non solo corna

Alla giornalista il direttore chiese di scrivere qualcosa di diverso.
Lei disse. Gli investigatori privati.
Lui disse. Gli investigatori privati, embè?
Lei disse. Gli investigatori privati campano e come campano in una piccola città come la nostra?
Lui disse. Fai.
Così lei, prima mossa, cercò sulle pagine gialle. Poi chiese ai carabinieri. Poi contattò tutti gli investigatori privati della città.
Si fecero intervistare tutti.
Parlarono tutti, raccontando.
Uno di loro, per anni, aveva fatto pubblicità allo stadio di calcio. Allo stadio di calcio, tra il primo e il secondo tempo, l’altoparlante diceva:
Voi siete qui, ma sapete dov’è vostra moglie? Investigazioni….
Tutti confermarono: che gli investigatori lavorano soprattutto su questioni di corna.
(La giornalista si ricordò un racconto, di suo zio: Credo che mia moglie si sia rincoglionita, è diventata gelosissima, e io, guarda sbaglierò, ma vedo sempre un tipo che mi segue, ha l’impermiabile e vede che lo guardo apre il giornale e legge. Se tua zia sciupa i soldi con quel coglione…).
Un intervistato però, alla giornalista, disse, Ah no, io lavoro anche e soprattutto per le aziende. Senza precisare, poi, cosa volesse dire quella frase.
Comunque si fece fotografare. Bella espressione, sorridente. Una bella foto su due colonne a pagina dieci, il giorno dopo.
Titolo dell’articolo. Investigatori privati di provincia.
Sotto titolo: Non solo corna… eccetera.

Pomeriggio dello stesso giorno, in una fabbrica della città.
Son giorni che gli operai si interrogano su un tecnico, che gira, fa controlli, prende appunti, non parla con nessuno. E’ un esterno, venuto a fare chissà cosa. Magari un consulente per la sicurezza. E comunque: cazzi della direzione.
Improvvisamente il tipo, tutto concentrato a lavorare, sente una risata. Poi due, poi tre, poi diffusa.

Alza gli occhi, si sente osservato. Da gente che guarda lui e guarda il giornale dove, pagina 10, c’è la foto di un investigatore privato che dice di lavorare anche per le aziende e che gli somiglia tantissimo.
Lo spettacolo è finito, dice un dirigente dell’azienda che prende sottobraccio il tecnico, si fa per dire, e lo allontana dagli schiamazzi (ché in fabbrica quando si schiamazza si schiamazza alla grande).

C’è chi dice che ora lavori solo sull’infedeltà coniugale.
C’è chi dice che non faccia più nemmeno quello.


scrivere in fretta

Ho scritto un libro, Lo scommettitore, in 18 giorni. Anzi, 18 notti.
Dalle 11 di sera fino alle 5 del mattino.
Ma non era un libro, era la traccia di un libro. Non mi interessava né la forma né la grammatica, dovevo solo andare in fretta perché avevo la storia in testa e temevo mi scappasse.
Poi, quel libro, l’ho rivisto una ventina di volte nell’arco di cinque, sei mesi. E infine, lo rilessi almeno tre, quattro volte quando ci fu l’editing.
Ho appena terminato un libro, il mio quinto romanzo, Bastardo posto, che uscirà per la Newton Compton (per la prima volta esco con la stessa casa editrice).
Ho impiegato due quasi tre mesi a scrivere il primo capitolo; son cinque capitoli, cinque notti.
Poi c’è la scrittura giornalistica.
Tremila battute in trenta, quaranta minuti. Si scrive in fretta, nei giornali. Ci sono alcuni che dicono Si vede, ché i giornali sono scritti male.
Mi ripeto. Vorrei vederli certi scrittori o certi sapientoni scrivere un pezzo alle dieci di sera dopo aver rincorso notizie tutto il giorno; con la voglia di una doccia, e di un piatto di pasta.
Però almeno la scrittura giornalistica ha una sorta di editing.
Il tuo caposervizio “passa” il pezzo, insomma rilegge; e magari corregge.
Poi c’è il blog.
Io certi giorni accendo, poi scrivo la prima cosa che mi viene in mente e non correggo e non rileggo, ché ho altro da fare.
(Poi, e succede spesso, qualcuno mi inoltra una mail o spedisce un sms, guarda che hai scritto Francesco anziché Giuseppe).
Il post di ieri, per esempio.
Ho dimenticato di dire una cosa, una cosa importante.
Quell’uomo aveva la faccia di un uomo sconfitto dalla vita.
Si sentiva stupido. Per aver sciupato il tempo ad amare una donna che credeva diversa. Per aver trovato un’alternativa di cui, io così ho percepito mentre lui mi diceva, un po’ si vergognava.
Non ho un bel ricordo di quell’uomo.
Provai pena, ne provo ancora ripensandoci.
Tutto qui.
Succede di non dire cose importanti quando si scrive in fretta.

