autori stranieri… conosciuti

“E lei, come si chiama, già?”
(Così è la vita: ci sono i conosciuti e gli sconosciuti. I conosciuti ci tengono a farsi riconoscere, gli sconosciuti vorrebbero rimanere tali, e a tutti e due va male.)
“Malaussène,” dico, “Banjamin Malaussène”.
“Di Nizza?”
“Almeni di nome, sì”. 

da La fata carabina di Daniel Pennac, Feltrinelli.

Dagli italiani agli stranieri. Grandi autori d’oggi. Parlando degli italiani, ho visto che c’era interesse per questo argomento.
Scrivete quel che volete, i migliori cinque, i migliori tre, uno solo, dieci.
Ma forse forse quel che occorre è un perché?
Perché Saramago?
Perché La strada, perché Espiazione?
E i giallisti nordici?
E Qiu Xiaolong?
L’importante è cercare di incuriosire, far leggere cose buone, se possibile.
Un po’ di sano passaparola, in rete (così da non sprecare soldi quando si va in libreria).
E buona domenica.

PS Ho come il sospetto che il racconto collettivo sia destinato a fare una brutta fine.

Racconto a più mani: racconto interrotto

Gli impreparati alla vita, come Giulio. Anna, che di professione fa l’assistente sociale, ma se facesse altro, tipo rappresentante di tanga e ragazza cubo sarebbe meglio, mi ha detto: “Tina, cosa credi, guarda che Giulio ha quarantatré anni”. Quarantatré, ma come quarantatré, ne dimostra più di sessanta, pensavo io. Giulio ha dentro secoli, ma questo io non lo sapevo. Io volevo sapere chi fosse, ringraziarlo, per questo avevo chiesto di lui a quell’oca di Anna.
(remo bassini)
“Ha avuto un trauma, sai?” Aveva l’aria soddisfatta, mentre lo diceva. Appagata da questa sua diagnosi spicciola. Un trauma spiega tutto, no? Anche i serial killers ne hanno avuto di certo uno. E bello grosso. Ma Giulio non è un assassino. Non quel tipo di assassino, almeno.
(Gea Polonio)
Non uno che avesse scelto di ammazzare qualcuno insomma, ma uno che ci si era trovato perché la vita, chissà perché, ce lo aveva portato, proprio lì, in quella famiglia, in quella cucina, quella sera. Perché di un ragazzino sconvolto, che afferra il coltello della cucina e che, con un colpo solo, uccide il padre che da una vita ammazza di botte moglie e figli, tutto si può dire, ma non che sia un assassino.
(Elena del blog motivixalzarsialmattino.splinder.com/)
Dove fosse poi sparito per tutti quegli anni dopo l’Istituto, non era stato possibile saperlo con certezza, aveva detto Anna. Di sicuro si era comunque tenuto lontano dai guai, perché di lui non si era più saputo niente, e per una vita iniziata in quel modo, non era cosa da poco. Che poi avesse dentro tante altre vite, accumulate confusamente, una sopra l’altra, lo si capiva guardandolo negli occhi, per chi avesse avuto voglia di guardare negli occhi un uomo come Giulio. Uno che faceva del suo meglio per passare inosservato e che però, quella sera, nel parco, non aveva esitato a correre in mio aiuto.
(Elena del blog motivixalzarsialmattino.splinder.com/)
Anna non si era accorta dell’errore. Guardarlo negli occhi, aveva detto. Proprio a me.
Con le mani gli avevo toccato il volto quel giorno che mi raccolse da terra che avevo perso il bastone. Barcollavo senza riferimenti.
E che potevo saperne dei suoi quarantatré anni, dei suoi occhi da assassino, se le dita rimandavano al cervello rughe di cartapesta. Solo il tempo di accarezzarlo, solo un attimo, per capire a chi dire grazie.
Ma Giulio era già scappato via, ombra nell’ombra che mi avvolge.
(Silvia Leonardi)
C’erano le stelle. Me le raccontarono mentre mi riaccompagnavano a casa.
“Stiamo passando sotto Altair e Canis majoris”, mi dissero.
Sollevai la testa, come se davvero potessi guardarle. “Non le vedo ma le sento”, dissi.
Ma pensavo a Giulio e da quale stella fosse sceso lui. Ormai ne ero certa, Anna era una stronza.
Il mio cellulare squillò. “Scusa se sono scappato, proprio non potevo. Lei, hai capito chi, no? Lei mi pedina, mi perseguita”.
“Anna, vero?”
Silenzio.
“E allora basta, la facciamo finita. Una volta per tutte”.
(Enrico Gregori)
Quando Giulio arrivò a casa mia feci per stringergli la mano, ma afferrai una “cosa” freddissima.
“Vino – disse – una bottiglia. Tante volte ne avessi voglia mentre mi spieghi quello che hai in mente”.
“Tu non sei quello che sembri – attaccai subito – e non me ne frega di sapere la tua verità. So soltanto che Anna deve sparire, crepare deve. E tu…si tu, sai come fare. E non venirmi a dire che non hai mai ucciso nessuno, perché io non ci credo”.
Non potevo vedere la sua faccia mentre lui rideva, ma lo sentii sghignazzare.
“Cazzo c’è da ridere?”
“Anna mi ha chiesto di far fuori te, non è buffo?” 
(Enrico Gregori) 

 

La donna che parlava con i morti: pareri

Da tempo, una stroncatura su Anobii.
(di un’attenta lettrice, devo riconoscerlo)

Una commessa frustrata, ossessionata dal ricordo del padre anarchico, frequenta platonicamente un ispettore di polizia, vedovo e tutto dedito al culto della moglie morta. Quando l’uomo sparisce, la donna si dà da fare per rintracciarlo e, aiutata da un anziano carabiniere, cerca di capire che cosa attirasse il suo amico verso con una donna che si dice che parli coi morti. Il ricongiungimento avverrà ma forse l’ultima separazione sarà definitiva.
Di questo libro mi ha indisposto il turpiloquio costante ed artefatto, nel vano tentativo di infondere vita a dialoghi legnosi, ma anche la trama, fumosa e difficile da seguire. E poi ho provato un’antipatia immediata per la protagonista, a mio avviso troppo sopra le righe per essere credibile, così come poco credibile mi è suonata la conversione dell’inafferrabile vedovo, per tutto il libro più ritroso del casto Giuseppe, poi inopinatamente trasformatosi in tenero amante, quasi – è il caso di dirlo – in articulo mortis.

