cose veloci di blog. e raccolta firme sulla eutanasia

Tre cose tre.
La prima, sugli «Incipit di cui non si sa».
Siamo a quota venti (in due giorni).
Ricordate che le indicazioni sono qui.

La seconda (collegata agli incipit).
Scusate se oggi non rispondo alle mail. Lo farò stanotte. Se qualcuno trovasse errori o volesse correggere mi scriva, che appena posso intervengo.
Per ora accontentatevi di un grazie collettivo.

La terza. Testamento biologico ed eutanasia.
Sul sito luca coscioni si raccolgono firme:
http://www.lucacoscioni.it/petizioneeutanasia

un paio di cose veloci

Sollecitato da Herzog, una sera scrissi questa cosa qui.

Il tempo è
ed è subito era
Un’immagine fissa:
loculi a schiera.
(Io al De Mauro
suggerirei È-ra)

In occasione del primo compleanno del blog Milano-roma-trani la “cosa”, ma con relativa spiegazione, è stata ripresa…
Nel post dire fare baciare c’è un’immagine: cliccando si scarica.

Ringrazio.

Poi: di incipit ne sono arrivati undici.
Sto cercando qualcosa di mio (meglio: cercherò quando ho tempo), anche.
Chi fosse interessato può leggere qui,
grazie.

Aggiornamento: sono dodici, ora, gli incipit.

cambi di prospettiva (e… incipit)

Ricordo lei, mia vicina di casa. Ero ragazzo. Lo faceva apposta, non lo faceva apposta? Sta di fatto che certe volte, quando non c’era nessuno, dandomi le spalle si chinava mostrandomi lo spettacolo di quello che aveva sotto la gonna (un gran bel sedere) e quel che non aveva (le mutande).
La ringraziavo, è chiaro, per uno spettacolo che mi provocava “cose”…
Era bella. Tanto bella. E suo marito era orgoglioso della sua bellezza.
Non solo. La raccontava in giro.
Gran donna mia moglie.
Affari suoi, certo.
Ma un giorno esagerò (non dico il luogo, né dico di fatti e circostanze: sono del tutto casuali), esagerò, dicevo, il marito: perché con un ragazzo timido timido, che abbassava gli occhi quando vedeva una donna, si vantò, da stupido.
Io stasera torno a casa e mi diverto con mia moglie, ma tu? Solo seghe vero?
Ci fu una risata, già…
No, io non risi, giuro che non risi. Ma mi maledissi quando andai a dormire. Avrei dovuto difendere quel ragazzo, e invece avevo avuto paura del gruppo, del branco che latra.
Anni dopo, però, arrivò il “cambio di prospettiva”.
I due, la bella moglie, e il marito che esibiva la bella moglie, aprirono una attività. E lei, da casalinga che era, si ritrovò a frequentare gente, a vedere gente, a parlare con tanta gente.
Per farla breve: un bel giorno lasciò marito e figlio per un ragazzo giovane, bello e taciturno.
Che sventole che ti dà la vita certe volte.
Dissero, Poverino, l’ha sempre portata in palmo di mano.
Io, quando dissero poverino, ripensai al ragazzo che aveva mortificato, anni prima.
E pensai al “cambio di prospetiva” che sgretola tante certezze.

Pensate anche solo a chi pensa di avere un figlio modello, che in realtà è un delinquente o, peggio, un mostro (anche i pedofili hanno un padre, una madre, una sorella).
Pensate a e a.
Non è difficile pensare ai cambi di prospettiva.

Comunque.
Sono arrivati alcuni incipit ieri. Li ho postati dopo mezzanotte. Chi volesse aggiungerne mi scriva su
raccontiaquattromani@gmail.com.
Le indicazioni sono le solite: queste.

Incipit: si parte per davvero

Ho ricevuto alcuni incipit.
Uno qui, alcuni per posta elettronica.
Grazie, ma direi di bloccare tutto e di ricominciare.
Allora, fate in modo che
1. io debba fare solo dei copia e incolla
2. chi legga gli incipit poi sappia.

Sappia tre cose, oltre all’incipit.
Chi lo ha scritto.
Due righe oppure tre quindi sull’autore (insomma, né venti, che annoiano, né solo nome e cognome).
Il titolo del racconto o romanzo.
Poi: se si tratta di cosa edita (basterà scrivere il nome della casa editrice), inedita, o se si tratta di un incipit relativo a qualcosa che si stra scrivendo.

