di editoria e di tamarri

Alla Buchmesse di Francoforte, insieme a quel che si sapeva, sull’editoria italiana sono emerse delle novità.
Per esempio (novità): nel 2007, rispetto quindi al 2006, sono aumentate le vendite di libri nei supermercati (5 per cento in più), on line (più 36 per cento), e in edicola (più 12 per cento).
L’editoria italiana sta bene: il fatturato infatti in un anno è cresciuto di quasi un punto (che tradotto in soldoni significa 3,702 miliardi di euro).
Ancora numeri, ora.
I lettori da un libro l’anno sarabbero 24 milioni.
Quelli da un libro al mese 3,2 milioni.
Le case editrici organizzate (distribuite, insomma) sono 2901; danno lavoro a 30 mila persone (nota personale: mi sembra un numero troppo elevato; calcalano anche i collaboratori pagati un tanto al chilo per traduzioni ed editing?).
Poi.
Nel 2007 sono stati stampati 61mila nuovi titoli.
Calcolatrice alla mano fa 167: 167 libri al giorno.
Si sapeva.

Quando andai a firmare il mio primo contratto, era il 2003, in casa editrice mi dissero: Ogni giorno escono 140 titoli, nuovi; bene, di questi 140, il quaranta per cento è destinato a non vendere nulla, al macero insomma.
(…)

Comunque.
Tra poco esce una mia raccolta di racconti.
Tamarri.
Ho provato a inserire la foto della copertina, wordpress mi dice errore, io gli rispondo, va bene, sarà per la prossima.
In quarta di copertina si legge.

Se trovano una ragazza per bene, o un lavoro per bene, o qualche santo per bene magari non fanno una brutta fine. Io li chiamo tamarri.

Dai delinquentelli di periferia, senza futuro, all’Augusto, personaggio caro a Salgari, morto suicida, al bancario che sogna i mari del sud, mentre il treno procede per la nebbia…
Sette racconti che percorrono rotte diverse, tra tempeste e momenti di quiete.

Non ricordo il numero di pagine della raccolta, son poche, meno di 50; il prezzo è proletario, 4,50. L’editore è Historica.
Poi in primavera sarà di nuovo Newton.
Bastardo posto.
Speriamo che sia femmina.

web cam

No, non sto diventando nostalgico: credo di essere nato così.
A sei anni mia madre mi concesse di andare da solo al cinema. Una figata. Il cinema si chiamava Corso. Il primo film che vidi fu un western, La notte dei lunghi coltelli.
C’era tutto in quel vecchio cinema, anche il pedofilo che si avvicinava a noi ragazzini che facevamo  la corsa e poi a botte per stare in prima o seconda fila si sedeva accanto ai più grassottelli, dava loro una caramella e poi qualche pizzicotto. E finiva lì (credo).
Me lo sognavo di notte, io, il cinema Corso. Era il posto più bello della città. Quando il venerdì, tornando da scuola, vedevo che ci sarebbe stato o Maciste o I dieci gladiatori già pregustavo (e cercavo di non far girar le scatole a mia madre; bastava niente e subito scattava la punizione: Niente cinema).
Comunque.
Un brutto giorno vedo una scritta strana. Chiuso per restauri.
Babbo, babbo, o che vuol dire che è chiuso per restauti?
Che lo devono mettere a posto.
E quanto impiegano a metterlo a posto?
E che ne so io?
Per mesi e mesi andai a controllare: tutti i giorni. Cinema Corso, chiuso per restauri.
Poi andai sempre meno ma, credo, per anni ho sperato. Certo, c’erano gli altri cinema, ma quello restava il mio preferito.
Restava il posto più bello di tutta Vercelli. Dove avevo visto I Dieci gladiatori e anche Il ritorno dei dieci gladiatori. E altro, certo.

Ho una bella macchina, ora. Che non uso quasi mai. Un’alfa 147 color blu notte. Ma se ci fossero ancora le vecchie Fiat 127 io tornerei a una di loro. Gran macchina: ne ho avute due. Una gialla e una grigia. E forse guiderei di più.
Sì certo, il progresso. Macchine col turbo, quasi parlanti. Se non chiudi una portiera o hai il treno a mano tirato loro ti avvisano. Ma se resti a piedi col cavolo che le fai partire con una spinta.

Quando ho rotto il cellulare, era Pasqua, mi trovavo a Palermo. Dissì, vabbè, mi faccio un telefonino siciliano. E’ rosso, carino, lo pagai poco, 70 euro. Timidamente domandai se ne avevano uno normale, senza le opzioni delle fotografie e del breve filmato. Macché. Giuro: avrei pagato anche di più, per averne uno semplice semplice.

Nei giorni scorsi, causa virus, questo portatile l’ho mandato in riparazione. A Torino. Giorni di spedizione compresi, hanno impiegato dieci giorni per riformattare. Io, in quei dieci giorni ho riesumato un vecchio portatile. Prima scoperta: era infettato da virus anche quello, e quindi ho scaricato un firewall e un antivirus free. Seconda scoperta: la testiera è più sporgente, insomma, si pestano meglio i singoli tasti. Terza scoperta che non è una scoperta: mi ero dimenticato che nei vecchi computer c’era il floppy, morto e seppellito dai cd.
Quando però è tornato il mio toshiba ho rimesso da parte, un po’ a malincuore, quello vecchio. Non per altro, è lento.
Ma stasera l’ho guardato, chiuso nella sua custodia in un angolo.
L’ho guardato dopo aver visto questa pubblcità su gmail.
http://mail.google.com/videochat/?hl=it
Massì, quando ci scriviamo una mail facciamo anche che chattare e soprattutto chattiamo con la telecamera.
E facciamo sesso, magari, o perché no?, un’ammucchiata.
Così ho guardato il vecchio portatile con floppy e pure un po’ lento e mi son detto: se tra qualche anno venderanno solo pc con la telecamera, e magari anche con la caffettiera incorporata, riprendo te.
Mi pare comunque chiar: tra cinque anni questi pc o mac saranno archeologia. Ma non li troveremo, come i vecchi macinini per il caffè nei mercatini.
No, saranno dispersi nell’aria e magari li staremo respirando.
Però ci vedremo chattando su gmail.

