scrivere recitando

scusate se vi parlo ancora della mia scrittura.
rispondo ad Enrico, al suo commento nel precedente post

enrico (MRT),
ci son cinquanta (o quaranta, o settanta, non so) autori che campano di scrittura, hanno mercato, attenzioni dei media, inviti, agenti che procurano loro traduzioni, collaborazioni, contratti per il cinema.
è un mondo lontano da me.
poi c’è un esercito: da quelli che vendono 10mila copie o le han vendute, ma son già dimenticati, a quelli che hanno pubblicato per un piccolo editore e venduto 300 copie.
c’è di tutto, qui.
chi sgomita, chi è frustrato, ma ci sono anche i generosi.
si passa da un libro all’altro sperando di raggiungere l’olimpo.
o forse no.
il mio sogno è poter continuare a scrivere, campare con poco vivere vicino al mare.
so di essere fortunato, so di avere, spesso, momenti di crisi.
una volta durante una presentazione persi il filo; c’era una voce dentro me che diceva, Che stai facendo?
forse per questo sono attratto dagli scrittori che hanno scelto, anche per timidezza, per scontrosità, inadeguatezza, l’autoisolamento.
però ho un ricordo, molto bello.
devo essere sincero fino in fondo.
il giorno in cui mi recai a milano per firmare il mio vero contratto da scrittore, con mursia.
ho un grande ricordo: del viaggio in treno da vercelli a milano, del percorso che feci, a piedi, dalla stazione centrale di Milano fino a Mursia.
poi altri, certo. fahrenheit, libro del mese ad agosto 2006 poi finalista del libro dell’anno, con Lo scommettitore.
ero finalista, ma nessuno lo seppe durante la trasmissione radiofonica (fu l’anno in cui vinse Saviano).
io li ringraziai, ma non andai.
poi la “chiamata” della Newton. Rosella Postorino ora Einaudi (ma allora alla Newton) e Raffaello Avanzini.
Vogliamo da te un libro come Lo scommettitore.
il contratto sulla fiducia (La donna che parlava con i morti era solo un’idea).
Ma il ricordo più bello resta quel viaggio verso milano a firmare il contratto, i ricordi più belli sono legati al ricordo delle notti, quando si scrive.
(la bellezza dell’amore non è l’essere amati ma l’amare, ha scritto Poe; la bellezza è sempre l’attesa. Quando Alessandro Magno ha conquistato il mondo, i suoi occhi, uno azzurro e l’altro nero, sono tristi. Che c’è oltre il Tigri e l’Eufrate?).
poi arriva la pubblicazione, il giudizio degli altri.
applausi, lanci di coltelli.
di tutto.
e poi si ricomincia.
e quando ricomincio, quando scrivo, va tutto bene: perché vivo meglio, la mia giornata ha un senso e se ho dei problemi li supero meglio.
scrivere è quindi bellissimo, ma scrivere è anche legato alla pubblicazione: certo, ma è cosa completamente diversa.
sei tu, con te stesso quandi scrivi.
a volte coi tuoi fantasmi a volte no, e qui t’arrabbi, perché la gente, poi, non capisce.
tutti pensano che tu ti sia messo dentro al libro. che tu abbia vissuto, o sognato di vivere.
invece – almeno per me – non è così.
lo è: a volte.
ma spesso io “recito” i miei personaggi.
scrivere, per me, è come recitare (e quando si recita, si mettono i panni, a volte scomodi, di altri. di un assassino, di un pervertito, di e di e di. Anna antichi è nata così…).

per esempio.
oggi, per gioco (o per esercizio) ho scritto questo… racconto? (sul blog di Camillo Sanguedolce, ho visto l’idea di postar racconti di cento parole)

L’infermiera è carina, altroché quel rottame di mia moglie, che piange e piange e piange. Ha occhi vivaci, l’infermiera, non come quel rottinculo di medico che pensa io sia ormai andato. Sì, mi resta poco da vivere, ma vedo gli alberi mossi dal vento, oltre al finestra, e vedo, ora, il bel culo – a mandolino – dell’infermiera. Mi fanno pensare, l’infermiera e il suo sedere, più degli alberi. Quando è stata l’ultima volta che l’ho fatto, e con chi? La prima (volta) è facile da ricordare, ma l’ultima? Deve essere stata triste, ma ecco l’infermiera: se muoio pensandomi tra le sue cosce sarò come un albero…

Mi piace immedesimarmi, quando scrivo: andare oltre. A volte – perché no? – provare perfin fastidio per ciò che mi sto’ raccontando.
a volte (il prossimo libro che uscirà per la Newton) arrivo addirittura a farmi male).
ma la vita è fatta di tutto.
ed è fatta, la vita, soprattutto di discorsi complessi e incompleti, interrotti.
ecco, io cerco di evitare questo: di semplificare.
cerco la vita nella scrittura. e nella lettura, anche.