Pensa succeda a tutti. Ricordarsi di una vecchia canzone, all’improvviso.
Mamma giustizia, dei (vecchi) Nomadi.

un incontro

Il ricordo è impreciso, ché ne son passati di anni.
Lavoravo in fabbrica e studiavo, e dal momento che mi ritenevo un intenditore di calcio (e mi ritengo) giocavo la schedina, tutta le settimane, stesso bar (ho fatto solo qualche 12, guadagnando spiccioli), così mi concedevo un’ora di pausa con aperitivo e, al tempo stesso, speravo di vincere ma mica tanto: quel tanto che potesse farmi proseguire gli studi senza dovermi alzare alle 5 del mattino.
Dunque.
Gioco la schedina, sono al tavolino.
Mi si avvicina un tipo, abbastanza elegante ma trasandato. Ha un bicchi

ere di vino bianco in mano, ha voglia di attaccare bottone. E io son combattuto.
Ho poco tempo ma, al tempo stesso, mi piace ascoltare storie di sfiga, e quello la sfiga ce l’aveva stampata sul volto.
Faccia da perdente.
Guardo l’ora, è tardi, non sto a sentire quel che mi dice; gli sorrido, ma poi guardo la “mia” schedina, facendogli intendere che devo pensare.
1, x, 2.
Finisco di giocare e vedo che quello, emminchia, viene verso di me. Ho intravisto, prima giocando, che  continuava a bere.
Mi fa, Scusi?
Prego?, dico io.
Mi darebbe un passaggio in macchina, sto a…
Dico di sì, mai negato una sigaretta o un passaggio in macchina (non sempre sempre, è chiaro).
Certo che sì, aveva bisogno di un passaggio. E di raccontare, anche.
Si presenta.
E’ un dirigente d’azienda.
Di una determinata azienda.
Ah.
Poi (qui sono impreciso), sebbene io non gli domandi nulla, mi racconta una cosa di molto privato.
Che ora ri-racconto, pensando a chi ha scritto che vivere con una persona che mente è la cosa peggiore, perché questa persona ti fa perdere tempo…
Mi racconta, il tipo, d’essere stato sposato per anni e anni con una donna che amava tanto e che credeva per bene ma che una sera l’aveva tradito: nel suo stesso letto e, cosa classica, con un amico e collega di lavoro, un donnaiolo, mi racconta il tipo, che comunque diceva, come tanti donnaioli: Vado con tutte ma mai e poi mai andrei con la donna di un mio amico.
Infatti.
Ma il tipo mi dice: Ho sciupato la mia vita, pensavo che lei fosse un angelo (o qualcosa del genere).
Poi succede una cosa che ha dell’incredibile.
Mi fa: Così l’ho lasciata, sono andato in un night e adesso vivo con una che è libera di andare a letto con chi vuole, vuoi salire?, ne vuoi approfittare?
Mentre mi chiede siamo arrivati a casa sua. Vedo che non ha mentito: Davanti all’uscio c’è una donna, penso sia del centro america, che ci guarda.
Non so perché ma ho la netta sensazione che sappia cosa mi stia proponendo il tipo, ed è seria.
Dico no grazie, e lo saluto.

tradimenti… non si sa come

Ho tradito e sono stata tradita, mi ha scritto, tempo fa (parecchio tempo fa) un’amica mia.
Non le chiesi nulla, poi.
Cosa si prova a tradire, cosa si prova a scoprire d’essere stati traditi.
Si può chiedere, certo, ottenere risposte e non risposte ché, tanto, siam fatti diversi.
C’è chi urla, chi aspetta che passino le burrasche. Tanto.
E siamo pieni di luoghi comuni.
Gli uomini sono.
Le donne sono.
Frasi fatte figlie delle nostre esperienze, di una società ancorata, fortemente, al maschilismo.

