una mail che sapeva… di giallo

Su gmail, ma anche sul vecchio kataweb, ho, credo, tutte le mail ricevute, da anni.
Ci sono le mail che riceviamo tutti, ci sono le mail di quelli ce ti vedono scrittore, e son tante.
La più perfida ce l’ho su kataweb.
Vado a memoria.

Un’aspirante scrittrice:
Il tale, affermato scrittore non risponde a nessuno? Ti sbagli, leggi qua.
In effetti il tale abbastanza affermato scrittore che non aveva il tempo di rispondere a nessuno a questa tizia (perfida) scrisse: Ah, dunque tu sei parente di…
E la tizia (perfida) mi inoltrava la mail che riceveva dallo scrittore indaffarato.
(Difficile che la tizia abbia fatto leggere ad altri le mail che io le inviai: c’erano giudizi così così su quel che scriveva e che mi chiedeva di leggere).
Comunque i due – lo scrittore che non ha tempo per i comuni mortali ma per le marchette sì e la tipa, che è pronta a tutto pur di mettersi in mostra – è meglio perderli che trovarli.

Poi ne ho ricevute diverse di mail, che non so, ora, come (ben) definire: bizzarre?
Be’ sì anche la proposta di un incontro amoroso.
Sulla fiducia, quando ancora sul vecchio blog non avevo messo foto.
Una signra mi scrive, che ha letto il mio blog e un mio libro.
Le rispondo. Grazie, eccetera.
Mi ri-risponde.
Sono disposta a tradire mio marito per te. Sei un grande scrittore tu.
Ah.
Dopo qualche giorno di non risposte da parte mia ecco che la stessa persona mi riscrive:
E tu credi di essere uno scrittore? Scribacchino dei mie stivali, mezzasega….
Ecco, così va meglio.

Ma la più singolare l’ho ricevuta da una persona che, suppongo, venga ancora qui, a leggere, senza mai commentare, però.
Allora, ricevo una mail. Chi mi scrive è una donna, suppongo abbastanza giovane, meno di quaranta. Che non si firma. Mi dice, scusa ma non posso manifestarmi, mi piace come scrivi eccetera eccetera ma… non posso. Non voglio dirti chi sono però (tutto quel che vi sto dicendo è contenuto nella prima mail) ho bisogno di un consiglio. Ho scritto un libro, sono disposta a pagarti se mi dai una mano a… (non ricordo, bene, cosa volesse, dovrei rileggere):
Le rispondo: Non ho tempo, non voglio soldi, ma se vuoi posso dare un’occhiata, mandami un riassunto e il primo capitolo.
Giuro: era davvero un bel primo capitolo di un libro e la sinossi mi intrigava.
Glielo dissi, mi ringraziò.
Ogni tanto ci ripenso a quel capitolo: allegato (mi pare) a una vecchia mail.
E mi interrogo ancora.
Qasi un giallo senza finale.
A meno che non legga e mi riscriva, no? O che commenti, qui.
Non credo.
(Sempre nella prima mail questa ragazza o donna mi disse altro: cose poche piacevoli che le erano capitate).

Buon sabato

PS. E poi ne ho ricevute di speciali. Tante. Come (vado sempre a memoria….):
ho passato dei giorni brutti, chiusa in casa, ma il tuo libro mi ha fatto compagnia.
Questa l’ho riletta da poco: è del 2006, mi sembra passato un secolo.
Un’unica mail (a cui risposi) di una persona che, chissà, se viene ancora qui.

PS. Per gli amanti della poesia, ma non solo, segnalo questo nuovo blog.

e la gente lo sa che sai suonare

Quattro persone, una saletta tutta per loro, penombra e luce ben calibrate.
Cucina tipica piemontese, ma leggera.
Del buon vino, producazione locale senza additivi: dai vigneti circostanti.
Una serata, normale, piacevole.
Poi, dalla saletta attigua, la musica di un pianoforte, e poi, dopo qualche minuto, anche una voce: bella, roca.
La saletta attigua si riempie.
Le quattro persone, la proprietaria del locale, lui.
Sessantasei anni mal portati, piccolo e grasso, vestito tutto di rosso (con bretelle).
Ha suonato in giro per il mondo, quand’era giovane. Ha conosciuto Tenco, Nini Rosso, tanti altri. Ma parla poco: chiude gli occhi e si lascia trasportare: dalla tastiera del vecchio pianoforte.
Da Frank Sinatra a Solo me ne vo per la città, e Malafemmana, e Un’ora sola ti vorrei, e Farassino, Gaber, e Suona un’armonica mi sembra un organo che vibra per me e per te di Paoli, e Tenco, De Andrè: come un juke box.
Meglio di un juke box.
E ti senti bene, ad ascoltarlo, anche quando la musica fa male, nell’ascoltarla, ché ti riporta a un rimpianto, un dolore.

