Gente strana gli editori

Gente strana, gli editori, soprattutto quando ti invitano a cena o a pranzo, per esempio.
Anni fa (tanti anni fa) un editore invitò me e altri scrittori, scelti non so in base a quale criterio, a un pranzo nella sua villa. Non andai. Non mi chiesero perché, me l’avessero chiesto avrei fornito la spiegazione, che è questa: tu, editore, non rispondi alle mia mail per tre, dico tre, anni, e poi pretendi che io corra da te?

Pochi anni fa, invece, un editore invita me e altri due scrittori a cena, dopo una fiera letteraria. Può venire anche sua moglie, mi scrive qualcuno, non ricordo chi, della casa editrice. Rispondo: bene, grazie, ma c’è anche mio figlio, che ha otto anni e che io mi porto sempre appresso quando vado in giro. Risposta dalla casa editrice: l’editore dice che l’invito vale solo per lei e la signora, ci spiace.
Provo a insistere, anche perché l’editore ha sempre risposto alla mia mail. Dico che mio figlio è buono, non scassa le palle, c’è abituato, lui, ad annoiarsi tra gli adulti.
Niente da fare: per l’editore la cena è una cosa seria, e seria, per lui, vuol dire: moglie sì, ma figli no. Amen.
Risposi gentilmente.
Non credo di essermi perso molto: né al pranzo di tanti anni fa né all’… ultima cena.

Tempi moderni

Dodici anni fa. Mi svegliavo verso le 9, dopo 4, 5 ore di sonno. E poi, tazzina di caffè e sigaretta a portata di mano, per un’ora circa stavo davanti al pc. Posta elettronica, poi facebook, poi questo blog, dove postavo la prima cosa che mi veniva in mente. Senza pensarci troppo.
Poi verso le dieci andavo al giornale, dopo una tappa al bar per il secondo caffè.
E dal momento che sono un collezionista di ricordi, ogni tanto ripensavo alle mie notti davanti alla Olivetti con la radio accesa, fino a tardi. E ne scrivevo.
Il mondo è cambiato, pensavo. Mi piacevano posta elettronica, facebook, blog.
In realtà il mondo stava iniziando a cambiare. I giorni del cambiamento – quello vero – sono arrivati. Ed è solo l’inizio.

Da La donna di picche a La suora

A proposito di alcuni miei libri.
Credo che il mio miglior giallo sia La donna di picche. Le vendite, però, non sono andate come speravamo io e l’editore Sergio Fanucci, che del libro era entusiasta.
Ora, sull’entusiasmo degli editori occorre andarci cauti. Ma tanto. Una volta mi successe questo. C’era un editore che attendeva un mio manoscritto. Dopo un paio di giorni da quando glielo inviai mi scrisse una mail, entusiasta, appunto. Non solo. Lo stesso giorno mi scrisse anche il direttore editoriale. entusiasta pure lui. E’ il mio momento, pensai.
Un anno dopo, al momento di andare in stampa, lo stesso editore mi scrive una mail, dispiaciuta: purtroppo non ci sono troppe prenotazione (circa 900) e quindi è meglio che l’uscita del “nostro” libro slitti di qualche mese. Finì male: finì che quel libro lo pubblicai, sì, ma con un altro editore…
Invece, l’entusiasmo di Sergio Fanucci per La donna di picche è stato qualcosa che ho toccato con mano, più volte. La sua prima mail. Quello che disse del libro davanti a tanta gente al Salone del libro. La testimonianza di una persona amica: Fanucci mi ha parlato molto bene del tuo libro… Ma, ripeto, le vendite non sono andate bene. Punto.

La donna di picche però mi ha bloccato per mesi e mesi.
“Sono la donna di picche, quella che non dimentichi”: IL VIDEO
Non riuscirò a scrivere un libro altrettanto bello, mi dicevo. E invece penso d’esserci riuscito. Anzi sono convinto che il mio prossimo libro, intitolato La suora
e che uscirà con Golem – l’editore che mi ha pubblicato Forse non morirò di giovedì – è una delle cose che mi sono riuscite meglio.
Ma torniamo a La donna di picche.
Guardo su Amazon, e vedo che il libro di carta costa meno dell’ebook. Non è strano?
Per me lo è. Io continuo a essere fedele alla carta. Continuo ad andare in libreria, insomma.