Per la verità non posso lamentarmi, ché soprattutto sulla carta stampata (Pulp, Queer, Repubblica, Famiglia Cristiana) ho avuto solo recensioni positive.
Così pure in rete, per esempio questa, che ho appena letto.

Nella triste storia di una commessa anarchica, con un fardello di orgoglio e ricordi impressionante, c’è parte di un’Italia che oggi non si ritrova più.
L’intera recensione.

racconto a più mani: nel mezzo del cammin

Gli impreparati alla vita, come Giulio. Anna, che di professione fa l’assistente sociale, ma se facesse altro, tipo rappresentante di tanga e ragazza cubo sarebbe meglio, mi ha detto: “Tina, cosa credi, guarda che Giulio ha quarantatré anni”. Quarantatré, ma come quarantatré, ne dimostra più di sessanta, pensavo io. Giulio ha dentro secoli, ma questo io non lo sapevo. Io volevo sapere chi fosse, ringraziarlo, per questo avevo chiesto di lui a quell’oca di Anna.
(incipit, mio)

”Ha avuto un trauma, sai?” Aveva l’aria soddisfatta, mentre lo diceva. Appagata da questa sua diagnosi spicciola. Un trauma spiega tutto, no? Anche i serial killers ne hanno avuto di certo uno. E bello grosso. Ma Giulio non è un assassino. Non quel tipo di assassino, almeno.
(Gea Polonio)

Non uno che avesse scelto di ammazzare qualcuno insomma, ma uno che ci si era trovato perché la vita, chissà perché, ce lo aveva portato, proprio lì, in quella famiglia, in quella cucina, quella sera. Perché di un ragazzino sconvolto, che afferra il coltello della cucina e che, con un colpo solo, uccide il padre che da una vita ammazza di botte moglie e figli, tutto si può dire, ma non che sia un assassino.
(Elena del blog motivixalzarsialmattino.splinder.com/)

Dove fosse poi sparito per tutti quegli anni dopo l’Istituto, non era stato possibile saperlo con certezza, aveva detto Anna. Di sicuro si era comunque tenuto lontano dai guai, perché di lui non si era più saputo niente, e per una vita iniziata in quel modo, non era cosa da poco. Che poi avesse dentro tante altre vite, accumulate confusamente, una sopra l’altra, lo si capiva guardandolo negli occhi, per chi avesse avuto voglia di guardare negli occhi un uomo come Giulio. Uno che faceva del suo meglio per passare inosservato e che però, quella sera, nel parco, non aveva esitato a correre in mio aiuto.
(Elena del blog motivixalzarsialmattino.splinder.com/)

Anna non si era accorta dell’errore. Guardarlo negli occhi, aveva detto. Proprio a me.
Con le mani gli avevo toccato il volto quel giorno che mi raccolse da terra che avevo perso il bastone. Barcollavo senza riferimenti.
E che potevo saperne dei suoi quarantatré anni, dei suoi occhi da assassino, se le dita rimandavano al cervello rughe di cartapesta. Solo il tempo di accarezzarlo, solo un attimo, per capire a chi dire grazie.
Ma Giulio era già scappato via, ombra nell’ombra che mi avvolge.
(Silvia Leonardi)

C’erano le stelle. Me le raccontarono mentre mi riaccompagnavano a casa.
“Stiamo passando sotto Altair e Canis majoris”, mi dissero.
Sollevai la testa, come se davvero potessi guardarle. “Non le vedo ma le sento”, dissi.
Ma pensavo a Giulio e da quale stella fosse sceso lui. Ormai ne ero certa, Anna era una stronza.
Il mio cellulare squillò. “Scusa se sono scappato, proprio non potevo. Lei, hai capito chi, no? Lei mi pedina, mi perseguita”.
“Anna, vero?”
Silenzio.
“E allora basta, la facciamo finita. Una volta per tutte”.
(Enrico Gregori)

Si procede, siamo a metà.
Ci sono incongruenze? Quando si scrive succede. Quindi facciamo così: i prossimi contributi (ancora sei) possono (tanto per incasinarmi la vita) proporre anche degli editing ai contributi procedenti, affinché tutto fili (e finisca).
Chi vuole inviare un propro contributo, la mail è la solita
raccontiaquattromani@gmail.com.
fino a domenica a mezzogiorno; poi da mezzogiorno a mezzanotte si vota.

