ho visto Lola, stamattina

Stamattina ho visto Lola. Era in bicicletta. Io ho visto lei e lei non ha visto me. Ci salutiamo, difficile che lei si fermi a parlare.
Ho sempre pensato, e magari mi sbaglio, che Lola non voglia che si pensi male dell’uomo che in strada le sta parlando.
Che lei sia una prostituta si sa.
E’ invecchiata, Lola, ma è ancora bella.

Lola, spiegami bene. E’ proprio vero che voi non volete mai baciare i vostri clienti?
E lei, Io ti dirò sempre che i miei clienti non li bacio… Specie ai giornalisti.
E io: Significa che a volte li baci?
E lei: Il cliente, lo saprai anche tu, ha sempre ragione, e poi…
E poi, mi spiegò Lola, che certe concessioni, a clienti che conosci da anni e anni, si fanno. Specie se sono di una piccola città.
E poi, mi raccontò ancora Lola, non sai quanti mi cercano, mi pagano e poi… vogliono solo parlare. E non hanno problemi, ho anche quei clienti, quelli con i problemi. No, ci sono quelli che potrebbero far l’amore ma vogliono solo parlare.
E poi, mi disse ancora Lola, ci sono i bastardi che non vogliono usare il preservativo. Con me non funziona, ma tante ragazze lasciano perdere.
Fu la mia consulente, Lola, per Dicono di Clelia.
(Volevo tratteggiare bene la figura di Aldina…).
E’ nera nera, Lola. Alta, magra, elegante. E’ sempre stata una solitaria. Mai un protettore, che io sappia.
Grane sì, ogni tanto.
Mi disse. Ho un vicino di casa, vuol venire a letto con me. O vieni con me oppure faccio le fotografie ai tuoi clienti, così scappano se vedono un flash…
Le feci io da consulente: chiama i carabinieri, o la polizia.
Fece una smorfia Lola.
Lola la prostituzione non è reato, è reato l’adescamento, sei a posto tu.
Mi fece l’occhiolino, Lola.
Si fosse fermata, stamattina, le avrei domandato del vicino.
Per me è andata così. Lui si è avvicinato a lei e lei con una ginocchiata gli ha fatto sentire un dolore acuto.
Immagino, insomma.
Da ragazza viveva in una capanna.
Qui, non so in che modo, ha imparato a leggere. Legge i giornali, Lola.
Ora ha un appartamento, si veste bene, ma è una che non noti in strada.
Penso sia preoccupata: sta invecchiando.
Però son cose che mi immagino.

Ho saputo che Lola ha due amici, son moglie e marito.
Qualcuno, chiaro, pensa o ha pensato male.
So che non è così.
Lola, piaccia o non piaccia, ha le sue regole.
Le cose in tre e le orge son cose da porci, mi disse.

Come ho conosciuto Lola. Non è facile da raccontare. Tanti anni fa. Non sapevo come si chiamasse. Comunque, sotto casa sua c’era una gazzella dei carabinieri.
Quella volta li aveva chiamati lei.
Non le andava di vedere, quando andava alla finestra, un tipo che, dal palazzo di fronte, appena la vedeva le faceva dei cenni, poi saliva su una sedia e, nudo, si masturbava.
Lola, gran bel carattere di merda.
Peccato che sia sempre di fretta: altrimenti un caffè glielo offrireì.
Si fotta chi pensa male.

fuori dagli schemi?

Prendete il Vangelo.
Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio
Parole chiare. Che la Chiesa di Roma, oggi, ripete. Fedele all’insegnamento di Cristo.
Ma nel Vangelo secondo Matteo, al ricco che osserva i comandamenti ma non vuole rinunciare alla sua ricchezza Gesù dice la famosa frase
E piu’ facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli.
Qui la chiesa – e per chiesa intendo il Vaticano – non ci vede e non ci sente.
Chiaro, sto semplificando e non sono in grado di passare al setaccio discussioni già fatte (o anche no, solo sfiorate: perché sugli Evangeli che leggiamo noi oggi ogni tanto qualche studioso solleva dei dubbi. Dal quinto Evangelo alla possibile censura, che avrebbero apportato i primi traduttori greci, del termine “reincarnazione”, la discussione sarebbe infinita).
Sta di fatto – mettiamola così – che se mi rivedo bambino mi chiedo, e dal momento che “non son saputo” me lo chiedo ancora oggi: perché la fedeltà coniugale è stata presa alla lettera e la rinuncia alla ricchezza no?

Vorrei, se fosse possibile, una spiegazione convincente, non una masturbazione socio-teologica.
E vorrei che chi vede nella chiesa Vaticana la continuatrice della Parola di Cristo mi dicesse se sbagliano, e perché sbagliano, invece quei credenti che prendono per buono tanto l’insegnamento sulla fedeltà quanto quello sulla ricchezza-povertà.

Io la vedo così.
La chiesa ha tradito, tradendosi.
Si diventa adulti. Quei monsignori che vestono abiti costosissimi, io ne son sicuro, in un preciso momento della loro vita, magari in seminario, magari pima, hanno pensato che il regno dei cieli è dei poveri e dei derelitti, non dei potenti (a volte pure dei carnefici) che vengono ricevuti in pompa magna in Vaticano.