Un paio di mesi fa, ero in birreria.
Quattro ragazzi a un tavolo, vicino al mio, anzi attaccato al mio. Incuranti del fatto che fossimo quasi a gomito a gomito, tre interrogavano il maschio del gruppo. Ma come te la sei fatta? Che troia.
(Nome e cognome della ragazza, naturalmente).
E siamo nel 2008.
Quando avevo vent’anni, nell’anno del signore 1976 dunque, per la prima volta, da un siciliano, sentii dire la frase che L’uomo è cacciatore.

Giorni fa ho cestinato una lettera, di un novantenne (piemontese). Mi scrive spesso. Lettere anche intelligenti.
Stavolta, avendo letto non so che cosa, a proposito della violenza carnale ai danni di una donna, ha, più o meno, scritto così: Dal momento che non è facile, perché l’organo della donna eccetera eccetera, c’è da supporre che molto spesso la donna sia d’accordo.
Cestinata (la lettera).

Tradire già.
Di Tradimenti di Pinter, ho sentito parlare giorni fa.
Ma resto alla vita del giornale.
E torno indietro, nel tempo.

Un mio collega va a seguire un piccolo processo. Scrive il pezzo, divertito. Un tipo va al fiume con una prostituta e in pieno giorno, in mezzo a pescatori e ragazzini, dà spettacolo.
Lo fanno in macchina, ma con le portiere aperte.
Il processo (non ricordo il capo d’imputazione) si svolse a porte aperte, quindi sul giornale uscì tutto: il resoconto, e il nome e il cognome.
Quando la notizia fu pubblicata il tipo telefonò, indignato.
MI avete rovinato.
Frase giusta.
I giornali, spesso, soprattutto in passato, mettevano in piazza i panni soprattutto dei soggetti meno tutelati (ancora oggi, per la verità).
Comunque, quel mi avete rovinato aveva una spiegazione.
Cazzo, mi sono spostato da poco, mia moglie ha avuto una crisi di nervi quando ha letto il giornale, cosa le racconto?

(Oppure: Grazie B).
Il marito di Ginny è scappato con una portoricana che si radeva in mezzo alle gambe. E’ una cosa risaputa da tutti, altrimenti non la racconterei. Quando Ginny venne a sapere che andava in giro con quella ragazza, pensò bene di raderseli anche lei, i peli in mezzoalla gambe, nella speranza di riconquistarlo, ma lui si disgustò e voltò pagina. Gli uomini, man mano che invecchiano, si rincoglioniscono per donne sempre più incredibili
… da Enormi cambiamenti all’ultimo momento, di Grace Palej, Einaudi.

Io comunque credo, convinzione spicciola ma tant’è, che il tradimento sia anche figlio del caso: E che non ci siano grandi differenze tra uomini e donne.
Negli ambienti semplici si tradisce di meno, si è soliti dire.
Non lo so. Che nel mondo dello spettacolo e dell’arte, per esempio, ci sia una “maggior movimentazione” forse è dovuto al fatto che si sa, e che si dice.
(In un testo di storia del movimento operaio, mi pare del Merli, lessi che a cavallo tra Ottocento e Novecento c’era un alto numero di delitti d’onore che vedevano imputati i panettieri: a volte di notte tornavano a casa di nascosto, oppure avevano saputo).
Più facile raccontare storie che concludere.
Certo, posso dire che non mi piace chi tradisce e ancor meno mi piace chi mente.
E che mi piace molto un’opera di Pirandello: Non si sa come.
Non si sa come… già.
Piuttosto (altro ricordo): alcuni sociologi, cone Ian Robertson (uno dei due, tre sociologi che ho letto) affermano che si possono amare due persone contemporaneamente.
Ognuno ha una risposta, che ha due direttrici, credo: la risposta dettata dall’istinto (forse sì) e quella dettata dalla paura (non vorrei mai che lui-lei…).
E la sintesi non è per niente facile.