(E se la gente sa
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare).
Fino alle due, col dispiacere di doversi alzare, di salutare, ringraziare. E la voglia di tornare dentro, uscendo sulla strada.
Perché il pianoforte ha ripreso a suonare, nonostante avesse detto buonanotte.

un altro vecchio ronzino, dal vecchio blog.
perché il piatto piange e… il tempo ride: di me.
buona giornata

E poi: ringrazio Elena per questa recensione (su Dicono di Clelia).

E soprattutto: se andate a vedere qui troverete Piar Paolo Pasolini e don Lorenzo Milani; scusate se insisto, su don Milani soprattutto. Penso comunque che Pasolini e don Milani, a differenza di tanti intellettuali, avevano bene in mente che la scuola emargina gli ultimi. Ancora oggi?
Non ci sono più i figli dei contadini, poveri, oggi.
Oggi i figli dei più poveri non mettono da parte gli spiccioli per il pane o le sigarette. Nascono col cellulare in tasca, oggi, e non è colpa loro. Mi riferisco ai figli della periferia, quelli che di notte, se li incontri, ti fanno paura.

gran varietà

Su il Re-censore c’è questa intervista alla mia amica Sabrina Campolongo.
Tra le altre cose annuncia la prossima uscita di un suo libro, un giallo, per la casa editrice Historica, di Francesco Giubilei. Che, come alcuni di voi sapranno, ha sedici anni e si diletta a fare l’editore, quando torna a casa da scuola.
Allora, non ricordo come è andata, ma Francesco, tempo fa mi contattò; e tra breve (suppongo) uscirò anche io con Historica. Per la prima volta con una raccolta di racconti.
Tra questi ce n’è uno a cui tengo in particolare: Tamarri (che è anche il titolo della raccolta di racconti).
A scriverlo ho impiegato un giorno.
Ma i personaggi di quel racconto sono veri: conosciuti e frequentati per dua anni, in un bar – si può definire bar una baracca di legno? – di periferia.

Il prossimo romanzo, invece, esce con la Newton, ad aprile: e sarà anche questa una prima volta; la prima volta cioè che pubblico due libri con lo stesso editore.
A gennaio, comunque, per l’esattezza il 24, farò un’ultima (credo) presentazione de La donna che parlava con i morti. A Bologna. Mi presenterà la giovane e brava scrittrice Francesca Bonafini.

Poi. Il blog collettivo Via delle belle donne ha pubblicato una recensione, scritta da Morena Fanti, del mio primo libro: Il quaderno delle voci rubate.
Ringrazio Morena, in primo luogo.
Su Il quaderno delle voci rubate dico solo questo. Praticamente ha avuto solo mercato a Vercelli. Chi vuole lo trova in rete: su Orasesta c’è l’e-book.

Poi. Se vivessi a Roma giovedì 13 novembre andrei al teatro Olimpico, dove Eugenio Finardi proporrà un concerto-omaggio a Vladimir Vysotsky.
Copio incollo:
Le canzoni di Vladimir Vysotsky, artista russo insubordinato e ribelle, si vestono della voce di Eugenio Finardi e degli arrangiamenti di Filippo Del Corno eseguiti dall’ensemble Sentieri selvaggi, per una serata fondata sulle suggestioni della grande musica d’autore.
Strana chimera, improbabile incrocio tra uno chansonnier e un punk si potrebbe definireVysotsky (oVisockij 1938 – 1979), poeta, attore e musicista semiclandestino per i suoi testi graffianti, di critica feroce del regime stalinista. Oggi che l’Unione Sovietica non esiste più, le parole delle canzoni di Vysotsky, definite di “strada”, di “cortile” e di “malavita”, acquistano un significato universale di ribellione alle prepotenze del potere e di ricerca della libertà.