Ma non solo la chiesa tradisce.
Cile 1973, colpo di stato di Pinochet, ero ragazzo, ricordo bene. Studenti, intellettuali, operai, gente per bene, ex partigiani: i giornali raccontano che dopo l’uccisione di Allende negli stadi avvengono stragi. Carneficine. Ammazzano oppositori che non sono mai stati dalla parte delle violenza, hanno ammazzano Victor Jara, sembra che gli abbiamo  tagliato le vene e poi mentre moriva dissanguato, gli abbiano detto: Canta. Erano i tempi della Cina di Mao, quelli.
E guai a toccare Mao ai lottacontinui, per esempio.
Il compagno Mao, la sua grande rivoluzione culturale.
Però anche la Cina era adulta.
E fu uno dei primi stati che riconobbe il Cile fascista e spietato di Pinochet.
A me venne da vomitare, ai maoististi nostrani no.
In fondo io credo che il comunismo – ma è una convinzione storica ed ideologica, questa – non è caduto col muro di Berlino
Quello era già un aborto di comunismo.
Il comunismo l’hanno ammazzato Stalin e, prima di Stalin, Lenin e Trotskij quando, nel 1921, distrusero la città di Kronstadt.
A Kronstadt l’avevano capito che il socialismo in un paese solo avrebbe tradito le vere origini del socialismo: stava nascendo una società che non distribuiva le proprie rcichezze in base alle necessità, dopo la cacciata degli zar. No, c’erano i burocrati di stato che stavano per diventare i nuovi padroni.
Si ribellarono, crearono una comunità davvero libera e davvero comunista: gli altri, i falsi comunisti, li distrussero.
Tanto – lo sapevano anche loro – quella del primo che diventa ultimo è una favoletta: per bambini.

Dove voglio andare a parare. Allora, io la penso così. Pensarla così ha una controindicazione: resti solo.
Prendiamo la Diaz, i fatti di Genova, le letture che si danno. Io a Genova non c’ero, ho letto, visto filmati, mi son fatto un’idea.
Poi. Ho parlato, soprattutto con una persona, di Genova. Uno a cui uno di sinistra non parlerebbe.  Un esponente di Forza Nuova. Uno che nella sua trattoria, dietro a sè, aveva un poster di Mussolini.
Io però giudico dai fatti. E ho visto che, un giorno, questo fascistone, quando ha visto entrare un barbone che chiedeva un piatto non solo l’ha fatto accomodare: lo ha fatto accomodare con un inchino, portandogli poi un piatto di tagliatelle al pesto e un bicchiere di vino e della frutta.
Non solo. Sarà stato un fascista, ma sul G8 mi ha detto. Per me c’erano delle regie occulte. Qualcuno aveva tutto l’interesse a provocare, far sì che ci fossero scontri. Meglio puntare i riflettori sui manifestanti che non sui potenti riuniti a Genova e sulle loro decisioni.
Insomma: per lui tra i manifestanti c’erano provocatori.
Non so se abbia ragione. So che ragionava: fuori dagli schemi.
Ci provo anche io, sempre.
Spero di riuscirci. O per lo meno: ci provo.

Incomunicabilità, sempre. Paola Pace stasera.

Su Facebook appaiono anche i post di questo blog. E’ cosa automatica. E sul post precedente (incubo razionale) c’è stato un commento, appunto su Facebook: del mio amico Guido Tedoldi.
Questo:

Una volta ho letto una cosa di Virginia Woolf. Diceva che quello che una donna può sperare di meglio è una rendita e una stanza tutta per sé. La lettura comune di quel testo è che sia una sorta di rivendicazione femminista. La mia lettura è stata un po’ diversa: quella è la condizione desiderabile per ogni essere umano, a prescindere che sia maschio o femmina.

Una volta pensavo che la donna ideale, o «l’anima gemella» come dicevano certi adulti con cui parlavo di queste cose, era colei con cui codividere tutti i pensieri e tutti i piaceri.
Poi ho parlato con una sindacalista (all’epoca era una sindacalista, adesso è una studiosa di reiki) la quale era convinta della sostanziale incomunicabilità tra gli esseri umani. La sua tesi era: «Con le persone ti capisci al massimo al 10%. Quando trovi quello con cui ti capisci all’11%, lo sposi».
L’11%, santiddio.
Dopo che una storia che pensavo da 100% mi si è ribaltata addosso, sto riconsiderando quell’11%.
Guido Tedoldi

Poi.

Oggi a Roma è il gran giorno di Paola Pace. Da stasera e fino al 30, al Teatro di Ducumenti, propone lo spettacolo L’arte della gioia. Adattamento teatrale, della stessa Paola Pace, dall’omonino libro di Goliarda Sapienza
Su La poesia e lo Spirito c’è l’intervista che io ho fatto a Paola.