di editoria, ancora

Ciao Remo, tu dici:”Un autore contemporaneo valido corre il rischio, oggi più di ieri, dopo la pubblicazione, di passare del tutto inosservato: perché resta poco in libreria, perché è…. in cattiva compagnia.
le cagate hanno sempre avuto successo, del resto”.
Verissimo. Mi è successo. E mi è successo pure che questo è stato uno dei motivi per cui l’editore mi ha scaricato malamente. Mai più un contatto, un tanti auguri alle feste comandate, un minimo di curiosità per qualche mio nuovo eventuale lavoro. Eppure mi sembrava di aver trovato, prima ancora che un editore, un amico. Silenzio. Uguale a quello degli editori a cui ho ricominciato a mandare i miei inediti. Credo che esista una nuova categoria tra gli scrittori, quella dei pubblicati bene (non a pagamento, con regolare contratto) che dopo il primo libro si ritrovano nella condizione di “aspiranti scrittori”. Ma l’unica cosa che mi dà gusto aspirare sono le mie Marlboro.
ha scritto Gianluca Pisapia (non fate come me che l’ho cercato su google non esiste; mi ha scritto, ha un altro nome), in coda al post Un certo “e” sui manoscritti.

Confermo.
E vado oltre. Poi, ci sono gli scrittori.
Mi ci metto anche io, faccio parte del meccanismo.
Chi vende ed ha successo non dice male dell’editoria, chi resta ai margini vomita.
Si va oltre: che c’entra Berlusconi con Mondadori?
Già: c’entra o non c’entra?
Comunque: ognuno si fa i fattacci propri.
A uno affermato che gli importa dei contratti capestro o della non lettura dei manoscritti. Lui c’è passato, ora tocca agli altri.
E vale lo stesso discorso per come vengono visti e definiti i lettori.
Se vendo (quindi mi apprezzano) non dirò che la gente compra solo schifezze figlie della tivù spazzatura; se non vendo, invece, dirò che stiamo toccando il fondo.
Perché dico questo.
Ho fatto una tesi su Achille Giovanni Cagna. Era bello e perdente, finché è rimasto ai margini dei salotti e dell’editoria. Poi, una volta ottenuti i riconoscimenti, niente più invettive (tant’è che ri-scrisse, smorzando).
Ecco, forse son sbagliati gli atteggiamenti opposti: chi santifica, chi inveisce.
Il problema di fondo è questo….
Elisa Bolchi, che è studiosa della Woolf e membro di Cabaret Bisanzio, proprio stamattina ha scritto:
Elisa traduce sognando un mondo nel quale i meriti vengano riconosciuti.

Le ho risposto: hai ragione.
Ho pensato a un mio amico scrittore che, giorni fa, mi ha telefonato e, sconsolato, mi ha detto: Smetto. Io (giudizio soggettivo) capisco il suo scoramento, perché lo ritengo bravo, più bravo di altri che son stati publicati.
Ma l’editoria ha le sue leggi, le ha sempre avute. Solo a volte ci sono editori folli che pubblicano autori che son validi ma che venderanno poco.
Anche ai tempi di Cagna e di Faldella (la casa editrice Interlinea di Novara ha pubblicato il carteggio tra i due), ai tempi, dicevo, di Cagna, Faldella, e quindi di un Salgari, un D’Annunzio, l’editoria mieteva vittime. Che ci son sempre state e sempre ci saranno.
Chi lamenta di non essere pubblicato pensi a Morselli, pubblicato post-morten, o a Primo Levi. Il primo vero editore di Se questo è un uomo (dopo il rifiuto Einaudi) fu un giornale sindacale del vercellese; e Levi aspetterà anni.
Torno ai vecchi scapigliati.
Faldella, autore più affermato di Cagna, lo rimproverava: di non frequentare i salotti letterari torinesi.
Niente di nuovo sotto il sole, mi sembra.
Magari allora si pubblicavano 2 libri al giorno e oggi 170. Magari oggi è peggio. Oggi, più di ieri, si bada molto al confezionamento del prodotto libro. Titolo. Copertina. (magari con occhi che guardano il possibile acquirente: sembra funzioni). Foto (patetiche) degli autori, magari scattate vent’anni prima (e venti chili prima).
Ma tanti meccanismi, mi pare, son rimasti quelli di sempre.
(E io, su Face, ad Elisa ho risposto: hai ragione, peccato che il merito, alla fin fine, sia solo una percezione).

Stamattina alla bancarella dei libri usati ho trovato due gialli di Renato Olivieri, di cui si legge poco e si dice poco. Si disse tanto di lui quando, saranno stati gli anni Settanta, il commissario Ambrosio, protagonista dei libri di Olivieri, divenne famoso grazie al cinema (anche se Ugo Tognazzi recitò più se stesso che il decadente Ambrosio).
Mi ha fatto piacere sentirmi dire dal venditore di libri che ero stato fortunato, perché, mi ha detto, i libri di Olivieri vanno a ruba.
C’è sempre il passaparola che, più dei critici, più della televisione, decreta il successo di un libro.
Il cacciatore di aquiloni, a prescindere dal valore del libro, divenne un caso editoriale solo grazie prima all’insistenza di una giovane editor, che fiutò il gran libro, e poi al passaparola.
Perché Il cacciatore cominciò a venedere tanto prima che la critica si accorgesse di questo libro.
E il passaparola, io dico, è una gran cosa.
Ho letto Saramago, ho letto Moccia. Chi ascolta, poi, decide: secondo il suo vissuto, la sua cultura, la sua non cultura.