Buona giornata.

non vorrei dire, però

Sto mangiando. Mi trovo in città di mare, di passaggio, dopo essere stato in un’altra città di mare.
Cucina indiana. Sono in un angolo, angolo sinistro, parete sinistra, vedo tutta la sala, che è semideserta; in diagonale, angolo destro, parete opposta, in fondo, c’è una coppia.
Lui è girato di spalle, è un gigante; che stia mangiando e bevendo lo si intuisce da come muove e braccia. Lei, carina (di fronte a luie di fronte pure a me), è sui 35-40, mangia e, tra un boccone e l’altro, gli sorride, col viso inclinato (e io quando al ristorante vedo qualcuno con il viso inclinato mi ricordo, vagamente però, di un libro letto una vita, di Hubert Montagner, dove si spiega che certe mimiche dei bambini, ma non solo, son simili a quelle degli scimpanzè, insomma: si inclina il capo per comunicare affetto, apertura, dolcezza soprattutto).
Lui è pelato, grosso. Lei mingherlina.
Mangio.
Pure loro.
Mi dimentico di loro.
D’un tratto vedo che lei si alza e si dirige verso il bagno; e vedo che lui, appena lei gli dà le spalle, veloce, tira fuori il portafoglio, estrae qualcosa, son distante, vedo solo che è una fotografia, vedo che la bacia, la guarda, anzi no, la fissa tenendola sotto la tovaglia, vedo il suo cranio lucido che è fermo, immobile, a guardare quella piccola foto, e mentre lo osservo (fa quasi tenerezza quel suo cranio abbassato come in preghiera), vedo anche che, d’improvviso, rimette a posto nel portafoglio e alza la testa, e fa tutto piuttosto in fretta perché lei sta tornando, anzi è tornata, è stata veloce.
Vedo che lei, mentre si siede, lo fissa, senza inclinare il capo.
(E penso che forse mi sono immaginato troppe cose.
Penso che sono troppo lontano, certo, era un’immagine, ma io mi sono immaginato che lui accarezzasse la foto di un figlio, o di una figlia. Suo o sua, e di un’altra donna.
E penso, anzi mi ricordo, che nei giorni scorsi una persona mi ha raccontato di suo padre, che aveva due famiglie, e magari quel racconto mi è rimasto impresso a livello inconscio, mentre guardavo il testa pelata che era una testa pelata china, su qualcosa, una foto, certo, ma non so mica se era un bimbo, una donna, un cane, una casa).
Poi.
Vedo che si alzano. Lei gli sorride, lui ricambia. Lui, galante, le fa cenno, di andare avanti. Vengono verso di me, ché la cassa è proprio alle mie spalle.
Lei ha la solita espressione di prima, vivace, allegra. Lui, non visto da lei, mentre la segue, si morde un labbro.
Mah.

E poi voglio segnalarvi questo vecchio post del vecchio blog (dove cercavo altro). Lo scrissi mesi prima che uscisse La donna che parlava con i morti.

dignità

Raffreddore, riunioni, telefonate. Pranzo di lavoro, anche. E mail da leggere. Tanti giorni, non tutti, è così.
Comunque.
E’ appena uscito il Dizionario affettivo della lingua italiana, Fandango.
330 voci, 315 autori (scelti da Matteo B. Bianchi, anche grazie al passaparola; io sono stato segnalato da una editor).
Funzionava così.
Ogni autore contattato scriveva un termine, definendolo.
Quando ricevetti la mail di Matteo B.Bianchi scrissi di getto questa cosa qui (ora pubblicata, quindi).
(Io non potevo definire, ma raccontare sì).

DIGNITA’
La spiegazione di cosa significhi me l’ha data un cingalese, anni fa. Ero in una località di mare, in ferie, e questo mi si para davanti con una rosa e un sorriso ebete. No grazie, dico. Mi dice qualcosa, credo in cingalese, e insiste, insiste con gli occhi: il sorriso è da ebete, ma gli occhi sono buoni. E poi. Chi sorride da ebete non è detto che lo sia, ebete. E soprattutto. Mille lire, penso, posso permettermele, no? Gliele scucio, lo saluto, mi giro, me ne vado: ma senza rosa. Tienila, gli dico, altrimenti, penso girandomi, la butto via. Dopo qualche minuto sento qualcuno che, da dietro, mi tocca leggermente la spalla (o il braccio, non rammento). Ancora lui, ma con un’espressione da bambino triste e un po’ adirato. Stringe in mano la rosa che non ho preso, me la porge e, serio serio, dice: Dignità. Stringe la rosa e, nel dire “dignità”, stringe pure i denti, come se stesse male. Prendo la rosa sorridendogli. E mi sento stupido, o ebete; è lo stesso, no?