E ancora.
Mandate a
raccontiaquattromani@gmail.com
grazie

Sono arrivati i primi incipit, che compariranno qui.
Dalla vetrina, sopra, ora tolgo i Raccontiaquattromani, che sono scaricabili, a destra, sotto forma di e-book.

Capisco un cavolo di economia, io. E non credo nemmeno che sia un esperto Valter Binaghi, che è uno scrittore e che nella vita insegna.
E che ha scritto questa cosa qui.

pausa sigaretta con pensiero incorporato

Ora racconto delle mie passeggiate al mattino, per raggiungere il giornale, o quelle serali, rare, per la città; o di quando vado in birreria, al supermercato, così da non sentire per venti minuti i telefoni che squillano alternati al cellulare e i toc toc alla porta del mio ufficio, con gente che, fuori dal vetro, mi fa segno che deve dirmi qualcosa di urgente…

Avrei avuto da raccontare molto di più quando prendevo il treno, andata e ritorno per Torino, e poi la sera e poi ancora di notte, lavoravo in un albergo.
Lì piovono storie.

E mi rimprovero. Di non avere abbastanza memoria, di essere stato disattento, spesso.
Avessi memoria e non fossi stato disattento (è una mia specialità ascoltare gli altri e pensare ai cavoli miei) avrei più cose da dire, qui, e storie da raccontare.
Certo, anche in un giornale di provincia, a volte, piovono storie.
Ma è diverso.

Bene, ho finito. Pausa sigaretta con pensiero incorporato.
Torno a lavorare.

PS A un portiere di notte, ma anche a un cameriere può succedere di pensare questa cosa qui

Di giorno, anche se il lavoro è tanto, io comunque ascolto. Ascolto sempre. Quando mi avvicino ai tavoli per servire, le persone continuano a parlare senza badare a me. Raramente s’interrompono. Pare quasi che la gente sia convinta che io sia sordo o che a me delle sue storie, delle sue confidenze, anche intime, non importi nulla. La mia riservatezza è un fatto scontato

da Il quaderno delle voci rubate, il mio primo libro quasi fantasma. L’han letto a Vercelli e pochi altri.

incipit da collezione

A Enrico Gregori è venuta un’idea.
Raccogliere, magari qui, degli incipit scritti dai blogger; incipit di cose loro, edite oppure no.
Ho detto a Enrico che a me sta bene, che mi sembra una buona idea.
Se io potessi punterei sugli inediti.
Se io potessi scriverei recensioni di libri inediti.
Poi sulla qualità, e sulle discussioni infinite – dagli all’autore contemporaneo; la gente non sa scrivere eccetera – lascio volentieri ad altri la facoltà di sentenziare.

E’ difficile riuscire a capire in rete dove stia il confine tra cose dette perché si pensa così, e cose dette perché o conviene così o perché ci si deve togliere dei sassolini.

Ogni tanto ricevo qualche mail. Di qualcuno che mi segnala che ho ricevuto attacchi, per lo più anonimi.
Solitamente è pubblicità. Ne ho almeno una decina che mi dedicano tempo e attenzioni.
E comunque. La vita è breve anche se si campa cent’anni, e, io tre anni fa al giornale ho capito una cosa: che quando arriva una lettera anonima, contro di me o contro altri, c’è una sola cosa da fare. Non arrivare al fondo (salvo eccezioni) e buttarla via.
(Sinceramente. Non capisco alcuni siti che pullulano di insulti di anonimi. E magari si lamentano, gli amministratori. Allora. Perché non attivano l’opzione dei commenti in moderazone? Forse perché gli insulti fanno salire il contatore di qualche unità? Si ma poi?).

E quindi. Se in questo blog faremo questa raccolta di incipit chi volesse restare anonimo è pregato, comunque, di manifestarsi, almeno a me, per posta elettronica. Con nome e cognome.

incipit interrotti

Incipit dei libri che, casualmente, mi ritrovo sulla scrivania.
Allora sulla destra, insieme al modem.
Enrico-Massimiliano Ligre procedeva a piccole tappe sulla via di Parigi. Dei contrasti che opponevano il Re all’Imperatore, ignorava tutto.
Marguerite Yourcenar, L’opera al nero.
Lo sto rileggendo.

