17 euro di… incipit

Sei libri, 17 euro, al mercato dell’usato che c’è ogni prima domenica del mese qui da me.

(Non ho mai letto Jorge Amado)
Vadinho, il primo marito di dona Flor, morì a Carnevale, una domenica mattina, mentre ballava un samba vestito da baiana in Largo 2 Luglio, non lontano da casa sua.
Jorge Amado, Dona Flor e i suoi due mariti, Garzanti 1977

(Un libro letto tanti anni fa, dimenticato; e non ricordo se l’avevo preso in biblioteca o in prestito da qualcuno)
Mi sento sempre attratto dai posti dove sono vissuto, le case e i loro dintorni. Per esempio, nella Settantesima Est c’è un edificio di pietra grigia dove, al principio della guerra, ho avuto il mio primo appratamento newyorkese.
Truman Capote, Colazione da Tiffany, La biblioteca di Repubblica.

(Un libro letto a sedici anni. Me ne innamorai. Fu il primo di Remarque. Poi vennero gli altri. Poi successe che questo libro lo persi. Erano dieci anni e forse più che lo cercavo, specie nelle bancarelle. Lo carcavo io ma non ero solo: avrò ricevuto dieci mail – ne ricordo una di un tassista di Genova – che mi chiedevano: Ma tu sai dirmi come faccio a trovare una copia de L’obelisco nero? Non volevo credere ai mio occhi quando l’ho visto: edizione del 1971, nuovo. Credo che non sia stato nemmeno sfogliato).
(Tra i miei 50 libri preferiti questo c’è).
Il sole entra luminoso nell’ufficio della ditta di monumenti funerari Heinrich Kroll e figli. E’ l’aprile del 1923, e gli affari vanno bene.  Vendiamo molto e, di conseguenza ci impoveriamo; ma che fare? La morte è inesorabile, non si può allontanarla, e il dolore degli uomini richiede monumenti, monumenti di arenaria o di marmo e, se il rimorso e l’eredità sono grossi, di costoso granito nero svedese lucidato da tutte le parti.
Erich Maria Remarque, L’obelisco nero, Mondadori

(Allora, questo volevo ordinarlo, ché me ne han detto bene. A volte succede di trovare in bancarella libri nuovi, magari un po’ rovinati. Di Valetr Binaghi, comunque, trovate con più facilità il suo giallo pubblicato da Sironi, I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano. Comunque).
Il tossico che si è venduto tutto per la roba (prima i dischi d’epoca, i libri, i vesiti, l’orologio, la catenina della prima comunione, perfino i mobili, e poi i gioielli della madre che l’ha buttato fuori, adesso dorme in una casa occupata su un materasso bisunto, dall’altra parte della parete una coppia di disperati come lui, loro almeno stanno insieme ma non scopano mai, li sentirebbe) il tossico è la sceneggiatura parodiata da un demone della parabola del Vangelo (ricordate? quella del mercante che trovata la perla preziosa vende tutto ciò che ha per averla).
Valter Binaghi, Devoti a Babele, Perdisa

(Con Remarque e Boll e Scott Fitzgerald, John Steinbeck è uno dei miei scrittori preferiti di quando avevo diciassette anni e d’ggi. Tra i miei cinquanta libri preferiti c’è, di sicuro, L’inverno del nostro scontento. Questo invece non l’ho ancora letto).
Quando la guerra arrivò a Monterey e a Cannery Row tutti più o meno combatterono, in un modo o nell’altro. Quando cessarono le ostilità ognuno aveva le sue ferite.
Le ditte produttrici di scatolame condussero la guerra facendo sospendere le restrizioni sulla pesca e acchiapparono tutto il pesce. Fu fatto per motivi ptariottici, ma i pesci non tornarono più.

John Steinbeck, Quel fantastico giovedì, Oscar Mondadori.

(Avevo comprato, tempo fa, un libro di Danila Comastri Montanari. Bene, anzi male, ché non lo trovo più. IN attesa che risalti fuori….).
Comodamente sdraiato su un divano del tablino, il senatore Publio Aurelio Stazio sorbiva a piccoli sorsi il Falerno caldo della sua coppa, annuendo di tanto in tanto. Pomponia parlava da quasi un’ora, e il patrizio era ià stato edotto su tutti gli scandali dell’Urbe, a partire da quelli che coinvolgevano la disinvolta imperatrice Valeria Messalina.
Danila Comastri Montanari, Parce Sepulto, la terza indagine di Publio Aurelio Stazio, Hobby & Work.

