Libri miei

Come scritto alcuni giorni fa, sto rivedendo il blog (e, anche, leggendo altri blog, come ero solito fare prima dell’avvento di facebook).
Ho rivisto un po’ di link, ieri ho comincoiato a ri-sistemare la pagina Libri miei.
Sotto la copertina devo ancora inserire gli incipit e due righe.
Non ho dubbi, sui libri che ho scritto: quello che rileggerei più volentieri è Bastardo posto.

L’incipit è in questo video.

Irina

Diceva d’essere stata una ballerina brava e ben pagata. Ometteva di dire che aveva lavorato nei night. Su Irina, comunque, si dicevano tante cose, oltre agli apprezzamenti. Che era stata una prostituta, però tosta, dal momento che, stufa di essere pestata, aveva denunciato il suo protettore.

Aveva deciso di cambiare vita, mica facile per una dal suo passato. Era felice di essere stata assunta in fabbrica e di aver superato il periodo di prova, ed era contenta perché le altre donne l’avevano accettata; ma che c’era un capo che fin dal primo giorno le aveva messo gli occhi addosso.

“Aspetta che non ci sia nessuno per farmi proposte” raccontò lei a uno del consiglio di fabbrica.

“La riprende perché quella ha voglia di fare un cazzo, ha solo la lingua lunga” dicevano di lei alcuni operai, però.
Con riflessioni aggiuntive sui lavoretti della lingua di Irina.

Sta di fatto che era tosta, tosta davvero.

Un mattino arriva in fabbrica il capo. È nero come quelli che fanno il carbone.
Al primo che lo saputa risponde bestemmiando.
Irina, invece, è sorridente. Alcune donne del suo reparto hanno lo sguardo malizioso, di chi conosce i segreti dei peccati altrui.

La sera prima lei aveva ceduto: e lo aveva invitato a casa sua .
Lui aveva suonato, e quando Irina aveva aperto la porta le aveva allungato un mazzo di rose. Sorridente.
Voglio scoparti ma non sono mica una bestia, voleva dire quel sorriso.
Ma le rose gli caddero di mano. Mentre le porgeva a Irina si era reso conto che Irina non era sola. C’erano anche le altre del reparto.

Sembra che lo applaudirono, quando lui girò le spalle, dandosela a gambe come un ladro. Ma forse non è vero, forse non arrivarono a tanto, quelle donne.

Perché scrivo: risposta in tre minuti

Scrivo perché la scrittura mi ha regalato delle notti indimenticabili ma, come un’amante maledetta, anche notti insonni e incubi.
Scrivo perché da ragazzo un giorno vidi un film che aveva per protagonista uno scrittore. Io lo guardavo in poltrona e mia madre lo guardava stirando. Avrò avuto dodici anni.
Mi rimase e mi è rimasta impressa una scena. Lo scrittore si sveglia e subito va a vedere la posta: niente, nessun editore ha letto i suoi manoscritti. Lui comunque ha vissuto il momento dell’attesa. E continuerà a scrivere.
Pensai: voglio aspettare anche io… e in effetti tutta le mattine appena mi alzo controllo la posta elettronica.
Probabilmente scrivo perché quando ero piccolo eravamo talmente poveri che non ci potevamo permettere una televisione. Di giorno la mamma mi cantava le canzoni dei cantastorie, la sera col babbo, rigorosamente al buio ascoltavamo una di quelle grosse radio che gracchiavano rigorosamente. Se non c’erano radiodrammi o canzoni le storie me le raccontava lui, a patto che non dicessi nulla alla mamma. Mi raccontava di briganti toscani che non aveva mai visto e di battaglie che non aveva mai combattuto, e io lo ascoltavo a bocca aperta.
E poi scrivo o forse soprattutto scrivo – come ho fatto con Bastardo posto –  per denunciare il marcio, affiinché urlino tutte le ingiustizie del mondo*.
Scrivo per vivere altre vite. E a volte scrivo per non impazzire, per guadagnare qualche spicciolo, per fuggire lontano e per cento altri motivi.