(E a chi scrive dico che c’è solo una strada maestra da seguire: insistere. Senza perdere tepo nelle frequentazioni. Da quel che ho visto io posson servire, magari a comparire in un’antologia, magari a fari notare un po’, ma non son quelle che fanno).

Buona domenica.
Porto a spasso il cane e spero che la domanica calcisitica sia positiva per Fiorentina e Torino.

ronda fascista (in replica)

Io, e che ci vogliamo fare?, non amo gli assemblamenti: feste o cortei che siano. I cortei mi piacciono: ma senza di me. Comunque. E’ tempo di cortei, ora. Io dico finalmente. Che ne ho le cosiddette piene di ragazzi rincoglioniti da grandi fratelli, veline, vestiti griffati.
E poi. Mi sembra di ravvivare il clima ripescando questo vecchio post.
Io in un corteo. Qualcuno l’avrà già letto sul vecchio blog.
Ronda fascista.

Era il tempo delle mele, dei radicali che facevano comizi, dei militari del servizio di leva obbligatorio in libera uscita, delle ronde.
“Occhio la ronda” dissero alcuni militari che, quella sera d’estate di un bel po’ d’anni fa, erano in piazza a sentire un parlamentare radicale che aveva richiamato una alta percentuale di belle ragazze e, quindi, anche di militari.
“Occhio la rondaaaa”, troppo tardi. Uno di loro, mescolato ai manifestanti, non aveva sentito e fu prontamente preso in consegna dal terzetto: reo di non avere il basco in testa. Ché i militari, allora (oggi non so) il berretto dovevano averlo sempre in testa.

Il comizio stava prendendo una brutta piega.
E’ una provocazione fascista, urlò un radicale dal palco, e la piazza rispose con un boato di disapprovazione e uno slogan, poi: ronda fascista, ronda fascista, ronda fascista.
Aveva un che di musicale, quello slogan, pensateci, immaginatevelo: rondafasci(piccola pausa)sta.
Era un comizio radicale, sì, ma i presenti erano tutti di sinistra, anche estrema.
E nacque una manifestazione spontanea: tutti dietro ai tre della ronda (ronda fascista, ronda fascista) con l’obiettivo di liberare il militare beccato senza basco.
Ronda fascista ronda fascista dalla piazza alla caserma, dove il poveraccio fu messo, credo, agli arresti.
Ci asserragliammo davanti alla caserma, la presa della Bastiglia volevamo fare.
A presidiare l’ingresso, così da evitare la presa, furono mandati dei militari, ché prima c’era una guardia sola.
Baionetta in canna, urlò un ufficiale.
No, urlò un altro, aggiungendo, Via le baionette.
Ne intervenne un terzo: Baionetta in canna. E quelli sudati a togliere mettere, mettere togliere.

La folla, che pretendeva giustizia e la liberazione immediata del militare, rispose con uno slogan – creativo -: ronda fascista. Anche i militari mandati a difendere la caserma e il suo onore erano così definiti, dal libero arbitrio di quel movimento spontaneo di un centinaio di persone. Anche loro erano “ronda”.
“Fascista” naturalmente.
Ronda fascista ronda fascista con una sola variante: quando il parlamentare radicale si presentò per dire che aveva ricevuto rassicurazione dalle autorità militari che per il poveretto prelevato dalla ronda (fascista) non ci sarebbero stati provvedimenti disciplinari la folla si ribellò, e – attenzione che c’è la variante – urlò: radicali borghesi, radicali borghesi, radicali borghesi.
(Poco musicale: durò poco).

C’ero anch’io.
Davanti, ma non urlavo. Però c’ero.
Non urlavo perché ero dispiaciuto. Perché tra i militari che, baionetta in canna, facevano la guardia e avevano il compito di difendere la caserma c’era un amico mio. Un romanaccio, lontano parente di Venditti, mi aveva detto.
(Proprio quel giorno c’eravamo divertiti. Mi aveva raccontato di una lettera che un altro militare aveva scritto alla sua assicurazione, dopo un incidente. Iniziava così: Cara assicurazione, io sto bene e così spero di te).
Quando qualcuno gli gridava, magari sputacchiandogli in faccia, ronda fascista, lui mi guardava come a dirmi: chemminchia c’entro io, che son pure comunista?
Io con la testa gli rispondevo con un gesto come a dire, chemminchia ci posso fare io?
Comunque.
Dopo due ore ecco che dalla macchina della questura, lì a controllare, scendono quattro tipi che vanno a presidiare pure loro la caserma.
E io ero sempre in prima fila insieme agli anarchici e a un mio amico (che è adesso fa il medico, è un diesse, ha sposato una di forza italia, medico pure lei, e, a quel che mi dicono, son tutti e due un po’ stronzi).
Ronda fascista anche per i poliziotti della questura: ormai lo slogan era quello.
Tra i poliziotti, però, ce n’era uno che, ora ripensandoci, penso e dico che aveva parecchie cose in comune con schwarzenegger.
L’altezza, per esempio. E i muscoli. A un certo punto questo tipo comincia a menare cazzottoni e calci a vuoto, all’aria insomma. Minchia: una cosa che faceva paura. Altroché Bruce Lee.
Io e l’amico mio (ora medico, pare stronzo) però siam duri e puri e restiamo fermi.
L’altro amico mio, il militare messo di guardia, però mi fa: Girati.
Mi giro.
La folla è scomparsa.
Anarchici, radicali, marxisti leninisti, democristiani che non sapevano cosa fare: tutti, ma tutti tutti, al solo vedere schwarzenegger che menava calci e pugni al vento erano diventati centometristi. Ed erano spariti.
A schwarzenegger, che si stava dirigendo verso di noi con un’espressione punto carina, io e l’amico mio (ex amico, ora medico, pare stronzo) dicemmo: Adesso andiamo.
(Lo dicemmo con una certa educazione. E rispetto).
E in fretta, disse lui, annuendo.
Forse era anche il tempo del film Per grazia ricevuta, non ricordo bene bene.