PS
Grazie Marina per questa recensione sul mio primo libro, Il quaderno delle voci rubatre

dignitosa povertà (da “Lo scommettitore”)

… a proposito di povertà, vecchie e nuove.
un estratto da “Lo scommettitore”, casa editrice Fernandel.

Al discount ho visto una donna che si è arrabbiata facendo la spesa. Ha preso dei pomodori da una cassetta, li ha messi dentro a quei sacchettini di plastica che fanno bestemmiare perché non sai mai da che parte si aprono e sono sottili sottili, poi, quand’è andata a pesarli, premendo il tasto corrispondente ai pomodori, ha avuto dei dubbi sul risultato. Testarda, ha cambiato pesa che, sorpresa, indicava peso e prezzo inferiori. La donna, evidentemente ha un occhio da contadina mica da ridere, se l’è presa con un commesso, gridando, Siete dei ladri.
A me, invece, ha fatto venire un’idea.
Quand’ero ragazzo certe volte, così per passare il tempo, risparmiavo, fregando il piccolo supermercato del mio paese con il cambio delle etichette: staccavo quella da cento lire da un quaderno proletario e l’attaccavo, sovrapponendola, a quella, da duecento lire, di un bel quaderno, con la carta spessa. Se la cassiera se ne fosse accorta non poteva certo dimostrare che ero stato io. Era un trucco noto, già collaudato da altri miei amici, quindi lo usai poche volte, appunto: come passatempo.
La signora incavolata per il peso e quindi per il prezzo, entrambi sbagliati, mi ha invece suggerito un altro piccolo stratagemma. Così stamattina ho preso dell’uva, che mi rinfresca la gola quando fumo troppo queste schifezze di Esportazioni senzafiltro, e l’ho pesata, tenendo però il sacchetto aperto. Poi, dopo aver appiccicato l’etichetta, prima ho aggiunto un altro grappolo e poi ho chiuso l’involucro. Non credo mi fermeranno mai: sono un cliente che, magari solo per mezzolitro di latte, viene qui tutti i giorni, è affabile con le commesse, ogni tanto scambia qualche parola con il direttore.
Sopravvivo ma non è bello vivere così.
Comincio a odiarla questa stanza, comincio a soffocare.
E non mi piace essere povero come Ornella e Giacomo.
In questo periodo, lei si mantiene facendo le pulizie: nell’ufficio del dentista al piano terra, dove viviamo, un’ora tutte le mattine, e da una signora, titolare di una macelleria, da cui va, a giorni alterni, tre volte la settimana. Mi ha detto che, fra l’uno e l’altra, guadagna settantacinque euro a settimana, in nero, più gli sconti sulla carne che le fa la signora.
Giacomo è a suo carico, non percepisce nessuna pensione di invalidità, Non vogliamo nemmeno prenderla in considerazione, deve guarire, quasi tutti gli epilettici guariscono, mi ha detto Ornella.
Non le ho mai domandato se il suo ex marito le passa gli alimenti.

Quello che so e che vedo è che vivono e sopravvivono risparmiando come formiche. Quando escono da una stanza spengono sempre la luce, il boiler per l’acqua calda del bagno, mi ha detto Giacomo, prima che io arrivassi lo accendevano solo il sabato. Sono poveri, e tanto. Hanno vestiti vecchi, le lenzuola, quando Ornella le stende dal balconcino della sua camera, dalla strada si vede che hanno strappi, ricuciture. Sono persone eccezionali, ricche di dignità: mai una lamentela, un’imprecazione. Nessuna invidia verso chi sta meglio. Mi piacerebbe aiutarli, ma anch’io sto come loro. Forse peggio, perché se riesco ad andare avanti, pagare i cento euro di affitto, lo devo a Zagor. Lavoro per uno zingaro, io.