(No, la vecchia macchina da scrivere non la rimpiango. Col cavolo che potrei scrivere 30mila battute in una notte, se avessi la Olivetti anziché questo coso qui).

Comunque.
Non so da voi, ma dalla mia parti i bar la sera son quasi tutti chiusi.
Per chi vuole giocare a carte c’è la scopa on line.

E buona giornata…

un pensiero improvviso

Ogni tanto la domanda, Perché scrivo?, me la faccio. E (mi) rispondo sempre in modo poco convincente. Mi dico: Non mi hai convinto.
Comunque.

Da tre anni la mia vita, redazione oppure a casa (come ora, che è notte fonda) è davanti al computer (mac in ufficio pc portatile a casa).
A volte succede che quando io sono al giornale magari corregga qualche bozza di cose letterarie, a volte succede che a casa lavoro per cose di giornale. Pochi minuti fa ho lavorato per cose di giornale.
Allora, vediamo quel che resta della mia settimana, tolta la parte che passo davanti al pc.

Uno. Il percorso che faccio a piedi tutte le mattine per andare al giornale. Un percorso a tappe. Caffè al solito bar con barista siciliano che, a differenza di tanti padani, è sempre allegro. Ieri mi fa: Remo, minchia, ma lo sai che nelle ultime settimane ho dimezzato gli incassi? Ma sta minchia di crisi, me la spieghi, ché io mica la capisco. Poi, seconda tappa, tabaccaia. Sigari e sigarette. Se mi succede di incontrare qualcuno che mi… intrattiene prima di arrivare in redazione mi faccio il terzo caffè (il primo primo me lo preparo in casa appena sveglio, poi lo bevo guardando posta elettronica e le notizie del giorno) in un altro bar, stavolta a caso.

Due. Quasi tutte le sere, finito di lavorare, faccio un giro di una mezzoretta. D’estate in bicicletta, ora a piedi.

Tre. Quasi tutte le sere (a volte non posso per problemi lavorativi) dopo mangiato porto a spasso il cane (se non ci sono io provvede mio padre).

Quattro. Quando chiudo il giornale la sera tardi (lunedì e venerdì) ceno (ancora più tardi) in pizzeria.

Cinque. Quando non sono di chiusura vado i birreria: a leggere. Ce n’è una in città, dove a volte si fa un fatica, ce n’è un’altra, in un paesino, che è più tranquilla di una biblioteca.

Sei. La domenica pomeriggio è l’unico frammento di settimana che mi concedo lontano dal computer. A volte vado via. Magari a Genova. O in Monferrato o in Valsesia.

Sette. Quando posso e se posso vado al cinema. O a teatro. Potessi, ma nessuno può, credo, andrei al cinema (o a teatro) tutte le sere. Ho scritto che nessuno può farlo. Io, una vita fa, l’ho fatto: andavo al cinema tutte le sere. Finito di lavorare in fabbrica (alle 22) correvo i bicicletta (7 chilometri) per arrivare alle 22 e 30 quando la proiezione iniziava o stava per iniziare.

Otto. l martedì sera mi faccio un’ora di yoga. Dalle diciannove alle venti.

Allora, sono a yoga.
A yoga uno dovrebbe avere la mente sgombra. Io invece, che vivo di fretta e scrivo di fretta, arrivo e mi porto dietro la fretta: magari mi sono cambiato in ufficio mentre parlando al cellulare.
Comunque.
… inspirare profondamente, prima l’addome e poi il torace, poi espirare.
… inspirare profondamente, concentrasi sul respiro, e poi espirare con forza, e quando espirate pensate che tutte i pensieri cattivi, le negatività se ne vanno espirando,
dice l’insegnante (che è anche uno scrittore e un insegnante di scrittura creativa).
insomma, uno a yoga dovrebbe pensare a.. non pensare.
sentire il proprio corpo, le sensazioni, il respiro.

solo che oggi, invece di restare concentrato su repiro e sensazioni corporeee, è arrivata la solita domanda: Ma tu perché scrivi?
ed è arrivata anche una risposta, che ho trovato soddisfacente.
sono talmente stufo di me stesso e della mia vita che ho bisogno di sentirmi sulla pelle la vita di altri, ho bisogno di un luca baldelli, di un’anna antichi, di clelia, di limara.

adesso portate la caviglia all’inguine….

adesso guardo qualche blog poi:
Nove. Se non scrivo o correggo bozze solitamente l’ultima ora della notte, dalle 4 alle 5, la dedico alla lettura.
in questo momento sto leggendo Senza luce di Luigi Bernardi, edizioni Perdisa.
non penso si trovi facilmente, specie nei piccoli centri.
ma credetemi: è davvero, davvero bravo.
ho la sensazione – netta – che la sua scrittura sia davvero speciale.
magari ne parlerò.