le teste di minchia, parte seconda

Il mio post sul gatto lanciato da un’auto in corsa (le teste di minchia vere) ho visto che è stato rilanciato da Placida signora (in Placidi appunti).
Oggi, inoltre, quel post è stato commentato da una blogger.
Quel post è rimasto così, in sospeso. Il gattino è morto.

Le teste di cazzo (vere) ci sono sempre state. Quando ero bambino mio padre portò in casa un gattino bianco. Mia madre, però, non voleva saperne. Dopo un paio di giorni quel gatti scomparve.
Non mi diedi per vinto. Lo trovai: mio padre lo aveva parcheggiato in cantina, dove c’era la grande caldaia per il riscaldamento, allora a nafta. Così tutti i giorni andavo da lui.
Finché un giorno scomparve.
Allora, io abitavo allora in un bel palazzo, ma i miei, operaio mio padre, donna delle pulizie mia madre, erano “custodi”. Non portinai, custodi. Badavano a riscaldamento, ascensore, pulizia scale.
Davanti al palazzo c’erano case vecchie, povere, senza servizi. Da paura.
Le case dei terun, chiamati della grande industria che ora non c’è più.
E io andavo a giocare sempre dai ragazzi terun, che mi vedevano come quello che stava nel bel palazzo, così come i ragazzi del bel palazzo mi vedevano come uno che sta coi terun.
Coi terun facevo cose brutte: furti di caramelle, scontri tra bande, piazzarsi sotto le gate dei palazzi per vedere i culi alle signore e altro.
Coi terun ebbi una brutta esperienza. Una vlta litigai con una bambina, avrò avuto sette anni. Le dissi, Puttana.
Lei chiamò suo padre, io me la diedi a gambe. Mentre correvo, sentii un rumore ai miei piedi, quacosa di secco che strisciava: suo padre mi aveva lanciato un coltello (e mio padre, a questo mio racconto, non ha mai creduto).
Comunque.
Una volta trovammo un gattino morto, abbandonato. Gli facemmo il funerale, con tanto di corteo e sotterramento (in un vecchio quartiere, la Furia, che ora non esiste più), preghierina finale e croce sulla tomba.
Un po’ per gioco e un po’ no, credetemi.
Furono loro a dirmi del gatto bianco.
Un signore, padre di famiglia, uomo del nord, cattolico, lo aveva ucciso con una badilata.
Tra i terun e i veneti e i toscani e i sardi arrivati a Vercelli c’era di tutto. Quell’uomo non era un disperato. Era uno dei pochi ad avere la casa coi servizi; sua figlia studiava; ripeto, andava a messa.
Però ammazzò quel gattino, che mio padre, evidentemente, avevo lasciato andare.
Quei ragazzi poveri e figli della povertà, coi genitori analfabeti, alcuni di loro coi genitori che la sera bevevano e li picchiavano, sono diventati… di tutto: uno di loro per esempio è un truffatore, un altro ha un’azienda.
Ma volevano e volevamo, perché anche io mi sento un po’ terun, bene agli animali.
Quel signore, invece, era, a detta di tutti, un brav’uomo, per esempio non beveva e non bestemmiava e la sera non adva a giocare a carte al bar, e sua figlia era una brava ragazza.
Le teste di cazzo si nascondo bene, e stanno dovunque, credo.
E col passare degli anni ho visto, per esempio, che anche la violenza sulle donne non ha collocazioni geografiche o sociali precise. C’è, a volte, tra i cosiddetti benestanti e istruiti.
Certo, magari tra i figli della povertà c’era qualche calcio in culo di troppo. Ma non voleva dire, quello.
C’erano più gatti e cani tra quelle case povere che non in quella dove stavo io.