Buona giornata.
La mia è pressappoco questa. Un’ora (da adesso) per blog e posta elettronica (il martedì mattina non lavoro, quindi sono a casa).
Poi, a mezzogiorno, incontro carbonaro con una persona, uno di quelli che parlano poco e fanno tanto; questa persona per tutta la vita ha indagato, dato la caccia ai delinquenti, magari scontrandosi; ché quando i delinquenti godono di protezioni son cavoli amari…
Poi pausa toast, poi vado in una tipografia di Vercelli: devo far stampare 2300 calendari per gli abbonati (e copie omaggio e copie ai collaoratori) del mio giornale. Un calendario con foto della Vecchia Vercelli. Poi, ore 14,45, al ginale per la riunione di redazione. Poi, telefonate varie. Poi una cosa urgente da leggere. Poi, la posta su carta da smistare.  Poi, se faccio in tempo, alle 18 vado a yoga.
Poi, passeggiata col cane e cena.
Poi un’ora in birreria a leggere. Poi di nuovo qui. Devo correggere, rivedere, limare il prossimo libro.
Però so già: Ci son di mezzo gli imprevisti, che o fanno bestemmiare o, ma è raro, ravvivano la giornata.
Quindi: buona giornata a voi e… a me

incubo razionale

Sai cosa vedo io negli specchi della mia vita?
Vedo il fallimento di una donna.
Sai che invidio la suore di clausura?
Le invidio, se ci sono quelle che non vedono nessuno nessuno nessuno le invidio perché vorrei essere una di loro.
Oppure sapessi quante volte io penso al carcere: ci vorrei andare, starei bene lì.  Soprattutto di notte. E al mattino: vivrei solo per aspettare la notte, il silenzio il buio.
La prossima notte, già.
Sai perché non ho mai tradito mia marito sebbene non passi giorno in cui o non sogni di tradirlo con un mio vicino di casa, con un collega, un ragazzo o un barbone visto per strada?
Quando al mattino ho un’ora libera a vado al supermercato guardo tutti gli uomni che incontro.
Faccio fantasie. Io con uno di loro che, come quando ero ragazza, andiamo in macchina, al fiume.
Vetri appannati e…
Ma non lo farei, o almeno: non credo.
Sarebbe come ammazzarlo, poi sarebbe difficile per me fingere, poi lui mi adora come tanti anni fa; sapessi quante volte ho sperato che  prendesse una sbandata, che si innamorasse di un’altra.
Andasse al night, o assumesse una segretaria gnocca. Macchè: pensa che sono andata a spiare quello che guarda in internet, le sue mail, la cronologia.
Mai un sito porno, nessuna mail equivoca (a differenza di me).
Solo cose serie-serissime, già.
Lui comunque non saprà mai che io non lo sopporto, che lo trovo noioso, che lo cosidero un afllito nonostante i suoi successi. Si fotta lui e i suoi successi.
Ma ora ti dico la cosa peggiore.
Così capisci che un po’ sono vigliacca e un po’ no: cerco di resistere, di non fare del male.
Certe volte, non so dirti quante, diciamo certe volte e basta, allora, certe volte penso che vorrei farla finita. Ammazzarmi.
Ci sono andata vicina “certe volte” sai? Quando ho capito che basterebbe un attimo, quando ho dovuto dire, urlare quasi a me stessa “fermati”… ho capito insomma di aver sfiorato la mano della morte.
Basta dire “fermati”, dicevo.
Poi penso a mio figlio, e anche se sta crescendo e somiglia a suo padre gli voglio bene; pensa che proprio due giorni fa l’ho visto triste, credo per una ragazza, ma non sapeva ce farsene, lui, del mio sorriso.
Poi penso a mio padre e mia madre, vecchi e attaccati a quel poco che la vita offre loro. Sono contenti anche solo se li chiamo al telefono.
Nessuno sa che il momento più bello per me è nascondermi in rete: sia benedetta l’invenzione di internet. Sarà insignificante, ma è comunque un antidoto contro la disperazione.
Di notte uso la chat. Cambio sembro nick e persone con cui chattare. Non vorrei mai…
E comunque sai che faccio?
Continuo a sorridere, ad andare dall’estetista, a programmare ferie e capodanni, a far credere a tutti che sono una donna felice.
Sai che bello: è Natale, di nuovo.
Ma cosa vuole questa gente da me?

la sinistra pelandrona e un certo prete

Allora è vero, perché io mi son detto, mentre sentivo la radio con l’auricolare portando a spasso il cane, non non può essere, ho capito (giuro: non scherzo).
La radio diceva, mentre il mio cane cercava di stringere amicizia con una vecchia cagnetta, e quindi mi strattonava, diceva la radio che Berlusconi, smentendo di essere stato male, ha dichiarato di sentirsi come un ventenne, e in questo, io, non ci vedo niente di male.
Poi ha anche dichiarato che questa sinistra fa male al paese, e io qua mi son domandato: Ma quale sinistra?
Infine avrebbe detto, e qui ho avuto l’inghippo col cane, che buona parte dei fannulloni stanno a sinistra.
Mi son detto no, ho capito male.

Allora, quando Berlusconi se ne è uscito con Obama abbronzato io ho pensato che, punto primo, era una battuta infelice e che, punto secondo, non mi andava di perderci fiato pure io. E’ la mia natura, certe volte sto appartato.
Non ho mai fatto nemmeno dell’ironia su ministre da calendario. Mai.
Dicono, le ministre da calendario, che hanno sempre creduto nei valori della famiglia e non si sono mai spogliate, loro?
Embè? Quanti sono i politici di destra o di sinistra che ce la contano giusta?
Comunque. Questa dei fannulloni mi è rimasta sullo stomaco.