PS. Ci sarò solo di notte, e a notte inoltrata, per quache giorno, qui. A volte la vita, specie quando fa male o fa le bizze, corre altrove.
Buone cose.

le ambizioni, il tempo, la morte. E il mare

Sono andato a vedere il film Parigi, di Cédric Klapisch (in un vecchio cinema di Vercelli: eravamo in quattro; oramai o multisala o sky).
Ci sono andato perché mi piacciono i film francesi, mi piace Parigi, mi piace Juliette Binoche (splendida in Film blu e ne Il paziente inglese).
Allora.
Nell’ultimo post avevo scritto che prima ho poi avrei manifestato le mie ambizioni.
Posso farlo in due modi. O parlando della mia famiglia, oppure del film.
Chiudo gli occhi e improvviso, ora.

Due mesi fa. Mio padre incontra una delle persone più ricche della città. Parlano, perché si conoscono da anni. Mio padre, che certe volte dice la prima cosa che gli passa per la testa e va fuori tema, dice:
Senta, tanto fra un po’ d’anni io e lei saremo sottoterra, lei con tutti i suoi soldi, io senza.
Andiamo indietro nel tempo. Il 1930, o comunque da quelle parti.
Mio nonno, cioé il padre di mio padre, gioca a carte. E quando il gioco si fa duro i duri osano. Bene, mio nonno Beppe giocò e perse la casa, in una sera.
Da piccoli proprietari, ma la casa non era piccola, divennero mezzadri.
Eppure io so che non ne fecero una tragedia. Se penso a una persona allegra spensierata io penso a mio nonno. Fumava come un turco, o pipa o toscani. Sorrideva sempre, non si radeva quasi mai, e quando è morto, aveva 89 anni, è morto bene: mentre lo portavano all’ospedale di Cortona, per via di una peritonite, disse: Andate piano, che devo morire soltanto io.

Anche nel film Parigi si parla della morte.
Che fa un uomo giovane quando sa che può morire?
Fa tre cose.
Guarda dalla finestra la vita degli altri. Si interroga, immagina. E’ l’unica cosa che lo interessa, dice.
Poi rincorre i ricordi, frugando tra le vecchie fotografie. E telefona a una vecchia amica, e avrebbe voglia di dirle, Gaurda che ero innamorato di te.
E poi pensa che vorrebbe fare l’amore ancora una volta, perché forse, dice, io non lo farò più.

I soldi e il successo, ecco, quando si cerca di “spendere” bene il tempo, i soldi e il successo sono delle grandissime minchiate.
Ho un’ambizione io: non sprecare il mio tempo.
(Poi certo mi piace scrivere e per continuare a scrivere i miei libri debbono avere un po’ di mercato, altrimenti non trovo editori).
Ecco, mi piacerebbe scrivere, questo sì, in un posto dove il cielo e meno grigio rispetto a quello padano e dove magari c’è il rumore del mare.
Non sarà facile, ma ci proverò.
E comunque: fa bene anche solo a pensarci (per esempio al mare del Salento).
E buona domenica

a questo punto della notte

Come fai a tenere un blog e soprattutto come fai a scrivere qualcosa tutti i giorni?
(E perché, mi chiede qualcun altro, scrivi poco sui blog che ti hanno invitato a scrivere?)

Perché, rispondo, ho trovato un mio modo di fare il blog, che è tutto il contrario dello scrivere storie per la carta.
Mentre le storie per la carta le penso e le ripenso anche mesi, qui non faccio altro che srivere la prima cosa che mi viene in mente.
Chiaro che a volte (spesso) cancello, ché devo evitare di fare il maledetto toscano.
Oddio a volte la tentazione ce l’ho: attaccar briga coi rissosi della rete, quelli che mi rammentano certi cagnolini che, protetti da una cancellata, ringhiano al mondo.

Mesi fa vedo uno. Un blogger. Uno che in rete sembra una tigre. Azzanna.
Vado, mi presento.
Io sarei, gli dico.
Lui, Ah tu saresti.
Si parla del più e del meno; è un brav’uomo, timido e remissivo.
In rete no, si scatena.

sarà stato il 1981
… il capo del personale venne da me e mi disse: La prego, mi ascolti, eviti questo sciopero.
presi il fischietto e gli fischiai in faccia. avevo poco più di vent’anni.
lui guardò me e io guardai lui mentre gli operai spegnevano le macchine dopo il mio fischio.

ho avuto, nella mia vita, coraggio tante volte e paura più volte ancora.
la rete, però, per me è soprattutto una finestra: dove cerco il sereno.
e scrivo pensando: che quando posso ci tornerò, sul blog. a leggere i commenti, magari rispondere.
ma tornare per rispondere a questo o a quello che ringhia no, dal momento che
il tempo è come un treno
a volte vuoto e triste
a volte troppo pieno

(e poi la vita è già di per se stessa un gran casino).