Sui cinque scrittori d’oggi da segnalare: lascio aperta la discussione, forse ci sono nomi non ancora citati.

scrittori d’oggi: i migliori cinque

Sul vecchio blog proposi una discussione, che si fece anche animata:
Tre autori d’oggi: da segnalare.
Lo feci perché, puntualmente, mi capita di ri-leggere che i contemporanei son da buttare via, meglio i classici.
Io sono combattuto.
Quando vedo affermazioni perentorie di questo tipo penso quattro cose cose quattro:
uno, che per fare un’affermaziione del genere bisognerebbe conoscere almeno cento autori contemporanei italiani;
due, che però in fondo in fondo non è del tutto sbagliata l’oservazione dal momento che io, periodicamente, se voglio concedermi una lettura purificante ricorro a Céline o Fitzgerald Scott o Chandler o Pratolini, Fenoglio, Calvino, Pavese eccetera;
tre, penso anche che il discorso “i contemporanei son tutti da buttare a mare” è un discorso ricorrente; Pietro Pancrazi, noto critico cortonese (mi pare che Laterza stia ristampando alcune cose sue), tra il 1930 e il 1940 diceva: gli scrittori d’oggi stanno mandando a rotoli la buona letteratura;
quattro, che se vado su Anobii mi vien voglia, spesso, di dare ragione a chi rimpiange. La settimana scorsa ho visto che qualche utente ha dato 4 stelle a certi contemporanei che scrivono cose molto commerciali e 2 stelle (che equivale al Così così) a Vittorini.

Insomma, io alla fin fine penso che i contemporanei non sanno giudicare i contemporanei.
e che il discorso sugli scrittori d’oggi ha più valenze psicologiche che oggettive.

Comunque, il gioco dei tre migliori contemporanei, sul vecchio blog (27 gennaio 2007) dava questo risultato.
Mi piacerebbe riproporre quel gioco, chiedendo di indicarne una cinquina di contemporanei.
Con variazioni sul tema.

Faccio poi una pubblica confessione, che non mi fa certo onore, ma tant’è.
Per quanti anni ho mandato manoscritti senza ricevere risposta oppure ricevendo la solita risposta prestampata (la ringraziamo per essersi rivolto a noi, MA quanto ci ha proposto, benché abbia… eccetera, NON rientra nella nostra linea editoriale).
Per forza pensavo, pubblicate solo robaccia.
Meglio i classici, pensavo.
Oggi in quella robaccia ci sarei anche io.

e buona giornata

Racconto a più mani: i contributi son cinque, adesso

Segnalazioni (in ritardo lo, in questi giorni faccio tutto in fretta e male):
– Laura e Lory propongono Letteriadi 2008.
– Giorgio Sannino segnala Belle bandiere.

(stamattina tanto per dire. Caffè, posta elettronica, prima sigaretta, esco, arrivo in strada, torno indietro ché, come sempre, ho dimenticato il cellulare, intando sgrido il cane che ho beccato mentre aggrediva il gatto, poi chiamo il gatto che per dieci minuti fa avanti e indietro, casa cortile cortile casa, quindi,vedo che si è deciso, evviva, cortile, esco di nuovo, cerco la bicicletta, penso me l’abbiano rubata, telefono, chiedo ma dove cavolo è la mia bicicletta, intanto esco di nuovo per strada e vedo la bicicletta, che avevo appoggiato io al muro quando mi ero accorto del telefono mancante, e mentre pedalo penso a un nome che non ricordo, e mi girano le scatole quando non ricordo un nome, così arrivo al giornale, ed è passata più di un’ora dal risveglio, sono in ritardo, caffè, seconda sigaretta, riunione, vedo che nella pausa panino devo rispondere a dieci mail circa, penso, mentro rispondo e mangio il panino, a poster di Claudio Baglioni, e andareee, lontanooo…).

aggiornamento racconto a più mani

racconto a più mani, aggiornamento (con revisioni)
dal momento che è rimasto un po’ oscurato, c’è ancora tempo (ma sono fino alle 15) di inviare possibili contributi e poi si vota – qui – (dalle 15 alle 20)

Gli impreparati alla vita, come Giulio. Anna, che di professione fa l’assistente sociale, ma se facesse altro, tipo rappresentante di tanga e ragazza cubo sarebbe meglio, mi ha detto: “Tina, cosa credi, guarda che Giulio ha quarantatré anni”. Quarantatré, ma come quarantatré, ne dimostra più di sessanta, pensavo io. Giulio ha dentro secoli, ma questo io non lo sapevo. Io volevo sapere chi fosse, ringraziarlo, per questo avevo chiesto di lui a quell’oca di Anna.
(incipit, mio)

”Ha avuto un trauma, sai?” Aveva l’aria soddisfatta, mentre lo diceva. Appagata da questa sua diagnosi spicciola. Un trauma spiega tutto, no? Anche i serial killers ne hanno avuto di certo uno. E bello grosso. Ma Giulio non è un assassino. Non quel tipo di assassino, almeno.
(Gea Polonio)

Non uno che avesse scelto di ammazzare qualcuno insomma, ma uno che ci si era trovato perché la vita, chissà perché, ce lo aveva portato, proprio lì, in quella famiglia, in quella cucina, quella sera. Perché di un ragazzino sconvolto, che afferra il coltello della cucina e che, con un colpo solo, uccide il padre che da una vita ammazza di botte moglie e figli, tutto si può dire, ma non che sia un assassino.
(Elena del blog motivixalzarsialmattino.splinder.com/)

Dove fosse poi sparito per tutti quegli anni dopo l’Istituto, non era stato possibile saperlo con certezza, aveva detto Anna. Di sicuro si era comunque tenuto lontano dai guai, perché di lui non si era più saputo niente, e per una vita iniziata in quel modo, non era cosa da poco. Che poi avesse dentro tante altre vite, accumulate confusamente, una sopra l’altra, lo si capiva guardandolo negli occhi, per chi avesse avuto voglia di guardare negli occhi un uomo come Giulio. Uno che faceva del suo meglio per passare inosservato e che però, quella sera, nel parco, non aveva esitato a correre in mio aiuto.
(Elena del blog motivixalzarsialmattino.splinder.com/)