Allora, mio padre è stato prima un contadino e poi un operaio. Ed era di sinistra. Ha sempre votato Pci, mio padre. Ed è ancora di sinistra. Credo voti (senza il minimo entusiamo) Pd o Rifondazione. Mio padre – che ha iniziato a lavorare quando aveva sei anni – andava in fabbrica con la febbre o con l’ulcera o con tutte e due insieme. Mi ha messo in testa, mio padre, che i fannulloni sono una brutta razza. E pure io, se ho l’influenza, vado a lavorare.
Ricordo che quando fu l’ora di andare in pensione lo aiutai a compilare la domanda, cercare, controllare che gli avessero versato dei contributi (le famose marchette).
Esempio. Mio padre ha fatto il boscaiolo nell’alta Savoia, Francia. Bene, ogni due mesi riceve venti euro per aver fatto lo stagionale due anni in Francia.
Cercammo i versamenti contributivi di quando aveva fatto il contadino.
Sopresa. Un suo padrone, prete e democristiano, non aveva versato il becco di un quattrino, tanto l’Italia di allora era come questa: dei furbi.
E se mio padre, ora, ha qualche euro in meno di pensione (tanto 900 lui e la minima mia madre son grasso che cola, no?) lo deve a quel prete. Un sant’uomo. Che non era di sinistra, lui, e non andava ad arare il campo.
C’era qualcuno da sfruttare, un pelandrone di sinistra, insomma.

PS Non fate commenti da querela, che già ne ho un bel numero sulle spalle. Hanno un grande problema le querele: fanno perdere tempo. Un giorno inviterò tutti i miei querelanti in pizzeria e dirò loro: se avrò torto e vi dovrò dunque risarcire dividetevi la mia Alfa 147, che per ora è in buono stato, e dividetevi un quinto del mio stipendio, ma lasciatemi i libri, i cd e i computer per favore, che son le uniche cose che ho e a cui tengo.

PS. Comunque poi, riascoltando la radio, avevo in affetti capito male.
Non Berlusconi ma Brunetta.
Cambia poco. L’offesa rimane.
(lunedì ore 11,05)

lo specchio

Faccio un post che non dovrei, che non vorrei.
Di quelli che denudano.
Di quelli che, succede tante volte, poi lascio nelle viscere del blog, nascosti.
Farò così anche stavolta? Forse no, chissà?

Il problema è sempre lui: lo specchio.

Passo davanti allo specchio e, guardandomi, non mi riconosco. Il tempo è volato via troppo in fretta da quel giorno, cos’era?, un mercoledì o un venerdì?
Avevo 19 anni quasi, in casa c’era solo mia madre che in quei giorni sembrava ringiovanita, nonostante il pancione. Era rimasta incinta, alla tenera età di 48 anni; di lì a poco sarebbe nato mio fratello Moreno, era serena, calma.
Io ero steso sul divano. Mio padre e mia sorella Silvia (aveva 10 anni) erano in giro. Saranno state le sei del pomeriggio. Quando mia madre uscì per andare a fare la spesa e io mi alzai e nel vecchio registratore misi un 33 giri del Banco del Mutuo Soccorso.
…. da qui messere si domani la valle
ciò che si vede è…
… vecchio soldato, ora
si è fermato il tempo
il tuo sguardo
è rimasto appeso al cielo…

Ascoltavo, contento d’essere solo, ed ero di nuovo steso sul divano, fumando una esportazione senza filtro. Era primavera. Certo, incombeva l’esame di maturità, ma non ero preoccupato. Avevo 8 di italiano, all’esame avrei portato Ignazio Silone e il suo Uscita di sicurezza, e il membro interno era proprio il mio professore di italiano, che stravedeva per me. Lo avevo aiutato in biblioteca a fare ricerche per due libri storici, su uno scapigliato e sugli ebrei vercellesi, sapevo che potevo contare su di lui e fregarmene delle altre materie. E con la testa avevo l’università (il dubbio era: Lettere o Filosofia?), e con la testa avevo una certa ragazza, ma anche un’altra, e una certa Miriam conosciuta a Cortona, e poi avevo in mente di scrivere, io, un libro, e poi ce’era la politica, la voglia di fare, di leggere, di sentir musica, andare ai concerti, e chissenefrega di tutto.
Mi sentii – sì il termine giusto è proprio questo – mi sentii felice come non lo ero stato mai.
Cavolo, avevo il mondo in tasca, sebbene nelle mie tasche ci fossero solo delle esportazioni senza filtro e poche monete.
Ed ero orgoglioso di me: rappresentante di classe (avevo ottenuto 20 voti su 23; io non mi ero votato; l’unico fascista non mi aveva votato; chi era lo stronzo che non mi aveva votato?, degli altri 20?, mi chiedevo) e rappresentante di istituto avevo fatto del gran casino prima scontrandomi durante una assemblea con un professore e poi organizzando uno sciopero spontaneo, un sabato.
E poi la sera sarei uscito con gli amici al bar, e poi… basta adesso.
Ecco, lo specchio. Ci son passato davanti pochi minuti fa, mi sono visto. Oltre il mio volto ho rivisto un ragazzo coricato sul divano e mi è venuta rabbia: perché – qui non è facile da spiegare – perché io a quel ragazzo l’ho tradito. L’ho lasciato lì, merda.
E vorrei tornare indietro, risentire la porta di casa che si chiude perché mia madre esce, e poi sentire il Banco del mutuo soccorso, e dirgli dirmi che la vita corre in fretta, troppo in fretta, e che non si cresce mai, cristo.