buona giornata

Dimentico una cosa. Ogni giorno apporto varianti ai punti Uno, Due, Tre, Quattro, Cinque, Sei, Sette, Otto e Nove. Quando non posso (per esempio in quest giorni, e così sarà fino a Matale) vado in crisi.
Poi.
Ho detto che vivo di corsa. Certo, ma mai come quando lavoravo in fabbrica. Del resto se non vivo di corsa mi perdo, e perdo tempo. Come ora, ma ora è notte, fonda, e me la godo e la respiro a pieni polmoni, la notte.

firenze

massì, facciamo un post leggero.
come quegli intermezzi pubblicitari che vengon utili: perché magari scappa la pipì…

ho appena sentito Firenze sogna cantata da Luciano Pavarotti.
l’altra sera, a cena dai miei vecchi, ho chiesto di poter vedere il loro album fotografico: e mi sono rivisto, quindicenne, che ammiro firenze da piazzale michelangelo.
fu allora che iniziò il sogno…
andare a vivere a Firenze.
certo, se qualcuno mi legge, può obiettare: ma non hai detto per tanto tempo che ti sarebbe poaciuto tornare a vivere a Cortona?, oppure, da un po’ di tempo non dici che vorresti andare a vivere in Puglia?
( a volte, quando mia moglie mi dà per disperso e mi telefona, e mi chiede dove sei?, io rispondo a Tricase).
comunque.
Firenze era il primo sogno e in effetti lo è ancora, spesso.
mai più dichiarato, però.
da anni.
nei momenti in cui corro e bestemmio perché non c’è tempo, e aspetto la notte per ascoltare il silenzio e scrivere, ecco in quei momenti, a volte, mi fermo, chiudo gli occhi e mi vedo: sto sorseggiando un caffè e sto fumando un mezzotoscano in un tavolino fuori da un bar di piazza della signoria.
il perseo di cellini è poco distante….

dico sempre che non voglio far soldi coi miei libri, chissenefrega.
come dice mio padre si può crepare coi soldi o senza. ché si crepa e basta.
ma metti che divento un best seller.
be’, mi trovereste a firenze, e la giornata, di sicuro, sarà primaverile.

Goliarda (ricordando MariaStrofa)

Parto da lontano, da Carlo Berselli, Mariastrofa per il mondo dei blogger.
A gennaio 2007 io avevo linkato lui, lui aveva linkato me. Ogni tanto ci commentavamo, reciprocamente.
A gennaio 2007 però successe che gli scrissi: per complimentarmi con lui. Ma non per un post: per un commento.
Allora, a gennaio 2007 sul blog di Gabriella Alù apparve una recensione sul libro di Goliarda Sapienza, L’arte della gioia.
Quel che scrisse Carlo Berselli mi colpì. Era una MariaStrofa… diversa.
Commentò così il post di Gabriella Alù:

Mi fa un certo effetto rivedere Goliarda qui in testa al tuo blog, dopo che l’ho vista alcune volte a casa sua con le pareti piene di sue foto con dedica di Luchino Visconti (quando faceva l’attrice) – e i libri, i libri suoi che mi ha regalato, e il suo compagno Pellegrino che cura le sue cose.
Goliarda lesse alcune cose mie e mi concesse un favore come raramente ho visto. Si deve a lei la pubblicazione della mia prima cosa. Proprio grazie a lei, sì. Un angelo ripeto spesso, non tanto per il favore fattomi ma per la dolcezza con cui mi trattò sempre. E sì che era donna aspra per certi versi, segnata da esperienze terribili. Che tu racconti e che io so bene.
Una donna meravigliosa, forte. Sarà per questo (lei morì un anno o due dopo la pubblicazione di una mia cosa) che ho sempre fatto fatica ad affrontare l’arte della gioia (che avevo già letto peraltro in edizione ridotta) – e dire di più non so se questa difficoltà abbia a che fare con la gratitudine estrema che le devo (un angelo, ripeto) o con una specie di dolore per non avere mai potuto ricambiare. sicché dovrò pure affrontarlo un giorno e anche la tua recensione mi aiuterà di certo.
Ci sono libri impervii anche libri di scrittori di cui amiamo tutto e che restano lì sospesi, chissà perché. Così è stato per me con “L’arte delal gioia”.
goliarda, un bacio…
MariaStrofa

Dopo aver letto, scrissi a Carlo Berselli/Mariastrofa.
Mi rispose, contento di poter parlare di Goliarda Sapienza.
(E quando Carlo Berselli è morto io mi ricordai subito di questo commento).

Oggi devo fare un’intervista (per un giornale nazionale): all’attrice Paola Pace (qualcuno di voi se la ricorderà nei film I cento passi o Le buttane) che a Roma, dal 18 al 30, al teatro Di Documenti presenta, appunto, L’arte della gioia.
Uno spettacolo di cui Paola Pace è protagonista e regista. Non solo: ha curato le la trasposizione del testo, adattandolo al teatro.
Ci sta mettendo l’anima, Paola Pace per questo spettacolo: che quando parla di Goliarda Sapienza ne parla come se pregasse.
Sull’arte della gioia (dopo il successo “francese” in Italia è stato ripubblicato: prima da Stampa Alternativa e poi da Einaudi) si trovano fiori di recensioni in rete.
A me pare (e parve) molta bella la testimonianza di Carlo Berselli / MariaStrofa.
Che fosse una donna fuori dagli schemi, ma anarchica e generosa me l’ha confermato anche Stefania Nardini, che l’ha conosciuta.