a occhi aperti

Torno agli anni in cui facevo il pendolare, studente lavoratore con destinazione Torino, partendo da Vercelli.
Incrociavo spesso un bancario, stessa faccia imbronciata, tutte le volte.
A differenza degli altri non leggeva giornali e non parlava mai con nessuno.
Sempre lo sguardo a trapassare il finestrino, guardando risaie e nebbia e squarci di luce, rari.
Una volta sbottò.
Non vedo l’ora di andare in Sicilia, disse, quando vado in pensione vado in Sicilia, mi prendo una baracca vicino al mare e passo le mie giornale al sole e a pescare, e con diecimila lire al giorno vivrò benissimo, diecimilalire.
Ci penso spessissimo, io, a lui.
Cambiando quattro cose:
La Puglia, anziché la Sicilia.
Leggere e scrivere, anziché pescare.
Venti euro, anziché diecimila lire.
Non aspettare la pensione, soprattutto.
Boh.

E buona giornata.

E poi. Su facebook, ieri, ho scritto i miei film preferiti. Alcuni. Di tanti non ricordo il titolo.
Questi ho messo, che mi ricordo.

Un cuore in inverno.
Film rosso.
Il migliore.
Leon.
Nikita.
Harry ti presento Sally.
I fiumi di porpora.
Al di là del bene e del male.
Il paziente inglese.
La figlia di un soldato non piange mai.
Film d’amore e d’anarchia.
Un’arida stagione bianca.
Good mornig Babilonia.
Sostiene Pereira.
Fragole e sangue.
I cento passi.
Via da Las Vegas.
Soldato blu.
Fiorile.
Regalo di Natale.
Storia di ragazzi e ragazze.
I soliti sospetti.
The sixth sense.
Un’altra donna.
Pane e tulipani.
Mississipi burning.
Pomodori verdi fritti alla fermata del treno.
Un viaggio chiamato amore.
Profumo di donna (quello con Gassman).
Del perduto amore.
Prendimi l’anima.
La finestra di fronte.
I diari della motocicletta.
Lezioni di piano.
Tutto su mia madre.
Stand by me.
Mare dentro.
Sotto falso nome.
La giusta distanza.
La ragazza del lago.

Questa è la scheda dell’ultimo film con Daniel Auteuil; una grande storia, e non c’è nessuno, a mio avviso, migliore di Auteuil a interpretare il ruolo del dannato perdente.
Mi pare invece che non abbia avuto successo, sempre con Auteuil, il film Sotto falso nome, che consiglio, di un giovane regista italiano, Roberto Andò.

un’amica

In università conobbi una ragazza speciale. Mi colpì. Non ricordo perché cominciammo a parlare, prendere caffè insieme, fare qualche passeggiata per via Po.
Ricordo perché mi colpì.
A lezione, quando i docenti sentivano come si chiamava, la guardavano e le dicevano: Scusi, ma lei è mica la figlia di…?
E lei secca: No.
E invece lei era la figlia di…
Suo padre era un pezzo grosso di una importante case editrice, un intellettuale, anche; ma lei non voleva che si sapesse.
Son vent’anni che non la vedo.
La sento una volta all’anno, credo.
Parliamo, diciamo cose contro Berluscono e contro la sinistra, ridiamo, ci promettiamo di fissare un incontro, poi per mesi e mesi e mesi più nulla.
L’ultima volta mi ha detto.
Guarda, guadagno mille euro al mese, ho una macchina scassata e non me la passo proprio bene, ma almeno faccio quello che piace a me, la mia vita è questa.
Si occupa di cose d’arte, lei.
Ma il punto è un altro.
Mille euro, e ceti mesi non avere i soldi per pagare la bolletta, ma alzarsi al mattino e dire vado a lavorare, sorridendo.
Gran cosa no?
(Il peggio del peggio el peggio è guadagnare mille euro e lavorare nello stress).

Io, quando conobbi questa ragazza, ero un disoccupato.
Facevo lavori saltuari. Per esempio pulire soffitte o cantine. Mi ero appena licenziato dalla fabbrica. Contando i soldi che avevo da parte mi ero detto, Mi bastano per due anni di libertà.
Parenti e amici dissero: E’ impazzito.
Quella ragazza fu una delle poche che mi disse: Hai fatto bene. 
Per questo la sento ancora. 