Anna non si era accorta dell’errore. Guardarlo negli occhi, aveva detto. Proprio a me.
Con le mani gli avevo toccato il volto quel giorno che mi raccolse da terra che avevo perso il bastone. Barcollavo senza riferimenti.
E che potevo saperne dei suoi quarantatré anni, dei suoi occhi da assassino, se le dita rimandavano al cervello rughe di cartapesta. Solo il tempo di accarezzarlo, solo un attimo, per capire a chi dire grazie.
Ma Giulio era già scappato via, ombra nell’ombra che mi avvolge.
(Silvia Leonardi)
primo contributo

C’erano le stelle. Me le raccontarono mentre mi riaccompagnavano a casa.
“Stiamo passando sotto Altair e Canis majoris”, mi dissero.
Sollevai la testa, come se davvero potessi guardarle. “Non le vedo ma le sento”, dissi.
Ma pensavo a Giulio e da quale stella fosse sceso lui. Ormai ne ero certa, Anna era una stronza.
Il mio cellulare squillò. “Scusa se sono scappato, proprio non potevo. Lei, hai capito chi, no? Lei mi pedina, mi perseguita”.
“Anna, vero?”
Silenzio.
“E allora basta, la facciamo finita. Una volta per tutte”.

Secondo contributo

Giulio si era seduto accanto a me, non me n’ero nemmeno accorta. Io stavo piangendo, grosse lacrime mi scivolavano sul viso. Stavo rovistando dentro la borsetta, cercavo il barattolo dei barbiturici, volevo farla finita, la vita mi aveva voltato le spalle. Giorgio il mio grande amore era fuggito con la mia migliore amica, non si era nemmeno preso la briga di avvisarmi, l’aveva fatto lei con una telefonata, dicendomi Giorgio ed io ci amiamo, stiamo partendo per una nuova vita. Anch’io volevo partire, prendere il volo, ma in un altro modo. Giulio che aveva captato il mio gesto, si era avvicinato a me, mi disse, no, non farlo, te ne pentiresti, i gesti fatti d’istinto si pagano per tutta la vita. Poi mi strinse tra le sue braccia, stavo bene lì…

terzo contributo

“Aiutatemi a rintracciare quell’uomo, quell’anziano signore che mi ha soccorso”, avevo chiesto a chi
era sopraggiunto in un secondo momento, compreso all’edicolante del chiosco del parco, che si era soffermato più a lungo e che mi aveva finalmente fornito le giuste indicazioni, ma con un atteggiamento perplesso, come a dire che avrei trovato tutto sommato un poco di buono, un perdigiorno, qualcuno che soltanto casualmente s’era dimostrato utile. Non aveva detto molto.
“E’ il Giulio, chi vuole che giri a tutte le ore da queste parti… Se mi aiuta ad aprire e sistemare il chiosco di mattino gli offro di solito un caffè e n’è ben contento, ha pochi quattrini in tasca …”
Ad una richiesta più specifica sulla persona di Giulio aveva cambiato argomento, campando una scusa, tornando a lavorare. Per questo mi ero rivolta ad Anna, che di casi umani era l’esperta, pur avendola, in passato e per esperienza personale, già catalogata tra chi fa l’assistente sociale tanto per fare. Tra gli esperti di carità pelosa. Parlando di Giulio, che credevo anziano, nel descriverlo aveva messo tuttavia quasi una punta di cattiveria stizzita. Come se Giulio non fosse figura di passaggio della sua vita, ma ben altro. Forse soltanto un clamoroso insuccesso della sua opera di redenzione. Com’era stato per me, in fondo. Anna non era stata molto utile neanche a me. Aveva fatto del suo meglio, credo, ma era superficiale. Lontana anni luce dalla vita. Quella vera.

quarto contributo

Mi ero rivolta ad Anna, perché quel “vecchio”, fuggito via come se avesse vergogna degli altri o di sé stesso mi pareva un caso di sua competenza, d’altra parte nessuno, tra gli accorsi in seguito, mi aveva fornito informazioni sufficienti su quel brav’uomo.
Anna aveva ascoltato distrattamente il racconto dell’accaduto, che riteneva soltanto routine, così come i fatti della gente che le toccava frequentare per lavoro e di quel viso rugoso aveva riso nervosamente, dicendomi che anziano non era affatto ed affrettandosi ad aggiungere che era un poveretto, traumatizzato e reduce della sua stessa vita, dimenticando forse di dirmi che però, proprio quel Giulio, anni prima, era stato suo marito. Tant’è che ora, al ricordo, non so se il trauma vero e proprio fosse quello, terribile, da cui era stato travolto ragazzino o quell’altro, apparentemente borghese e salvifico, sopraggiunto da adulto, con il fascino dell’uomo vissuto, che incontra una ragazza viziata e annoiata, che cerca una botta di vita in chi ha lottato per sopravvivere.

quinto contributo

“Scappare via. Un’altra volta ancora. Per quella fottuta paura di legarsi troppo alle persone. Per non sapere valutare la giusta distanza. Quella che permette di vedere le cose per come sono e non farsi accecare da particolari ingigantiti a dismisura e poi sopravvalutati. Anche sua madre aveva finito per diradare le visite all’istituto. E Giulio, una volta uscito, si era fatto da parte. Si era reso anonimo, invisibile. Soltanto Tina era riuscita a vederlo davvero.”

raccontiaquattro mani: un gioco-dedica

dedicato ai “quattromanisti”.
scritto da Enrico Gregori.
(se qualcuno volesse, è un buon esercizio)