A coloro che non sanno nulla o sanno poco di Goliarda Sapienza ricordo la vicenda che la portò alla reclusione.
Pare sia andata così.
Goliarda, che è in bolletta e che vuole fare le fotocopie di un suo manoscritto da inviare a qualche editore, chiede centomilalire a una contessa, che rifiuta; Goliarda allora ruba dei gioielli alla contessa, che la denuncia; Goliarda viene così incarcerata e condannata (esperienza che la porterà poi a scrivere L’università di Rebibbia).

L’intervista, poi, la posterò anche in rete.
Buona giornata

riuscire a sorridere, sempre

… praticamente questa cosa qui continua il post precedente.

E’ poi ci sono le mail di amici scrittori o aspiranti scrittori.
Si vive di depressioni, l’ho già detto, se si vive scrivendo, anche.
Io non critico gli editori sempre e a prescindere. Ma ho tre, quattro forse più amici che scrivono bene, magari hanno pubblicato per case piccine, e fanno fatica: ma non a farsi pubblicare, che un editore ha tutto il diritto di dire che un libro, qualsiasi libro, fa defecare, fanno fatica, queste persone che io conosco, a farsi leggere seriamente.

Però succede che un giorno tu ricevi una mail.
Diversa.
Non c’entrano più i libri o le frustrazioni, c’entra la vita, che spesso è bastarda, e ti conficca un chiodo, e poi un altro e un altro ancora, e tu hai solo voglia di urlare o piangere, e niente ti sembra importante come vivere un giorno di assoluta serenità, senza lacrime.
Ecco, succede a tutti e non solo a me di ricevere mail o notizie così.
Da qualcuo che non è stato bocciato da un editore, ma dalla vita.

Poi certo, si torna sui blog, si posta, si legge, si commenta, oppure non si posta, non si legge, non si commenta.
E ci si interroga – solo in questi giorni particolari – su che cosa conti, per davvero, nella vita

Riuscire a sorridere, sempre.

una mail che sapeva… di giallo

Su gmail, ma anche sul vecchio kataweb, ho, credo, tutte le mail ricevute, da anni.
Ci sono le mail che riceviamo tutti, ci sono le mail di quelli ce ti vedono scrittore, e son tante.
La più perfida ce l’ho su kataweb.
Vado a memoria.

Un’aspirante scrittrice:
Il tale, affermato scrittore non risponde a nessuno? Ti sbagli, leggi qua.
In effetti il tale abbastanza affermato scrittore che non aveva il tempo di rispondere a nessuno a questa tizia (perfida) scrisse: Ah, dunque tu sei parente di…
E la tizia (perfida) mi inoltrava la mail che riceveva dallo scrittore indaffarato.
(Difficile che la tizia abbia fatto leggere ad altri le mail che io le inviai: c’erano giudizi così così su quel che scriveva e che mi chiedeva di leggere).
Comunque i due – lo scrittore che non ha tempo per i comuni mortali ma per le marchette sì e la tipa, che è pronta a tutto pur di mettersi in mostra – è meglio perderli che trovarli.

Poi ne ho ricevute diverse di mail, che non so, ora, come (ben) definire: bizzarre?
Be’ sì anche la proposta di un incontro amoroso.
Sulla fiducia, quando ancora sul vecchio blog non avevo messo foto.
Una signra mi scrive, che ha letto il mio blog e un mio libro.
Le rispondo. Grazie, eccetera.
Mi ri-risponde.
Sono disposta a tradire mio marito per te. Sei un grande scrittore tu.
Ah.
Dopo qualche giorno di non risposte da parte mia ecco che la stessa persona mi riscrive:
E tu credi di essere uno scrittore? Scribacchino dei mie stivali, mezzasega….
Ecco, così va meglio.

Ma la più singolare l’ho ricevuta da una persona che, suppongo, venga ancora qui, a leggere, senza mai commentare, però.
Allora, ricevo una mail. Chi mi scrive è una donna, suppongo abbastanza giovane, meno di quaranta. Che non si firma. Mi dice, scusa ma non posso manifestarmi, mi piace come scrivi eccetera eccetera ma… non posso. Non voglio dirti chi sono però (tutto quel che vi sto dicendo è contenuto nella prima mail) ho bisogno di un consiglio. Ho scritto un libro, sono disposta a pagarti se mi dai una mano a… (non ricordo, bene, cosa volesse, dovrei rileggere):
Le rispondo: Non ho tempo, non voglio soldi, ma se vuoi posso dare un’occhiata, mandami un riassunto e il primo capitolo.
Giuro: era davvero un bel primo capitolo di un libro e la sinossi mi intrigava.
Glielo dissi, mi ringraziò.
Ogni tanto ci ripenso a quel capitolo: allegato (mi pare) a una vecchia mail.
E mi interrogo ancora.
Qasi un giallo senza finale.
A meno che non legga e mi riscriva, no? O che commenti, qui.
Non credo.
(Sempre nella prima mail questa ragazza o donna mi disse altro: cose poche piacevoli che le erano capitate).

Buon sabato

PS. E poi ne ho ricevute di speciali. Tante. Come (vado sempre a memoria….):
ho passato dei giorni brutti, chiusa in casa, ma il tuo libro mi ha fatto compagnia.
Questa l’ho riletta da poco: è del 2006, mi sembra passato un secolo.
Un’unica mail (a cui risposi) di una persona che, chissà, se viene ancora qui.