Davati a me, sotto le foto di Barone, il mio primo cane, e del porto di Marsiglia:
Mi hai chiesto cosa, Andy Bissette? Se capisco i diritti che mi hai spiegato? Miseria! Com’è che certi uomini sono così gnucchi? No, una bella calmata te la dai tu.
Dolores Claiborne, Stephen King.
Letto da un bel po’. E’ il secondo che leggo fino in fondo di King, l’altro, Colorado King, l’ho trovato scepo, altri, tre o quattro, non ero riuscito ad andare avanti. Allora, Dolores Claiborne ha un gran finale. No, non solo grande: geniale. A parte questo, continuo ad avere alcuni problemi con King. Non mi entusiama. Troppo ritmo, poco spazio per “il contesto”. Direi anche prevedibile (finale a parta). E troppe metafore. Insomma, preferisco Grisham.

Questo invece è un piccolo gioiello, un regalo di Monia, che mi ha coadivuto insieme a t. nei racconti a quattro mani.
Preferisco partire dalla quarta di copertina. Ben fatta.
Al-Haditha, Iraq, 19 novembre 2005. Per ritorsione contro un attentato subìto, una compagnia di marines, protetta da regola ambigue, massacra due faiglie di civili inermi. La minuziosa, atroce istantanea di un incubo reale e senza apparente via di uscita.
Prima dell’incipit qualche riga:
Mia sorella Zaynab è stata colpita alla mano e alla testa. Aveva 5 anni.
Mia sorella Aisha è stata colpita a una gamba e da qualche altra parte. Aveva 3 anni.

Poi c’è la descrizione di un altro massacro… E dopo c’è questo, per esempio., da leggere.
Cinque giorni dopo il massacro la compagnia Kilo aveva festeggiato il Giorno del ringraziamento con una cena a base di tacchino ripieno e patate. Della festicciola esiste un documento filmato, dove si vede il capitano Mc Connell guidare la preghiera: Padre, ti ringraziamo per il cibo che…
L’incipi ha poca rilevanza, ora.
William Langewiesche, Regole di ingaggio, Adelphi.

Degli altri libri e relativi incipit, sempre davanti a me, oppure a sinistra della scrivania dove ci sono sigari sparsi, una statuetta dell’Ombra della sera e una pianta (leggo l’etichetta) di Ardisia crenata magari dirò un’altra volta, ché son le cinque; tutta colpa del libro di Langewiesche.
E’ uno scritore, ha scritto Roberto Saviano, capace di mettere le mani nel budello della realtà. Una frase ad effetto. In realtà è solo – si fa per dire – un inviato di guerra che ha raccontato verità scomode.
Buona domenica

percorsi

Faccio tre tappe, salvo varianti, ogni mattina, mentre vado in redazione. Per il caffè, che nove su dieci prendo allo stesso bar, per le sigarette e i sigari, dalla solita tabaccaia che sta vicino a piazza Cavour. Sono sulla stessa via bar e tabaccaia, via Verdi.

via-verdi

Quando arrivo in piazza, mi succede abbastanza spesso di incontrare gente. Il mio viso non è molto noto in città. Frequento poco i salotti, se mi invitano a cena solitamente faccio capire che preferisco stare in redazione fino a tardi, non fosse per le presentazioni dei miei libri che faccio specie nei paesini, la mia fotografia appare poco sul giornale che dirigo. Però ricevo tutti, e quindi un po’ di gente mi conosce. E in piazza, spesso, succede che io faccia una pausa, magari anche lunga. Gente che mi racconta, politici che mi raccontano. Cose a volte interessanti, a volte no.

Passata la piazza, imbocco corso Libertà, lo prendo proprio a metà. Svoltando a destra, bastano poi cinque minuti per arrivare al giornale.
Su corso Libertà faccio la terza tappa (non sempre, ma spesso). Entro in una delle tante panetterie e prendo della focaccia con cui, poi, pranzerò (magari aggiornando il blog) prima della riunione di redazione.

Son giorni che vado nella stessa panetteria. Solitamente la evitavo, c’è sempre calca dentro. Ho visto però che le due donne che servono, son giovani, meno di quaranta, sono veloci, e quindi anche se c’è calca si fa comunque in fretta. E poi: la focaccia è buona quasi quanto quella ligure. E poi: costa meno rispetto a un’altra dove vado-andavo sovente.