L’oste

Oggi non ha resistito, e ha aperto la serranda.
Sono ancora vivo, dentro però non potete entrare, dicono i suoi occhi alla gente che passa.
Cucina casalinga, si spendeva poco, non lavorava per diventare ricco.
Non riaprirò più, dice. Poi piange.
È vecchio. Stanco, Sconfitto.
Tovaglie bianche sui tavoli.
#vittimecovid

Due recensioni e una pagina di giornale dedicata a me, anni fa

Due recensioni al mio nuovo libro:
QUESTA di Stefania Nardini su Artapartofculture

e QUESTA di Natham Greppi su Off

(c’è chi viene intervistato dalla Rai, chi dal Corriere eccetera, eccetera, eccetera, eccetera. Qualche rara volta ho beneficiato anche io di qualcosa di importante, per esempio Fahrenheit, di Radio Rai tre. Nel 2006 Lo scommettitore, edito da Fernandel, divenne libro del mese e fu finalista del libro dell’anno Fahrenheit.
(Oddio, mi andò bene ma fui anche un po’ sfigato: se il tuo libro diventa il libro del mese a luglio come premio hai delle locandine in tutte le librerie Feltrinelli il mese successivo, cioé agosto…)
E poi. Nel 2008 il giornale Liberazione mi dedicò una mezza pagina, dove ospitarono una mia intervista. Era un’intervista da incorniciare, o forse no: LEGGI QUI

Sette al giorno

Ho sempre fumato.
Prima sigaretta a 12 anni. Era una windsor. Al fiume Sesia, di nascosto. Una windosr, poi un’altra. La sera mi addormentai ripensando al gusto di quella sigaretta.
Poi ho continuato a fumare qualche sigaretta. Notte prima degli esami (diploma), nei miei sette anni di fabbrica. Ms, a volte Marlboro, spesso sigarette senza filtro. Ma anche alcune boccate di una pipa, trovata in un cassetto all’oratorio.
Poi succede che mi iscrivo all’università, anno scolastico 1982-83. Mattino a Torino, facoltà di Lettere, pomeriggio a Vercelli, fabbrica. La notte per studiare. Imparo così a dormire poco, pochissimo. Quattro ore di sonno. Ma stare sveglio dalle 23 alle 3 di notte è dura: per farlo ho degli alleati: una caffettiera da tre, uno o due pacchetti di patatine Fonzies, la mia gatta Lilli che ogni tanto mi saltava in braccio, le sigarette. Cominciai a contare quante ne fumavo. La media era 28.

La faccio breve ora.
Non era solo una questione di stare svegli la notte. Fumare mi piaceva e mi piace, fumare fa male. Soprattutto se le Marlboro sono 40. Così ogni tanto passavo ai sigari, o alla pipa. Il fumo del sigaro, già.
Ricordo una delle tante volte che avevo smesso. Era una domenica mattina, passeggiavo da solo per Vercelli. A un tratto mi domandai: perché sto facendo questa strada? Dove sto andando? La riposta: stavo seguendo un uomo che fumava un sigaro toscano. Inseguivo il fumo, non lui.
Ho sempre fumato, a volte ho smesso, da anni fumo la pipa, incessantemente, dal primo caffé fino alle 3 di notte, prima di andare a dormire. Fumo tanto quando sono teso, fumo ancor di più quando scrivo.
La pipa è diventata parte di me. La prima parola che ha pronunciato mio figlio Cico non è stata né mamma né papà, ma pipa.
E comunque. Giorni addietro colgo dei segnali che non mi piacciono, provo a ridurre, solo qualche pipata al giorno. Va meglio. Ma ridurre la pipa è un casino…
Mi torna così in mente il papà di una mia amica, tabagista. Per diminuire andò dallo psicologo, si fece ipnotizzare. Risultato: da 40 e più cominciò a fumare 5 sigarette al giorno, a orari precisi.
Da giorni sto facendo così anche io. Autoipnosi (un esercizio imparato anni fa) e sette sigarette. Sette merit. Due al mattino, due al pomeriggio, tre per la sera o notte, per la scrittura insomma.

Anche mio nonno, che è morto a 89 anni, fumava incessantemente: sigari (al contrario) e la pipa. Fumava o davanti al camino o sull’aia. Credo che fumasse un tabacco diverso, però… Un po’ come il latte, che era diverso anni fa: niente antibiotici, niente estrogeni.
Discorso lungo, questo.

