Incipit: si parte per davvero

Ho ricevuto alcuni incipit.
Uno qui, alcuni per posta elettronica.
Grazie, ma direi di bloccare tutto e di ricominciare.
Allora, fate in modo che
1. io debba fare solo dei copia e incolla
2. chi legga gli incipit poi sappia.

Sappia tre cose, oltre all’incipit.
Chi lo ha scritto.
Due righe oppure tre quindi sull’autore (insomma, né venti, che annoiano, né solo nome e cognome).
Il titolo del racconto o romanzo.
Poi: se si tratta di cosa edita (basterà scrivere il nome della casa editrice), inedita, o se si tratta di un incipit relativo a qualcosa che si stra scrivendo.

E ancora.
Mandate a
raccontiaquattromani@gmail.com
grazie

Sono arrivati i primi incipit, che compariranno qui.
Dalla vetrina, sopra, ora tolgo i Raccontiaquattromani, che sono scaricabili, a destra, sotto forma di e-book.

Capisco un cavolo di economia, io. E non credo nemmeno che sia un esperto Valter Binaghi, che è uno scrittore e che nella vita insegna.
E che ha scritto questa cosa qui.

pausa sigaretta con pensiero incorporato

Ora racconto delle mie passeggiate al mattino, per raggiungere il giornale, o quelle serali, rare, per la città; o di quando vado in birreria, al supermercato, così da non sentire per venti minuti i telefoni che squillano alternati al cellulare e i toc toc alla porta del mio ufficio, con gente che, fuori dal vetro, mi fa segno che deve dirmi qualcosa di urgente…

Avrei avuto da raccontare molto di più quando prendevo il treno, andata e ritorno per Torino, e poi la sera e poi ancora di notte, lavoravo in un albergo.
Lì piovono storie.

E mi rimprovero. Di non avere abbastanza memoria, di essere stato disattento, spesso.
Avessi memoria e non fossi stato disattento (è una mia specialità ascoltare gli altri e pensare ai cavoli miei) avrei più cose da dire, qui, e storie da raccontare.
Certo, anche in un giornale di provincia, a volte, piovono storie.
Ma è diverso.

Bene, ho finito. Pausa sigaretta con pensiero incorporato.
Torno a lavorare.

PS A un portiere di notte, ma anche a un cameriere può succedere di pensare questa cosa qui

Di giorno, anche se il lavoro è tanto, io comunque ascolto. Ascolto sempre. Quando mi avvicino ai tavoli per servire, le persone continuano a parlare senza badare a me. Raramente s’interrompono. Pare quasi che la gente sia convinta che io sia sordo o che a me delle sue storie, delle sue confidenze, anche intime, non importi nulla. La mia riservatezza è un fatto scontato

da Il quaderno delle voci rubate, il mio primo libro quasi fantasma. L’han letto a Vercelli e pochi altri.

incipit da collezione

A Enrico Gregori è venuta un’idea.
Raccogliere, magari qui, degli incipit scritti dai blogger; incipit di cose loro, edite oppure no.
Ho detto a Enrico che a me sta bene, che mi sembra una buona idea.
Se io potessi punterei sugli inediti.
Se io potessi scriverei recensioni di libri inediti.
Poi sulla qualità, e sulle discussioni infinite – dagli all’autore contemporaneo; la gente non sa scrivere eccetera – lascio volentieri ad altri la facoltà di sentenziare.

E’ difficile riuscire a capire in rete dove stia il confine tra cose dette perché si pensa così, e cose dette perché o conviene così o perché ci si deve togliere dei sassolini.

Ogni tanto ricevo qualche mail. Di qualcuno che mi segnala che ho ricevuto attacchi, per lo più anonimi.
Solitamente è pubblicità. Ne ho almeno una decina che mi dedicano tempo e attenzioni.
E comunque. La vita è breve anche se si campa cent’anni, e, io tre anni fa al giornale ho capito una cosa: che quando arriva una lettera anonima, contro di me o contro altri, c’è una sola cosa da fare. Non arrivare al fondo (salvo eccezioni) e buttarla via.
(Sinceramente. Non capisco alcuni siti che pullulano di insulti di anonimi. E magari si lamentano, gli amministratori. Allora. Perché non attivano l’opzione dei commenti in moderazone? Forse perché gli insulti fanno salire il contatore di qualche unità? Si ma poi?).

E quindi. Se in questo blog faremo questa raccolta di incipit chi volesse restare anonimo è pregato, comunque, di manifestarsi, almeno a me, per posta elettronica. Con nome e cognome.

incipit interrotti

Incipit dei libri che, casualmente, mi ritrovo sulla scrivania.
Allora sulla destra, insieme al modem.
Enrico-Massimiliano Ligre procedeva a piccole tappe sulla via di Parigi. Dei contrasti che opponevano il Re all’Imperatore, ignorava tutto.
Marguerite Yourcenar, L’opera al nero.
Lo sto rileggendo.