Post frettoloso, anche oggi. E’ festa, la città è deserta. Mi attende la redazione.

cristina

Di quei giorni uggiosi / che la tenda del crepuscolo / appanna ancor più di tristezza.
quando è necessità / forzare l’allegria
di quei giorni non sai / che per amare / è sufficiente esistere

da Il respiro della luna, Cristina Bove, Il Foglio;
il libro conclude con
(… e prima che la farsa sia finita / dammi respiro e ancora / un po’ di vita…)

un certo “e.”, sui manoscritti

grazie a questo aggeggio qua ho conosciuto gente.
sulla destra, come potete vedere, ci sono alcuni link con la maiuscola, altri con la minuscola.
la maiuscola è di quei blogger che ho incontrato, almeno una volta.
allora, dal momento che perdura un senso di vuotezza (cioé: nulla di furbo da dire) sono andato a ripescare dal vecchio blog.
e ho trovato un post, di due anni fa, che però non era farina del mio sacco.
Sull’invio di manoscritti alle case editrici.
era un copia incolla, di un intervento sul forum di fernandel di un certo e., che poi ho conosciuto (in Puglia).
non dico altro di lui – se vuol manifestarsi lo faccia -.
so solo che è un giovane, bravo editor. e altro.
per esempio scrive.
(e poi. se ri-posto c’è un altro motivo. nel 2006 i visitatori del mio blog erano un decimo rispetto agli attuali; solo che allora avevo cose da dire, ora no, son come una pila scarica).

la premessa è ’sono un lettore, ma mica un lettore così, no, un lettore di professione’, nel senso che leggo inediti per due case editrici e stilo delle schede di lettura.
ora, tralasciamo l’ambiente – case editrici, editori, soldi pochi, telefonate e mail del tipo ‘oh ma non mi mandi più niente? che abbiamo litigato?’, chi sa sa e chi non sa non sa.
voglio parlarvi degli autori esordienti. me n’è venuta voglia leggendo Remo sul suo blog (e commentando anche lì)

comincio con una domanda – che se mi dilungo la lettura si appesantisce e poi non ti leggono più, e io lo so che faccio il lettore, mica cazzi:
di cosa scrivono gli esordienti?
che riferimenti hanno? (lo so, che son due, ma alla fine è la stessa domanda)

risposta:
quello che mi trovo davanti è un esercito di teledipendenti. Mi spiego e sintetizzo:
la maggior parte di loro scive su
a) tutti quelli/e che mi son scopata/o, perché se c’è riuscita Melissa P. ci posso riuscire anch’io
b) cartoni anni 80, Candy C., Goldrake, Lady Oscar
c) tutti i cartoni anni 80 che mi sono scopato/a
e) reality, esistenti o inventati
d) flussi di coscienza indecifrabili – ovvero non hanno presente cosa sia una struttura narrativa.

seconda premessa (l’ho fatta la prima, non ricordo?):
quelli che leggo non sono quelli che sono andati alla Holden, rappresentati dalla Nabu, pubblicati Fandango. Sono semplici ’scrittori’ col romanzo nel cassetto che non sanno che farsene e lo mandano in giro o autori già pubblicati da ‘noi’.

insomma – e qui finisco, magari riprendo in seguito, se interessa – si fa presto a dire che c’è un esercito di minimalisti in giro (ecco il perché del titolo moooolto intelligente), di gente che si mette a copiare Carver perché fa figo; o di novelli autori meta e fiction…
magari, vi dico, perché, almeno avrebbero dei riferimenti ‘letterari’ – poi i riferimenti posso piacere o meno, ma almeno uno dice ‘ok devo scrivere un libro, che copio? ma copio un libro, no?!

la verità?
quasi tutti hanno letto al massimo i promessi sposi. Poi hanno visto un bel pò di film e passano un bel pò di ore davanti alla tivì – diamine, almeno scrivessero dei simpson o di ‘avere vent’anni’ o blob (e qui faccio un pò lo snob). Che tutti scrivono e pochi leggono, che se uno legge e legge bene ci pensa mille volte prima di scrivere un romanzo.

e.

memoria ballerina

il 10 maggio 2006 scrissi un post sul vecchio blog, che ora riporto.
ci dice anche, quel post, di quanto sia ballerina la memoria

Pomeriggio che è quesi sera, mancano poche ore a capodanno. Lei, la bambina, segue buona buona il gruppo di adulti che ha deciso di concedersi alcuni giorni dai sapori e colori toscani. Sono sul corso che conduce alla parte vecchia, che è in alto, dove ci sono la piazza il duomo e i giardini.
E’ sovrappensiero la bambina, gli adulti non dicono cose interessanti.
All’improvviso, su quel corso di gente elegante e di strette di mani e di auguri, compare una macchinina elettrica che sembra un trattore; la conduce un bambino di pochi anni, cinque al massimo. Suo padre, probabilmente il padre, un omone con la barba e un maglione rosso, segue, con noncuranza. La macchinina-macchinona-quasi-trattore è grande e faceva rumore, la gente si volta a guardarla, e va piano piano, la gente ha tutto il tempo di guardare e dire e dire e guardare.
Guardano tutti, tutti si girano: quelli del posto e quelli di lontano, come appunto il gruppo di adulti con la bambina.
I commenti si sprecano. Qualcuno dice: Quando sarà grande cosa gli regalerà? un aereo?
Qualcuno ride.
Qualcuno dice, Dove si andrà a finire?
La bambina non dice nulla. Guarda anche lei, come tutti. Poi sente la mano di suo padre sulla spalla, è un segnale tra loro. Lui le doveva dire qualcosa.
«Non stare ad ascoltarli. E se quel bimbo avesse una malattia e suo padre avesse voluto fargli un regalo grande grande per Natale?».
Suo padre è strano, la bambina lo sa. Il padre più strano è toccato a lei. Al mattino, quando fa colazione, non c’è, dorme ancora. La sera è sempre in giro.
Però la bambina, quel giorno, prese nota.