Mi pare normale che tu ti svegli all’alba e trovi la RUGIADA. Cosa avresti voluto vedere, invece, LA NEVE CHE NON C’ERA?
Del resto che tu sia ormai fuori come un citofono è evidente. Ieri, per spiegarmi una tua teoria su cosa è nascosto nei calzoni di un uomo, hai usato il neologismo AMORETORICO SESSOLINGO.
E non ti ha dissuaso LO SGUARDO INDIFFERENTE che io avevo assunto sebbene sembrasse evidente che per me tu stessi dicendo TUTTE CAZZATE. Parole vuote che scivolano via come PUGNI DI SABBIA, luoghi comuni e insignificanti che non si usano nemmeno a VENT’ANNI.
Probabilmente in quella tua testa bacata si era fatta largo l’idea che tu fossi L’UOMO CHE VENDEVA SOGNI, una specie di guida celeste, astro tra gli astri, come una STELLAMADRE.
Mi piacerebbe proprio sapere da dove viene questa tua certezza che le tue opinioni possano, come SCINTILLE, rischiarare il buio dei pensieri altrui.
Le tue sciocche elucubrazioni le hai snocciolante anche a HAYNT che, com’era prevedibile, è rimasto CON GLI OCCHI SPALANCATI.
Quello sragiona, mi disse, i suoi discorsi sono soltanto una sequenza confusa di ASIMMETRIE. Roba da mettersi a letto dopo una dose di EFEDRINA.
Ma tu, inclemente, lo hai torturato di fesserie per l’intera notte, finchè non si è sentito IL CANTO DEL GALLO.
Sei instancabile, non conosci la fatica quando ti ci metti. Continui a chiacchierare senza sosta anche sotto il sole, che io non sopporto perché come sai ODIO L’ESTATE. E quando non trovo refrigerio non mi rimane che uscire FUORI DAL VILLAGGIO e cercare sollievo in altura.
NATURALMENTE avrai modo di scovarmi anche là. Scenderai a MLANO CENTRALE e camminerai in una costante EVOLUZIONE di passi concitati. Non ti fermerà la stanchezza né un lancinante dolore ai piedi. Sarai disposto a procedere a QUATTROMANI pur di arrivare laddove io ho trovato riparo, nella baita de LA ROTONDE.
Non ti curerai nemmeno se, arrivando, mi troverai a trombare MARIA finchè, stremato, io mi conceda IL SONNO DELLA RAGIONE.

PS Sotto (racconto a più mani) siamo arrivati a quattro contributi.
(si vota domani, tutti possono, fino alle 16)

la divina commedia non stop

Di lui, almeno a Novara, si sta parlando e si parlerà.
Si chiama Alexander Petricich.
E domani, in piazza Duomo, per dodici ore consecutive, leggerà le tre cantiche della Divina Commedia.

Nel comunicato stampa dell’evento si legge che…
sarà affiancato da un consulente psicologico. Saranno inoltre preparati degli integratori alimentari che lo supporteranno nella lunga e faticosa lettura.

Curioso, il consulente psicologico.
Lui, Alexander Petricich, dice che…
il viaggio dantesco ha un grande spessore fisico: nel poema più volte lo stesso Dante si trova, per proseguire, a dover “vincere” il proprio corpo, la stanchezza.

Poi.
La lettura sarà accompagnata dalla musica di Johannes Brahms (Ein Deutsches Requiem) e Gustav Mahler (Sinfonie nr. 2, 3, 8).

Interessante ma eccesivo, credo.
E buona giornata.

PS. Ma voi ce l’avete
http://it-it.facebook.com/
?

e sei (di racconto di gruppo)

Gli impreparati alla vita, come Giulio. Anna, che di professione fa l’assistente sociale, ma se facesse altro, tipo rappresentante di tanga e ragazza cubo sarebbe meglio, mi ha detto: “Tina, cosa credi, guarda che Giulio ha quarantatré anni”. Quarantatré, ma come quarantatré, ne dimostra più di sessanta, pensavo io. Giulio ha dentro secoli, ma questo io non lo sapevo. Io volevo sapere chi fosse, ringraziarlo, per questo avevo chiesto di lui a quell’oca di Anna.
(incipit, mio)

”Ha avuto un trauma, sai?” Aveva l’aria soddisfatta, mentre lo diceva. Appagata da questa sua diagnosi spicciola. Un trauma spiega tutto, no? Anche i serial killers ne hanno avuto di certo uno. E bello grosso. Ma Giulio non è un assassino. Non quel tipo di assassino, almeno.
(Gea Polonio)

Non uno che avesse scelto di ammazzare qualcuno insomma, ma uno che ci si era trovato perché la vita, chissà perché, ce lo aveva portato, proprio lì, in quella famiglia, in quella cucina, quella sera. Perché di un ragazzino sconvolto, che afferra il coltello della cucina e che, con un colpo solo, uccide il padre che da una vita ammazza di botte moglie e figli, tutto si può dire, ma non che sia un assassino.
(Elena del blog motivixalzarsialmattino.splinder.com/)

Dove fosse poi sparito per tutti quegli anni dopo l’Istituto, non era stato possibile saperlo con certezza, aveva detto Anna. Di sicuro si era comunque tenuto lontano dai guai, perché di lui non si era più saputo niente, e per una vita iniziata in quel modo, non era cosa da poco. Che poi avesse dentro tante altre vite, accumulate confusamente, una sopra l’altra, lo si capiva guardandolo negli occhi, per chi avesse avuto voglia di guardare negli occhi un uomo come Giulio. Uno che faceva del suo meglio per passare inosservato e che però, quella sera, nel parco, non aveva esitato a correre in mio aiuto.
(Elena del blog motivixalzarsialmattino.splinder.com/)