Davati a me, sotto le foto di Barone, il mio primo cane, e del porto di Marsiglia:
Mi hai chiesto cosa, Andy Bissette? Se capisco i diritti che mi hai spiegato? Miseria! Com’è che certi uomini sono così gnucchi? No, una bella calmata te la dai tu.
Dolores Claiborne, Stephen King.
Letto da un bel po’. E’ il secondo che leggo fino in fondo di King, l’altro, Colorado King, l’ho trovato scepo, altri, tre o quattro, non ero riuscito ad andare avanti. Allora, Dolores Claiborne ha un gran finale. No, non solo grande: geniale. A parte questo, continuo ad avere alcuni problemi con King. Non mi entusiama. Troppo ritmo, poco spazio per “il contesto”. Direi anche prevedibile (finale a parta). E troppe metafore. Insomma, preferisco Grisham.

Questo invece è un piccolo gioiello, un regalo di Monia, che mi ha coadivuto insieme a t. nei racconti a quattro mani.
Preferisco partire dalla quarta di copertina. Ben fatta.
Al-Haditha, Iraq, 19 novembre 2005. Per ritorsione contro un attentato subìto, una compagnia di marines, protetta da regola ambigue, massacra due faiglie di civili inermi. La minuziosa, atroce istantanea di un incubo reale e senza apparente via di uscita.
Prima dell’incipit qualche riga:
Mia sorella Zaynab è stata colpita alla mano e alla testa. Aveva 5 anni.
Mia sorella Aisha è stata colpita a una gamba e da qualche altra parte. Aveva 3 anni.

Poi c’è la descrizione di un altro massacro… E dopo c’è questo, per esempio., da leggere.
Cinque giorni dopo il massacro la compagnia Kilo aveva festeggiato il Giorno del ringraziamento con una cena a base di tacchino ripieno e patate. Della festicciola esiste un documento filmato, dove si vede il capitano Mc Connell guidare la preghiera: Padre, ti ringraziamo per il cibo che…
L’incipi ha poca rilevanza, ora.
William Langewiesche, Regole di ingaggio, Adelphi.

Degli altri libri e relativi incipit, sempre davanti a me, oppure a sinistra della scrivania dove ci sono sigari sparsi, una statuetta dell’Ombra della sera e una pianta (leggo l’etichetta) di Ardisia crenata magari dirò un’altra volta, ché son le cinque; tutta colpa del libro di Langewiesche.
E’ uno scritore, ha scritto Roberto Saviano, capace di mettere le mani nel budello della realtà. Una frase ad effetto. In realtà è solo – si fa per dire – un inviato di guerra che ha raccontato verità scomode.
Buona domenica

percorsi

Faccio tre tappe, salvo varianti, ogni mattina, mentre vado in redazione. Per il caffè, che nove su dieci prendo allo stesso bar, per le sigarette e i sigari, dalla solita tabaccaia che sta vicino a piazza Cavour. Sono sulla stessa via bar e tabaccaia, via Verdi.

via-verdi

Quando arrivo in piazza, mi succede abbastanza spesso di incontrare gente. Il mio viso non è molto noto in città. Frequento poco i salotti, se mi invitano a cena solitamente faccio capire che preferisco stare in redazione fino a tardi, non fosse per le presentazioni dei miei libri che faccio specie nei paesini, la mia fotografia appare poco sul giornale che dirigo. Però ricevo tutti, e quindi un po’ di gente mi conosce. E in piazza, spesso, succede che io faccia una pausa, magari anche lunga. Gente che mi racconta, politici che mi raccontano. Cose a volte interessanti, a volte no.

Passata la piazza, imbocco corso Libertà, lo prendo proprio a metà. Svoltando a destra, bastano poi cinque minuti per arrivare al giornale.
Su corso Libertà faccio la terza tappa (non sempre, ma spesso). Entro in una delle tante panetterie e prendo della focaccia con cui, poi, pranzerò (magari aggiornando il blog) prima della riunione di redazione.

Son giorni che vado nella stessa panetteria. Solitamente la evitavo, c’è sempre calca dentro. Ho visto però che le due donne che servono, son giovani, meno di quaranta, sono veloci, e quindi anche se c’è calca si fa comunque in fretta. E poi: la focaccia è buona quasi quanto quella ligure. E poi: costa meno rispetto a un’altra dove vado-andavo sovente.