PS. Per gli amanti della poesia, ma non solo, segnalo questo nuovo blog.

e la gente lo sa che sai suonare

Quattro persone, una saletta tutta per loro, penombra e luce ben calibrate.
Cucina tipica piemontese, ma leggera.
Del buon vino, producazione locale senza additivi: dai vigneti circostanti.
Una serata, normale, piacevole.
Poi, dalla saletta attigua, la musica di un pianoforte, e poi, dopo qualche minuto, anche una voce: bella, roca.
La saletta attigua si riempie.
Le quattro persone, la proprietaria del locale, lui.
Sessantasei anni mal portati, piccolo e grasso, vestito tutto di rosso (con bretelle).
Ha suonato in giro per il mondo, quand’era giovane. Ha conosciuto Tenco, Nini Rosso, tanti altri. Ma parla poco: chiude gli occhi e si lascia trasportare: dalla tastiera del vecchio pianoforte.
Da Frank Sinatra a Solo me ne vo per la città, e Malafemmana, e Un’ora sola ti vorrei, e Farassino, Gaber, e Suona un’armonica mi sembra un organo che vibra per me e per te di Paoli, e Tenco, De Andrè: come un juke box.
Meglio di un juke box.
E ti senti bene, ad ascoltarlo, anche quando la musica fa male, nell’ascoltarla, ché ti riporta a un rimpianto, un dolore.

(E se la gente sa
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare).
Fino alle due, col dispiacere di doversi alzare, di salutare, ringraziare. E la voglia di tornare dentro, uscendo sulla strada.
Perché il pianoforte ha ripreso a suonare, nonostante avesse detto buonanotte.

un altro vecchio ronzino, dal vecchio blog.
perché il piatto piange e… il tempo ride: di me.
buona giornata

E poi: ringrazio Elena per questa recensione (su Dicono di Clelia).

E soprattutto: se andate a vedere qui troverete Piar Paolo Pasolini e don Lorenzo Milani; scusate se insisto, su don Milani soprattutto. Penso comunque che Pasolini e don Milani, a differenza di tanti intellettuali, avevano bene in mente che la scuola emargina gli ultimi. Ancora oggi?
Non ci sono più i figli dei contadini, poveri, oggi.
Oggi i figli dei più poveri non mettono da parte gli spiccioli per il pane o le sigarette. Nascono col cellulare in tasca, oggi, e non è colpa loro. Mi riferisco ai figli della periferia, quelli che di notte, se li incontri, ti fanno paura.

gran varietà

Su il Re-censore c’è questa intervista alla mia amica Sabrina Campolongo.
Tra le altre cose annuncia la prossima uscita di un suo libro, un giallo, per la casa editrice Historica, di Francesco Giubilei. Che, come alcuni di voi sapranno, ha sedici anni e si diletta a fare l’editore, quando torna a casa da scuola.
Allora, non ricordo come è andata, ma Francesco, tempo fa mi contattò; e tra breve (suppongo) uscirò anche io con Historica. Per la prima volta con una raccolta di racconti.
Tra questi ce n’è uno a cui tengo in particolare: Tamarri (che è anche il titolo della raccolta di racconti).
A scriverlo ho impiegato un giorno.
Ma i personaggi di quel racconto sono veri: conosciuti e frequentati per dua anni, in un bar – si può definire bar una baracca di legno? – di periferia.

Il prossimo romanzo, invece, esce con la Newton, ad aprile: e sarà anche questa una prima volta; la prima volta cioè che pubblico due libri con lo stesso editore.
A gennaio, comunque, per l’esattezza il 24, farò un’ultima (credo) presentazione de La donna che parlava con i morti. A Bologna. Mi presenterà la giovane e brava scrittrice Francesca Bonafini.

Poi. Il blog collettivo Via delle belle donne ha pubblicato una recensione, scritta da Morena Fanti, del mio primo libro: Il quaderno delle voci rubate.
Ringrazio Morena, in primo luogo.
Su Il quaderno delle voci rubate dico solo questo. Praticamente ha avuto solo mercato a Vercelli. Chi vuole lo trova in rete: su Orasesta c’è l’e-book.

Poi. Se vivessi a Roma giovedì 13 novembre andrei al teatro Olimpico, dove Eugenio Finardi proporrà un concerto-omaggio a Vladimir Vysotsky.
Copio incollo:
Le canzoni di Vladimir Vysotsky, artista russo insubordinato e ribelle, si vestono della voce di Eugenio Finardi e degli arrangiamenti di Filippo Del Corno eseguiti dall’ensemble Sentieri selvaggi, per una serata fondata sulle suggestioni della grande musica d’autore.
Strana chimera, improbabile incrocio tra uno chansonnier e un punk si potrebbe definireVysotsky (oVisockij 1938 – 1979), poeta, attore e musicista semiclandestino per i suoi testi graffianti, di critica feroce del regime stalinista. Oggi che l’Unione Sovietica non esiste più, le parole delle canzoni di Vysotsky, definite di “strada”, di “cortile” e di “malavita”, acquistano un significato universale di ribellione alle prepotenze del potere e di ricerca della libertà.

Dal momento che vivo a Vercelli, molto probabilmente venerdì andrò a Biella, che è a mezz’ora di macchina. Il mio amico Pier Michelatti, che è stato bassista di De André, propone un concerto: Faber per sempre.
Pier l’ho conosciuto quando Fabrizio De Andrè era ancora vivo.
Pier si commuove ancora parlando d lui.
E basta.
Buona giornata.