Grazie a Giuditta Russo che mi ha fatto venire in mente queste cose scritte di getto in tre minuti, se ci sono refusi pazienza. Adesso vado a vedere un allenamento della Pro Vercelli (ho ricominciato a fare il giornalista) Poi vado a prendere il piccolo, poi verrà la sera ma io, fin da adesso, aspetto la notte. Magari scriverò, chissà

* Da una poesia di Ho Chi Minh

Monete perse

Questo è una sorta di post-confessione, che mi garba poco scrivere ma ho deciso di scrivere lo stesso.
Perché si scrive. Perché dentro arriva qualcosa di forte, che o ti sconquassa oppure lo domini scrivendo.
La donna che parlava con i morti, casa editrice Newton Compton, 4000 copie la prima edizione, poi una ristampa di 1500. E giudizi contrastanti: Anna Antichi, la protagonista, a tanti non piace (e da allora ho capito che i libri piacciono di più se hanno protagonisti che ammiccano. Gli imperfetti non vanno di moda).
Comunque.
La storia della donna che parlava con i morti ha due punti fermi e veri.
La donna che parla con i morti esiste davvero.
Ed esiste una moneta…

Io la storia ce l’avevo in mente prima di aver conosciuto la donna che parlava coi morti.
Prima che arrivasse la storia della moneta.
Allora, io sono superstizioso. Tanto. Evito i gatti neri, e se c’è un carro funebre mi tocco.
Avevo un rituale. Se vedevo una momentina la dovevo raccogliere: ché mi avrebbe portato fortuna.

Nell’agosto del 2005 muore mio fratello. Cade giù, dal quarto piano eccetera. Mi sentii responsabile eccetera.
Era successa una cosa quella sera, prima che lui morisse. Avevo visto una monetina e non l’avevo raccolta. A che mi serviva? Ero stato nominato direttore del giornale La Sesia, presto sarebbero usciti due miei libri (due in un anno solo).

La faccio breve. La donna che parlava con i morti (non mi faccio nessuna pubblicità, è fuori catalogo) è un giallo con un assassino: il senso di colpa.
Anna Antichi è la protagonista. Non ha nulla di me. Non le cucio addosso il mio senso di colpa. Ne invento un altro. Si sente in colpa perché quando suo padre muore lei sta festeggiando con gli amici il buon esisto di un esame. E lei a suo padre, che era malato di cuore, era legatissima…

Chi ha studiato psicologia lo sa. Le persone aggressive hanno problemi con se stessi. Anna, infatti, è aggressiva. E dice parolacce. E questo a parecchi non è piaciuto, ma se non l’avessi “disegnata” così non mi sarebbe parsa vera.
Poi c’è la moneta, che è al centro del giallo, e poi c’è la donna che parlava e parla coi morti.
Anna Antichi è anche la protagonista di Vegan, le città di dio (questa invece è pubblicità, il libro si trova ancora), ma, torno a dire, la molla che mi fece scrivere La donna che parla con i morti fu il senso di colpa. L’avrei scritto lo stesso quel libro: ma senza la moneta, senza le fitte atroci che prova un altro protagonista del libro, lui lacerato, distrutto dai sensi di colpa.

Adesso comunque ho di nuovo un borsellino. Dal 2005 a oggi ho circa 5 euro. Tre monete da un euro, una da 50 centesimi, 5 da 10, e tante, annerite, sporche, da 2 o 1 centesimo. Le monete ripudiate.

 

Piccole fughe

Anni fa, una ventina almeno. Lavoravo al giornale La Sesia, ero caporedattore. Non succedeva spesso, succedeva una, due volte l’anno: prendevo mezza giornata di ferie, salivo sul treno e andavo a Torino, a Palazzo nuovo, facoltà di Lettere, e poi bighellonavo in via Po, tra le bancarelle di libri usati.
Era un tuffo nel passato, un tornare indietro ai miei anni di fabbrica e università.
Ma un giorno preferii fare altro. Era inverno, c’era la nebbia, presi la mia mezza giornata di ferie e me ne andai in macchina in Monferrato. A Rocca delle donne, mi pare. Entrai in un bar, presi un caffè, poi camminai fumando il mio toscano (son passato alla pipa, ora). Nessuno che mi conosceva. Nessuno che mi chiedeva del sindaco o delle vicende di cronaca cittadina. Potevo salutare qualche persona sconosciuta, poi risalire in macchina, tornare.
Nel 2004 vengo nominato direttore, addio alle mezze giornate.
Mi sfogo scrivendo di notte, anche al mattino appena sveglio, in questo blog.
Con la scrittura si va lontani.
Ma la scrittura aiuta, a volte.
Bene, un mattino scrivo un post. Racconto di un uomo che lavora in un ufficio e che non ne può più di chiamate telefoniche su fisso e cellulare e quindi decide: da domani prendo un’ora di libertà e me ne vado a camminare al fiume, senza telefono.
Scrissi, non ricordo se postai quanto scritto, andai a lavorare.
Il giorno dopo, appena sveglio ripensai a quanto avevo scritto. L’avevo scritto per me. Andai a lavorare in bicicletta, anziché in auto. Facendo un giro largo. Anzi prendendo un’altra strada: quella che porta al fiume Sesia. Col telefono spento, naturalemente, solo per venti minuti. Bastavano per farmi sentire il rumore dell’acqua del fiume che scorre.
Anni dopo scrivo il giallo Vegan. Le città di dio.
Inizia così.