Non so voi, ma io in certi posto vado anche per i modi di fare, per la gentilezza, per qualcosa insomma che mi piace. Il caffè per esempio lo prendo al solito posto perché il barista siciliano spara simpatiche minchiate.
Remo, mi sembri un terrore con quella coppola in testa.
Comunque, ieri, in panetteria è successo questo.
Entra una donna che chiede soldi e non solo chiede i soldi: ma resta sull’uscio, tenendolo aperto. Penso: sarà una zingara, e non mi volto (ho appena dato della moneta a una ragazza straniera, prima di entrare), e aspetto il mio turno. La donna non chiede, ma la sua presenza si sente: perché c’è silenzio, dentro, perché c’è quella cazzo di porta aperta, e fa freddo.
Al mio fianco c’è una donna, giovane. Sta pagando, poi tocca a me. Mentre paga si gira, guarda la donna, e le dice: Posso comperarle due panini? Sento che la donna dice, Grazie. Interviene però una delle due commesse (magari è anche proprietaria, non so) che dice, alla giovane donna: No, lasci, ora faccio io un pacco con del pane per la signora.
Mi giro: non è una zingara. E’ una donna anziana, avrà ottant’anni almeno, che se ne sta lì, all’ingresso.

E comunque. Ho nostalgia di primavera. Da marzo a settembre faccio un giro lungo, in bicicletta, al mattino (dopo aver visto la posta elettronica). Prima di arrivare in redazione, dove mi attendono posta, grane, mail, telefonate, giornalisti, persone, faccio un giro sull’argine del fiume, che sembra rinascere, in primavera.

o23

Persone che non sembrano vere. Poi: face e gli scrittori

Ho in mente un uomo, un uomo di legge. Morto da anni.
Siciliano, signorile, fumava (mi pare col bocchino) e tanto, parlava poco, sorrideva e salutava tutti.
Me lo ricordo quando avevo vent’anni.
Andavo a lavorare sulla mia vecchia 500 scassata. Avevo i jeans e un giubbotto blu, da lavoro.
A volte parlavamo, poco, ma era piacevole.
Me lo ricordo quando, a quarant’anni da operaio ero stato promosso a caporedattore del giornale più importante della città, e mi capitava di incrociarlo.
Avevo di fronte la stessa persona conosciuta vent’anni prima.
Non mi chiamava dottor Bassini, come alcuni avevano preso il vezzo di fare, poi.
Mi chiamava signor Bassini, come sempre. Così come io chiamavo lui signor… (ché io del signor ne faccio volentieri a meno, sempre).
Dicevano che fosse di origini nobili, dicevano pure, di lui, che avesse in simpatia i comunisti, che forse lo era (o forse dipendeva dal fatto che il suo migliore amico era un giornalista comunista). Dicevano tutti che era una brava persona.
Ecco, fa bene pensare a certe persone.
Non sembrano vere.

Ho pensato spesso a lui, ultimamente. Partendo da facebook.
Facebook è stata (e lo sarà) un’esperienza interessantissima, per me.
Ho conosciuto più a fondo persone (per esempio ragazzi della mia città che hanno interessi che non pensavo avessero. Pensavo fossero solo aperitivi e discoteca, e invece no, sono stato smentito).
Ho conosciuto persone – poche, rare – come il gentiluomo siciliano.
Ho avuto modo di conoscere dei bravi giornalisti, soprattutto pugliesi, romani, siciliani; e per me, che vivo comunque in una realtà a se stante, il confronto (e le informazioni) servono.
Ho visto attivarsi meccanismi servili, soprattutto nel segmento che mi interessa, quello dei libri. Gente che sdegnosamente rifiuta di avere contatti col popolino (spesso si tratta di sinostrorsi con la puzza sotto il naso) ma che se appare un editor o un giornalista si scappellano e fanno l’inchino.
Ed è successo anche a me quel che succede a molti, su face: di ritrovare persone di cui non sapevo nulla, da anni.
Ho avuto scambi interessanti, grazie a Face: ieri mi ha scritto un critico su don Lusiito Bianchi.
Ho avuto anche dei benefici grazie a face: gente che mi conosceva da anni ma che non sapeva che io scrivevo anche libri. Magari ho venduto dieci copie in più.
Poi su face c’è lo scrittore Roberto Cotroneo: lui meriterebbe un capitolo a parte.
Ieri ha scritto: Che argomento vorreste per il mio prossimo romanzo (vi ascolto).
Boh.

Ma la cosa che più mi ha impressionato su Face è l’altissimo numero di coloro che scrivono e che usano la rete per cercare di farsi leggere, notare.
Alcuni mi hanno contattato (chiaro, mi ha fatto piacere) scrivendomi: Leggo i tuoi libri, oppure, Ho letto un tuo libro, oppure, Leggo il tuo blog.
Ma tanti, tanti mi hanno scritto più o meno così. Ho visto che scrivi e che hai pubblicato, ci sto provando anche io, ti andrebbe di leggere questo di mio?
Altri invece mi mandano semplicemente un link: di qualcosa che hanno scritto.
E qualcosa ho letto, anche di buono.
E non ho conclusioni da trarre, ora.
Ma forse, grazie a face, ho avuto una triste conferma: che oggi la figura dello scrittore, anche abbastanza noto (più di me) è comunque inflazionata. Patetica a volte. Perché anche lo scrittore usa internet come usano fare gli ambulanti al mercato: quelli che urlano per attirare l’attenzione.