No.
C’è questa cosa qua su YouTube.
Penso sia una cosa triste da vedere: soprattutto per chi, come don Luisito Bianchi (…. se fossi papa brucerei il vaticano affinché rifulga la luce di Cristo), crede che la Parola sia al servizio degli ultimi.

scrivere recitando

scusate se vi parlo ancora della mia scrittura.
rispondo ad Enrico, al suo commento nel precedente post

enrico (MRT),
ci son cinquanta (o quaranta, o settanta, non so) autori che campano di scrittura, hanno mercato, attenzioni dei media, inviti, agenti che procurano loro traduzioni, collaborazioni, contratti per il cinema.
è un mondo lontano da me.
poi c’è un esercito: da quelli che vendono 10mila copie o le han vendute, ma son già dimenticati, a quelli che hanno pubblicato per un piccolo editore e venduto 300 copie.
c’è di tutto, qui.
chi sgomita, chi è frustrato, ma ci sono anche i generosi.
si passa da un libro all’altro sperando di raggiungere l’olimpo.
o forse no.
il mio sogno è poter continuare a scrivere, campare con poco vivere vicino al mare.
so di essere fortunato, so di avere, spesso, momenti di crisi.
una volta durante una presentazione persi il filo; c’era una voce dentro me che diceva, Che stai facendo?
forse per questo sono attratto dagli scrittori che hanno scelto, anche per timidezza, per scontrosità, inadeguatezza, l’autoisolamento.
però ho un ricordo, molto bello.
devo essere sincero fino in fondo.
il giorno in cui mi recai a milano per firmare il mio vero contratto da scrittore, con mursia.
ho un grande ricordo: del viaggio in treno da vercelli a milano, del percorso che feci, a piedi, dalla stazione centrale di Milano fino a Mursia.
poi altri, certo. fahrenheit, libro del mese ad agosto 2006 poi finalista del libro dell’anno, con Lo scommettitore.
ero finalista, ma nessuno lo seppe durante la trasmissione radiofonica (fu l’anno in cui vinse Saviano).
io li ringraziai, ma non andai.
poi la “chiamata” della Newton. Rosella Postorino ora Einaudi (ma allora alla Newton) e Raffaello Avanzini.
Vogliamo da te un libro come Lo scommettitore.
il contratto sulla fiducia (La donna che parlava con i morti era solo un’idea).
Ma il ricordo più bello resta quel viaggio verso milano a firmare il contratto, i ricordi più belli sono legati al ricordo delle notti, quando si scrive.
(la bellezza dell’amore non è l’essere amati ma l’amare, ha scritto Poe; la bellezza è sempre l’attesa. Quando Alessandro Magno ha conquistato il mondo, i suoi occhi, uno azzurro e l’altro nero, sono tristi. Che c’è oltre il Tigri e l’Eufrate?).
poi arriva la pubblicazione, il giudizio degli altri.
applausi, lanci di coltelli.
di tutto.
e poi si ricomincia.
e quando ricomincio, quando scrivo, va tutto bene: perché vivo meglio, la mia giornata ha un senso e se ho dei problemi li supero meglio.
scrivere è quindi bellissimo, ma scrivere è anche legato alla pubblicazione: certo, ma è cosa completamente diversa.
sei tu, con te stesso quandi scrivi.
a volte coi tuoi fantasmi a volte no, e qui t’arrabbi, perché la gente, poi, non capisce.
tutti pensano che tu ti sia messo dentro al libro. che tu abbia vissuto, o sognato di vivere.
invece – almeno per me – non è così.
lo è: a volte.
ma spesso io “recito” i miei personaggi.
scrivere, per me, è come recitare (e quando si recita, si mettono i panni, a volte scomodi, di altri. di un assassino, di un pervertito, di e di e di. Anna antichi è nata così…).

per esempio.
oggi, per gioco (o per esercizio) ho scritto questo… racconto? (sul blog di Camillo Sanguedolce, ho visto l’idea di postar racconti di cento parole)

L’infermiera è carina, altroché quel rottame di mia moglie, che piange e piange e piange. Ha occhi vivaci, l’infermiera, non come quel rottinculo di medico che pensa io sia ormai andato. Sì, mi resta poco da vivere, ma vedo gli alberi mossi dal vento, oltre al finestra, e vedo, ora, il bel culo – a mandolino – dell’infermiera. Mi fanno pensare, l’infermiera e il suo sedere, più degli alberi. Quando è stata l’ultima volta che l’ho fatto, e con chi? La prima (volta) è facile da ricordare, ma l’ultima? Deve essere stata triste, ma ecco l’infermiera: se muoio pensandomi tra le sue cosce sarò come un albero…

Mi piace immedesimarmi, quando scrivo: andare oltre. A volte – perché no? – provare perfin fastidio per ciò che mi sto’ raccontando.
a volte (il prossimo libro che uscirà per la Newton) arrivo addirittura a farmi male).
ma la vita è fatta di tutto.
ed è fatta, la vita, soprattutto di discorsi complessi e incompleti, interrotti.
ecco, io cerco di evitare questo: di semplificare.
cerco la vita nella scrittura. e nella lettura, anche.

di editoria, ancora

Ciao Remo, tu dici:”Un autore contemporaneo valido corre il rischio, oggi più di ieri, dopo la pubblicazione, di passare del tutto inosservato: perché resta poco in libreria, perché è…. in cattiva compagnia.
le cagate hanno sempre avuto successo, del resto”.
Verissimo. Mi è successo. E mi è successo pure che questo è stato uno dei motivi per cui l’editore mi ha scaricato malamente. Mai più un contatto, un tanti auguri alle feste comandate, un minimo di curiosità per qualche mio nuovo eventuale lavoro. Eppure mi sembrava di aver trovato, prima ancora che un editore, un amico. Silenzio. Uguale a quello degli editori a cui ho ricominciato a mandare i miei inediti. Credo che esista una nuova categoria tra gli scrittori, quella dei pubblicati bene (non a pagamento, con regolare contratto) che dopo il primo libro si ritrovano nella condizione di “aspiranti scrittori”. Ma l’unica cosa che mi dà gusto aspirare sono le mie Marlboro.
ha scritto Gianluca Pisapia (non fate come me che l’ho cercato su google non esiste; mi ha scritto, ha un altro nome), in coda al post Un certo “e” sui manoscritti.

