Senza sogni non è vita

E’ un’unica, grande e brutta storia di sottrazioni, perdite.

Chi ha perso la vita, chi una persona cara magari morta sola, o suicida, chi la libertà che gli è cara come la libertà, chi la serenità, chi la voglia di vivere, chi una carezza, un bacio, chi un pezzo della propria esistenza che mai tornerà, chi la fiducia, la speranza e, infine, i sogni. Senza sogni non è vita.

Madame umanità

Scritto su facebook ad aprile 2017. Confermo tutto.

Studente (come tutti) poi, a 19 anni, la fabbrica, poi, a 26, iscrizione a lettere, studente lavoratore e pendolare insomma, poi, disoccupazione e lavoretti vari, poi, a 28 anni, due anni come portiere di notte, poi, a 30, correttore di bozze al giornale La Sesia, poi, a 32, l’assunzione fino a essere nominato caporedattore e direttore, dal 2004 al 2014. Il tutto inframmezzato dalla pubblicazione di libri per piccole o medie case editrici, e presentazioni, e contatti con scrittori, editor, editori, blogger, lettori eccetera. Ultima esperienza, 14 mesi come assessore. Mi volto indietro e se devo regalare un sorriso lo regalo ai miei anni di fabbrica. Un mondo duro, di ruffiani, anche, di umiliazioni. Ho visto gente piangere. Prendersi a botte. E si parlava di figa di calcio e d’altro ma c’era, come dire, un’ umanità che non ho più ritrovato. A chi mi dice che quelli erano altri anni rispondo che quell’umanità l’ho incontrata anche in carcere, tra i detenuti, quando, per due anni, feci dei corsi di scrittura. L’umanità degli ultimi, insomma, che non ti insegna nessun libro.

Si nasce tutti pazzi

ESTRAGONE Allora andiamo?

VLADIMIRO I pantaloni.
ESTRAGONE Come?
VLADIMIRO I pantaloni.
ESTRAGONE Vuoi i miei pantaloni?
VLADIMIRO Tirati su i pantaloni.
ESTRAGONE Già, è vero. (Si tira su i pantaloni. Silenzio).
VLADIMIRO Allora andiamo?
ESTRAGONE Andiamo.
Non si muovono.

(Samuele Bcckett, Aspettando Godot, ultime battute)

(Alcune pagine prima: che sia il vero finale?):
ESTRAGONE Si nasce tutti pazzi. Alcuni lo restano.

Un premio. E poi la fortuna o meno

Scrivo da vent’anni, in tutto ho pubblicato tredici libri, undici sono romanzi e due sono raccolte di racconti.
Per pubblicare, in genere è andata così: invio del manoscritto, risposta dell’editore magari dopo anni, oppure anche solo dopo un mese (per esempio con Mursia. Furono veloci a rispondere, poi però aspettai anni prima di vedere il libro pubblicato.)
Con la Newton Compton non andò così. Estate del 2006, il mio libro Lo scommettitore edito da Fernandel è libro del mese di Fahrenheit (Radio Rai Tre). Sul mio blog scrivo che sto scrivendo un nuovo libro. La Newton Compton mi contatta e firmo un contratto per un libro che è ancora da scrivere.
Titolo provvisorio: Uno di quei giorni. Uscirà con il titolo La donna che parlava con i morti.
Vent’anni di scrittura, pochi soldi guadagnati, tanti maldipancia (l’editoria è un bastardo posto, mi scrisse Luigi Bernardi) e un isolamento in parte volontario.
Ogni tanto qualche soddisfazione. Il mio nuovo libro, Forse non morirò di giovedì, Golem edizioni, è arrivato primo (ex equo) al Premio letterario internazionale di Cattolica.
L’altro libro arrivato primo lo ha scritto Maria Antonia Avati (figlia di Pupi Avati): A una certa ora del giorno, edizioni La nave di Teseo.
Vent’anni di scrittura, tredici libri e due riconoscimenti insomma. Fahrenheit nel 2006 e questo, in questo assurdo anno.
Non sono finalista allo Strega, insomma, né pubblicherò il prossimo libro con Mondadori o Feltrinelli o affini.
L’ho già scritto un’altra volta, mi pare.
Non penso di essere stato fortunato, perché forse (ma è anche colpa mia) non ho raccolto quanto ho seminato.
Ma penso anche di essere fortunato. Penso che ci siano altri scrittori che non hanno avuto la mia stessa fortuna nell’ottenere risposte dalle case editrici.

Giorni che restano/1: Remo, devo dirti una cosa

Sono giorni senza sogni, questi. E allora torno indietro con la mente, a qualche giorno della mia vita.