Segnalo.
Dal tumblr di Aitan, una riflessione di Andrea Bajani appunto su Face.
Alcor, un saluto al blog.
Valter Binaghi, a proposito dello scrittore in vetrina.

ho visto Lola, stamattina

Stamattina ho visto Lola. Era in bicicletta. Io ho visto lei e lei non ha visto me. Ci salutiamo, difficile che lei si fermi a parlare.
Ho sempre pensato, e magari mi sbaglio, che Lola non voglia che si pensi male dell’uomo che in strada le sta parlando.
Che lei sia una prostituta si sa.
E’ invecchiata, Lola, ma è ancora bella.

Lola, spiegami bene. E’ proprio vero che voi non volete mai baciare i vostri clienti?
E lei, Io ti dirò sempre che i miei clienti non li bacio… Specie ai giornalisti.
E io: Significa che a volte li baci?
E lei: Il cliente, lo saprai anche tu, ha sempre ragione, e poi…
E poi, mi spiegò Lola, che certe concessioni, a clienti che conosci da anni e anni, si fanno. Specie se sono di una piccola città.
E poi, mi raccontò ancora Lola, non sai quanti mi cercano, mi pagano e poi… vogliono solo parlare. E non hanno problemi, ho anche quei clienti, quelli con i problemi. No, ci sono quelli che potrebbero far l’amore ma vogliono solo parlare.
E poi, mi disse ancora Lola, ci sono i bastardi che non vogliono usare il preservativo. Con me non funziona, ma tante ragazze lasciano perdere.
Fu la mia consulente, Lola, per Dicono di Clelia.
(Volevo tratteggiare bene la figura di Aldina…).
E’ nera nera, Lola. Alta, magra, elegante. E’ sempre stata una solitaria. Mai un protettore, che io sappia.
Grane sì, ogni tanto.
Mi disse. Ho un vicino di casa, vuol venire a letto con me. O vieni con me oppure faccio le fotografie ai tuoi clienti, così scappano se vedono un flash…
Le feci io da consulente: chiama i carabinieri, o la polizia.
Fece una smorfia Lola.
Lola la prostituzione non è reato, è reato l’adescamento, sei a posto tu.
Mi fece l’occhiolino, Lola.
Si fosse fermata, stamattina, le avrei domandato del vicino.
Per me è andata così. Lui si è avvicinato a lei e lei con una ginocchiata gli ha fatto sentire un dolore acuto.
Immagino, insomma.
Da ragazza viveva in una capanna.
Qui, non so in che modo, ha imparato a leggere. Legge i giornali, Lola.
Ora ha un appartamento, si veste bene, ma è una che non noti in strada.
Penso sia preoccupata: sta invecchiando.
Però son cose che mi immagino.

Ho saputo che Lola ha due amici, son moglie e marito.
Qualcuno, chiaro, pensa o ha pensato male.
So che non è così.
Lola, piaccia o non piaccia, ha le sue regole.
Le cose in tre e le orge son cose da porci, mi disse.

Come ho conosciuto Lola. Non è facile da raccontare. Tanti anni fa. Non sapevo come si chiamasse. Comunque, sotto casa sua c’era una gazzella dei carabinieri.
Quella volta li aveva chiamati lei.
Non le andava di vedere, quando andava alla finestra, un tipo che, dal palazzo di fronte, appena la vedeva le faceva dei cenni, poi saliva su una sedia e, nudo, si masturbava.
Lola, gran bel carattere di merda.
Peccato che sia sempre di fretta: altrimenti un caffè glielo offrireì.
Si fotta chi pensa male.

fuori dagli schemi?

Prendete il Vangelo.
Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio
Parole chiare. Che la Chiesa di Roma, oggi, ripete. Fedele all’insegnamento di Cristo.
Ma nel Vangelo secondo Matteo, al ricco che osserva i comandamenti ma non vuole rinunciare alla sua ricchezza Gesù dice la famosa frase
E piu’ facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli.
Qui la chiesa – e per chiesa intendo il Vaticano – non ci vede e non ci sente.
Chiaro, sto semplificando e non sono in grado di passare al setaccio discussioni già fatte (o anche no, solo sfiorate: perché sugli Evangeli che leggiamo noi oggi ogni tanto qualche studioso solleva dei dubbi. Dal quinto Evangelo alla possibile censura, che avrebbero apportato i primi traduttori greci, del termine “reincarnazione”, la discussione sarebbe infinita).
Sta di fatto – mettiamola così – che se mi rivedo bambino mi chiedo, e dal momento che “non son saputo” me lo chiedo ancora oggi: perché la fedeltà coniugale è stata presa alla lettera e la rinuncia alla ricchezza no?

Vorrei, se fosse possibile, una spiegazione convincente, non una masturbazione socio-teologica.
E vorrei che chi vede nella chiesa Vaticana la continuatrice della Parola di Cristo mi dicesse se sbagliano, e perché sbagliano, invece quei credenti che prendono per buono tanto l’insegnamento sulla fedeltà quanto quello sulla ricchezza-povertà.