Dal momento che vivo a Vercelli, molto probabilmente venerdì andrò a Biella, che è a mezz’ora di macchina. Il mio amico Pier Michelatti, che è stato bassista di De André, propone un concerto: Faber per sempre.
Pier l’ho conosciuto quando Fabrizio De Andrè era ancora vivo.
Pier si commuove ancora parlando d lui.
E basta.
Buona giornata.

No.
C’è questa cosa qua su YouTube.
Penso sia una cosa triste da vedere: soprattutto per chi, come don Luisito Bianchi (…. se fossi papa brucerei il vaticano affinché rifulga la luce di Cristo), crede che la Parola sia al servizio degli ultimi.

scrivere recitando

scusate se vi parlo ancora della mia scrittura.
rispondo ad Enrico, al suo commento nel precedente post

enrico (MRT),
ci son cinquanta (o quaranta, o settanta, non so) autori che campano di scrittura, hanno mercato, attenzioni dei media, inviti, agenti che procurano loro traduzioni, collaborazioni, contratti per il cinema.
è un mondo lontano da me.
poi c’è un esercito: da quelli che vendono 10mila copie o le han vendute, ma son già dimenticati, a quelli che hanno pubblicato per un piccolo editore e venduto 300 copie.
c’è di tutto, qui.
chi sgomita, chi è frustrato, ma ci sono anche i generosi.
si passa da un libro all’altro sperando di raggiungere l’olimpo.
o forse no.
il mio sogno è poter continuare a scrivere, campare con poco vivere vicino al mare.
so di essere fortunato, so di avere, spesso, momenti di crisi.
una volta durante una presentazione persi il filo; c’era una voce dentro me che diceva, Che stai facendo?
forse per questo sono attratto dagli scrittori che hanno scelto, anche per timidezza, per scontrosità, inadeguatezza, l’autoisolamento.
però ho un ricordo, molto bello.
devo essere sincero fino in fondo.
il giorno in cui mi recai a milano per firmare il mio vero contratto da scrittore, con mursia.
ho un grande ricordo: del viaggio in treno da vercelli a milano, del percorso che feci, a piedi, dalla stazione centrale di Milano fino a Mursia.
poi altri, certo. fahrenheit, libro del mese ad agosto 2006 poi finalista del libro dell’anno, con Lo scommettitore.
ero finalista, ma nessuno lo seppe durante la trasmissione radiofonica (fu l’anno in cui vinse Saviano).
io li ringraziai, ma non andai.
poi la “chiamata” della Newton. Rosella Postorino ora Einaudi (ma allora alla Newton) e Raffaello Avanzini.
Vogliamo da te un libro come Lo scommettitore.
il contratto sulla fiducia (La donna che parlava con i morti era solo un’idea).
Ma il ricordo più bello resta quel viaggio verso milano a firmare il contratto, i ricordi più belli sono legati al ricordo delle notti, quando si scrive.
(la bellezza dell’amore non è l’essere amati ma l’amare, ha scritto Poe; la bellezza è sempre l’attesa. Quando Alessandro Magno ha conquistato il mondo, i suoi occhi, uno azzurro e l’altro nero, sono tristi. Che c’è oltre il Tigri e l’Eufrate?).
poi arriva la pubblicazione, il giudizio degli altri.
applausi, lanci di coltelli.
di tutto.
e poi si ricomincia.
e quando ricomincio, quando scrivo, va tutto bene: perché vivo meglio, la mia giornata ha un senso e se ho dei problemi li supero meglio.
scrivere è quindi bellissimo, ma scrivere è anche legato alla pubblicazione: certo, ma è cosa completamente diversa.
sei tu, con te stesso quandi scrivi.
a volte coi tuoi fantasmi a volte no, e qui t’arrabbi, perché la gente, poi, non capisce.
tutti pensano che tu ti sia messo dentro al libro. che tu abbia vissuto, o sognato di vivere.
invece – almeno per me – non è così.
lo è: a volte.
ma spesso io “recito” i miei personaggi.
scrivere, per me, è come recitare (e quando si recita, si mettono i panni, a volte scomodi, di altri. di un assassino, di un pervertito, di e di e di. Anna antichi è nata così…).

