioni di grammatica italiana. Non era un esame compreso nel piano di studi, ma mi interessava il corso.
Rammento la prima lezione. La docente, non ricordo il nome, che dice: Proprio qui, a Lettere, è pieno di gente che non sa scrivere. Poi dice: Non vergognatevi ad entrare in libreria a comperare per esempio Impariamo l’italiano di Cesare Marchi.
Poi – altra cosa che mi è rimasta impressa – dice anche: E ricordate che la grammatica è qualcosa di dinamico. Cambia sempre, nel tempo.
Apro una parentesi. La lamentazione – ma che imparino, almeno, a scrivere in italiano – è ricorrente: nel dopoguerra il critico Pietro Pancrazi (ristampato recentemente, mi pare da Laterza) lanciava strali contro gli scrittori contemporanei. Diceva che non sapevano scrivere e che non erano all’altezza di quelli di inizio novecento.
Domani vedo una persona (neve permettendo). Conosciuta cinque anni fa. Ha fatto l’editor, per anni.
Mi colpì una delle prime cose che mi raccontò, molto confidenzialmente.
Mi disse che era incantata da un certo scrittore, per le cose che sapeva trasmettere. Aveva però un difetto quello scrittore (ha un difetto, probabilmente): Fa tanti strafalcioni grammaticali, mi disse.
Un anno dopo sono in una casa editrice.
Mi mostrano un libro che ha avuto successo. Mi dicono: L’abbiamo riscritto tutto noi. Se lei legge il manoscritto originale si mette le mani nei capelli.
Leggo sempre meno manoscritti, non ho tempo.
E’ bello leggere qualcosa che sia scritto bene e che, al contempo, trasmetta qualcosa.
Ma mi è successo anche di leggere qualcosa di scritto davvero bene (in perfetto italiano), magari con un po’ di metafore carine, sparse qua e là, e magari con uno di quei finali-non finali che ti insegnano nelle scuole di scrittura creativa, ma comunque vuoto, piatto, bello e freddo, insomma.
E poi. Si possono fare discorsi infiniti sulla scrittura ma, stringi stringi, di fronte a uno stesso testo che commuove Tizio e lascia del tutto indifferente Caio non resta che arrendersi. Oppure dar ragione a tizio, dar ragione a caio.
E va bene così.
PS Se qualche mio collega fa qualche strafalcione mi arrabbio. Uno che scrive, racconti o articoli, ha il dovere di leggere: e leggendo cose ben scritte ci si può anche permettere di non conoscere la grammatica. E poi: nel giornalismo è facile. Si usa il presente storico, e vai col liscio. Ma la scrittura, se si fa cronaca sul campo (una rarità) viene dopo. Un collega che magari mi sbaglia il tempo dei verbi (e quindi poi fa bestemmiare, ché si deve correggere e correggere porta via tempo) ma che scava e vede quello che altri non vedono lo preferisco a chi scrive in bella forma.