e buona giornata
e ho scritto la seconda cosa che mi è venuta in mente: perché a questo punto della notte (ore 4 e 18 minuti) mi godo il silenzio, un mezzo toscano e una stufa elettrica ai miei piedi, ma ho anche una certa fretta, devo fare cose insomma, leggere scrivere scrivere e leggere, e quel post lo scriverò, poi.
titolo: le mie ambizoni.

incontri

Passeggiata col cane, ieri sera.
Che sembra ma non è un pastore tedesco. Che in casa obbedisce, ma fuori no.
A volte incontro un tipo. Avrà settant’anni. Quando vede che il mio cane, che di nome fa Toby, è disobbediente e non mi ascolta (l’ho ereditato, non è facile educare un cane di tre anni), mi dice, indicandomi il suo cane che è grande come un gatto: Lui fa quello che dico io, sempre.
E si vede che, viagra o non viagra, ha un orgasmo mentre vanta la sua auterovelozza verso il suo cane-gatto.
Eh, rispondo (penso: vuoi un applauso?).
Ieri sera era con suo nipote, però. Aveva il cane-gatto e il nipote al seguito. Un bel bimbo, capelli corti corti, occhi vivaci.
Il tipo dice al nipote.
Racconta, racconta al signore cosa hai fatto.
E il bimbo guardandomi: Ho preso la nota.
Avrei voglia di dire, Ah, ma invece, per cortesia, dico, E perché hai preso la nota?
Eh, mi dice il nonno, guardandomi e accendendosi una esportazione senza filtro.
Dai diglielo, dice ancora, guardando il nipote. E diglielo.
Diglielo no???
Perché ho dato un pugno in un occhio a un bambino, dice il nipote.
Ah, dico (o penso, non ricordo).
Ha capito…?, mi fa il nonno.
Ecco: qui ci scappa l’equivoco.
Io avevo capito Ha capito? (con punto interrogativo), lui invece mi aveva detto Ha capito.
Poi capisco anche io; capisco perché mi ssta piegando che:
Ha capito, dice guardando orgoglioso il nipote, che i mafiosi bisogna colpirli, io sempre così ho fatto, botte ai mafiosi, dovunque, perché mi guarda così?, vedo che lei non è d’accordo.
Mi sento scemo solo a sentire.
Vedo che il bimbo guarda il nonno con ammirazione.
Saluto inseguito dalla frase: Eh sì, ho capito, lei non è d’accordo.
(Giuro, tutto vero. Anche le virgole).

Stamattina invece incontro un amico. Cinque anni più giovane di me. Erano le dieci e mezzo. Io secondo caffè, lui bianchino numero non so (facendo l’imbianchino).
Mi fa. Ogni giorno che passa mi sento più vecchio.
Guardo il bianchino.
Mi fa. Dimentico le cose.
Penso: Anche io.
Anche io dimentico e quasi ogni giorno mi arrabbio perché dimentico un nome, una data, una località.Oggi ho dimenticato il cellulare a casa.
Che ci vuoi fare, mi dice, si invecchia.
Ha ragione certo.
Si invecchia.
Ma io continuo ad arrabbiarmi se dimentico le cose.
Preferisco.
Non dirò mai, si invecchia.
Eccerto che si invecchia: è da quando si nasce che si invecchia.
E buona giornata

quelle scuse, perché?

Nell’ultimo post ho chiuso scrivendo:
buona giornata (e scusate).
Silvia, nei commenti, mi ha domandato: Perché ti sei scusato?
Perché tanta gente non vuol sentir parlar di morte e sofferenza.

Quando assunsi la direzione del giornale cambiai tutto, spaventando i miei editori. Cambiai la grafica, portai la pagina delle lettere a pagina due, pretesi pezzi più brevi (massimo 3mila battute), vietai le foto di posa, nella pagina di cultura chiesi la trattazione di argomenti non solo locali.
(Stamattina al bar ho incontrato Carlo Macrì della Banda Osiris. Mi ha raccontato che al festival della letteratura a Mantova ha conosciuto Pennac, han fatto un’esibizione insieme, poi sono andati a mangiare insieme, Pennac e la Banda. Ecco, se Carlo avesse tempo e voglia mi piacerebbe se raccontasse di Pennac sul mio giornale)
E quando in prima pagina pubblicai un’intervista (anonima) prima a due donne omosessuali (il tema era: vivere la propria omosessualità in una piccola città di provincia) e poi a due prostitute, arrivarono lettere anonime e aumentarono le proteste.
I miei editori pensarono (suppongo): Non potevamo fare una scelta più sciagurata.
Fortuna che non lo pensarono i miei giornalisti… che invece si appassionarono al ri-cambio.
Successe questo.
Che dopo un mese arrivarono, come arrivano ogni mese, i conti del distributore. Erano di aprile 2005. E dimostravano che, rispetto all’aprile 2004, c’era stata una crescita. Sostanziale.
I miei editori mi fecero i complimenti.