per esempio.
oggi, per gioco (o per esercizio) ho scritto questo… racconto? (sul blog di Camillo Sanguedolce, ho visto l’idea di postar racconti di cento parole)

L’infermiera è carina, altroché quel rottame di mia moglie, che piange e piange e piange. Ha occhi vivaci, l’infermiera, non come quel rottinculo di medico che pensa io sia ormai andato. Sì, mi resta poco da vivere, ma vedo gli alberi mossi dal vento, oltre al finestra, e vedo, ora, il bel culo – a mandolino – dell’infermiera. Mi fanno pensare, l’infermiera e il suo sedere, più degli alberi. Quando è stata l’ultima volta che l’ho fatto, e con chi? La prima (volta) è facile da ricordare, ma l’ultima? Deve essere stata triste, ma ecco l’infermiera: se muoio pensandomi tra le sue cosce sarò come un albero…

Mi piace immedesimarmi, quando scrivo: andare oltre. A volte – perché no? – provare perfin fastidio per ciò che mi sto’ raccontando.
a volte (il prossimo libro che uscirà per la Newton) arrivo addirittura a farmi male).
ma la vita è fatta di tutto.
ed è fatta, la vita, soprattutto di discorsi complessi e incompleti, interrotti.
ecco, io cerco di evitare questo: di semplificare.
cerco la vita nella scrittura. e nella lettura, anche.

di editoria, ancora

Ciao Remo, tu dici:”Un autore contemporaneo valido corre il rischio, oggi più di ieri, dopo la pubblicazione, di passare del tutto inosservato: perché resta poco in libreria, perché è…. in cattiva compagnia.
le cagate hanno sempre avuto successo, del resto”.
Verissimo. Mi è successo. E mi è successo pure che questo è stato uno dei motivi per cui l’editore mi ha scaricato malamente. Mai più un contatto, un tanti auguri alle feste comandate, un minimo di curiosità per qualche mio nuovo eventuale lavoro. Eppure mi sembrava di aver trovato, prima ancora che un editore, un amico. Silenzio. Uguale a quello degli editori a cui ho ricominciato a mandare i miei inediti. Credo che esista una nuova categoria tra gli scrittori, quella dei pubblicati bene (non a pagamento, con regolare contratto) che dopo il primo libro si ritrovano nella condizione di “aspiranti scrittori”. Ma l’unica cosa che mi dà gusto aspirare sono le mie Marlboro.
ha scritto Gianluca Pisapia (non fate come me che l’ho cercato su google non esiste; mi ha scritto, ha un altro nome), in coda al post Un certo “e” sui manoscritti.

Confermo.
E vado oltre. Poi, ci sono gli scrittori.
Mi ci metto anche io, faccio parte del meccanismo.
Chi vende ed ha successo non dice male dell’editoria, chi resta ai margini vomita.
Si va oltre: che c’entra Berlusconi con Mondadori?
Già: c’entra o non c’entra?
Comunque: ognuno si fa i fattacci propri.
A uno affermato che gli importa dei contratti capestro o della non lettura dei manoscritti. Lui c’è passato, ora tocca agli altri.
E vale lo stesso discorso per come vengono visti e definiti i lettori.
Se vendo (quindi mi apprezzano) non dirò che la gente compra solo schifezze figlie della tivù spazzatura; se non vendo, invece, dirò che stiamo toccando il fondo.
Perché dico questo.
Ho fatto una tesi su Achille Giovanni Cagna. Era bello e perdente, finché è rimasto ai margini dei salotti e dell’editoria. Poi, una volta ottenuti i riconoscimenti, niente più invettive (tant’è che ri-scrisse, smorzando).
Ecco, forse son sbagliati gli atteggiamenti opposti: chi santifica, chi inveisce.
Il problema di fondo è questo….
Elisa Bolchi, che è studiosa della Woolf e membro di Cabaret Bisanzio, proprio stamattina ha scritto:
Elisa traduce sognando un mondo nel quale i meriti vengano riconosciuti.

