E se non avrai da fare niente di particolare… scrivi

Dal momento che, per motivi vari, nove su dieci non andrò né al mare né a Cortona, e dal momento che non mi piace andare in piscina e che mi annoio a passeggiare per Vercelli (mi manca la compagnia del mio cane Blu, morto il 20 aprile) ho pensato di tornare a scrivere.
Anzi, con un po’ di difficoltà ho già iniziato.
Stavolta, però, c’è una novità nella mia testa: non mi importa che piaccia. Diciamo che non scrivo per nessuno, un giallo ambientato nel mondo del basket a chi può interessare oltre a me stesso.
Insomma, scriverò per passare il tempo, punto.
Non sogno più di diventare uno scrittore…

Anni fa, mi avessero, chiesto: preferisci continuare a fare il giornalista (ben pagato, dirigevo un giornale) o vorresti fare lo scrittore a tempo pieno per un terzo o un quarto di quanto percepisci adesso?, non avrei avuto dubbi.
E comunque: mai pensato, in passato, di diventare uno scrittore di successo. Uno di quelli a cui gli scrittori e le scrittrici di successo danno del tu, guardando dall’alto in basso gli altri aspiranti scrittori.
Ma di vivere pensando soprattutto alla scrittura sì, ci ho sperato per trent’anni circa.
Ora scriverò e quando non scriverò ripenserò alle passeggiate con il mio cane e alla prossima stagione di basket di mio figlio. E anche al mare e a Cortona.

Sul mio profilo Facebook un paio di anni fa avevo scritto: Da piccolo sognavo di diventare uno scrittore. Ora sogno una casa davanti al mare, in un piccolo paese…
Confermo (in passato dicevo spesso: Per me scrivere è come respirare…)

Ti racconto una pagina della mia vita, ho detto a mio figlio

Una pagina della mia vita. Mi è tornata in mente parlando con mio figlio, che sa di me giornalista e scrittore. Della mia laurea in lettere. Del mio impegno politico a sinistra culminato con la mia candidatura a sindaco per Sel e una lista Civica e poi del mio allontanamento da una sinistra favorevole al green pass.
Mio figlio mi ha chiesto dei miei sette anni in fabbrica, dopo il diploma. Volevo cambiare il mondo, per questo era andato a lavorare in una multinazionale giapponese che produce cerniere. Ma mi ero subito distinto come sindacalista: preferii la Cisl di Carniti a una Cgil troppo filo Pci.
C’è una pagina della mia vita da operaio che mi commuove, che mi fa venir la pelle d’oca, ho detto a mio figlio.
Racconta, mi ha detto. Gli ho raccontato.
Lavoravo in un reparto dove si facevano le cerniere lampo di nylon. Turno giornaliero: dalle 8 alle 12, poi dalle 13 alle 17.
Un giorno ci dicono che è aumentata la richiesta di cerniere, ci saranno due turni, quello del mattino (6-14) e quello del pomeriggio (14-22).
C’era un caporeparto italiano, c’era un meccanico, c’erano gli operai (mi pare fossimo una quindicina) e c’era il responsabile giapponese. Controllava tutto. Era una brava persona, ma non vedeva di buon occhio mio impegno come sindacalista. Una volta, in seguito al licenziamento di due operai in prova, organizzai uno sciopero con tanto di manifestazione davanti alla fabbrica e blocco del traffico per pochi minuti sulla tangenziale che da Vercelli porta a Casale.
Torno al lavoro, ai due turni che avremmo dovuto fare. C’era un meccanico, ora ne occorrevano due, uno per turno.
Il meccanico era mio amico, e mi insegnò a farlo. Diventare meccanico per me – e per chiunque lo fosse diventato – significava un passaggio di categoria (dal terzo al quarto livello) e a un piccolo aumento di stipendio.
Venne il giorno della nomina. Il responsabile giapponese domandò al meccanico se ne aveva individuato un altro, e lui indicò me. Il responsabile giapponese scosse la testa e disse: Bassini comunista. Non gli andavo bene.
Arrivò una scena da film. Il giapponese sospinse il carrello con gli attrezzi da meccanico verso un operaio, chiedendogli se voleva fare il meccanico. Era magro, alto due metri, gentile con tutti. Rispose: No grazie, deve farlo Bassini. Il giapponese indispettito si rivolse a un altro, e poi a un altro ancora. Stesso risposta, da parte di tutti…
Per la verità uno su 15 avrebbe voluto accettare. Lo sapevano tutti. E poi non gli piacevo, non faceva mai sciopero. Però non ebbe il coraggio di accettare. Disse solo No grazie.
Tutti gli altri fecero il mio nome. Rinunciando a un piccolo ma importante aumento di stipendio.
Era il 1981 o il 1982 non ricordo. Ma quella pagina della mia vita non posso dimeticarla.
Forse era un mondo che non esiste più.