Avevo sette anni, facevo la seconda elementare. Avevo una mamma, un papà e un fratellino di 10 mesi, Fabrizio.
Ogni tanto vedevo che i miei genitori si vestivano bene, poi prendevano Fabrizio e se ne andavano, lasciandomi con una zia (che non sopportavo).
Dove andassero non lo sapevo. Non chiesi mai, mi pare. Sapevo che sarebbero tornarti nell’arco di un paio d’ore.
Non c’era la televisione, eravamo poveri. Badare a Fabrizio, stargli accanto a me piaceva. Mia madre pensava che io fossi geloso, e io lasciavo che lo pensasse. Pensava che fossi anche un po’ scemo, quando mi diceva “Sei più bello tu”.
Mia madre era una donna insopportabile: mi tirava culi stratosferici, voleva che studiassi, che andassi a servire messa, che fossi ordinato. Ma la cosa che più mi faceva incazzare era che sapesse leggermi dentro. Stai pensando questo, vero, Remo? Ma vaffanculo, pensavo.
Forse però anche io sapevo leggere qualche suo pensiero.
O almeno, una volta successe.
Un mattino, quando venne a svegliarmi, mi disse: Remo, devo dirti una cosa.
Remo, devo dirti una cosa…
Remo, devo dirti una cosa…
In quel preciso istante capii che Fabrizio era morto.
Scoppiai i piangere, disperato.
Sopra la mia testa, sulla parete ci sono un po’ di foto incorniciate. La prima foto che fu fatta a Fabrizio gliela fece un fotografo, che abitava nel nostro stesso palazzo. Morto, con un vestitino bianco.
Mi dissero che era morto per un soffio al cuore. IO non sapevo che fosse malato.
(Seppi solo anni dopo che Fabrizio aveva la sindrome di down. Probabilmente perché mia madre durante la gravidanze fece gli orecchioni. La parotite, insomma. Quando si vestivano bene, i miei lo portavano da qualche specialista.)
Remo, devo dirti una cosa…

Andai lo stesso a scuola, quel mattino. Mi ci portò mio zio Quinto, fratello della mamma. Prima, però, mi comprò un buondì Motta. Quando arrivammo a scuola mi accompagnò in classe e andò a parlare con il maestro. Non ricordo nulla di quel giorno di scuola. Ma ricordo che mentre lo zio e il maestro parlavano, io, invece di andare al mio banco, andai nell’angolo dove c’era il cestino, scartai il buondì Motta, e non avrei dovuto, il maestro non mi aveva dato il permesso, avrei dovuto aspettare l’intervallo, e mi misi a mangiarlo. C’erano anche le mie lacrime in quel buondì.

Vaccinazione, vessazione, libertà personale e sicurezza pubblica

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La stupidità deriva dall’avere una risposta per ogni cosa. La saggezza deriva dall’avere, per ogni cosa, una domanda.”

Milan Kundera non l’ho mai letto, ma questa citazione l’ho trovata là, nella rete sterminata, ed ho pensato che ci stava bene qua, tra i dubbi che mi dilaniano in questo periodo in cui vedo troppa ostentazione di instabili certezze.

Stamattina, per esempio, mi chiedevo se sono solo io a rabbrividire all’idea di un obbligo vaccinale che, leggo, può portare fino al licenziamento degli insubordinati.

Personalmente, ho scelto di vaccinarmi, ma non mi sentirei mai di imporre ad altri la mia scelta, tanto più in mezzo a tanta confusione e a tanti passi falsi della medicina, della scienza e dei governi.
Per non parlare degli interessi delle mega-industrie del settore farmaceutico.

Sarà pure che a me spaventano tutte le emergenze e le possibili conseguenze degli Stati d’Eccezione: dall’istituzionalizzazione delle soluzioni…

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Babbo, perché non mi hai dato uno schiaffo?

Ricordo un bicchiere di latte tiepido che mi guardava, al Bar Marchesi. Era con gli amici nella stanzetta piccola, dove c’era il joke-box.
Perché non mi hai dato uno schiaffo?, pensavo.
Perché di schiaffi, il babbo, a differenza della mamma (che me le suonava col battipanni) non me aveva dati mai.

Oggi ha 93 anni, il babbo. Ce l’ha col mondo e anche con me, spesso. E parla, parla. Quando vado a trovarlo mi bombarda di parole e io non vedo l’ora di uscire.
Si è fatto noioso, si lamenta troppo.
Ma è lo stesso babbo di quella sera.