Io la vedo così.
La chiesa ha tradito, tradendosi.
Si diventa adulti. Quei monsignori che vestono abiti costosissimi, io ne son sicuro, in un preciso momento della loro vita, magari in seminario, magari pima, hanno pensato che il regno dei cieli è dei poveri e dei derelitti, non dei potenti (a volte pure dei carnefici) che vengono ricevuti in pompa magna in Vaticano.

Ma non solo la chiesa tradisce.
Cile 1973, colpo di stato di Pinochet, ero ragazzo, ricordo bene. Studenti, intellettuali, operai, gente per bene, ex partigiani: i giornali raccontano che dopo l’uccisione di Allende negli stadi avvengono stragi. Carneficine. Ammazzano oppositori che non sono mai stati dalla parte delle violenza, hanno ammazzano Victor Jara, sembra che gli abbiamo  tagliato le vene e poi mentre moriva dissanguato, gli abbiano detto: Canta. Erano i tempi della Cina di Mao, quelli.
E guai a toccare Mao ai lottacontinui, per esempio.
Il compagno Mao, la sua grande rivoluzione culturale.
Però anche la Cina era adulta.
E fu uno dei primi stati che riconobbe il Cile fascista e spietato di Pinochet.
A me venne da vomitare, ai maoististi nostrani no.
In fondo io credo che il comunismo – ma è una convinzione storica ed ideologica, questa – non è caduto col muro di Berlino
Quello era già un aborto di comunismo.
Il comunismo l’hanno ammazzato Stalin e, prima di Stalin, Lenin e Trotskij quando, nel 1921, distrusero la città di Kronstadt.
A Kronstadt l’avevano capito che il socialismo in un paese solo avrebbe tradito le vere origini del socialismo: stava nascendo una società che non distribuiva le proprie rcichezze in base alle necessità, dopo la cacciata degli zar. No, c’erano i burocrati di stato che stavano per diventare i nuovi padroni.
Si ribellarono, crearono una comunità davvero libera e davvero comunista: gli altri, i falsi comunisti, li distrussero.
Tanto – lo sapevano anche loro – quella del primo che diventa ultimo è una favoletta: per bambini.

Dove voglio andare a parare. Allora, io la penso così. Pensarla così ha una controindicazione: resti solo.
Prendiamo la Diaz, i fatti di Genova, le letture che si danno. Io a Genova non c’ero, ho letto, visto filmati, mi son fatto un’idea.
Poi. Ho parlato, soprattutto con una persona, di Genova. Uno a cui uno di sinistra non parlerebbe.  Un esponente di Forza Nuova. Uno che nella sua trattoria, dietro a sè, aveva un poster di Mussolini.
Io però giudico dai fatti. E ho visto che, un giorno, questo fascistone, quando ha visto entrare un barbone che chiedeva un piatto non solo l’ha fatto accomodare: lo ha fatto accomodare con un inchino, portandogli poi un piatto di tagliatelle al pesto e un bicchiere di vino e della frutta.
Non solo. Sarà stato un fascista, ma sul G8 mi ha detto. Per me c’erano delle regie occulte. Qualcuno aveva tutto l’interesse a provocare, far sì che ci fossero scontri. Meglio puntare i riflettori sui manifestanti che non sui potenti riuniti a Genova e sulle loro decisioni.
Insomma: per lui tra i manifestanti c’erano provocatori.
Non so se abbia ragione. So che ragionava: fuori dagli schemi.
Ci provo anche io, sempre.
Spero di riuscirci. O per lo meno: ci provo.

Incomunicabilità, sempre. Paola Pace stasera.

Su Facebook appaiono anche i post di questo blog. E’ cosa automatica. E sul post precedente (incubo razionale) c’è stato un commento, appunto su Facebook: del mio amico Guido Tedoldi.
Questo:

Una volta ho letto una cosa di Virginia Woolf. Diceva che quello che una donna può sperare di meglio è una rendita e una stanza tutta per sé. La lettura comune di quel testo è che sia una sorta di rivendicazione femminista. La mia lettura è stata un po’ diversa: quella è la condizione desiderabile per ogni essere umano, a prescindere che sia maschio o femmina.

Una volta pensavo che la donna ideale, o «l’anima gemella» come dicevano certi adulti con cui parlavo di queste cose, era colei con cui codividere tutti i pensieri e tutti i piaceri.
Poi ho parlato con una sindacalista (all’epoca era una sindacalista, adesso è una studiosa di reiki) la quale era convinta della sostanziale incomunicabilità tra gli esseri umani. La sua tesi era: «Con le persone ti capisci al massimo al 10%. Quando trovi quello con cui ti capisci all’11%, lo sposi».
L’11%, santiddio.
Dopo che una storia che pensavo da 100% mi si è ribaltata addosso, sto riconsiderando quell’11%.
Guido Tedoldi

Poi.