Le ho risposto: hai ragione.
Ho pensato a un mio amico scrittore che, giorni fa, mi ha telefonato e, sconsolato, mi ha detto: Smetto. Io (giudizio soggettivo) capisco il suo scoramento, perché lo ritengo bravo, più bravo di altri che son stati publicati.
Ma l’editoria ha le sue leggi, le ha sempre avute. Solo a volte ci sono editori folli che pubblicano autori che son validi ma che venderanno poco.
Anche ai tempi di Cagna e di Faldella (la casa editrice Interlinea di Novara ha pubblicato il carteggio tra i due), ai tempi, dicevo, di Cagna, Faldella, e quindi di un Salgari, un D’Annunzio, l’editoria mieteva vittime. Che ci son sempre state e sempre ci saranno.
Chi lamenta di non essere pubblicato pensi a Morselli, pubblicato post-morten, o a Primo Levi. Il primo vero editore di Se questo è un uomo (dopo il rifiuto Einaudi) fu un giornale sindacale del vercellese; e Levi aspetterà anni.
Torno ai vecchi scapigliati.
Faldella, autore più affermato di Cagna, lo rimproverava: di non frequentare i salotti letterari torinesi.
Niente di nuovo sotto il sole, mi sembra.
Magari allora si pubblicavano 2 libri al giorno e oggi 170. Magari oggi è peggio. Oggi, più di ieri, si bada molto al confezionamento del prodotto libro. Titolo. Copertina. (magari con occhi che guardano il possibile acquirente: sembra funzioni). Foto (patetiche) degli autori, magari scattate vent’anni prima (e venti chili prima).
Ma tanti meccanismi, mi pare, son rimasti quelli di sempre.
(E io, su Face, ad Elisa ho risposto: hai ragione, peccato che il merito, alla fin fine, sia solo una percezione).

Stamattina alla bancarella dei libri usati ho trovato due gialli di Renato Olivieri, di cui si legge poco e si dice poco. Si disse tanto di lui quando, saranno stati gli anni Settanta, il commissario Ambrosio, protagonista dei libri di Olivieri, divenne famoso grazie al cinema (anche se Ugo Tognazzi recitò più se stesso che il decadente Ambrosio).
Mi ha fatto piacere sentirmi dire dal venditore di libri che ero stato fortunato, perché, mi ha detto, i libri di Olivieri vanno a ruba.
C’è sempre il passaparola che, più dei critici, più della televisione, decreta il successo di un libro.
Il cacciatore di aquiloni, a prescindere dal valore del libro, divenne un caso editoriale solo grazie prima all’insistenza di una giovane editor, che fiutò il gran libro, e poi al passaparola.
Perché Il cacciatore cominciò a venedere tanto prima che la critica si accorgesse di questo libro.
E il passaparola, io dico, è una gran cosa.
Ho letto Saramago, ho letto Moccia. Chi ascolta, poi, decide: secondo il suo vissuto, la sua cultura, la sua non cultura.

(E a chi scrive dico che c’è solo una strada maestra da seguire: insistere. Senza perdere tepo nelle frequentazioni. Da quel che ho visto io posson servire, magari a comparire in un’antologia, magari a fari notare un po’, ma non son quelle che fanno).

Buona domenica.
Porto a spasso il cane e spero che la domanica calcisitica sia positiva per Fiorentina e Torino.

ronda fascista (in replica)

Io, e che ci vogliamo fare?, non amo gli assemblamenti: feste o cortei che siano. I cortei mi piacciono: ma senza di me. Comunque. E’ tempo di cortei, ora. Io dico finalmente. Che ne ho le cosiddette piene di ragazzi rincoglioniti da grandi fratelli, veline, vestiti griffati.
E poi. Mi sembra di ravvivare il clima ripescando questo vecchio post.
Io in un corteo. Qualcuno l’avrà già letto sul vecchio blog.
Ronda fascista.

Era il tempo delle mele, dei radicali che facevano comizi, dei militari del servizio di leva obbligatorio in libera uscita, delle ronde.
“Occhio la ronda” dissero alcuni militari che, quella sera d’estate di un bel po’ d’anni fa, erano in piazza a sentire un parlamentare radicale che aveva richiamato una alta percentuale di belle ragazze e, quindi, anche di militari.
“Occhio la rondaaaa”, troppo tardi. Uno di loro, mescolato ai manifestanti, non aveva sentito e fu prontamente preso in consegna dal terzetto: reo di non avere il basco in testa. Ché i militari, allora (oggi non so) il berretto dovevano averlo sempre in testa.