Tre mesi dopo succede questo. In prima pagina io lancio un appello per una bimba rumena (che ora è la mascotte del giornale). Malata. La bimba viveva e vive in Romania. Alcuni amici di famiglia vennero da me, proponendomi di lanciare una sottoscrizione così da permettere a questa bimba di farsi curare e operare in Italia (a Bologna).
Qualcuno disse: è una battaglia persa. Una città bigotta come Vercelli risponderà negativamente, dirà che vengono prima i problemi dei bimbi italiani, dirà insomma: che si faccia curare in Romani quella bimba malata.
E invece successe che ci fu una gara di solidarietà bellissima.
Dal politico della Lega Nord al militare della caserma di artiglieri al no global: tutti a contribuire.
In redazione arrivò una pensionata: posso dare solo 20 euro, disse, ho una pensione di 600.
Poi una madre. Mio figlio, disse, ha ricevuto questi 50 euro in regalo per il suo compleanno e ora vuole regalarli lui a.
Una società di atletica raccolse soldi, li spedì al giornale con una lettera che iniziava con un auspicio: Che tu possa correre felice.
Ci feci il Tirolo più importante della prima pagina.
Insomma, in poco tempo raccogliemmo 15mila euro e la bimba fu operata al Rizzoli di Bologna (dove – e qui lo sottolineo con piacere – il medico che la operò, venuto a conoscenza del caso, rinunciò alla sua parcella).

Nel frattempo continuavo a monitorare le vendite del giornale, numero dopo numero.
Bene, notai una cosa. Che ogni volta che in prima pagina noi scrivevamo di questa bimba e pubblicavamo la sua foto (col consenso della famiglia) le vendite calavano. Saremo usciti venti volte, con il volto, prima imbronciato (perché questa bimba, a sei anni, sapeva) poi sorridente. E tutte le volte c’era qualcuno che, vedendo la prima pagina, preferiva comprare altro.
Poi è vero: la gente, sui giornali, cerca le disgrazie altrui.
Se certi giornali son giornalacci è perché devono sopravvivere: non siamo in Spagna dove i giornali nazionali aprono con pagine e pagine di politica estera.
Ma certi argomenti fanno un po’ paura.
E io questo lo capisco. Specie a chi li ha vissuti come un incubo, per mesi e mesi.
E buona giornata

vedere una pianta

Se nei precedenti post ho dato l’impressione di essere uno che è stato morso da una taranatola dico che mi spiace: per quanto riguarda il mio essere scrittore non covo, in questo momento, né rabbie né rancori.
Nel 2009 esce un mio nuovo libro. Spero vada bene; non dovesse andare pazienza, se dieci anni fa mi avessero detto che avrei pubblicato cinque romanzi non ci avrei creduto.
Se potrò continuare a scrivere bene: e non mi frega un fico secco – giuro – di pubblicare con mondadorifeltrinellilonganesi.
Poi certo: certe insoddisfazioni restano.
Ma la vita non è fatta solo di libri.

Qui però io o racconto storie o parlo di ibri e di editoria, a ruota libera.
E cerci di dire quel che penso, punto primo, e cerco anche di allontanarmi dai problemi quotidiani.

I libri, le maledizioni che si lanciano contro le case editrici, le lunghe discussioni che sembrano le stesse identiche discussioni che fanno i tifosi delle squadre di calcio.
Tondelli è un brocco.
Sarà bravo Coelho, sarà.

Scrivo di libri, a volte, per non pensare.
Io due mesi, forse tre, avrei scritto questa cosa qua.

Sono appena uscito. Sto guardando il cielo, ora una pianta. Sto guardando le foglie. Sto respirando. Sono vivo.
Sono uscito da un reparto ospedaliero dove si respira la morte.
La si attende.
Nella penombra delle camere c’è il silenzio dell’attesa della morte.
E del pianto.
Ci sono figli che che assistono madri.
Padri che assistono figlie.
C’è una dottoressa che mi ha ricevuto. Abbiamo parlato di alcune cose che volevo sapere. Mi occupo di cose sanitarie, io.
Lei mi risponde gentile, e mi sorride anche.
Io, mentre lei mi parla, faccio fatica a seguirla, perché la rivedo: pochi minuti fa entrava ed usciva da quelle stanze dove si attende la morte. Faceva piano, diceva qualcosa ai parenti. Poi se ne andava, lasciandoli con gli occhi bassi, a cercare chissà cosa nel pavimento.
Ora sono fuori, io.
Fermo, davanti a questa pianta. Non fossi stato lì dentro non ci farei caso a lei.
Penso che è bello guardare una pianta.
Che è importante.
Penso che certi pensieri fanno solo male a pensarli.
Ma se non si pensasse alla morte, almeno ogni tanto, riusciremmo a vedere, ma per davvero, una pianta?