Un giorno mio padre mi disse che la voce di dio si sente solo quando la notte è fonda: è l’acqua del fiume che scorre.

La notte del santo: recensione di Valerio Calzolaio

Torino. Fine giugno 2014. Augusto Labrocca, barbone trotzkista sulla settantina, ex avvocato, non vedente e svelto di lingua, bighellona davanti a una palazzina con in mano una bottiglia di Bonarda dell’Oltrepò pavese e, quando gli offrono una sigaretta, avvisa i due poliziotti che al primo piano troveranno due studenti universitari sgozzati: “Non dovete nemmeno sfondare la porta, hanno lasciato aperto per voi”. Già. E, anche se non ancora scoperti, non sono i soli uccisi quella notte di San Giovanni Battista, patrono di Torino, tra il 23 e il 24 giugno. Intanto arriva l’ispettore Tavoletti; il suo capo e sostituto commissario Pietro Aziz Dallavita (58enne scuro di carnagione) non risponde al cellulare, in tutt’altre faccende affaccendato. Sta girando solo in auto guardando il Po, ormai si è deciso: deve andarsene da casa, lasciare la moglie, iniziare una nuova vita affettiva! Non ha (ancora) un’altra, a casa non ne può più (e non è nemmeno particolare colpa della moglie infermiera Carmen), il figlio Giacomo è grande e lui è attratto altrove (dalla molto più giovane Benedetta, traduttrice che incontra ogni giorno per uno, due, a volte tre caffè).

cop def notte santo

Quando la mattina entra in questura, il turbato sbirro dal passato adamantino comincia anche lui a indagare: erano una coppia di omosessuali di Trecate (Novara), non belle persone, poco studiosi e molto cocainomani, amanti dei bar malfamati e dell’estrema destra xenofoba. Non crede c’entri il cieco e lo fa rilasciare. Sbaglia e sia il borioso giovane abbronzato capo della sezione omicidi Bartotti che il sensibile accorto neoquestore Mari lo rimproverano. Nemmeno con il poco esemplare 53enne Tavoletti va d’accordo, però si rinvengono altri cadaveri con la bocca incerottata e la gola squarciata, devono in qualche modo far fronte comune. Li aiuta pure la psicologa esperta in criminologia, ha un debole per Pietro.

Il bravo scrittore e giornalista (già operaio e portiere di notte) Remo Bassini (Cortona, 1956) fin da piccolo vive e opera a Vercelli. È giunto quasi al decimo romanzo, un’esperienza letteraria sempre più orientata al genere noir meditabondo ed esistenziale che ora ha trovato l’appropriata collana dell’esperto Fanucci. Il nuovo bel romanzo è un giallo in terza persona al passato su vari personaggi, raramente in corsivo l’uomo stralunato che ha deciso di vendicarsi mettendo su per un paio di notti la Banda del Santo (di qui il titolo). L’efficace narrazione evita le quinte metropolitane svelando i caratteri “provinciali” di ogni ufficio e città. Tutto si risolve in pochi giorni e, tuttavia, molto resterà segreto e in sospeso. Il punto non è l’indagine in senso stretto ma l’introspezione su come tragedie e occasioni inducano repentinamente svolte di vita o le evidenzino come mature, da cui derivano scelte conseguenti, più o meno sane, per figure diverse e talora distanti, non solo per Dallavita, il buon protagonista con la personalità sviscerata. Altri personaggi sono meno ben disegnati, anche se quasi nessuno dimenticherà di aver incontrato Luciana o Sonia o Eva che dir si voglia, la splendida argentina che aveva studiato recitazione negli Stati Uniti e combattuto per la guerriglia peruviana. Non troppo sullo sfondo i vizi del potere e il ruolo dei Servizi. Il vino piemontese merita sempre, rosso e bianco; anche la grappa. Pietro ama e ascolta Tenco per una miriade di motivi (illustrati), pure Jacques Brel, Leonard Cohen e soprattutto Paolo Conte.

La notte del santo, Remo Bassini, Giallo Fanucci 2017, Pag. 252 euro 13

Valerio Calzolaio

(i libri che ha scritto: https://www.ibs.it/libri/autori/Valerio%20Calzolaio)

Rileggere cose già lette

Sto leggendo un libro ogni 4, 5 giorni. In un anno di vita politico amministrativa ne leggevo 1 ogni 4, 5 mesi. Non sto scrivendo, però. Non so cosa scrivere, non ho nulla da raccontare, mi limito a leggere e ad ascoltare i racconti di altri, di mio figlio Libero per esempio.
Sotto il banco, un suo compagno ha trovato un foglio, però incartato su un altro foglio come un pacco regalo. Figlio di puttana, c’era scritto.
Si sta vivendo un giallo, insomma, in una seconda elementare. Il colpevole è tra quelli che, quando le maestre non sentono, dicon parolacce o è un insospettabile?