Buona giornata
 

Segnalazione.
Su Blog & Nuovole è on line la prima storia.

Gian Renzo Morteo

Ho avuto la fortuna di conoscere un uomo che si chiamava Gian Renzo Morteo. E’ stato un mio docente di storia del teatro a Torino (Lettere, Palazzo Nuovo), se ho anche recitato lo devo a lui, è stata una persona che ho avuto il piacere di conoscere anche fuori dall’università.
Se qualcuno di voi ha quei librettini Einaudi della collana teatrale vedrà che diversi autori francesi (mi pare Artaud, mi pare Genet, di sicuro Ionesco, di sicuro La cantatrice calva) furono tradotti da Gian Renzo Morteo.
Che non era mai perentorio.
Non ricordo di averlo mai sentito definire un’opera o schifezza o capolavoro.
Una volta a lezione disse, Va bene che il teatro concede tutto, ma che Lea Massari (classe 1933) nell’Edipo Re sia la mamma di Vittorio Gassman (1922) mi lascia un po’ perplesso.
E’ difficile giudicare un’opera, sempre.
Decontestualizzarla.
Ci diceva.
Possiamo fare tante ipotesi, ma nessuno mai riuscirà a capire come mai Goethe definisse Goldoni un autore crudele.

Sapeva prendere la vita con ironia, Gian Renzo Morteo.
Ricordo quando andai a trovarlo in ospedale, era stato appena operato. (Avrei dovuto laurearmi con lui, non feci in tempo, ché se ne andò prima…).
Disse.
E’ pieno di suore, qui, sono talmente buone che il mio tumore lo chiamano ciste.
Disse anche.
Come è strana la vita. Ho visto qui, in ospedale, un mio vicino di casa. Sono vent’anni che ci incrociamo per le scale o in ascensore salutandoci, e basta. Qui invece ci siamo raccontati quel che non ci siamo detti in vent’anni.
A Morteo piacevano alcune citazioni.
Di Antoine.
Bisogna costringere gli spettatori a guardare uno spettacolo come si guarda dal buco di una serratura.
Poi ne ricordo una, che ripeteva sovente, ma non ricordo il nome del sociologo francese che la inventò.
Il primo uomo che disse che la donna è bella come un fiore fu un genio, il secondo un cretino.
Questa è perentoria, ma la condivido.
Specie quando penso al gregge.
(Credo che Torino debba molto a Gian Renzo Morteo; quando divenne direttore dello Stabile portò il teatro in periferia, nelle fabbriche, nelle scuole, in carcere. Un teatro didattico, semplice. Gli era caro il termine di fruizione. Far capire il messaggio. Partire da chi ti ascolta, altrimenti parli a te stesso. E’ da tempo che non mi occupo più di cose teatrali; ma so che molte compagnie nacquero dietro il suo impulso.
Il teatro è vita, la vita è teatro.
Già.
E buon lunedì

(Gli sono grato anche io: ché quando scrivo cerco di applicare il metodo Stanislavskij)