Anna non si era accorta dell’errore. Guardarlo negli occhi, aveva detto. Proprio a me.
Con le mani gli avevo toccato il volto quel giorno che mi raccolse da terra che avevo perso il bastone. Barcollavo senza riferimenti.
E che potevo saperne dei suoi quarantatré anni, dei suoi occhi da assassino, se le dita rimandavano al cervello rughe di cartapesta. Solo il tempo di accarezzarlo, solo un attimo, per capire a chi dire grazie.
Ma Giulio era già scappato via, ombra nell’ombra che mi avvolge.
(Silvia Leonardi)

primo contributo

C’erano le stelle. Me le raccontarono mentre mi riaccompagnavano a casa.
“Stiamo passando sotto Altair e Canis majoris”, mi dissero.
Sollevai la testa, come se davvero potessi guardarle. “Non le vedo ma le sento”, dissi.
Ma pensavo a Giulio e da quale stella fosse sceso lui. Ormai ne ero certa, Anna era una stronza.
Il mio cellulare squillò. “Scusa se sono scappato, proprio non potevo. Lei, hai capito chi, no? Lei mi pedina, mi perseguita”.
“Anna, vero?”
Silenzio.
“E allora basta, la facciamo finita. Una volta per tutte”.

Secondo contributo

Giulio si era seduto accanto a me, non me n’ero nemmeno accorta. Io stavo piangendo, grosse lacrime mi scivolavano sul viso. Stavo rovistando dentro la borsetta, cercavo il barattolo dei barbiturici, volevo farla finita, la vita mi aveva voltato le spalle. Giorgio il mio grande amore era fuggito con la mia migliore amica, non si era nemmeno preso la briga di avvisarmi, l’aveva fatto lei con una telefonata, dicendomi Giorgio ed io ci amiamo, stiamo partendo per una nuova vita. Anch’io volevo partire, prendere il volo, ma in un altro modo. Giulio che aveva captato il mio gesto, si era avvicinato a me, mi disse, no, non farlo, te ne pentiresti, i gesti fatti d’istinto si pagano per tutta la vita. Poi mi strinse tra le sue braccia, stavo bene lì…

terzo contributo.

“Aiutatemi a rintracciare quell’uomo, quell’anziano signore che mi ha soccorso”, avevo chiesto a chi
era sopraggiunto in un secondo momento, compreso all’edicolante del chiosco del parco, che si era soffermato più a lungo e che mi aveva finalmente fornito le giuste indicazioni, ma con uno sguardo perplesso, come a dire che avrei trovato tutto sommato un poco di buono, un perdigiorno, qualcuno che soltanto casualmente s’era dimostrato utile. Non aveva detto molto.
“E’ il Giulio, chi vuole che giri a tutte le ore da queste parti… Se mi aiuta ad aprire e sistemare il chiosco di mattino gli offro di solito un caffè e n’è ben contento, ha pochi quattrini in tasca …”
Ad una richiesta più specifica sulla persona di Giulio aveva cambiato argomento, campando una scusa, tornando a lavorare. Per questo mi ero rivolta ad Anna, che di casi umani era l’esperta, pur avendola, in passato e per esperienza personale, già catalogata tra chi fa l’assistente sociale tanto per fare. Tra gli esperti di carità pelosa. Parlando di Giulio, che credevo anziano, nel descriverlo aveva messo tuttavia quasi una punta di cattiveria stizzita. Come se Giulio non fosse figura di passaggio della sua vita, ma ben altro. Forse soltanto un clamoroso insuccesso della sua opera di redenzione. Com’era stato per me, in fondo. Anna non era stata molto utile neanche a me. Aveva fatto del suo meglio, credo, ma era superficiale. Lontana anni luce dalla vita. Quella vera.

Quarto contributo

Mi ero rivolta ad Anna, perché quel “vecchio” un po’ malmesso, fuggito via come se avesse vergogna degli altri o di sé stesso mi pareva un caso di sua competenza, d’altra parte nessuno, tra gli accorsi in seguito, mi aveva fornito informazioni sufficienti su quel brav’uomo.
Anna aveva ascoltato distrattamente il racconto dell’accaduto, che riteneva soltanto routine, così come i fatti della gente che le toccava frequentare per lavoro e di quel viso rugoso aveva riso nervosamente, dicendomi che anziano non era affatto ed affrettandosi ad aggiungere che era un poveretto, traumatizzato e reduce della sua stessa vita, dimenticando forse di dirmi che però, proprio quel Giulio, anni prima, era stato suo marito. Tant’è che ora, al ricordo, non so se il trauma vero e proprio fosse quello, terribile, da cui era stato travolto ragazzino o quell’altro, apparentemente borghese e salvifico, sopraggiunto da adulto, con il fascino dell’uomo vissuto, che incontra una ragazza viziata e annoiata, che cerca una botta di vita in chi ha lottato per sopravvivere.

chi vuole (chiunque) può spedire (c’è tempo fino a domani sera sul tardi) a
raccontiaquattromani@gmail.com

racconto a più mani: così è

Gli impreparati alla vita, come Giulio. Anna, che di professione fa l’assistente sociale, ma se facesse altro, tipo rappresentante di tanga e ragazza cubo sarebbe meglio, mi ha detto: “Tina, cosa credi, guarda che Giulio ha quarantatré anni”. Quarantatré, ma come quarantatré, ne dimostra più di sessanta, pensavo io. Giulio ha dentro secoli, ma questo io non lo sapevo. Io volevo sapere chi fosse, ringraziarlo, per questo avevo chiesto di lui a quell’oca di Anna.
(incipit, mio)

”Ha avuto un trauma, sai?” Aveva l’aria soddisfatta, mentre lo diceva. Appagata da questa sua diagnosi spicciola. Un trauma spiega tutto, no? Anche i serial killers ne hanno avuto di certo uno. E bello grosso. Ma Giulio non è un assassino. Non quel tipo di assassino, almeno.
(Gea Polonio)