Buona giornata (e scusate)

La canzone del giorno, che c’entra niente col post.
Di Gianmaria Testa, capostazione di Cuneo. Amico dei miei amici della Banda Osiris.
Come le onde sul mar

ah

Il mio vecchio, 81 anni fatti a giugno, è più tamarro di quel che immaginassi.
Forse peggiora.
Dunque, tanto a Follonica, dove è andato in ferie, quanto a Vercelli, dove vive, ha fatto il tamarro al supermercato.
E’ successo questo, due volte, stesso film.
Il mio vecchio fa la spesa, e carica il carrello.
Ha un modo tutto suo di fare la spesa, lui. Per esempio, essendo pratico di macellazione, quando va al banco delle carni indica un pezzo e dice: Mi dia quel pezzo lì.
E non accetta consigli.
A Follonica e a Vercelli è successo questo. Finito – meglio: quasi finito – di fare la spesa, il mio vecchio si avvicina alla cassa e chiede dov’è il tal prodotto.
La cassiera non ha tempo e non lo sa.
Lui dice, Ah.
Lascia il carrello pieno di roba e se ne va, e magari la cassiera gli dice, Mi scusi, ma ha lasciato tutta la roba nel carrello, e lei non ha fatto la spesa.
Non ho tempo, dice lui.
(Per la verità questo è successo a Follonica; a Vercelli invece ha lasciato il carrello pieno alla cassa perché quando stava pagando si è accorto che un prendi tre e paghi due era un prendi tre e paghi tre.
Ma non era un tre per due? ha chiesto alla cassiera.
Sì, ma l’offerta è finita, dobbiamo ancora togliere il cartello con l’offerta dagli scaffali).
Ora, mica ha tutti i torti, lui.

Io per esempio odio gli aeroporti.
Mi sento scemo, non so dove andare, e non c’è nessuno che ti dia informazioni, han tutti fretta, e poi gli aeroporti sono terribili: non si può fumare e son pieni di gente che ti sembra che parli da sola e invece parla con qualcuno al cellulare, camminando… come i pazzi.

Tra “energia per il tuo….” e l’offerta i microspie stamattina trovo una mail.
Una ragazza. Ha scritto dei racconti.Candidamente mi chiede: a chi posso mandarli, va bene Mondadori?
A me sta cosa non fa ridere.
A me sta sul gozzo chi fa quello che sa.
Traduco. Se una ragazza o chiunque mi chiedono consigli o informazioni io penso che magari… è la prima volta che prendono l’aereo.
E penso che anche Umberto Eco dovrebbe fare così: dare consigli.
(E invece il mondo è pieno di mezze calzette che non ammettono certe lacune: provassero, loro, a scrivere e, al contempo, far certi lavori che dico io…).
Se invece mi arriva una richiesta perentoria, e me ne arrivano, leggimi, penso che devo difendere anche il mio tempo.
Pochi mesi fa un ragazzo mi ha lavorato ai fianchi.
Ogni giorno una mail.
Sono disperato, tu invece…
E io: pensi che sono Lucarelli, io?
Ti prego, leggi il mio manoscritto.
E io: sono mica Mozzi, io, mandalo a Vibrisse.
E lui, no, io voglio sapere cosa ne pensi tu, ti pago.
Uno, due, dieci giorni.
Alla fine gli dico. Mandami il primo capitolo.
Lui, grazie, ma mi raccomando, dimmi quello che pensi.
Era orribile.
Gli scrissi che non solo non filava, ma che era pieno di errori, di grammatica e di sintassi.
Non mi ha scritto più.
(Però sulle cose che ho ricevuto ci torno: anche solo per dire che mica le capisco certe scelte editoriali).
E buona giornata

(Son partito da mio padre ma mica lo sapevo che tappe avrei fatto, poi).
(E non ho tempo di rileggere, scusate).

No, un’altra cosa. Io penso che in rete, in particolare, ci sia una proliferazione di sapientoni.
Esempio.
Un sito letteraio, anni fa.
Un tale mi scrive e mi chiede consigli su autori che scrivano che racconti.
Mi dice: Non mi piacciono e quindi non ne ho letti, mai.
Io gli consiglio due autori completamente diversi: Carver e Piero Chiara (preferisco Chiara, io).
Dopo un po’ di giorni, stesso sito, altra discussione, leggo che una persona scrive: Non ho mai letto nulla di Carver.
E quello a cui io l’ho consigliato da pochi giorni, inorridito, scrive:
Non hai letto Carver? Ma come si fa?
Ah, ho pensato.