Ma succede, e succede spesso, un’altra cosa.
Di segno contrario.
Passo davanti allo specchio e, mentalmente, mi sorrido.
Vedo giorni e soprattutto notti passate sui libri, vedo l’università al mattino e la fabbbrica al pomeriggio, vedo che, disoccupato, faccio di tutto: una domenica sono sotto un tiro a segno, metto i piattelli, sto lavorando in nero per 1000 lire l’ora. Potrò comprarmi dei libri.
E vedo soprattutto una scena, questa scena.
Sono a Torino, è una giornata di sole, anche se è inverno.
Ho appena ricevuto un okay per la tesi di laurea, e con gli esami sono avanti, manca poco.
Sarò, della mia grande famiglia contadini, il primo che ha studiato, direbbe Guccini
Esco, ho fretta. Il pomeriggio devo lavorare, la sera ho le prove di teatro: sono in una compagnia amatoriale, ma nel teatro più importante di Vercelli reciteremo La vita è sogno di Calderon de La barca. E il protagonista, Sigismondo, sono io.
Non vedo però l’autobus che da Palazzo nuovo, dove ha sede l’università, dovrebbe portarmi alla stazione. Faccio una cosa già fatta: corro, so che in 20 minuti posso farcela ad arrivare senza perdere il treno.
In via Po, però, ci sono dei lavori (per questo l’autobus non c’era), così io, per risparmiare tempo, me ne frego delle strisce pedonali, e di corsa taglio in diagonale Piazza Castello.
L’ho sempre fatto, soprattutto a Vercelli. Da piccolo avevo visto un film con Luigi Tenco. Lui, a una ragazza che era indecisa se attraversare dove non c’erano le strisce, aveva detta: O sei pecora o sei leone.
Però quel giorno a Torino rischiai di essere un leone investito. Perché attraversando mi sentii sfiorare i calzoni (i pare la gamba sinistra) da un un’auto, che frenò, appena in tempo. Mi voltai per un attimo: com’era prevedibile il conducente mi stava dedicando una serie di litanie poco carine. Credo che si sorprese nel vedermi calmo e tranqullo (magari pensò: questo è scemo).
Ero calmo e tranquillo e ricordo ancora adesso, e molto bene, cosa mi frullava nel capo in quel momento. In quel momento io avevo pensato: Se fossi morto sarei morto bene, correndo.
Ecco, quando passo davanti a questo specchio a volte non vedo il ragazzo che ho tradito.
Vedo il traffico, tanto traffico.
E io che corro in mezzo al traffico.
E certe volte, o quasi sempre, mi dico: Non posso lamentarmi, ché ho vissuto a modo mio.

C’è un problema, però: lo specchio è uno, ma è come se fossero due.
Vedo il ragazzo che è ancora lì, che aspetta.
Vedo l’altro, che ha corso, mamma mia quanto ha corso.

(Si chiama schizzo-paranoia questa; pare l’abbiamo vissuta tutti, secondo la psicanalista Melania Klein, nei primi mesi di vita. A volte ritorna):

Stavolta non cancello, lascio.
Refusi compresi.
Buon sabato

Segnalo, da libro Magnificat Marsigliese (Edizioni creativa)
Grande male di Francesca Mazzucato

di editoria e di tamarri

Alla Buchmesse di Francoforte, insieme a quel che si sapeva, sull’editoria italiana sono emerse delle novità.
Per esempio (novità): nel 2007, rispetto quindi al 2006, sono aumentate le vendite di libri nei supermercati (5 per cento in più), on line (più 36 per cento), e in edicola (più 12 per cento).
L’editoria italiana sta bene: il fatturato infatti in un anno è cresciuto di quasi un punto (che tradotto in soldoni significa 3,702 miliardi di euro).
Ancora numeri, ora.
I lettori da un libro l’anno sarabbero 24 milioni.
Quelli da un libro al mese 3,2 milioni.
Le case editrici organizzate (distribuite, insomma) sono 2901; danno lavoro a 30 mila persone (nota personale: mi sembra un numero troppo elevato; calcalano anche i collaboratori pagati un tanto al chilo per traduzioni ed editing?).
Poi.
Nel 2007 sono stati stampati 61mila nuovi titoli.
Calcolatrice alla mano fa 167: 167 libri al giorno.
Si sapeva.

Quando andai a firmare il mio primo contratto, era il 2003, in casa editrice mi dissero: Ogni giorno escono 140 titoli, nuovi; bene, di questi 140, il quaranta per cento è destinato a non vendere nulla, al macero insomma.
(…)

Comunque.
Tra poco esce una mia raccolta di racconti.
Tamarri.
Ho provato a inserire la foto della copertina, wordpress mi dice errore, io gli rispondo, va bene, sarà per la prossima.
In quarta di copertina si legge.

Se trovano una ragazza per bene, o un lavoro per bene, o qualche santo per bene magari non fanno una brutta fine. Io li chiamo tamarri.

Dai delinquentelli di periferia, senza futuro, all’Augusto, personaggio caro a Salgari, morto suicida, al bancario che sogna i mari del sud, mentre il treno procede per la nebbia…
Sette racconti che percorrono rotte diverse, tra tempeste e momenti di quiete.