Oggi a Roma è il gran giorno di Paola Pace. Da stasera e fino al 30, al Teatro di Ducumenti, propone lo spettacolo L’arte della gioia. Adattamento teatrale, della stessa Paola Pace, dall’omonino libro di Goliarda Sapienza
Su La poesia e lo Spirito c’è l’intervista che io ho fatto a Paola.

Buona giornata.
La mia è pressappoco questa. Un’ora (da adesso) per blog e posta elettronica (il martedì mattina non lavoro, quindi sono a casa).
Poi, a mezzogiorno, incontro carbonaro con una persona, uno di quelli che parlano poco e fanno tanto; questa persona per tutta la vita ha indagato, dato la caccia ai delinquenti, magari scontrandosi; ché quando i delinquenti godono di protezioni son cavoli amari…
Poi pausa toast, poi vado in una tipografia di Vercelli: devo far stampare 2300 calendari per gli abbonati (e copie omaggio e copie ai collaoratori) del mio giornale. Un calendario con foto della Vecchia Vercelli. Poi, ore 14,45, al ginale per la riunione di redazione. Poi, telefonate varie. Poi una cosa urgente da leggere. Poi, la posta su carta da smistare.  Poi, se faccio in tempo, alle 18 vado a yoga.
Poi, passeggiata col cane e cena.
Poi un’ora in birreria a leggere. Poi di nuovo qui. Devo correggere, rivedere, limare il prossimo libro.
Però so già: Ci son di mezzo gli imprevisti, che o fanno bestemmiare o, ma è raro, ravvivano la giornata.
Quindi: buona giornata a voi e… a me

incubo razionale

Sai cosa vedo io negli specchi della mia vita?
Vedo il fallimento di una donna.
Sai che invidio la suore di clausura?
Le invidio, se ci sono quelle che non vedono nessuno nessuno nessuno le invidio perché vorrei essere una di loro.
Oppure sapessi quante volte io penso al carcere: ci vorrei andare, starei bene lì.  Soprattutto di notte. E al mattino: vivrei solo per aspettare la notte, il silenzio il buio.
La prossima notte, già.
Sai perché non ho mai tradito mia marito sebbene non passi giorno in cui o non sogni di tradirlo con un mio vicino di casa, con un collega, un ragazzo o un barbone visto per strada?
Quando al mattino ho un’ora libera a vado al supermercato guardo tutti gli uomni che incontro.
Faccio fantasie. Io con uno di loro che, come quando ero ragazza, andiamo in macchina, al fiume.
Vetri appannati e…
Ma non lo farei, o almeno: non credo.
Sarebbe come ammazzarlo, poi sarebbe difficile per me fingere, poi lui mi adora come tanti anni fa; sapessi quante volte ho sperato che  prendesse una sbandata, che si innamorasse di un’altra.
Andasse al night, o assumesse una segretaria gnocca. Macchè: pensa che sono andata a spiare quello che guarda in internet, le sue mail, la cronologia.
Mai un sito porno, nessuna mail equivoca (a differenza di me).
Solo cose serie-serissime, già.
Lui comunque non saprà mai che io non lo sopporto, che lo trovo noioso, che lo cosidero un afllito nonostante i suoi successi. Si fotta lui e i suoi successi.
Ma ora ti dico la cosa peggiore.
Così capisci che un po’ sono vigliacca e un po’ no: cerco di resistere, di non fare del male.
Certe volte, non so dirti quante, diciamo certe volte e basta, allora, certe volte penso che vorrei farla finita. Ammazzarmi.
Ci sono andata vicina “certe volte” sai? Quando ho capito che basterebbe un attimo, quando ho dovuto dire, urlare quasi a me stessa “fermati”… ho capito insomma di aver sfiorato la mano della morte.
Basta dire “fermati”, dicevo.
Poi penso a mio figlio, e anche se sta crescendo e somiglia a suo padre gli voglio bene; pensa che proprio due giorni fa l’ho visto triste, credo per una ragazza, ma non sapeva ce farsene, lui, del mio sorriso.
Poi penso a mio padre e mia madre, vecchi e attaccati a quel poco che la vita offre loro. Sono contenti anche solo se li chiamo al telefono.
Nessuno sa che il momento più bello per me è nascondermi in rete: sia benedetta l’invenzione di internet. Sarà insignificante, ma è comunque un antidoto contro la disperazione.
Di notte uso la chat. Cambio sembro nick e persone con cui chattare. Non vorrei mai…
E comunque sai che faccio?
Continuo a sorridere, ad andare dall’estetista, a programmare ferie e capodanni, a far credere a tutti che sono una donna felice.
Sai che bello: è Natale, di nuovo.
Ma cosa vuole questa gente da me?

la sinistra pelandrona e un certo prete

Allora è vero, perché io mi son detto, mentre sentivo la radio con l’auricolare portando a spasso il cane, non non può essere, ho capito (giuro: non scherzo).
La radio diceva, mentre il mio cane cercava di stringere amicizia con una vecchia cagnetta, e quindi mi strattonava, diceva la radio che Berlusconi, smentendo di essere stato male, ha dichiarato di sentirsi come un ventenne, e in questo, io, non ci vedo niente di male.
Poi ha anche dichiarato che questa sinistra fa male al paese, e io qua mi son domandato: Ma quale sinistra?
Infine avrebbe detto, e qui ho avuto l’inghippo col cane, che buona parte dei fannulloni stanno a sinistra.
Mi son detto no, ho capito male.