Non uno che avesse scelto di ammazzare qualcuno insomma, ma uno che ci si era trovato perché la vita, chissà perché, ce lo aveva portato, proprio lì, in quella famiglia, in quella cucina, quella sera. Perché di un ragazzino sconvolto, che afferra il coltello della cucina e che, con un colpo solo, uccide il padre che da una vita ammazza di botte moglie e figli, tutto si può dire, ma non che sia un assassino.
(Elena del blog motivixalzarsialmattino.splinder.com/)

Dove fosse poi sparito per tutti quegli anni dopo l’Istituto, non era stato possibile saperlo con certezza, aveva detto Anna. Di sicuro si era comunque tenuto lontano dai guai, perché di lui non si era più saputo niente, e per una vita iniziata in quel modo, non era cosa da poco. Che poi avesse dentro tante altre vite, accumulate confusamente, una sopra l’altra, lo si capiva guardandolo negli occhi, per chi avesse avuto voglia di guardare negli occhi un uomo come Giulio. Uno che faceva del suo meglio per passare inosservato e che però, quella sera, nel parco, non aveva esitato a correre in mio aiuto.
(Elena del blog motivixalzarsialmattino.splinder.com/)

Anna non si era accorta dell’errore. Guardarlo negli occhi, aveva detto. Proprio a me.
Con le mani gli avevo toccato il volto quel giorno che mi raccolse da terra che avevo perso il bastone. Barcollavo senza riferimenti.
E che potevo saperne dei suoi quarantatré anni, dei suoi occhi da assassino, se le dita rimandavano al cervello rughe di cartapesta. Solo il tempo di accarezzarlo, solo un attimo, per capire a chi dire grazie.
Ma Giulio era già scappato via, ombra nell’ombra che mi avvolge.
(Silvia Leonardi)

cinque aggiunte, o contributi come ho presio a chiamarli io.
l’ultimo, dunque, di silvia leonardi.
si riparte. ancora sette sforzi, così da arrivare a dodici, unidici elaborazioni più l’incipit.
tutti possono provare, anche con più contributi e inviando a
raccontiaquattromani@gmail.com.
senza fretta, fino a domani, in tarda serata.
poi, il sesto contributo si vota venerdì (tutti possono votare, eccetera), diciamo fino alle 16.

racconti a più mani 5, il voto

Gli impreparati alla vita, come Giulio. Anna, che di professione fa l’assistente sociale, ma se facesse altro, tipo rappresentante di tanga e ragazza cubo sarebbe meglio, mi ha detto: “Tina, cosa credi, guarda che Giulio ha quarantatré anni”. Quarantatré, ma come quarantatré, ne dimostra più di sessanta, pensavo io. Giulio ha dentro secoli, ma questo io non lo sapevo. Io volevo sapere chi fosse, ringraziarlo, per questo avevo chiesto di lui a quell’oca di Anna.
(incipit, mio)

”Ha avuto un trauma, sai?” Aveva l’aria soddisfatta, mentre lo diceva. Appagata da questa sua diagnosi spicciola. Un trauma spiega tutto, no? Anche i serial killers ne hanno avuto di certo uno. E bello grosso. Ma Giulio non è un assassino. Non quel tipo di assassino, almeno.
(Gea Polonio)

Non uno che avesse scelto di ammazzare qualcuno insomma, ma uno che ci si era trovato perché la vita, chissà perché, ce lo aveva portato, proprio lì, in quella famiglia, in quella cucina, quella sera. Perché di un ragazzino sconvolto, che afferra il coltello della cucina e che, con un colpo solo, uccide il padre che da una vita ammazza di botte moglie e figli, tutto si può dire, ma non che sia un assassino.
(Elena del blog motivixalzarsialmattino.splinder.com/)

Dove fosse poi sparito per tutti quegli anni dopo l’Istituto, non era stato possibile saperlo con certezza, aveva detto Anna. Di sicuro si era comunque tenuto lontano dai guai, perché di lui non si era più saputo niente, e per una vita iniziata in quel modo, non era cosa da poco. Che poi avesse dentro tante altre vite, accumulate confusamente, una sopra l’altra, lo si capiva guardandolo negli occhi, per chi avesse avuto voglia di guardare negli occhi un uomo come Giulio. Uno che faceva del suo meglio per passare inosservato e che però, quella sera, nel parco, non aveva esitato a correre in mio aiuto.
(Elena del blog motivixalzarsialmattino.splinder.com/)

Primo contributo.

Sono stati quelli a fermarmi, gli dissi indicando la polizia.
Perché avevano trovato Anna. Folgorata con l’asciugacapelli nella vasca da bagno.
E l’ultimo numero in entrata sul suo cellulare, manco a dirlo, era il mio, continuai. Un avvocato, mi hanno detto. E io non ce l’ho. E volevo solo compagnia. Tu mi fai compania, ecco.
Giulio andò a parlare con quello in borghese, probabilmente era il capo. Gli disse due parole, ma bastarono a fare piazza pulita. Smobilitarono in quattro e quattr’otto come se avesse parlato il presidente della Repubblica.
Accesi una sigaretta, la spensi subito contro un albero. Ne accesi un’altra, spensi anche quella. Non sapevo quello che facevo.
Anna è morta, dissi a Giulio prendendolo per il bavero. Quasi mi arrestano. Poi arrivi tu e se ne vanno a testa bassa come se li avesse sgridati il preside. Chi cazzo sei tu? Dimmelo Giulio, chi cazzo sei!