Avevo 18 anni e qualche mese, ero fresco di patente, Eravamo in cinque: il babbo e la mamma, io, mio sorella Silvia, che di anni ne aveva nove, e Moreno, che era appena arrivato.
Il babbo era in cassa integrazione a zero ore. Si tirava avanti con dignità. La mamma faceva la donna di servizio, il babbo aveva un orto e faceva mille lavoretti.
Ha mai letto un libro mio padre. Terza elementare, legge i giornale guarda la tele. Ma ha mani particolari. È un contadino, quindi dategli qualcosa di verde e lui farà miracoli. Già, i miracoli. Sembra che le sue mani siano scollegate dal cervello. Sa nulla lui di elettricità, però le sue mani hanno dimestichezza con i fili e impianti elettrici, con i motori delle auto, con le tapparelle. Le sue mani, dicevo, non sanno dare schiaffi. Nemmeno carezze, per la verità.

Avevo 18 anni, e il babbo era andato a Cortona con il treno. I suoi fratelli avevano ammazzato il maiale, lo avevano chiamato e lui era andato.
E mi aveva affidato la sua Fiat 127 gialla. Stai attento, però, mi aveva detto.

Ma io non ero stato attento. Mentre il babbo era in treno e stava tornando con qualche salsiccia e qualche sanguinaccio, appena fuori città, con un amico a bordo avevo fatto lo scemo. Con il fondostrada bagnato dalla pioggia, mi ero messo a fare lo spericolato, avevo così perso il controllo dell’auto che era finita in un fosso. Tettuccio schiacciato, danni non da poco.
Ed eravamo in cinque, e lui era in cassa integrazione a zero ore. E io e mia sorella andavamo a scuola.
L’auto schiacciata viene parcheggiata sottocasa dal carro attrezzi. Il babbo non è ancora arrivato. Vai ad aspettarlo, devi dirglielo prima che veda la macchina, altrimenti si spaventa, dice mia madre. Aspetto, ma non lo vedo arrivare. Salgo in casa, penso: il treno sarà in ritardo. No, era già arrivato.
Mi guarda, lo guardo. Non so che dire. Parla lui.
Dice: «Ti sei fatto niente?»
«No, ma la macchina…»
«La macchina fregala, dai mangia.»
C’erano le salsicce cucinate al tegame, col vino bianco. Non riuscii a mangiarle.

Uscii, poi, Bar Marchesi, con gli amici, che mi chiedevano come avevo fatto. Guardavo il mio bicchiere di latte tiepido, io.
Perché non mi hai dato uno schiaffo?, pensavo.

Non è tempo di scrivere, oggi

Ipotesi A

Dei suicidi i giornali non parlavano più. Ma ce n’erano ogni giorno, sempre più. Lo sapevamo parlando da balcone a balcone, lo sapevamo sussurrandolo in strada. Facendo attenzione che non ci sentissero. Sulla grande rete no, ci controllavano, ormai da tempo. Sette anni. Sette anni di disperazione. Di vita nelle catacombe. Avevamo perso tutto: la dignità, il futuro, i sogni. E non potevamo dirlo.

Ipotesi B

Quando tutti finì, finì presto, due anni e qualche mese, ci rimase un’unica certezza: che poteva ricominciare tutto, di nuovo, e che sarebbe stato peggio. C’era un’altra certezza, non so dire se più brutta dell’altra: non ci fidavamo più di nessuno. Nemmeno degli amici più cari. Vivevamo in un mondo che – per difenderci dal male, dicevano – diffondeva bugie.

Ipotesi C

…. Voglia di non pensare. Non è tempo di scrivere, oggi

Nebbia da Covid

Forse sarebbe il caso (dico forse perché non ho certezze) di approfondire l’approccio svedese. Mi spiego, nessuna apologia (e finiamola con quanto è brava la Svezia oppure, Anche in Svezia va tutto male). Un paio di mesi fa ho sentito un’intervista a un virologo italiano che lavora, appunto, In Svezia. Si chiama Rosario Leopardi. Ha detto che il Covid resterà tra noi. Ce lo ritroveremo negli anni che verranno in forma più tenue oppure in forma più aggressiva. Chiaro che se la filosofia fosse questa, invece di puntare sui lockdown si dovrebbe lavorare di più su come contenere il virus e al tempo stesso conviverci. Credo che sarebbe importante imparare da tutti: tutti gli errori e tutte le cose che invece vanno bene. La Cina, per esempio. Mi risulta che ci sia un protocollo di cure immedìate, e che i vaccini siano di diversa impostazione. Ma ho detto un po’ a caso. La sintesi dovrebbe essere: imparare a livello globale.
Pensate, ipotizzate un programma televisivo in mondovisione, dove si confrontano gli scienziati dei diversi paesi. Con esperienze a confronto, dati alla mano. Ma è un sogno. Eppure.

E invece ci si scontra, e basta. Sui social soprattutto. La Cina è, la Svezia è, il tal vaccino è. Tante certezze in mezzo alla nebbia. Più c’è nebbia e più si urlano certezze: invece è paura.