Allora, quando Berlusconi se ne è uscito con Obama abbronzato io ho pensato che, punto primo, era una battuta infelice e che, punto secondo, non mi andava di perderci fiato pure io. E’ la mia natura, certe volte sto appartato.
Non ho mai fatto nemmeno dell’ironia su ministre da calendario. Mai.
Dicono, le ministre da calendario, che hanno sempre creduto nei valori della famiglia e non si sono mai spogliate, loro?
Embè? Quanti sono i politici di destra o di sinistra che ce la contano giusta?
Comunque. Questa dei fannulloni mi è rimasta sullo stomaco.

Allora, mio padre è stato prima un contadino e poi un operaio. Ed era di sinistra. Ha sempre votato Pci, mio padre. Ed è ancora di sinistra. Credo voti (senza il minimo entusiamo) Pd o Rifondazione. Mio padre – che ha iniziato a lavorare quando aveva sei anni – andava in fabbrica con la febbre o con l’ulcera o con tutte e due insieme. Mi ha messo in testa, mio padre, che i fannulloni sono una brutta razza. E pure io, se ho l’influenza, vado a lavorare.
Ricordo che quando fu l’ora di andare in pensione lo aiutai a compilare la domanda, cercare, controllare che gli avessero versato dei contributi (le famose marchette).
Esempio. Mio padre ha fatto il boscaiolo nell’alta Savoia, Francia. Bene, ogni due mesi riceve venti euro per aver fatto lo stagionale due anni in Francia.
Cercammo i versamenti contributivi di quando aveva fatto il contadino.
Sopresa. Un suo padrone, prete e democristiano, non aveva versato il becco di un quattrino, tanto l’Italia di allora era come questa: dei furbi.
E se mio padre, ora, ha qualche euro in meno di pensione (tanto 900 lui e la minima mia madre son grasso che cola, no?) lo deve a quel prete. Un sant’uomo. Che non era di sinistra, lui, e non andava ad arare il campo.
C’era qualcuno da sfruttare, un pelandrone di sinistra, insomma.

PS Non fate commenti da querela, che già ne ho un bel numero sulle spalle. Hanno un grande problema le querele: fanno perdere tempo. Un giorno inviterò tutti i miei querelanti in pizzeria e dirò loro: se avrò torto e vi dovrò dunque risarcire dividetevi la mia Alfa 147, che per ora è in buono stato, e dividetevi un quinto del mio stipendio, ma lasciatemi i libri, i cd e i computer per favore, che son le uniche cose che ho e a cui tengo.

PS. Comunque poi, riascoltando la radio, avevo in affetti capito male.
Non Berlusconi ma Brunetta.
Cambia poco. L’offesa rimane.
(lunedì ore 11,05)

lo specchio

Faccio un post che non dovrei, che non vorrei.
Di quelli che denudano.
Di quelli che, succede tante volte, poi lascio nelle viscere del blog, nascosti.
Farò così anche stavolta? Forse no, chissà?

Il problema è sempre lui: lo specchio.

Passo davanti allo specchio e, guardandomi, non mi riconosco. Il tempo è volato via troppo in fretta da quel giorno, cos’era?, un mercoledì o un venerdì?
Avevo 19 anni quasi, in casa c’era solo mia madre che in quei giorni sembrava ringiovanita, nonostante il pancione. Era rimasta incinta, alla tenera età di 48 anni; di lì a poco sarebbe nato mio fratello Moreno, era serena, calma.
Io ero steso sul divano. Mio padre e mia sorella Silvia (aveva 10 anni) erano in giro. Saranno state le sei del pomeriggio. Quando mia madre uscì per andare a fare la spesa e io mi alzai e nel vecchio registratore misi un 33 giri del Banco del Mutuo Soccorso.
…. da qui messere si domani la valle
ciò che si vede è…
… vecchio soldato, ora
si è fermato il tempo
il tuo sguardo
è rimasto appeso al cielo…