Non ricordo il numero di pagine della raccolta, son poche, meno di 50; il prezzo è proletario, 4,50. L’editore è Historica.
Poi in primavera sarà di nuovo Newton.
Bastardo posto.
Speriamo che sia femmina.

web cam

No, non sto diventando nostalgico: credo di essere nato così.
A sei anni mia madre mi concesse di andare da solo al cinema. Una figata. Il cinema si chiamava Corso. Il primo film che vidi fu un western, La notte dei lunghi coltelli.
C’era tutto in quel vecchio cinema, anche il pedofilo che si avvicinava a noi ragazzini che facevamo  la corsa e poi a botte per stare in prima o seconda fila si sedeva accanto ai più grassottelli, dava loro una caramella e poi qualche pizzicotto. E finiva lì (credo).
Me lo sognavo di notte, io, il cinema Corso. Era il posto più bello della città. Quando il venerdì, tornando da scuola, vedevo che ci sarebbe stato o Maciste o I dieci gladiatori già pregustavo (e cercavo di non far girar le scatole a mia madre; bastava niente e subito scattava la punizione: Niente cinema).
Comunque.
Un brutto giorno vedo una scritta strana. Chiuso per restauri.
Babbo, babbo, o che vuol dire che è chiuso per restauti?
Che lo devono mettere a posto.
E quanto impiegano a metterlo a posto?
E che ne so io?
Per mesi e mesi andai a controllare: tutti i giorni. Cinema Corso, chiuso per restauri.
Poi andai sempre meno ma, credo, per anni ho sperato. Certo, c’erano gli altri cinema, ma quello restava il mio preferito.
Restava il posto più bello di tutta Vercelli. Dove avevo visto I Dieci gladiatori e anche Il ritorno dei dieci gladiatori. E altro, certo.

Ho una bella macchina, ora. Che non uso quasi mai. Un’alfa 147 color blu notte. Ma se ci fossero ancora le vecchie Fiat 127 io tornerei a una di loro. Gran macchina: ne ho avute due. Una gialla e una grigia. E forse guiderei di più.
Sì certo, il progresso. Macchine col turbo, quasi parlanti. Se non chiudi una portiera o hai il treno a mano tirato loro ti avvisano. Ma se resti a piedi col cavolo che le fai partire con una spinta.

Quando ho rotto il cellulare, era Pasqua, mi trovavo a Palermo. Dissì, vabbè, mi faccio un telefonino siciliano. E’ rosso, carino, lo pagai poco, 70 euro. Timidamente domandai se ne avevano uno normale, senza le opzioni delle fotografie e del breve filmato. Macché. Giuro: avrei pagato anche di più, per averne uno semplice semplice.

Nei giorni scorsi, causa virus, questo portatile l’ho mandato in riparazione. A Torino. Giorni di spedizione compresi, hanno impiegato dieci giorni per riformattare. Io, in quei dieci giorni ho riesumato un vecchio portatile. Prima scoperta: era infettato da virus anche quello, e quindi ho scaricato un firewall e un antivirus free. Seconda scoperta: la testiera è più sporgente, insomma, si pestano meglio i singoli tasti. Terza scoperta che non è una scoperta: mi ero dimenticato che nei vecchi computer c’era il floppy, morto e seppellito dai cd.
Quando però è tornato il mio toshiba ho rimesso da parte, un po’ a malincuore, quello vecchio. Non per altro, è lento.
Ma stasera l’ho guardato, chiuso nella sua custodia in un angolo.
L’ho guardato dopo aver visto questa pubblcità su gmail.
http://mail.google.com/videochat/?hl=it
Massì, quando ci scriviamo una mail facciamo anche che chattare e soprattutto chattiamo con la telecamera.
E facciamo sesso, magari, o perché no?, un’ammucchiata.
Così ho guardato il vecchio portatile con floppy e pure un po’ lento e mi son detto: se tra qualche anno venderanno solo pc con la telecamera, e magari anche con la caffettiera incorporata, riprendo te.
Mi pare comunque chiar: tra cinque anni questi pc o mac saranno archeologia. Ma non li troveremo, come i vecchi macinini per il caffè nei mercatini.
No, saranno dispersi nell’aria e magari li staremo respirando.
Però ci vedremo chattando su gmail.

(No, la vecchia macchina da scrivere non la rimpiango. Col cavolo che potrei scrivere 30mila battute in una notte, se avessi la Olivetti anziché questo coso qui).

Comunque.
Non so da voi, ma dalla mia parti i bar la sera son quasi tutti chiusi.
Per chi vuole giocare a carte c’è la scopa on line.

E buona giornata…

un pensiero improvviso

Ogni tanto la domanda, Perché scrivo?, me la faccio. E (mi) rispondo sempre in modo poco convincente. Mi dico: Non mi hai convinto.
Comunque.

Da tre anni la mia vita, redazione oppure a casa (come ora, che è notte fonda) è davanti al computer (mac in ufficio pc portatile a casa).
A volte succede che quando io sono al giornale magari corregga qualche bozza di cose letterarie, a volte succede che a casa lavoro per cose di giornale. Pochi minuti fa ho lavorato per cose di giornale.
Allora, vediamo quel che resta della mia settimana, tolta la parte che passo davanti al pc.

Uno. Il percorso che faccio a piedi tutte le mattine per andare al giornale. Un percorso a tappe. Caffè al solito bar con barista siciliano che, a differenza di tanti padani, è sempre allegro. Ieri mi fa: Remo, minchia, ma lo sai che nelle ultime settimane ho dimezzato gli incassi? Ma sta minchia di crisi, me la spieghi, ché io mica la capisco. Poi, seconda tappa, tabaccaia. Sigari e sigarette. Se mi succede di incontrare qualcuno che mi… intrattiene prima di arrivare in redazione mi faccio il terzo caffè (il primo primo me lo preparo in casa appena sveglio, poi lo bevo guardando posta elettronica e le notizie del giorno) in un altro bar, stavolta a caso.