(sempre a maggio 2006 scrissi):
Perché mi è venuto in mente questo ricordo.
Perché l’avevo perso: almeno in parte.
Mi ricordavo la scena, ricordavo anche di avere dissentito dal giudizio degli altri.
Non ricordavo di averlo detto alla bambina.
E’ stata lei a dirmelo, e dirmi che l’aveva colpita quella mia ipotesi.
La bambina oggi è una donna. Ha un suo mondo.
E’ combattiva, prende posizione, spesso. Ma non giudica. E io un po’ di questo ne vado fiero (poi ci sono tante cose di cui non vado fiero: ma è meglio stendere il classico velo pietoso, su questo…)

giorni

Stamattina, bevendo il caffè e il cielo grigio grigio ho pensato: Sapravviverò a tutto quello che debbo fare oggi, nei prossimi giorni e mesi?
Il martedì mattina non lavoro. Ero a casa.
Mentre bevevo il caffè è squillato il cellulare. Cose di giornale. Un’alta carica dello Stato mi chiedeva spiegazioni.
Poi, ho dovuto io telefonare a un’altra persona: Che non si sente tutelato dallo Stato (anni fa denunciò i suoi usurai). Gli ho detto: Mettiti in contatto, forse qualcosa si muove.
Mentre sorseggiavo il caffè avevo davanti il pc.
Nell’ordine, dovevo vedere gmail, questo blog e facebook. Era ancora a gmail. Una decina, forse meno, di messaggi.
Quando passo al blog arriva la terza telefonata: di un esponente dei “grillini” locali. Lo ascolto, mi dice che mi verrà a trovare. Ha cose importanti da dirmi.
Torno al pc, risuona il telefono.
Arriva una storia.
Brutta, che non posso raccontare ora, la racconterò.
Di malattie, morte, di fedeltà: di qualcuno, e lo sta facendo da anni, che ha deciso di trascorrere tutte le sue ore del giorno davanti a una persona in coma.
Una stopria tremenda, come ce ne sono tante, che ascolto senza dire, una storia confinata, chiusa, reclusa in una casa.
Ve la faccio intravvedere.
Una signora anziana, moribonda in coma, assistita ventiquattro ore su ventiquattro dalla figlia.
La figlia vuole così: è gratitudine. Perché vent’anni fa era stata sua madre a vegliare qualcun altro.
Torno al pc, altri quindici minuti.
Poi esco, vado a prendere il secondo caffè e rifornirmi di nicotina, camel light e antico toscano è l’abbinamento di oggi.
Sento, quando entro al solito bar, persone che si scambiano le rispettive preoccupazioni, i loro guai.
Ché i piccoli guai, pagare il dentista, denunciare il vicino, portare a risuolare la scarpe dal calzolaio, son comunque guai.
Il cielo grigio, comunque, dà man forte alle lamentazioni.
Anche a quelle inutili: sul tempo per esempio.
Passo davanti a due signore. Intercetto. Una sta raccontando all’altra della sua artrite. Va già bene, son fortunato, penso, ché ci sono alcuni che escono di casa solo per raccontare di malattie, magari atroci, magari altrui. Meglio se altrui, ché son più gustose da raccontare.
E poi. Incrocio uno che non è un politico, ma che sta per prendere il patentino, ché tra qualche mese, qui, si vota, e quindi anche lui dirà, insieme ad altri, che ha la bacchetta magica per risolvere ogni problema e quindi, intuisco, che se mi vede son perduto, se mi vede di sicuro mi racconta quanto è bravo lui e, confidenzialmente, mi dice quanto incapaci e disonesti sono gli altri.
Penso che devo evitarlo, perché so già che gli domanderei: Che hai fatto in questi quattro anni?, rispunti ora perché si vota un’altra volta?
Mi infilo in un altro bar, son salvo, non mi ha visto. Il barista si lamenta, non è giornata penso, si lamenta, dicevo, perché la cassa è bloccata, non può rilasciare scontrini, però in un tavolino c’è una ragazza quasi donna che, parlando al cellulare, ride, ride forte.
Non è sguaiata, anzi, ma si sta divertendo.
Il proprietario barista non ci fa caso, sta smadonnando in silenzio, lui.
Io, aspettando che si degni di farmi il caffè, sento la risata, che non è sguaiata, è bella, sa di sole e mare, insomma.
Buona giornata

la mosca

A volte scrivo solo per scrivere. Qualche riga che è solo un puro esercizio, di scrittura e fantasia. Quello che riporto, ora, è un esercizio, senza presunzione d’essere definito raccontino o altro. Ne avevo una dozzina così, forse di più. Salvati su due pc che, recentemente, ho dovuto far riformattare, causa virus.
E’ l’esercizio superstite, insomma.
Buon lunedì.