mah

questa nuova vita davanti al pc di sicuro ha costi altissimi.
e illusioni varie.
due tre mail, qualche commento scambiato, magari una chiacchierata usando messenger o skype e si diventa amici.
e pensiamo di conoscere quando invece, nella vita reale, non conosciamo nemmeno chi conosciamo da anni.
a volte da una vita.
comunque.
ho beccato un virus.
avevo un paio di antivirus, di quelli che si scaricano, senza pagare, che mi segnalavano queste presenze.
troian, che sembra una parolaccia.
però il computer, quello di casa, mio, vivacchiava.
venerdì vado al giornale e, mentre vado, vedo una cosa.
vetrina di una tabaccheria. pipe di schiuma bianca in offerta speciale: 70 euro.
dico: ah.
ah.
a luglio, quattordicesima in tasca, ne avevo presa una, senza badare a spese: 200 euro. in un’altra tabaccheria.
bene, vado a lavorare augurando emorroidi prurulente al tabaccaio che me l’aveva venduta a 200, assicurandami che mi aveva fatto uno sconto.
e comunque non era il caso di farne una tragedia, ma di pensare che quello era un segno premonitore, invece, era il caso.
vado al lavoro, dunque, e chiedo consiglio alla regazze che si occupano di informatica, al giornale.
mi consigliano un antivirus a pagamento.
bene dico, lo prendo.
lo prendo: 60 euro.
ci sta.
vado a casa. installo l’antivirus. mi dice che però, prima, devo disinstallare gli antivirus che ho nel pc.
eseguo.
come un coglione. eseguo come un coglione e senza pensare perché, oppalalà, il pc, appena disabilitati gli antivisur e in attesa del nuovo, è preda dei trojan, maledetti.
mi connetto, e cade la connessione.
accendo, e si spegne.
poi vedo cose strane.
messaggi strani, x rosse.
allora faccio il numero verde dei tipi dell’antivirus.
gentili, mi dicono che ho il pc infettato.
ma che forse, forse.
ma mandano per e-mail una ventina di cose da fare.
bene, prendo mezza giornata di ferie e passo così venerdì pomeriggio a installare programmi, inserire codici, tutto questo mentre il pc, ogni tanto, si spegneva, per cui dovevo ricomnicare.
alla fine ce l’ho fatta.
io che sono una chiavica ce l’ho fatta.
dieci ore.
evviva.
poi ho ripensato a quando ho iniziato a scrivere di notte.
anni ottanta.
olivetti, radio accesa, gatta che saliva e scendeva, radio che non si sentiva quando battevo sui tasti, fogli bianchi stropicciati sul tavolo, niente virus, e-mail, amici.
mah.

Ho ricevuto due mail stamattina.
due persone che mi hanno scritto dopo che hano letto del suicidio di Foster Wallace.
Qui un ricordo. 
E poi, avrei voluto segnalarlo ieri ma lo segnalo, oggi, ché va ancora bene.
Questa cosa qui, dal blog di Loredana Lipperini -a ma scritta da Monica Pepe -, è da leggere.
E’ l’italia di oggi. 
E buona domenica
(la mia è davanti al pc, che devo lavorare sul nuovo romanzo; a novembre, invece, esce il mio racconto Tamarri, su carta, per Historica, ma ne parlerò ancora. Insieme a Tamarri ci sarà qualcos’altro, di personale).

verrà la morte e

Giovedì ho parlato con due persone. Avranno avuto la mia età, lui qualche anno in più lei qualcuno in meno, ma sembravano molto più vecchi. Sembravano morti.
Quando perdi un figlio, all’improvviso come è stato per loro o poco a poco come succede, quel figlio, morendo, ti trascina nella tomba.
Non è lui, siamo noi, i nostri pensieri che diventano lui.
Quando eravamo piccoli, purtroppo, non ci hanno insegnato a sorridere alla morte. Che è l’unica certezza.
Mancano il dove e il quando.

Morena Fanti è apparsa in questo blog e ha partecipato a raccontiaquattromani.
La scorsa settimana ci siamo scritti.
Le ho detto: scusami ma non sapevo né che tu avessi un blog (quando lo so, io per cortesia, linko) né che tu avessi scritto un libro.

Di questo libro di Morena Fanti, Il dolore più grande, orfana di mia figlia, si parla nel blog del mio amico Massimo Maugeri.

Ci sarà sempre la morte nei miei libri
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne
anzi: vorrei che ci fosse maggiormente nei miei pensieri.
Pensarla serve: a non far morire il tempo.

Quando facevo l’università a Torino conobbi una ragazza. Sorrideva sempre. Io quasi mai. Una volta, era primavera, andammo a fare una passeggiata al parco del Valentino. Raccolse un firellino, di campo, me lo porse, mi disse, sempre sorridendo, senti come profuma?
Lo avvicinai, sentii poco, io.
Era malata, grave, e non lo diceva a nessuno. E dava esami, sorrideva, respirava a pieni polmoni ogni suo giorno e ci insegnava, a noi, che ci lamentavamo del cielo che era grigio e degli esami e di questo e di quest’altro.
Lei, che doveva fare flebo e che, le dicevano, non aveva futuro, sorrideva.
A volte – certe volte – bisogna tenerla lontana.

Perdere un figlio però è un’altra storia.
Non potevano sorridere i genitori di quel ragazzo morto, l’altro ieri, mentre mi raccontavano.
Non potevano e non potranno pensare ad altro.