Due. Quasi tutte le sere, finito di lavorare, faccio un giro di una mezzoretta. D’estate in bicicletta, ora a piedi.

Tre. Quasi tutte le sere (a volte non posso per problemi lavorativi) dopo mangiato porto a spasso il cane (se non ci sono io provvede mio padre).

Quattro. Quando chiudo il giornale la sera tardi (lunedì e venerdì) ceno (ancora più tardi) in pizzeria.

Cinque. Quando non sono di chiusura vado i birreria: a leggere. Ce n’è una in città, dove a volte si fa un fatica, ce n’è un’altra, in un paesino, che è più tranquilla di una biblioteca.

Sei. La domenica pomeriggio è l’unico frammento di settimana che mi concedo lontano dal computer. A volte vado via. Magari a Genova. O in Monferrato o in Valsesia.

Sette. Quando posso e se posso vado al cinema. O a teatro. Potessi, ma nessuno può, credo, andrei al cinema (o a teatro) tutte le sere. Ho scritto che nessuno può farlo. Io, una vita fa, l’ho fatto: andavo al cinema tutte le sere. Finito di lavorare in fabbrica (alle 22) correvo i bicicletta (7 chilometri) per arrivare alle 22 e 30 quando la proiezione iniziava o stava per iniziare.

Otto. l martedì sera mi faccio un’ora di yoga. Dalle diciannove alle venti.

Allora, sono a yoga.
A yoga uno dovrebbe avere la mente sgombra. Io invece, che vivo di fretta e scrivo di fretta, arrivo e mi porto dietro la fretta: magari mi sono cambiato in ufficio mentre parlando al cellulare.
Comunque.
… inspirare profondamente, prima l’addome e poi il torace, poi espirare.
… inspirare profondamente, concentrasi sul respiro, e poi espirare con forza, e quando espirate pensate che tutte i pensieri cattivi, le negatività se ne vanno espirando,
dice l’insegnante (che è anche uno scrittore e un insegnante di scrittura creativa).
insomma, uno a yoga dovrebbe pensare a.. non pensare.
sentire il proprio corpo, le sensazioni, il respiro.

solo che oggi, invece di restare concentrato su repiro e sensazioni corporeee, è arrivata la solita domanda: Ma tu perché scrivi?
ed è arrivata anche una risposta, che ho trovato soddisfacente.
sono talmente stufo di me stesso e della mia vita che ho bisogno di sentirmi sulla pelle la vita di altri, ho bisogno di un luca baldelli, di un’anna antichi, di clelia, di limara.

adesso portate la caviglia all’inguine….

adesso guardo qualche blog poi:
Nove. Se non scrivo o correggo bozze solitamente l’ultima ora della notte, dalle 4 alle 5, la dedico alla lettura.
in questo momento sto leggendo Senza luce di Luigi Bernardi, edizioni Perdisa.
non penso si trovi facilmente, specie nei piccoli centri.
ma credetemi: è davvero, davvero bravo.
ho la sensazione – netta – che la sua scrittura sia davvero speciale.
magari ne parlerò.

buona giornata

Dimentico una cosa. Ogni giorno apporto varianti ai punti Uno, Due, Tre, Quattro, Cinque, Sei, Sette, Otto e Nove. Quando non posso (per esempio in quest giorni, e così sarà fino a Matale) vado in crisi.
Poi.
Ho detto che vivo di corsa. Certo, ma mai come quando lavoravo in fabbrica. Del resto se non vivo di corsa mi perdo, e perdo tempo. Come ora, ma ora è notte, fonda, e me la godo e la respiro a pieni polmoni, la notte.

firenze

massì, facciamo un post leggero.
come quegli intermezzi pubblicitari che vengon utili: perché magari scappa la pipì…

ho appena sentito Firenze sogna cantata da Luciano Pavarotti.
l’altra sera, a cena dai miei vecchi, ho chiesto di poter vedere il loro album fotografico: e mi sono rivisto, quindicenne, che ammiro firenze da piazzale michelangelo.
fu allora che iniziò il sogno…
andare a vivere a Firenze.
certo, se qualcuno mi legge, può obiettare: ma non hai detto per tanto tempo che ti sarebbe poaciuto tornare a vivere a Cortona?, oppure, da un po’ di tempo non dici che vorresti andare a vivere in Puglia?
( a volte, quando mia moglie mi dà per disperso e mi telefona, e mi chiede dove sei?, io rispondo a Tricase).
comunque.
Firenze era il primo sogno e in effetti lo è ancora, spesso.
mai più dichiarato, però.
da anni.
nei momenti in cui corro e bestemmio perché non c’è tempo, e aspetto la notte per ascoltare il silenzio e scrivere, ecco in quei momenti, a volte, mi fermo, chiudo gli occhi e mi vedo: sto sorseggiando un caffè e sto fumando un mezzotoscano in un tavolino fuori da un bar di piazza della signoria.
il perseo di cellini è poco distante….

dico sempre che non voglio far soldi coi miei libri, chissenefrega.
come dice mio padre si può crepare coi soldi o senza. ché si crepa e basta.
ma metti che divento un best seller.
be’, mi trovereste a firenze, e la giornata, di sicuro, sarà primaverile.