Dimenticavo. Son contento di conoscre alcuni scrittori e alcuni scrittrici disponibili con il prossimo.
Dovrei fare alcuni nomi, ne faccio uno: Marco Salvador.
Lo conobbi che avevo scritto, ma non avevo ancora pubblicato.
Lui, se non sbaglio, era stato per diverso tempo in classifica tra i più venduti (mi pare con il romanzo storico Il longobardo, della Piemme).
Ma non faceva il grande scrittore, lui. Anzi.
E ho in mente, ora, almeno tre scrittrici, gentili e disponibili col prossimo. Non solo: anche valide.
La leggenda che chi scrive deve essere anche un po’ stronzo è una leggenda.
(G. ricordi quando ti dissi? Vai tu da De André, ho paura che sia uno stronzo.
Tu ci sei andata, lo hai conosciuto, mi hai portato il suo autografo e mi hai detto: è timidissimo, è un grande).

dalla fabbrica all’editoria

Quando a vent’anni andai a lavorare in fabbrica la fabbrica mi fece ricordare alcune cose.
Un ricordo tira l’altro, ora.
Presente a scuola il compagno che sorride a ogni minchiata che dice l’insegnante e che annuisce sempre e che dice buongiorno signor professore più forte degli altri dimodoche lui senta?
Due miei zii col cappello in mano in un fattoria toscana che aspettano l’arrivo del padrone; lui arriva in moto, faccia scazzata, loro con un sorriso da coglioni stampato in faccia, ché al padrone davanti si sorride e dietro gli si dice… di tutto.
Ecco la fabbrica.
In fabbrica ci sono i capi.
E una buona fetta di capi fa così.
Non dà confidenza al popolo lavoratore (a meno che tra il popolo lavoratore non ci sia qualche ragazza particolarmente carina).
Però quando si vedono tra loro, i capi in fabbrica, cambiano espressione del viso e tono di voce e trovano interessante quel che uno dice all’altro.
Per non parlare se, per caso,in mezzo a loro arriva un dirigente.
Di sicuro dice cose interessantissime e di sicuro è un simpaticone.
Basta che dica, Che figa quella, e tutti giù a ridere.
Su Face in questi giorni c’è tutto un gran parlare d scrittori che se la tirano o meno.

Non so perché ma m’è venuta in mente la fabbrica.
Oddio una grande differenza c’è.
Una volta, almeno, in fabbrica c’era una cosa chiamata solidarietà.
Io feci fare due giorni di sciopero (feci fare è cosa giusta: ero rappresentante di fabbrica) perché c’erano stati due licenziamenti che potevano starci: di due persone anziane che non superarono i 12 giorni di prova. 
La solidarietà tra scrittori a volte c’è: certo, tra gli affermati.
O tra gli sfigati.
Però è successo anche a me.
Qualcuno mi ha accusato: Sei cambiato.
E io a negare.
Certo, è da tempo che non leggo più manoscritti altrui. Che do risposte lampo o che mi dimentico, certi giorni, di rispondere alle mail.
Ma dipende dal carico di lavoro che ho al giornale; certi giorni è pesante, certi giorni sogno di lavorare in un’impresa di pulizie.
Ma sulla scrittura avrò sempre un atteggiamento, come dire, cauto.
Ho fatto fatica a definirmi scrittore per tanto tempo (ché mi veniva da ridere, giuro).
La cautela, però, deriva da altro.
Quando vedo uno scrittore trombone penso che magari in quello stesso luogo ci può essere un altro scrittore di cui nessuno sa perché non ha mai pubblicato e che magari è un bravo scrittore.
E mi fa una certa impressione quando vedo scrittori affermati che si fan complimenti a vicenda.
(Gli uomini soprattutto, son peggio).
Poi, certo, ho anche io le mie paturnie, mica sono un santo, io.
Buona domenica

Una canzone, in tema. 

king e Gramsci: siamo anche ciò che leggiamo?

Mah, questa settimana avrò iniziato quattro libri. Poche pagine e poi accantonati.
Basta una frase che a me sembra così così e li accantono. Più che altro si tratta di libri scritti da autori contemporanei. Quotati.
Così ieri sera volevo leggere Oz, che non tradisce mai. O un classico qualsiai. Invece mi son messo a rileggere La strada, di McCarthy. Quelle frasi così secche, precise. E le virgole, a dettare il ritmo.
Una grande scrittura (e traduzione).
Stamattina, invece, mi sono fatto un piano di lettura.
Allora, ci son manoscritti e racconti di gente che conosco che prima o poi devo leggere, e lo farò (spero). Ma la lettura vera è quella che si sceglie (per questo non ho detto mai a nessuno leggi unmio libro; anche quando lo regalo, dico leggi quando vuoi; è una sorta di immedesimazione) in libertà assoluta.
Per affinità o altro. Intuito.
A me piace comprare libri sconosciuti, annusati: si legge qualche pagina e si rischia (visti i prezzi).
Comunque stamattina, dopo caffè, sigaretta, caffè e prima di andare in redazione (dove son ora ora, inpausa panino-sigaro) sono andato prima in cantina e poi in libreria.
In cantina volevo trovare qualcosa di Gramsci, letto e sedici anni, riletto durante le (indimenticabili) lezioni dello storico Corrado Vivanti, a Torino. Non ho fatto in tempo a cercare Gramsci relegato con Trotzki e Marx in un baule, il gatto mi ha fatto perdere tempo, torno domani.
In libreria sono andato a colpo sicuro.
Due libri (28 euro).
Uomini che odiano le donne, di Stieg Larsson (anche dopo aver letto questa recensione).
E Dolores Claiborne, di King.
Partirò da questo, stasera. E’ stata Biancamara a convincermi.
Avevo detto, a Biancamara: Ne ho iniziati tre o quattro di King, e poi non li ho finiti (una volta non l’avrei mai fatto; finivo sempre).
Lei mi ha detto, Non hai letto quelli giusti. E mi ha suggerito tre titoli.
Dolores Claiborne, dunque, stasera. E domani anche Gramsci. Certo, ci azzeccano niente, ma tant’è.
Sto leggendo anche un manuale sulle virtù salutari dell’argilla.