Non so voi, ma io in certi posto vado anche per i modi di fare, per la gentilezza, per qualcosa insomma che mi piace. Il caffè per esempio lo prendo al solito posto perché il barista siciliano spara simpatiche minchiate.
Remo, mi sembri un terrore con quella coppola in testa.
Comunque, ieri, in panetteria è successo questo.
Entra una donna che chiede soldi e non solo chiede i soldi: ma resta sull’uscio, tenendolo aperto. Penso: sarà una zingara, e non mi volto (ho appena dato della moneta a una ragazza straniera, prima di entrare), e aspetto il mio turno. La donna non chiede, ma la sua presenza si sente: perché c’è silenzio, dentro, perché c’è quella cazzo di porta aperta, e fa freddo.
Al mio fianco c’è una donna, giovane. Sta pagando, poi tocca a me. Mentre paga si gira, guarda la donna, e le dice: Posso comperarle due panini? Sento che la donna dice, Grazie. Interviene però una delle due commesse (magari è anche proprietaria, non so) che dice, alla giovane donna: No, lasci, ora faccio io un pacco con del pane per la signora.
Mi giro: non è una zingara. E’ una donna anziana, avrà ottant’anni almeno, che se ne sta lì, all’ingresso.

E comunque. Ho nostalgia di primavera. Da marzo a settembre faccio un giro lungo, in bicicletta, al mattino (dopo aver visto la posta elettronica). Prima di arrivare in redazione, dove mi attendono posta, grane, mail, telefonate, giornalisti, persone, faccio un giro sull’argine del fiume, che sembra rinascere, in primavera.

o23

Persone che non sembrano vere. Poi: face e gli scrittori

Ho in mente un uomo, un uomo di legge. Morto da anni.
Siciliano, signorile, fumava (mi pare col bocchino) e tanto, parlava poco, sorrideva e salutava tutti.
Me lo ricordo quando avevo vent’anni.
Andavo a lavorare sulla mia vecchia 500 scassata. Avevo i jeans e un giubbotto blu, da lavoro.
A volte parlavamo, poco, ma era piacevole.
Me lo ricordo quando, a quarant’anni da operaio ero stato promosso a caporedattore del giornale più importante della città, e mi capitava di incrociarlo.
Avevo di fronte la stessa persona conosciuta vent’anni prima.
Non mi chiamava dottor Bassini, come alcuni avevano preso il vezzo di fare, poi.
Mi chiamava signor Bassini, come sempre. Così come io chiamavo lui signor… (ché io del signor ne faccio volentieri a meno, sempre).
Dicevano che fosse di origini nobili, dicevano pure, di lui, che avesse in simpatia i comunisti, che forse lo era (o forse dipendeva dal fatto che il suo migliore amico era un giornalista comunista). Dicevano tutti che era una brava persona.
Ecco, fa bene pensare a certe persone.
Non sembrano vere.

Ho pensato spesso a lui, ultimamente. Partendo da facebook.
Facebook è stata (e lo sarà) un’esperienza interessantissima, per me.
Ho conosciuto più a fondo persone (per esempio ragazzi della mia città che hanno interessi che non pensavo avessero. Pensavo fossero solo aperitivi e discoteca, e invece no, sono stato smentito).
Ho conosciuto persone – poche, rare – come il gentiluomo siciliano.
Ho avuto modo di conoscere dei bravi giornalisti, soprattutto pugliesi, romani, siciliani; e per me, che vivo comunque in una realtà a se stante, il confronto (e le informazioni) servono.
Ho visto attivarsi meccanismi servili, soprattutto nel segmento che mi interessa, quello dei libri. Gente che sdegnosamente rifiuta di avere contatti col popolino (spesso si tratta di sinostrorsi con la puzza sotto il naso) ma che se appare un editor o un giornalista si scappellano e fanno l’inchino.
Ed è successo anche a me quel che succede a molti, su face: di ritrovare persone di cui non sapevo nulla, da anni.
Ho avuto scambi interessanti, grazie a Face: ieri mi ha scritto un critico su don Lusiito Bianchi.
Ho avuto anche dei benefici grazie a face: gente che mi conosceva da anni ma che non sapeva che io scrivevo anche libri. Magari ho venduto dieci copie in più.
Poi su face c’è lo scrittore Roberto Cotroneo: lui meriterebbe un capitolo a parte.
Ieri ha scritto: Che argomento vorreste per il mio prossimo romanzo (vi ascolto).
Boh.