Goliarda (ricordando MariaStrofa)

Parto da lontano, da Carlo Berselli, Mariastrofa per il mondo dei blogger.
A gennaio 2007 io avevo linkato lui, lui aveva linkato me. Ogni tanto ci commentavamo, reciprocamente.
A gennaio 2007 però successe che gli scrissi: per complimentarmi con lui. Ma non per un post: per un commento.
Allora, a gennaio 2007 sul blog di Gabriella Alù apparve una recensione sul libro di Goliarda Sapienza, L’arte della gioia.
Quel che scrisse Carlo Berselli mi colpì. Era una MariaStrofa… diversa.
Commentò così il post di Gabriella Alù:

Mi fa un certo effetto rivedere Goliarda qui in testa al tuo blog, dopo che l’ho vista alcune volte a casa sua con le pareti piene di sue foto con dedica di Luchino Visconti (quando faceva l’attrice) – e i libri, i libri suoi che mi ha regalato, e il suo compagno Pellegrino che cura le sue cose.
Goliarda lesse alcune cose mie e mi concesse un favore come raramente ho visto. Si deve a lei la pubblicazione della mia prima cosa. Proprio grazie a lei, sì. Un angelo ripeto spesso, non tanto per il favore fattomi ma per la dolcezza con cui mi trattò sempre. E sì che era donna aspra per certi versi, segnata da esperienze terribili. Che tu racconti e che io so bene.
Una donna meravigliosa, forte. Sarà per questo (lei morì un anno o due dopo la pubblicazione di una mia cosa) che ho sempre fatto fatica ad affrontare l’arte della gioia (che avevo già letto peraltro in edizione ridotta) – e dire di più non so se questa difficoltà abbia a che fare con la gratitudine estrema che le devo (un angelo, ripeto) o con una specie di dolore per non avere mai potuto ricambiare. sicché dovrò pure affrontarlo un giorno e anche la tua recensione mi aiuterà di certo.
Ci sono libri impervii anche libri di scrittori di cui amiamo tutto e che restano lì sospesi, chissà perché. Così è stato per me con “L’arte delal gioia”.
goliarda, un bacio…
MariaStrofa

Dopo aver letto, scrissi a Carlo Berselli/Mariastrofa.
Mi rispose, contento di poter parlare di Goliarda Sapienza.
(E quando Carlo Berselli è morto io mi ricordai subito di questo commento).

Oggi devo fare un’intervista (per un giornale nazionale): all’attrice Paola Pace (qualcuno di voi se la ricorderà nei film I cento passi o Le buttane) che a Roma, dal 18 al 30, al teatro Di Documenti presenta, appunto, L’arte della gioia.
Uno spettacolo di cui Paola Pace è protagonista e regista. Non solo: ha curato le la trasposizione del testo, adattandolo al teatro.
Ci sta mettendo l’anima, Paola Pace per questo spettacolo: che quando parla di Goliarda Sapienza ne parla come se pregasse.
Sull’arte della gioia (dopo il successo “francese” in Italia è stato ripubblicato: prima da Stampa Alternativa e poi da Einaudi) si trovano fiori di recensioni in rete.
A me pare (e parve) molta bella la testimonianza di Carlo Berselli / MariaStrofa.
Che fosse una donna fuori dagli schemi, ma anarchica e generosa me l’ha confermato anche Stefania Nardini, che l’ha conosciuta.

A coloro che non sanno nulla o sanno poco di Goliarda Sapienza ricordo la vicenda che la portò alla reclusione.
Pare sia andata così.
Goliarda, che è in bolletta e che vuole fare le fotocopie di un suo manoscritto da inviare a qualche editore, chiede centomilalire a una contessa, che rifiuta; Goliarda allora ruba dei gioielli alla contessa, che la denuncia; Goliarda viene così incarcerata e condannata (esperienza che la porterà poi a scrivere L’università di Rebibbia).

L’intervista, poi, la posterò anche in rete.
Buona giornata

riuscire a sorridere, sempre

… praticamente questa cosa qui continua il post precedente.

E’ poi ci sono le mail di amici scrittori o aspiranti scrittori.
Si vive di depressioni, l’ho già detto, se si vive scrivendo, anche.
Io non critico gli editori sempre e a prescindere. Ma ho tre, quattro forse più amici che scrivono bene, magari hanno pubblicato per case piccine, e fanno fatica: ma non a farsi pubblicare, che un editore ha tutto il diritto di dire che un libro, qualsiasi libro, fa defecare, fanno fatica, queste persone che io conosco, a farsi leggere seriamente.

Però succede che un giorno tu ricevi una mail.
Diversa.
Non c’entrano più i libri o le frustrazioni, c’entra la vita, che spesso è bastarda, e ti conficca un chiodo, e poi un altro e un altro ancora, e tu hai solo voglia di urlare o piangere, e niente ti sembra importante come vivere un giorno di assoluta serenità, senza lacrime.
Ecco, succede a tutti e non solo a me di ricevere mail o notizie così.
Da qualcuo che non è stato bocciato da un editore, ma dalla vita.

Poi certo, si torna sui blog, si posta, si legge, si commenta, oppure non si posta, non si legge, non si commenta.
E ci si interroga – solo in questi giorni particolari – su che cosa conti, per davvero, nella vita

Riuscire a sorridere, sempre.