Confermo.
E vado oltre. Poi, ci sono gli scrittori.
Mi ci metto anche io, faccio parte del meccanismo.
Chi vende ed ha successo non dice male dell’editoria, chi resta ai margini vomita.
Si va oltre: che c’entra Berlusconi con Mondadori?
Già: c’entra o non c’entra?
Comunque: ognuno si fa i fattacci propri.
A uno affermato che gli importa dei contratti capestro o della non lettura dei manoscritti. Lui c’è passato, ora tocca agli altri.
E vale lo stesso discorso per come vengono visti e definiti i lettori.
Se vendo (quindi mi apprezzano) non dirò che la gente compra solo schifezze figlie della tivù spazzatura; se non vendo, invece, dirò che stiamo toccando il fondo.
Perché dico questo.
Ho fatto una tesi su Achille Giovanni Cagna. Era bello e perdente, finché è rimasto ai margini dei salotti e dell’editoria. Poi, una volta ottenuti i riconoscimenti, niente più invettive (tant’è che ri-scrisse, smorzando).
Ecco, forse son sbagliati gli atteggiamenti opposti: chi santifica, chi inveisce.
Il problema di fondo è questo….
Elisa Bolchi, che è studiosa della Woolf e membro di Cabaret Bisanzio, proprio stamattina ha scritto:
Elisa traduce sognando un mondo nel quale i meriti vengano riconosciuti.

Le ho risposto: hai ragione.
Ho pensato a un mio amico scrittore che, giorni fa, mi ha telefonato e, sconsolato, mi ha detto: Smetto. Io (giudizio soggettivo) capisco il suo scoramento, perché lo ritengo bravo, più bravo di altri che son stati publicati.
Ma l’editoria ha le sue leggi, le ha sempre avute. Solo a volte ci sono editori folli che pubblicano autori che son validi ma che venderanno poco.
Anche ai tempi di Cagna e di Faldella (la casa editrice Interlinea di Novara ha pubblicato il carteggio tra i due), ai tempi, dicevo, di Cagna, Faldella, e quindi di un Salgari, un D’Annunzio, l’editoria mieteva vittime. Che ci son sempre state e sempre ci saranno.
Chi lamenta di non essere pubblicato pensi a Morselli, pubblicato post-morten, o a Primo Levi. Il primo vero editore di Se questo è un uomo (dopo il rifiuto Einaudi) fu un giornale sindacale del vercellese; e Levi aspetterà anni.
Torno ai vecchi scapigliati.
Faldella, autore più affermato di Cagna, lo rimproverava: di non frequentare i salotti letterari torinesi.
Niente di nuovo sotto il sole, mi sembra.
Magari allora si pubblicavano 2 libri al giorno e oggi 170. Magari oggi è peggio. Oggi, più di ieri, si bada molto al confezionamento del prodotto libro. Titolo. Copertina. (magari con occhi che guardano il possibile acquirente: sembra funzioni). Foto (patetiche) degli autori, magari scattate vent’anni prima (e venti chili prima).
Ma tanti meccanismi, mi pare, son rimasti quelli di sempre.
(E io, su Face, ad Elisa ho risposto: hai ragione, peccato che il merito, alla fin fine, sia solo una percezione).

Stamattina alla bancarella dei libri usati ho trovato due gialli di Renato Olivieri, di cui si legge poco e si dice poco. Si disse tanto di lui quando, saranno stati gli anni Settanta, il commissario Ambrosio, protagonista dei libri di Olivieri, divenne famoso grazie al cinema (anche se Ugo Tognazzi recitò più se stesso che il decadente Ambrosio).
Mi ha fatto piacere sentirmi dire dal venditore di libri che ero stato fortunato, perché, mi ha detto, i libri di Olivieri vanno a ruba.
C’è sempre il passaparola che, più dei critici, più della televisione, decreta il successo di un libro.
Il cacciatore di aquiloni, a prescindere dal valore del libro, divenne un caso editoriale solo grazie prima all’insistenza di una giovane editor, che fiutò il gran libro, e poi al passaparola.
Perché Il cacciatore cominciò a venedere tanto prima che la critica si accorgesse di questo libro.
E il passaparola, io dico, è una gran cosa.
Ho letto Saramago, ho letto Moccia. Chi ascolta, poi, decide: secondo il suo vissuto, la sua cultura, la sua non cultura.

(E a chi scrive dico che c’è solo una strada maestra da seguire: insistere. Senza perdere tepo nelle frequentazioni. Da quel che ho visto io posson servire, magari a comparire in un’antologia, magari a fari notare un po’, ma non son quelle che fanno).