Il comizio stava prendendo una brutta piega.
E’ una provocazione fascista, urlò un radicale dal palco, e la piazza rispose con un boato di disapprovazione e uno slogan, poi: ronda fascista, ronda fascista, ronda fascista.
Aveva un che di musicale, quello slogan, pensateci, immaginatevelo: rondafasci(piccola pausa)sta.
Era un comizio radicale, sì, ma i presenti erano tutti di sinistra, anche estrema.
E nacque una manifestazione spontanea: tutti dietro ai tre della ronda (ronda fascista, ronda fascista) con l’obiettivo di liberare il militare beccato senza basco.
Ronda fascista ronda fascista dalla piazza alla caserma, dove il poveraccio fu messo, credo, agli arresti.
Ci asserragliammo davanti alla caserma, la presa della Bastiglia volevamo fare.
A presidiare l’ingresso, così da evitare la presa, furono mandati dei militari, ché prima c’era una guardia sola.
Baionetta in canna, urlò un ufficiale.
No, urlò un altro, aggiungendo, Via le baionette.
Ne intervenne un terzo: Baionetta in canna. E quelli sudati a togliere mettere, mettere togliere.

La folla, che pretendeva giustizia e la liberazione immediata del militare, rispose con uno slogan – creativo -: ronda fascista. Anche i militari mandati a difendere la caserma e il suo onore erano così definiti, dal libero arbitrio di quel movimento spontaneo di un centinaio di persone. Anche loro erano “ronda”.
“Fascista” naturalmente.
Ronda fascista ronda fascista con una sola variante: quando il parlamentare radicale si presentò per dire che aveva ricevuto rassicurazione dalle autorità militari che per il poveretto prelevato dalla ronda (fascista) non ci sarebbero stati provvedimenti disciplinari la folla si ribellò, e – attenzione che c’è la variante – urlò: radicali borghesi, radicali borghesi, radicali borghesi.
(Poco musicale: durò poco).

C’ero anch’io.
Davanti, ma non urlavo. Però c’ero.
Non urlavo perché ero dispiaciuto. Perché tra i militari che, baionetta in canna, facevano la guardia e avevano il compito di difendere la caserma c’era un amico mio. Un romanaccio, lontano parente di Venditti, mi aveva detto.
(Proprio quel giorno c’eravamo divertiti. Mi aveva raccontato di una lettera che un altro militare aveva scritto alla sua assicurazione, dopo un incidente. Iniziava così: Cara assicurazione, io sto bene e così spero di te).
Quando qualcuno gli gridava, magari sputacchiandogli in faccia, ronda fascista, lui mi guardava come a dirmi: chemminchia c’entro io, che son pure comunista?
Io con la testa gli rispondevo con un gesto come a dire, chemminchia ci posso fare io?
Comunque.
Dopo due ore ecco che dalla macchina della questura, lì a controllare, scendono quattro tipi che vanno a presidiare pure loro la caserma.
E io ero sempre in prima fila insieme agli anarchici e a un mio amico (che è adesso fa il medico, è un diesse, ha sposato una di forza italia, medico pure lei, e, a quel che mi dicono, son tutti e due un po’ stronzi).
Ronda fascista anche per i poliziotti della questura: ormai lo slogan era quello.
Tra i poliziotti, però, ce n’era uno che, ora ripensandoci, penso e dico che aveva parecchie cose in comune con schwarzenegger.
L’altezza, per esempio. E i muscoli. A un certo punto questo tipo comincia a menare cazzottoni e calci a vuoto, all’aria insomma. Minchia: una cosa che faceva paura. Altroché Bruce Lee.
Io e l’amico mio (ora medico, pare stronzo) però siam duri e puri e restiamo fermi.
L’altro amico mio, il militare messo di guardia, però mi fa: Girati.
Mi giro.
La folla è scomparsa.
Anarchici, radicali, marxisti leninisti, democristiani che non sapevano cosa fare: tutti, ma tutti tutti, al solo vedere schwarzenegger che menava calci e pugni al vento erano diventati centometristi. Ed erano spariti.
A schwarzenegger, che si stava dirigendo verso di noi con un’espressione punto carina, io e l’amico mio (ex amico, ora medico, pare stronzo) dicemmo: Adesso andiamo.
(Lo dicemmo con una certa educazione. E rispetto).
E in fretta, disse lui, annuendo.
Forse era anche il tempo del film Per grazia ricevuta, non ricordo bene bene.