Ma… siamo anche ciò che leggiamo?

Buon sabato
(e speriamo che la Fiorentina, stasera, non mi tradisca).
(Di King ho finito solo, si impiega un’ora, Colorado King: ma i suoi estimatori, e ne ha di estimatori che… io stimo, per esempio Barbara Garlaschelli, i suoi estimatori, dicevo, m’han detto che non vale).

non solo corna

Alla giornalista il direttore chiese di scrivere qualcosa di diverso.
Lei disse. Gli investigatori privati.
Lui disse. Gli investigatori privati, embè?
Lei disse. Gli investigatori privati campano e come campano in una piccola città come la nostra?
Lui disse. Fai.
Così lei, prima mossa, cercò sulle pagine gialle. Poi chiese ai carabinieri. Poi contattò tutti gli investigatori privati della città.
Si fecero intervistare tutti.
Parlarono tutti, raccontando.
Uno di loro, per anni, aveva fatto pubblicità allo stadio di calcio. Allo stadio di calcio, tra il primo e il secondo tempo, l’altoparlante diceva:
Voi siete qui, ma sapete dov’è vostra moglie? Investigazioni….
Tutti confermarono: che gli investigatori lavorano soprattutto su questioni di corna.
(La giornalista si ricordò un racconto, di suo zio: Credo che mia moglie si sia rincoglionita, è diventata gelosissima, e io, guarda sbaglierò, ma vedo sempre un tipo che mi segue, ha l’impermiabile e vede che lo guardo apre il giornale e legge. Se tua zia sciupa i soldi con quel coglione…).
Un intervistato però, alla giornalista, disse, Ah no, io lavoro anche e soprattutto per le aziende. Senza precisare, poi, cosa volesse dire quella frase.
Comunque si fece fotografare. Bella espressione, sorridente. Una bella foto su due colonne a pagina dieci, il giorno dopo.
Titolo dell’articolo. Investigatori privati di provincia.
Sotto titolo: Non solo corna… eccetera.

Pomeriggio dello stesso giorno, in una fabbrica della città.
Son giorni che gli operai si interrogano su un tecnico, che gira, fa controlli, prende appunti, non parla con nessuno. E’ un esterno, venuto a fare chissà cosa. Magari un consulente per la sicurezza. E comunque: cazzi della direzione.
Improvvisamente il tipo, tutto concentrato a lavorare, sente una risata. Poi due, poi tre, poi diffusa.

Alza gli occhi, si sente osservato. Da gente che guarda lui e guarda il giornale dove, pagina 10, c’è la foto di un investigatore privato che dice di lavorare anche per le aziende e che gli somiglia tantissimo.
Lo spettacolo è finito, dice un dirigente dell’azienda che prende sottobraccio il tecnico, si fa per dire, e lo allontana dagli schiamazzi (ché in fabbrica quando si schiamazza si schiamazza alla grande).

C’è chi dice che ora lavori solo sull’infedeltà coniugale.
C’è chi dice che non faccia più nemmeno quello.