Una scrittura distante e i turchi

Sto leggendo un giallo di un autore giovane, molto quotato. Il libro è ben scritto, ma c’è un ma: non mi prende. Ha ritmo, la scrittura è decisamente notevole. Elegante, ma al punto giusto. Insomma è un libro che ha tutto. E piace. Difficile da spiegare perché non mi prenda. Ho la sensazione del libro costruito, di un autore insomma che ha imparato i segreti del mestiere, forse troppo. La mia sensazione? Che il libro lo abbia scritto un robot.

Vado di palo in frasca, ora. Ho appena visto una serie su Netflix. Si intitola Innocent.
L’ho vista con interesse, è un mondo lontano a noi, la Turchia.
Ho un ricordo sulla Turchia e sulla paura di ciò che non si conosce.
Una quindicina di anni fa, quando dirigevo il giornale storico di Vercelli La Sesia, vennero da me alcuni ragazzi turchi, che erano a Vercelli per uno stage. Volevano vedere un giornale da vicino. Li incontrai due volte, poi arrivò il giorno dei saluti. Mi regalarono un tappetino per il mouse (perché lei è un uomo libero, mi disse una ragazzina) e poi mi raccontarono del loro soggiorno vercellese. Mi dissero che la sera non erano mai usciti. E perché?, domandai. Avevamo paura, risposero.

Innocent me li ha ricordati. E comunque: è proprio vero che i turchi fumano tantissimo.

Alla prossima

Una pagina da Forse non morirò di giovedì

Questa è una pagina tratta dal mio nuovo libro, Forse non morirò di giovedì, che racconta di Antonio Sovesci, direttore di un giornale di provincia. E’ una pagina a cui tengo (anche i miei personaggi, come me, collezionano ricordi).

Perché non sono andato al bar di Dessì? La domanda se l’è posta entrando nella “Torrefazione Noemi”, che non frequenta da anni e che, da anni, ogni qualvolta ci passa davanti, evita di guardare. Quando ripensa ai giorni più felici della sua vita, Sovesci ripensa a questo bar, che da quando Simona è andata via ha cercato di cancellare dai suoi pensieri.
Stamattina, invece, c’è entrato senza pensarci, come sospinto da una forza sconosciuta.
L’arredamento del piccolo bar-torrefazione è un po’ cambiato. Il pavimento di legno è lo stesso, rivede le scarpe da ginnastica di Simona che lo calpestano. Simona aveva un’eleganza tutta sua: maglioni e giacche eleganti, ma abbinati a blue jeans; e Superga bianche, oppure nere; calzini bianchi.
Spremuta di limone per lui, di arance per lei. Caffè doppio per lui, caffè d’orzo con una brioche alla marmellata di albicocche per lei, che poi gliene offriva un morso. Erano felici. Dal bar potevano salutare la finestra della loro casa, al quinto piano del condominio color granata, dall’altra parte del viale, tra i rami e le foglie. Al di là della vetrina, mentre si stringevano la mano sotto il tavolino, specialmente quando lei era triste, potevano osservare il mondo variopinto di umanità che transitava davanti ai loro occhi.
Le succedeva spesso, di essere triste.
«Stammi vicino, ho voglia di piangere senza sapere perché. Vuoi consolarmi dicendomi qualcosa di carino?»
Dietro la sua voglia di piangere c’era un profondo senso di insoddisfazione. Prima di sposarsi, la sua vita era stata un susseguirsi di studi interrotti e di lavori abbandonati. Due gravidanze andate male nei primi anni di matrimonio avevano aumentato le sue insicurezze. Voleva fare qualcosa, poteva andare bene tutto, riprendere gli studi, oppure un lavoro da commessa, scrivere. Scrivere articoli per il giornale?
«No Antonio, ti metterei in difficoltà.» Lui cercava di starle vicino e di consolarla. «Simona, lo sai, io credo in Dio e credo che ci sia un aldilà. Giorni fa ho però pensato che a me di andare in paradiso non importa. Il paradiso sei tu, è questo bar, è la nostra colazione.»
Era scoppiata a piangere, lei, e quel giorno fu un grande giorno. La sera a cena, poi una lunga notte di carezze e di parole dolci. Ma il senso di insoddisfazione sarebbe tornato presto, un po’ come certe malattie di cui non ci si libera.