Era l’ultimo autobus in servizio. Solitamente prendo quello prima, un po’ affollato, ma ieri sera ho fatto tardi tornando dal lavoro. Tardissimo. Mentre stavo per salire ho avuto l’impressione che fosse deserto. E invece, in fondo, sembravano appallottolati, c’erano un uomo, fra i trenta e i trentacinque, grassottello ma elegante, e una donna, un po’ più anziana, quaranta, magari anche quarantacinque, ma carina. Una coppia piuttosto insolito, dunque. Lei era dolce con lui. Molto. Lui era preso dai suoi pensieri. Lei guardava lui e lui guardava il traffico e quindi non hanno fatto caso a me.
Li ho osservati bene, invece, io.
Ma a un certo punto ho avuto voglia di piangere, così ho smesso di guardarli. E mi son seduto davanti, vicino al conduttore. Non li vedevo, ma sentivo la loro presenza. Il loro calore. E avevo tanta voglia di piangere. Ho rovinato tutto, la mia vita è una rovina. Pensavo di essere forte, di poter fare a meno degli altri, e di lei. Il problema è che io sono un gran bastardo. A volte la volevo accanto, a volte no: perché io voglio essere padrone della mia libertà. Fare tutto quello che voglio fare, perché si vive una sola volta. E così…

Però anche tre giorni fa, era domenica, è successa una cosa folle. Alla mia testa, a me. Appena sveglio, sentivo qualcosa di diverso: e c’era il solito silenzio opprimente di un residence un po’ isolato. Non avevo voglia di alzarmi, né sentivo l’urgenza del primo caffè e della prima sigaretta. Non avevo voglia di niente: né di rimettermi a dormire, né di uscire, né di niente. Così mi son messo a guardare il soffitto e mentre guardavo, a un tratto, ho sorriso. Non ero solo, ho sorriso, ho sorriso, cazzo, a una schifosssima mosca che mi importunava i capelli, la fronte, la testa tutta, e io mi son lasciato importunare, senza cacciarla.
A una mosca ho sorriso.

a proposito di face

a volte succede che un estraneo ci rivolga la parola.
il vicino di ombrellone, o quello che siede insieme a te nello stesso scompartimento, oppure facendo la coda da qualche parte.
a volte per strada.
ognuno di noi ha reazione diverse.
io saranno dieci anni che dico due cose: che sono stufo di parlare di me, che sono stufo di conoscere gente.
sono anni che mi dico, Ascolta, e basta.
il blog ha stravolto quei miei pensieri (ché comunque puntuali ritornano).
perché la rete ti fa conoscere gente e fa si che la gente conosca te (più il blog che face).

oggi sono passato davanti a un convento di suore di clausura.
sono entrato, perché era l’ora de vespri, no, no, sono entrato perché, da fuori, ho sentito una voce celestiale.
allora, io sono agnostico, e son critico, e tanto, con la chiesa ufficiale.
però è successo che oggi io ho solo guardato, e ascoltato.
ho ascoltato i vespri cantati ho guardato quelle suore, lontane da me una ventina di metri.
alcune, le più anziane, ho quasi percepito che non gradissero il mio sguardo curioso.
lo sguardo, però, si è andato a posare su una suora giovane, bella, credo la più bella suora che io abbia mai visto.
e qui mi fermo.
voglio fermarmi.
io non conoscerò mai lei, lei no conoscerà me.
non le potrò mai domandare…
ma noi possiamo domanre alla luna, al sole, alla notte, alla vita, alla morte?
possiamo indignarci: per la cacca di un cane o perché qualcuno non scrive in italiano, e magari non ci indigniamo perché ogni giorni ne muiono tre nelle fabbriche e nei cantieri, e non ci indigniamo se ci avvelenano l’aria.

io credo che su face ognuno fa quel che si sente di fare, magari interrogandosi magari no.
uno può decidere di non voler dare confidenza al primo venuto, un altro invece sì.
mi sto interrogando, io su face.
ho detto sempre di sì alle richieste di amicizia.
poi credo di aver fatto delle richieste di amicizia un tanto al chilo: vedevo un intervento che mi piaceva, oppure ritenevo che certe affinità (scrittura, blog, giornalismo, ma anche teatro, o politica o luoghi) potessero risultare interessanti.
settimane fa ho depennato una cinquantina di persone, quasi tutte richieste fatte da me.
ma, anche qui, è giusto che ora mi fermi.
i miei parametri non sono i parametri degli altri.
penso che alla fin fine sia giusto fare quel che ci sentiamo di fare.
penso che sia ridicolo, però, dire che ci sono parametri giusti oppure sbagliati.
io so mica se son giusto

PS do per scontato che tutti diano… per scontato che il termine amico è infelice.
qualcuno, invece, ha sostituito il termine amico con conoscente: è comunque un parametro.
qualcuno, ho visto, usa face (e la rete in genere) per lecchinaggio; lo sconsiglio: peggiora l’alito e, per esempio nell’editoria, dà risultati ridicoli o quasi.

un eroe vero

succede che piove, qui, a cortona, e il cielo è grigio, quasi come in padania.
succede che quindi son qui, internet point, anche perché la mia connessione tascabile è più lenta di quella telefonica.