Ascoltavo, contento d’essere solo, ed ero di nuovo steso sul divano, fumando una esportazione senza filtro. Era primavera. Certo, incombeva l’esame di maturità, ma non ero preoccupato. Avevo 8 di italiano, all’esame avrei portato Ignazio Silone e il suo Uscita di sicurezza, e il membro interno era proprio il mio professore di italiano, che stravedeva per me. Lo avevo aiutato in biblioteca a fare ricerche per due libri storici, su uno scapigliato e sugli ebrei vercellesi, sapevo che potevo contare su di lui e fregarmene delle altre materie. E con la testa avevo l’università (il dubbio era: Lettere o Filosofia?), e con la testa avevo una certa ragazza, ma anche un’altra, e una certa Miriam conosciuta a Cortona, e poi avevo in mente di scrivere, io, un libro, e poi ce’era la politica, la voglia di fare, di leggere, di sentir musica, andare ai concerti, e chissenefrega di tutto.
Mi sentii – sì il termine giusto è proprio questo – mi sentii felice come non lo ero stato mai.
Cavolo, avevo il mondo in tasca, sebbene nelle mie tasche ci fossero solo delle esportazioni senza filtro e poche monete.
Ed ero orgoglioso di me: rappresentante di classe (avevo ottenuto 20 voti su 23; io non mi ero votato; l’unico fascista non mi aveva votato; chi era lo stronzo che non mi aveva votato?, degli altri 20?, mi chiedevo) e rappresentante di istituto avevo fatto del gran casino prima scontrandomi durante una assemblea con un professore e poi organizzando uno sciopero spontaneo, un sabato.
E poi la sera sarei uscito con gli amici al bar, e poi… basta adesso.
Ecco, lo specchio. Ci son passato davanti pochi minuti fa, mi sono visto. Oltre il mio volto ho rivisto un ragazzo coricato sul divano e mi è venuta rabbia: perché – qui non è facile da spiegare – perché io a quel ragazzo l’ho tradito. L’ho lasciato lì, merda.
E vorrei tornare indietro, risentire la porta di casa che si chiude perché mia madre esce, e poi sentire il Banco del mutuo soccorso, e dirgli dirmi che la vita corre in fretta, troppo in fretta, e che non si cresce mai, cristo.

Ma succede, e succede spesso, un’altra cosa.
Di segno contrario.
Passo davanti allo specchio e, mentalmente, mi sorrido.
Vedo giorni e soprattutto notti passate sui libri, vedo l’università al mattino e la fabbbrica al pomeriggio, vedo che, disoccupato, faccio di tutto: una domenica sono sotto un tiro a segno, metto i piattelli, sto lavorando in nero per 1000 lire l’ora. Potrò comprarmi dei libri.
E vedo soprattutto una scena, questa scena.
Sono a Torino, è una giornata di sole, anche se è inverno.
Ho appena ricevuto un okay per la tesi di laurea, e con gli esami sono avanti, manca poco.
Sarò, della mia grande famiglia contadini, il primo che ha studiato, direbbe Guccini
Esco, ho fretta. Il pomeriggio devo lavorare, la sera ho le prove di teatro: sono in una compagnia amatoriale, ma nel teatro più importante di Vercelli reciteremo La vita è sogno di Calderon de La barca. E il protagonista, Sigismondo, sono io.
Non vedo però l’autobus che da Palazzo nuovo, dove ha sede l’università, dovrebbe portarmi alla stazione. Faccio una cosa già fatta: corro, so che in 20 minuti posso farcela ad arrivare senza perdere il treno.
In via Po, però, ci sono dei lavori (per questo l’autobus non c’era), così io, per risparmiare tempo, me ne frego delle strisce pedonali, e di corsa taglio in diagonale Piazza Castello.
L’ho sempre fatto, soprattutto a Vercelli. Da piccolo avevo visto un film con Luigi Tenco. Lui, a una ragazza che era indecisa se attraversare dove non c’erano le strisce, aveva detta: O sei pecora o sei leone.
Però quel giorno a Torino rischiai di essere un leone investito. Perché attraversando mi sentii sfiorare i calzoni (i pare la gamba sinistra) da un un’auto, che frenò, appena in tempo. Mi voltai per un attimo: com’era prevedibile il conducente mi stava dedicando una serie di litanie poco carine. Credo che si sorprese nel vedermi calmo e tranqullo (magari pensò: questo è scemo).
Ero calmo e tranquillo e ricordo ancora adesso, e molto bene, cosa mi frullava nel capo in quel momento. In quel momento io avevo pensato: Se fossi morto sarei morto bene, correndo.
Ecco, quando passo davanti a questo specchio a volte non vedo il ragazzo che ho tradito.
Vedo il traffico, tanto traffico.
E io che corro in mezzo al traffico.
E certe volte, o quasi sempre, mi dico: Non posso lamentarmi, ché ho vissuto a modo mio.

C’è un problema, però: lo specchio è uno, ma è come se fossero due.
Vedo il ragazzo che è ancora lì, che aspetta.
Vedo l’altro, che ha corso, mamma mia quanto ha corso.

(Si chiama schizzo-paranoia questa; pare l’abbiamo vissuta tutti, secondo la psicanalista Melania Klein, nei primi mesi di vita. A volte ritorna):

Stavolta non cancello, lascio.
Refusi compresi.
Buon sabato

Segnalo, da libro Magnificat Marsigliese (Edizioni creativa)
Grande male di Francesca Mazzucato