Ma la cosa che più mi ha impressionato su Face è l’altissimo numero di coloro che scrivono e che usano la rete per cercare di farsi leggere, notare.
Alcuni mi hanno contattato (chiaro, mi ha fatto piacere) scrivendomi: Leggo i tuoi libri, oppure, Ho letto un tuo libro, oppure, Leggo il tuo blog.
Ma tanti, tanti mi hanno scritto più o meno così. Ho visto che scrivi e che hai pubblicato, ci sto provando anche io, ti andrebbe di leggere questo di mio?
Altri invece mi mandano semplicemente un link: di qualcosa che hanno scritto.
E qualcosa ho letto, anche di buono.
E non ho conclusioni da trarre, ora.
Ma forse, grazie a face, ho avuto una triste conferma: che oggi la figura dello scrittore, anche abbastanza noto (più di me) è comunque inflazionata. Patetica a volte. Perché anche lo scrittore usa internet come usano fare gli ambulanti al mercato: quelli che urlano per attirare l’attenzione.

Segnalo.
Dal tumblr di Aitan, una riflessione di Andrea Bajani appunto su Face.
Alcor, un saluto al blog.
Valter Binaghi, a proposito dello scrittore in vetrina.

ho visto Lola, stamattina

Stamattina ho visto Lola. Era in bicicletta. Io ho visto lei e lei non ha visto me. Ci salutiamo, difficile che lei si fermi a parlare.
Ho sempre pensato, e magari mi sbaglio, che Lola non voglia che si pensi male dell’uomo che in strada le sta parlando.
Che lei sia una prostituta si sa.
E’ invecchiata, Lola, ma è ancora bella.

Lola, spiegami bene. E’ proprio vero che voi non volete mai baciare i vostri clienti?
E lei, Io ti dirò sempre che i miei clienti non li bacio… Specie ai giornalisti.
E io: Significa che a volte li baci?
E lei: Il cliente, lo saprai anche tu, ha sempre ragione, e poi…
E poi, mi spiegò Lola, che certe concessioni, a clienti che conosci da anni e anni, si fanno. Specie se sono di una piccola città.
E poi, mi raccontò ancora Lola, non sai quanti mi cercano, mi pagano e poi… vogliono solo parlare. E non hanno problemi, ho anche quei clienti, quelli con i problemi. No, ci sono quelli che potrebbero far l’amore ma vogliono solo parlare.
E poi, mi disse ancora Lola, ci sono i bastardi che non vogliono usare il preservativo. Con me non funziona, ma tante ragazze lasciano perdere.
Fu la mia consulente, Lola, per Dicono di Clelia.
(Volevo tratteggiare bene la figura di Aldina…).
E’ nera nera, Lola. Alta, magra, elegante. E’ sempre stata una solitaria. Mai un protettore, che io sappia.
Grane sì, ogni tanto.
Mi disse. Ho un vicino di casa, vuol venire a letto con me. O vieni con me oppure faccio le fotografie ai tuoi clienti, così scappano se vedono un flash…
Le feci io da consulente: chiama i carabinieri, o la polizia.
Fece una smorfia Lola.
Lola la prostituzione non è reato, è reato l’adescamento, sei a posto tu.
Mi fece l’occhiolino, Lola.
Si fosse fermata, stamattina, le avrei domandato del vicino.
Per me è andata così. Lui si è avvicinato a lei e lei con una ginocchiata gli ha fatto sentire un dolore acuto.
Immagino, insomma.
Da ragazza viveva in una capanna.
Qui, non so in che modo, ha imparato a leggere. Legge i giornali, Lola.
Ora ha un appartamento, si veste bene, ma è una che non noti in strada.
Penso sia preoccupata: sta invecchiando.
Però son cose che mi immagino.

Ho saputo che Lola ha due amici, son moglie e marito.
Qualcuno, chiaro, pensa o ha pensato male.
So che non è così.
Lola, piaccia o non piaccia, ha le sue regole.
Le cose in tre e le orge son cose da porci, mi disse.