scrivere in fretta

Ho scritto un libro, Lo scommettitore, in 18 giorni. Anzi, 18 notti.
Dalle 11 di sera fino alle 5 del mattino.
Ma non era un libro, era la traccia di un libro. Non mi interessava né la forma né la grammatica, dovevo solo andare in fretta perché avevo la storia in testa e temevo mi scappasse.
Poi, quel libro, l’ho rivisto una ventina di volte nell’arco di cinque, sei mesi. E infine, lo rilessi almeno tre, quattro volte quando ci fu l’editing.
Ho appena terminato un libro, il mio quinto romanzo, Bastardo posto, che uscirà per la Newton Compton (per la prima volta esco con la stessa casa editrice).
Ho impiegato due quasi tre mesi a scrivere il primo capitolo; son cinque capitoli, cinque notti.
Poi c’è la scrittura giornalistica.
Tremila battute in trenta, quaranta minuti. Si scrive in fretta, nei giornali. Ci sono alcuni che dicono Si vede, ché i giornali sono scritti male.
Mi ripeto. Vorrei vederli certi scrittori o certi sapientoni scrivere un pezzo alle dieci di sera dopo aver rincorso notizie tutto il giorno; con la voglia di una doccia, e di un piatto di pasta.
Però almeno la scrittura giornalistica ha una sorta di editing.
Il tuo caposervizio “passa” il pezzo, insomma rilegge; e magari corregge.
Poi c’è il blog.
Io certi giorni accendo, poi scrivo la prima cosa che mi viene in mente e non correggo e non rileggo, ché ho altro da fare.
(Poi, e succede spesso, qualcuno mi inoltra una mail o spedisce un sms, guarda che hai scritto Francesco anziché Giuseppe).
Il post di ieri, per esempio.
Ho dimenticato di dire una cosa, una cosa importante.
Quell’uomo aveva la faccia di un uomo sconfitto dalla vita.
Si sentiva stupido. Per aver sciupato il tempo ad amare una donna che credeva diversa. Per aver trovato un’alternativa di cui, io così ho percepito mentre lui mi diceva, un po’ si vergognava.
Non ho un bel ricordo di quell’uomo.
Provai pena, ne provo ancora ripensandoci.
Tutto qui.
Succede di non dire cose importanti quando si scrive in fretta.

Pensa succeda a tutti. Ricordarsi di una vecchia canzone, all’improvviso.
Mamma giustizia, dei (vecchi) Nomadi.

un incontro

Il ricordo è impreciso, ché ne son passati di anni.
Lavoravo in fabbrica e studiavo, e dal momento che mi ritenevo un intenditore di calcio (e mi ritengo) giocavo la schedina, tutta le settimane, stesso bar (ho fatto solo qualche 12, guadagnando spiccioli), così mi concedevo un’ora di pausa con aperitivo e, al tempo stesso, speravo di vincere ma mica tanto: quel tanto che potesse farmi proseguire gli studi senza dovermi alzare alle 5 del mattino.
Dunque.
Gioco la schedina, sono al tavolino.
Mi si avvicina un tipo, abbastanza elegante ma trasandato. Ha un bicchi

ere di vino bianco in mano, ha voglia di attaccare bottone. E io son combattuto.
Ho poco tempo ma, al tempo stesso, mi piace ascoltare storie di sfiga, e quello la sfiga ce l’aveva stampata sul volto.
Faccia da perdente.
Guardo l’ora, è tardi, non sto a sentire quel che mi dice; gli sorrido, ma poi guardo la “mia” schedina, facendogli intendere che devo pensare.
1, x, 2.
Finisco di giocare e vedo che quello, emminchia, viene verso di me. Ho intravisto, prima giocando, che  continuava a bere.
Mi fa, Scusi?
Prego?, dico io.
Mi darebbe un passaggio in macchina, sto a…
Dico di sì, mai negato una sigaretta o un passaggio in macchina (non sempre sempre, è chiaro).
Certo che sì, aveva bisogno di un passaggio. E di raccontare, anche.
Si presenta.
E’ un dirigente d’azienda.
Di una determinata azienda.
Ah.
Poi (qui sono impreciso), sebbene io non gli domandi nulla, mi racconta una cosa di molto privato.
Che ora ri-racconto, pensando a chi ha scritto che vivere con una persona che mente è la cosa peggiore, perché questa persona ti fa perdere tempo…
Mi racconta, il tipo, d’essere stato sposato per anni e anni con una donna che amava tanto e che credeva per bene ma che una sera l’aveva tradito: nel suo stesso letto e, cosa classica, con un amico e collega di lavoro, un donnaiolo, mi racconta il tipo, che comunque diceva, come tanti donnaioli: Vado con tutte ma mai e poi mai andrei con la donna di un mio amico.
Infatti.
Ma il tipo mi dice: Ho sciupato la mia vita, pensavo che lei fosse un angelo (o qualcosa del genere).
Poi succede una cosa che ha dell’incredibile.
Mi fa: Così l’ho lasciata, sono andato in un night e adesso vivo con una che è libera di andare a letto con chi vuole, vuoi salire?, ne vuoi approfittare?
Mentre mi chiede siamo arrivati a casa sua. Vedo che non ha mentito: Davanti all’uscio c’è una donna, penso sia del centro america, che ci guarda.
Non so perché ma ho la netta sensazione che sappia cosa mi stia proponendo il tipo, ed è seria.
Dico no grazie, e lo saluto.