le teste di minchia, parte seconda

Il mio post sul gatto lanciato da un’auto in corsa (le teste di minchia vere) ho visto che è stato rilanciato da Placida signora (in Placidi appunti).
Oggi, inoltre, quel post è stato commentato da una blogger.
Quel post è rimasto così, in sospeso. Il gattino è morto.

Le teste di cazzo (vere) ci sono sempre state. Quando ero bambino mio padre portò in casa un gattino bianco. Mia madre, però, non voleva saperne. Dopo un paio di giorni quel gatti scomparve.
Non mi diedi per vinto. Lo trovai: mio padre lo aveva parcheggiato in cantina, dove c’era la grande caldaia per il riscaldamento, allora a nafta. Così tutti i giorni andavo da lui.
Finché un giorno scomparve.
Allora, io abitavo allora in un bel palazzo, ma i miei, operaio mio padre, donna delle pulizie mia madre, erano “custodi”. Non portinai, custodi. Badavano a riscaldamento, ascensore, pulizia scale.
Davanti al palazzo c’erano case vecchie, povere, senza servizi. Da paura.
Le case dei terun, chiamati della grande industria che ora non c’è più.
E io andavo a giocare sempre dai ragazzi terun, che mi vedevano come quello che stava nel bel palazzo, così come i ragazzi del bel palazzo mi vedevano come uno che sta coi terun.
Coi terun facevo cose brutte: furti di caramelle, scontri tra bande, piazzarsi sotto le gate dei palazzi per vedere i culi alle signore e altro.
Coi terun ebbi una brutta esperienza. Una vlta litigai con una bambina, avrò avuto sette anni. Le dissi, Puttana.
Lei chiamò suo padre, io me la diedi a gambe. Mentre correvo, sentii un rumore ai miei piedi, quacosa di secco che strisciava: suo padre mi aveva lanciato un coltello (e mio padre, a questo mio racconto, non ha mai creduto).
Comunque.
Una volta trovammo un gattino morto, abbandonato. Gli facemmo il funerale, con tanto di corteo e sotterramento (in un vecchio quartiere, la Furia, che ora non esiste più), preghierina finale e croce sulla tomba.
Un po’ per gioco e un po’ no, credetemi.
Furono loro a dirmi del gatto bianco.
Un signore, padre di famiglia, uomo del nord, cattolico, lo aveva ucciso con una badilata.
Tra i terun e i veneti e i toscani e i sardi arrivati a Vercelli c’era di tutto. Quell’uomo non era un disperato. Era uno dei pochi ad avere la casa coi servizi; sua figlia studiava; ripeto, andava a messa.
Però ammazzò quel gattino, che mio padre, evidentemente, avevo lasciato andare.
Quei ragazzi poveri e figli della povertà, coi genitori analfabeti, alcuni di loro coi genitori che la sera bevevano e li picchiavano, sono diventati… di tutto: uno di loro per esempio è un truffatore, un altro ha un’azienda.
Ma volevano e volevamo, perché anche io mi sento un po’ terun, bene agli animali.
Quel signore, invece, era, a detta di tutti, un brav’uomo, per esempio non beveva e non bestemmiava e la sera non adva a giocare a carte al bar, e sua figlia era una brava ragazza.
Le teste di cazzo si nascondo bene, e stanno dovunque, credo.
E col passare degli anni ho visto, per esempio, che anche la violenza sulle donne non ha collocazioni geografiche o sociali precise. C’è, a volte, tra i cosiddetti benestanti e istruiti.
Certo, magari tra i figli della povertà c’era qualche calcio in culo di troppo. Ma non voleva dire, quello.
C’erano più gatti e cani tra quelle case povere che non in quella dove stavo io.

Post frettoloso, anche oggi. E’ festa, la città è deserta. Mi attende la redazione.