Secondo contributo

E pensare che, passeggiando, inizialmente lo avevo schivato: il passo un po’ sghembo, quel camminare con le spalle un po’ insaccate e le mani in tasca, la barba lunga un dito…mi avevano intimorito. L’abito fa sempre il monaco, anche se si sostiene, per retorica buonista, il contrario. Avevo allungato il passo per allontanarmi proprio da Giulio, avvicinandomi invece, indifferente, al tipo che pareva aspettare tranquillamente qualcuno, forse una ragazza ( ne aveva tutta l’aria tra il tronfio e il circospetto), guardando la prima pagina del quotidiano. Lo stesso che mi scippò, assestandomi una giornalata sulla spalla, nell’intento di far scivolare la tracolla della borsa. Persi l’equilibrio e la borsa e caddi malamente, le lacrime annebbiarono gli occhi e smisi di piangere quando proprio la mano di Giulio si strinse al mio braccio per aiutarmi ad alzarmi da terra. Accettai il suo aiuto e ricambiai con un sorriso stentato il suo, incerto e sdentato.

Terzo contributo.

Era corso in mio aiuto d’istinto, quei ragazzi mi avevano circondata ridendo, visibilmente alterati, si palleggiavano la mia borsa, che m’avevano strappato di mano, gingillandosi e sfottendomi: “guarda la signora, che prima camminava così sicura, muovendo bene il culo , come trema, ora…!”. Erano visibilmente alterati, forse, oltre che ladri, su di giri per l’assunzione di qualche sostanza stupefacente o soltanto un po’ ubriachi, chissà. Sudavo freddo. Non mi riusciva un gesto deciso, la fuga, anche la parola mi si ghiacciava in gola. Giulio, che seduto su una panchina a consumare un magro pasto nella carta, aveva assistito alla scena ed era corso urlando, mettendo in fuga i balordi, forse stupiti che qualcuno fosse tanto disperato da sembrare più balordo di loro, m’aveva soccorsa e salvata, che senza lui sarei stata tra i sommersi dalla paura.

Quarto contributo

Anna non si era accorta dell’errore. Guardarlo negli occhi, aveva detto. Proprio a me.
Con le mani gli avevo toccato il volto quel giorno che mi raccolse da terra che avevo perso il bastone. Barcollavo senza riferimenti.
E che potevo saperne dei suoi quarantatre anni, dei suoi occhi da assassino, se le dita rimandavano al cervello rughe di cartapesta. Solo il tempo di accarezzarlo, solo un attimo, per capire a chi dire grazie.
Ma Giulio era già scappato via, ombra nell’ombra che mi avvolge.

Quinto contributo.

Delle volte d’estate lui ci dormiva lì al parco, mi avrebbe poi raccontato, perché quando faceva troppo caldo nella sua stanza che affacciava in uno dei vicoli lì intorno, usciva a fare due passi, a fumarsi una sigaretta, e finiva che si addormentava su qualche panchina.

Così, quella sera, aveva appena preso sonno, quando lo scricchiolio dei miei passi sul ghiaino del vialetto, gli aveva fatto socchiudere gli occhi, e per un attimo mi aveva intravista, veloce, la maglietta rossa, sotto il cono di luce del lampione. Poi, poco più in là, voci soffocate, confuse, concitate, un rumore di passi, di lotta, le grida.

Le mie grida, il mio terrore sentendomi di colpo il peso di un uomo addosso, e un dolore lancinante alla tempia, alla faccia, il respiro mozzato, il sangue che mi riempiva la bocca, le mie mani che afferravano il niente e le sue, forti, feroci, che mi premevano addosso. Finchè, dietro le spalle di quell’uomo, avevo visto arrivare Giulio, lo sguardo lucido di rabbia e di forza.

“All’inizio pensavo di sognare, ” mi aveva detto poi, in ospedale, quando per un momento mi si era avvicinato, dopo la deposizione al posto di polizia “sa, dormivo, non capivo cosa stesse succedendo. Mi dispiace. Mi dispiace, avrei potuto arrivare prima.” Lo avevo guardato, senza capire bene cosa mi stesse dicendo. Stavo solo pensando che quello che mi stava parlando non sembrava lo stesso uomo che mi aveva salvato da quella bestia. Ma era stato un attimo. Mi aveva fatto un cenno di saluto, e lento, guardandomi, come se non volesse strapparsi da lì, si era girato e se n’era andato.

(ricordo che si vota fino domani alle 16 e che poi si andrà avanti 7 volte acora, sperando di riuscire a chiudere un racconto all’undicesimo contributo prescelto.
ricordo che tutti possono votare, anche anonimi ma da me identificabili
ricordo che tutti possono partecipare)

facciamo dodici?

Sul racconto a più mani, è quanto mai legittimo il quesito di Gregori quando, in un commento, mi domanda
mica per essere fiscali ma, orientativamente, esiste un numero approssimativo di battute per l’intero racconto?
o si va avanti a esaurimento di personaggi, esaurimento di contributi, esaurimento nervoso, esaurimento di pernod?

Facciamo così, stasera si chiude col quinto contributo, diciamo a mezzanotte; poi si vota domani, fino alle 16, poi si prosegue; allora, altri cinque contributi, dieci in totale, mi sembra poco, altri dieci, cioè quindici in totale, mi sembra troppo.
Facciamo dodici, dodici puntate, o contributi, ipotesi e non se ne parla più.

Chiaro che il dodicesimo, per chiudere, dovrà essere, presumibilmente, più corposo.

è importante questa precisazione soprattutto per chi scrive; un romanzo, a questo punto, potrebbe richiedere o o un’ambientazione, o dei flash back, oppure l’entrata in scena di altri personaggi.
il racconto diciamo che non ha tempo.

ricapitolando: dopo questa, altre sette volte.