nei miei cinque romanzi cortona c’è in due: in uno non si vede, nemmeno citata, nella’ltro, cioè l’ultimo, invece sì.
in realtà c’è un romanzo che vorrei scrivere, ma qui.
mi basterebbe una settimana.
(poi certo, dovrei riscrivere).
ce l’ho in testa.
la storia di un proprietario terriero, socialista, amato dai mezzadri, disprezzato (a volte inseguito) dai fratelli in camicia nera, che volevano bastonarlo.
un po’ pazzo, un eroe a modo suo.
uno che rinuncia ad onorare ed amare il padre perché il padre è uno sfruttatore di contadini non è forse un eroe?
ho raccolto solo testimonianze orali, su di lui.
avrei bisogno anche di respirare l’atmosfera del podere dove visse, e di sfogliare il giornale locale che c’è qui, l’etruria, oppure altro.
la traccia di questo romanzo ce l’ho stampata, da anni, in testa.

ecco, quest’uomo era un esempio di socialismo vero.
i suoi mezzadri, meglio, i figli dei suoi mezzadri, non pativano la fame.
non li sfruttava, anzi.
e loro lo ripigavano: proteggendolo dalla ritotrsioni dei fascisti…
l’hanno conosciuto entrambi i miei nonni.
uno, quello materno, era un suo mezzadro, l’altro, il paterno, un amico.

anni fa, qui a cortona interrogai un contadino su di lui. un vecchio contadino, ora morto.
successe questo.
io parlavo e quello, il contadino, mi guardava divertito.
pensai: ho sbagliato contadino, questo è scemo.
no, era solo sordo.
quando gli spiegai, urlando, di chi volevo che lui mi raccontasse vidi che si aggrappò al bastone, si alzò in piedi e, serio serio, pronunciò con rispetto il nome di quel proprietario terriero che, durante il fascismo, non solo si disse socialista ma applicò, per quel che poteva, il pensiero socialista al suo vivere.

ha smesso di piovere, il cielo sta diventando il cielo di Gino Severini (che disse, se non fossi nato a cortona, sotto questo cielo così intenso, forse non sarei diventato pittore….)
mi scollego, vado.
buon sabato

le teste di minchia: vere

Un vecchio collega diceva sempre, Ci son due cose che nella vita non ti tradiranno mai, i libri e i cani. I libri però, aggiungeva, hanno il vantaggio che non li devi portare a fare pipì.
Ho avuto un cane, Barone.
In ogni cane che avrò vedrò sempre lui. Me lo sono regalato quando mi sono laureato. Per causa/merito suo ho rinunciato a ferie, diversi anni. Ho passato diverse estati a Vercelli e sono estati che ricordo volentieri: a passeggiare con Barone sugli argini del fiume Sesia.
Era un cane anarchico e dispettoso. E casinista.
Era simpaticissimo.
Una notte, ero solo, quindi, gli dissi, dai vai a fare un giro e poi torna,
andò, tornò un’ora dopo. Aveva un pollo allo spiedo tra i denti, probabilmente recuperato da un vicino supermercato. Da un cassonetto?, chissà.
Quando mi separai, restò con la mia ex moglie e mia figlia. Non potevo fare altrimenti. E’ morto lo stesso giorno in cui la Newton Compton annunciò l’uscita da La donna che parlava con i morti.
Pensai a lui, prima di dormire.
Avevo una gatta, con lui, Lilli. E’ stata la gatta che mi ha fatto compagnia gli anni, duri, di studio di notte e lavoro di giorno. Mi faceva bestemmiare, a volte (da buon toscano a volte bestemmio). Ché voleva salirmi in braccio mentre studiavo. Per farla scendere accendevo una sigaretta o un sigaro e lei, che non sopportava, scendeva.
L’abbiamo sepolta io e mia figlia alcuni anni fa. Aveva ventun anni quando è morta.
Ora ho un cane che sembra un lupo ma lupo non è, e che era di mio fratello Moreno.
Quando Moreno morì non volli che finisse in canile. Io lo ospito, mio padre lo porta a spasso tre volte al giorno (io non posso, causa lavoro). E’ un cane buono e triste. Io, a volte, penso che lui abbia come il sospetto che son legato al ricordo di Barone.
Si chiama Toby, lui.
E’ attacatissimo a Francesca, mia moglie, e a mio padre. A me guarda strano, Toby. S’interroga.
Lo ripeto per chi non sa: mio fratello, ossia il padrone di Toby, è morto nell’agosto del 2005: facendo… l’acrobata è caduto nel vuoto, dal quarto piano.
Toby non c’era, non poteva sapere.
Un anno dopo la morte di Moreno, del tutto casualmente mio padre ha portato Toby nel cortile dove il corpo di mio fratello cadde. E vide, mio padre, che Toby andava propio lì, in quel punto, eppure il cortile non è piccolo piccolo.
Mesi fa ci son passato anche io, con Toby: e ho visto. Lui va lì, in quel punto esatto, su cui ha piovuto, nevicato, su cui son passate cento persone.
E poi ho un gatto, che ho chiamato Mioumiou e di cui ogni tanto parlo, qui, perché scappa.
Mi piace Mioumiou: perché è un gatto testadimincia, un po’ come testadiminicia era Barone: testone, casinista, ribelle.
Finisco col gatto che non è mio, ma di cui ho parlato: prima pagina del giornale che dirigo.
Lanciato da un’auto in corsa.
Ecco, poi ci sono le teste di minchia vere, pericolose.
Guardate un po’.
E buona giornata.