Buona domenica.
Porto a spasso il cane e spero che la domanica calcisitica sia positiva per Fiorentina e Torino.

ronda fascista (in replica)

Io, e che ci vogliamo fare?, non amo gli assemblamenti: feste o cortei che siano. I cortei mi piacciono: ma senza di me. Comunque. E’ tempo di cortei, ora. Io dico finalmente. Che ne ho le cosiddette piene di ragazzi rincoglioniti da grandi fratelli, veline, vestiti griffati.
E poi. Mi sembra di ravvivare il clima ripescando questo vecchio post.
Io in un corteo. Qualcuno l’avrà già letto sul vecchio blog.
Ronda fascista.

Era il tempo delle mele, dei radicali che facevano comizi, dei militari del servizio di leva obbligatorio in libera uscita, delle ronde.
“Occhio la ronda” dissero alcuni militari che, quella sera d’estate di un bel po’ d’anni fa, erano in piazza a sentire un parlamentare radicale che aveva richiamato una alta percentuale di belle ragazze e, quindi, anche di militari.
“Occhio la rondaaaa”, troppo tardi. Uno di loro, mescolato ai manifestanti, non aveva sentito e fu prontamente preso in consegna dal terzetto: reo di non avere il basco in testa. Ché i militari, allora (oggi non so) il berretto dovevano averlo sempre in testa.

Il comizio stava prendendo una brutta piega.
E’ una provocazione fascista, urlò un radicale dal palco, e la piazza rispose con un boato di disapprovazione e uno slogan, poi: ronda fascista, ronda fascista, ronda fascista.
Aveva un che di musicale, quello slogan, pensateci, immaginatevelo: rondafasci(piccola pausa)sta.
Era un comizio radicale, sì, ma i presenti erano tutti di sinistra, anche estrema.
E nacque una manifestazione spontanea: tutti dietro ai tre della ronda (ronda fascista, ronda fascista) con l’obiettivo di liberare il militare beccato senza basco.
Ronda fascista ronda fascista dalla piazza alla caserma, dove il poveraccio fu messo, credo, agli arresti.
Ci asserragliammo davanti alla caserma, la presa della Bastiglia volevamo fare.
A presidiare l’ingresso, così da evitare la presa, furono mandati dei militari, ché prima c’era una guardia sola.
Baionetta in canna, urlò un ufficiale.
No, urlò un altro, aggiungendo, Via le baionette.
Ne intervenne un terzo: Baionetta in canna. E quelli sudati a togliere mettere, mettere togliere.

La folla, che pretendeva giustizia e la liberazione immediata del militare, rispose con uno slogan – creativo -: ronda fascista. Anche i militari mandati a difendere la caserma e il suo onore erano così definiti, dal libero arbitrio di quel movimento spontaneo di un centinaio di persone. Anche loro erano “ronda”.
“Fascista” naturalmente.
Ronda fascista ronda fascista con una sola variante: quando il parlamentare radicale si presentò per dire che aveva ricevuto rassicurazione dalle autorità militari che per il poveretto prelevato dalla ronda (fascista) non ci sarebbero stati provvedimenti disciplinari la folla si ribellò, e – attenzione che c’è la variante – urlò: radicali borghesi, radicali borghesi, radicali borghesi.
(Poco musicale: durò poco).

C’ero anch’io.
Davanti, ma non urlavo. Però c’ero.
Non urlavo perché ero dispiaciuto. Perché tra i militari che, baionetta in canna, facevano la guardia e avevano il compito di difendere la caserma c’era un amico mio. Un romanaccio, lontano parente di Venditti, mi aveva detto.
(Proprio quel giorno c’eravamo divertiti. Mi aveva raccontato di una lettera che un altro militare aveva scritto alla sua assicurazione, dopo un incidente. Iniziava così: Cara assicurazione, io sto bene e così spero di te).
Quando qualcuno gli gridava, magari sputacchiandogli in faccia, ronda fascista, lui mi guardava come a dirmi: chemminchia c’entro io, che son pure comunista?
Io con la testa gli rispondevo con un gesto come a dire, chemminchia ci posso fare io?
Comunque.
Dopo due ore ecco che dalla macchina della questura, lì a controllare, scendono quattro tipi che vanno a presidiare pure loro la caserma.
E io ero sempre in prima fila insieme agli anarchici e a un mio amico (che è adesso fa il medico, è un diesse, ha sposato una di forza italia, medico pure lei, e, a quel che mi dicono, son tutti e due un po’ stronzi).
Ronda fascista anche per i poliziotti della questura: ormai lo slogan era quello.
Tra i poliziotti, però, ce n’era uno che, ora ripensandoci, penso e dico che aveva parecchie cose in comune con schwarzenegger.
L’altezza, per esempio. E i muscoli. A un certo punto questo tipo comincia a menare cazzottoni e calci a vuoto, all’aria insomma. Minchia: una cosa che faceva paura. Altroché Bruce Lee.
Io e l’amico mio (ora medico, pare stronzo) però siam duri e puri e restiamo fermi.
L’altro amico mio, il militare messo di guardia, però mi fa: Girati.
Mi giro.
La folla è scomparsa.
Anarchici, radicali, marxisti leninisti, democristiani che non sapevano cosa fare: tutti, ma tutti tutti, al solo vedere schwarzenegger che menava calci e pugni al vento erano diventati centometristi. Ed erano spariti.
A schwarzenegger, che si stava dirigendo verso di noi con un’espressione punto carina, io e l’amico mio (ex amico, ora medico, pare stronzo) dicemmo: Adesso andiamo.
(Lo dicemmo con una certa educazione. E rispetto).
E in fretta, disse lui, annuendo.
Forse era anche il tempo del film Per grazia ricevuta, non ricordo bene bene.