Come ho conosciuto Lola. Non è facile da raccontare. Tanti anni fa. Non sapevo come si chiamasse. Comunque, sotto casa sua c’era una gazzella dei carabinieri.
Quella volta li aveva chiamati lei.
Non le andava di vedere, quando andava alla finestra, un tipo che, dal palazzo di fronte, appena la vedeva le faceva dei cenni, poi saliva su una sedia e, nudo, si masturbava.
Lola, gran bel carattere di merda.
Peccato che sia sempre di fretta: altrimenti un caffè glielo offrireì.
Si fotta chi pensa male.

fuori dagli schemi?

Prendete il Vangelo.
Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio
Parole chiare. Che la Chiesa di Roma, oggi, ripete. Fedele all’insegnamento di Cristo.
Ma nel Vangelo secondo Matteo, al ricco che osserva i comandamenti ma non vuole rinunciare alla sua ricchezza Gesù dice la famosa frase
E piu’ facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli.
Qui la chiesa – e per chiesa intendo il Vaticano – non ci vede e non ci sente.
Chiaro, sto semplificando e non sono in grado di passare al setaccio discussioni già fatte (o anche no, solo sfiorate: perché sugli Evangeli che leggiamo noi oggi ogni tanto qualche studioso solleva dei dubbi. Dal quinto Evangelo alla possibile censura, che avrebbero apportato i primi traduttori greci, del termine “reincarnazione”, la discussione sarebbe infinita).
Sta di fatto – mettiamola così – che se mi rivedo bambino mi chiedo, e dal momento che “non son saputo” me lo chiedo ancora oggi: perché la fedeltà coniugale è stata presa alla lettera e la rinuncia alla ricchezza no?

Vorrei, se fosse possibile, una spiegazione convincente, non una masturbazione socio-teologica.
E vorrei che chi vede nella chiesa Vaticana la continuatrice della Parola di Cristo mi dicesse se sbagliano, e perché sbagliano, invece quei credenti che prendono per buono tanto l’insegnamento sulla fedeltà quanto quello sulla ricchezza-povertà.

Io la vedo così.
La chiesa ha tradito, tradendosi.
Si diventa adulti. Quei monsignori che vestono abiti costosissimi, io ne son sicuro, in un preciso momento della loro vita, magari in seminario, magari pima, hanno pensato che il regno dei cieli è dei poveri e dei derelitti, non dei potenti (a volte pure dei carnefici) che vengono ricevuti in pompa magna in Vaticano.

Ma non solo la chiesa tradisce.
Cile 1973, colpo di stato di Pinochet, ero ragazzo, ricordo bene. Studenti, intellettuali, operai, gente per bene, ex partigiani: i giornali raccontano che dopo l’uccisione di Allende negli stadi avvengono stragi. Carneficine. Ammazzano oppositori che non sono mai stati dalla parte delle violenza, hanno ammazzano Victor Jara, sembra che gli abbiamo  tagliato le vene e poi mentre moriva dissanguato, gli abbiano detto: Canta. Erano i tempi della Cina di Mao, quelli.
E guai a toccare Mao ai lottacontinui, per esempio.
Il compagno Mao, la sua grande rivoluzione culturale.
Però anche la Cina era adulta.
E fu uno dei primi stati che riconobbe il Cile fascista e spietato di Pinochet.
A me venne da vomitare, ai maoististi nostrani no.
In fondo io credo che il comunismo – ma è una convinzione storica ed ideologica, questa – non è caduto col muro di Berlino
Quello era già un aborto di comunismo.
Il comunismo l’hanno ammazzato Stalin e, prima di Stalin, Lenin e Trotskij quando, nel 1921, distrusero la città di Kronstadt.
A Kronstadt l’avevano capito che il socialismo in un paese solo avrebbe tradito le vere origini del socialismo: stava nascendo una società che non distribuiva le proprie rcichezze in base alle necessità, dopo la cacciata degli zar. No, c’erano i burocrati di stato che stavano per diventare i nuovi padroni.
Si ribellarono, crearono una comunità davvero libera e davvero comunista: gli altri, i falsi comunisti, li distrussero.
Tanto – lo sapevano anche loro – quella del primo che diventa ultimo è una favoletta: per bambini.

Dove voglio andare a parare. Allora, io la penso così. Pensarla così ha una controindicazione: resti solo.
Prendiamo la Diaz, i fatti di Genova, le letture che si danno. Io a Genova non c’ero, ho letto, visto filmati, mi son fatto un’idea.
Poi. Ho parlato, soprattutto con una persona, di Genova. Uno a cui uno di sinistra non parlerebbe.  Un esponente di Forza Nuova. Uno che nella sua trattoria, dietro a sè, aveva un poster di Mussolini.
Io però giudico dai fatti. E ho visto che, un giorno, questo fascistone, quando ha visto entrare un barbone che chiedeva un piatto non solo l’ha fatto accomodare: lo ha fatto accomodare con un inchino, portandogli poi un piatto di tagliatelle al pesto e un bicchiere di vino e della frutta.
Non solo. Sarà stato un fascista, ma sul G8 mi ha detto. Per me c’erano delle regie occulte. Qualcuno aveva tutto l’interesse a provocare, far sì che ci fossero scontri. Meglio puntare i riflettori sui manifestanti che non sui potenti riuniti a Genova e sulle loro decisioni.
Insomma: per lui tra i manifestanti c’erano provocatori.
Non so se abbia ragione. So che ragionava: fuori dagli schemi.
Ci provo anche io, sempre.
Spero di riuscirci. O per lo meno: ci provo.

Incomunicabilità, sempre. Paola Pace stasera.

Su Facebook appaiono anche i post di questo blog. E’ cosa automatica. E sul post precedente (incubo razionale) c’è stato un commento, appunto su Facebook: del mio amico Guido Tedoldi.
Questo:

Una volta ho letto una cosa di Virginia Woolf. Diceva che quello che una donna può sperare di meglio è una rendita e una stanza tutta per sé. La lettura comune di quel testo è che sia una sorta di rivendicazione femminista. La mia lettura è stata un po’ diversa: quella è la condizione desiderabile per ogni essere umano, a prescindere che sia maschio o femmina.

Una volta pensavo che la donna ideale, o «l’anima gemella» come dicevano certi adulti con cui parlavo di queste cose, era colei con cui codividere tutti i pensieri e tutti i piaceri.
Poi ho parlato con una sindacalista (all’epoca era una sindacalista, adesso è una studiosa di reiki) la quale era convinta della sostanziale incomunicabilità tra gli esseri umani. La sua tesi era: «Con le persone ti capisci al massimo al 10%. Quando trovi quello con cui ti capisci all’11%, lo sposi».
L’11%, santiddio.
Dopo che una storia che pensavo da 100% mi si è ribaltata addosso, sto riconsiderando quell’11%.
Guido Tedoldi

Poi.

Oggi a Roma è il gran giorno di Paola Pace. Da stasera e fino al 30, al Teatro di Ducumenti, propone lo spettacolo L’arte della gioia. Adattamento teatrale, della stessa Paola Pace, dall’omonino libro di Goliarda Sapienza
Su La poesia e lo Spirito c’è l’intervista che io ho fatto a Paola.

Buona giornata.
La mia è pressappoco questa. Un’ora (da adesso) per blog e posta elettronica (il martedì mattina non lavoro, quindi sono a casa).
Poi, a mezzogiorno, incontro carbonaro con una persona, uno di quelli che parlano poco e fanno tanto; questa persona per tutta la vita ha indagato, dato la caccia ai delinquenti, magari scontrandosi; ché quando i delinquenti godono di protezioni son cavoli amari…
Poi pausa toast, poi vado in una tipografia di Vercelli: devo far stampare 2300 calendari per gli abbonati (e copie omaggio e copie ai collaoratori) del mio giornale. Un calendario con foto della Vecchia Vercelli. Poi, ore 14,45, al ginale per la riunione di redazione. Poi, telefonate varie. Poi una cosa urgente da leggere. Poi, la posta su carta da smistare.  Poi, se faccio in tempo, alle 18 vado a yoga.
Poi, passeggiata col cane e cena.
Poi un’ora in birreria a leggere. Poi di nuovo qui. Devo correggere, rivedere, limare il prossimo libro.
Però so già: Ci son di mezzo gli imprevisti, che o fanno bestemmiare o, ma è raro, ravvivano la giornata.
Quindi: buona giornata a voi e… a me