Sto leggendo dicevo, stanotte (è mezzanotte ora, leggerò dall’una altre tre) mi aspetta “Prima di morire”, giallo di Gianni Farinetti ambientato nelle Langhe, dove evidentemente mi piace pernottare prima che arrivi il sonno: son reduce infatti da una rilettura di “Una questione privata” di Fenoglio”. Sulle pagine partigiane del libro mi piacerebbe ritornarci, prima o poi. Adesso mi soffermo sul primo capitolo. Son pagine così dense di sensazioni forti, e di sospetti anche, e di nostalgie anche, che uno se le porta appresso più o meno inconsciamente continuando la lettura. Alla fine del libro la mente torna lì, nella villa dove Milton è tornato per ripensare al suo perduto amore.
Però lo dico ora, questo. Quando lessi per la prima volta “Una questione privata” pensai ad altro (che ora francamente non rammento, ché saran passati vent’anni o più).

A proposito di rilettura. Pensavo prima a Bukowski.

Amo i solitari, i diversi,
quelli che non incontri mai.
Quelli persi, andati, spiritati, fottuti.
Quelli con l’anima in fiamme.

E ho concluso che se c’è un filo conduttore nei libri che ho scritto son proprio i solitari con l’anima in fiamme.

Buone cose a tutti

 

Io, il mare e il cane, alle sette del mattino

Mi manca il mare.
Prima però dico altro. Dico che a una stelle cadente chiederei di farmi vivere a Cortona facendo lo scrittore, da mattino a sera.
Torno al discorso sul mare.
Sono due anni che, nel mese di luglio, vado in Maremma, vicino a Scarlino. Vado a Baia dei gabbiani, dove affitto un bungalow. Ci vado perché lì si possono tenere i cani, anche in spiaggia.
A Baia dei gabbiani, io, non vedevo l’ora di svegliarmi, dopo quattro ore di sonno. Mi svegliavo alle sette senza bisogno della sveglia e, subito, andavo a fare un giro nella spiaggia deserta, col cane.
Io e il mare e il cane alle sette del mattino, e qualche pescatore. E una sensazione, mai provata, di benessere. Ho mille acciacchi, sempre. Mal di schiena, mal di testa, colite persistente. Lì stavo bene. E al mattino, dovunque io vada, sono sempre uno straccio. Mi risveglio al terzo caffè. Al mare no, mi sentivo subito… vivo.
Ecco, non so cosa direi a una stella cedente.

Perché ho scritto: Il quaderno delle voci rubate (1)

Perché ho scritto dei libri? mi è stato chiesto e mi son chiesto.
Parto dal primo, Il quaderno delle voci rubate.
Ho 39 anni, faccio il giornalista e, da giornalista, sono obbligato a scrivere in un certo modo e poi gli argomenti non li scelogo io. Ho 39 anni, mi sono laureato da pochi anni, lavoro da mattina a sera nella redazione del giornale La Sesia, gioco a bowling a livello agonistico e, oramai, il sogno di scrivere – che mi aveva accompagnato sempre – lo sto accantonando. Una sera però ho mal di denti, e, cosa strana, non esco di casa. Esco sempre io, amnche solo per un giretto di dieci minuti. Anche se ho la febbre. Una voce mi dice “raccontami una storia”: cominciai a far scrivere le mie mani. Scrivevo senza sapere cosa avrei scritto due righe dopo. Finii a tarda notte, poi misi via il bloc notes. Già, avevo scritto a mano. L’incipit de Il quaderno delle voci rubate è stato scritto a mano.

Sa di antico il mio piccolo bar: è sotto i vecchi portici, nel cuore di questo paese, proprio vicino alla grande piazza dove si svolgono i comizi, si va al mercato oppure in Municipio, dove gli operai salgono sull’autobus che li porta nella zona industriale e dove la domenica la gente prima va a sentir messa nella maestosa chiesa di Santa Flavia e poi va a comperare i dolci della pasticceria Delrosso. Qui agli inizi del 900 c’era la bottega di un falegname.

Due mesi dopo lo riprendo in mano il bloc notes grande, formato degli a4. Ricordo molto bene. Era un giorno di Pasqua. In fuga da un pranzo familiare, ero solissimo in redazione. Prima di rileggere dico a me stesso: ora rileggi e poi farai come sempre: distruggerai. Hai fatto sempre così, da anni.

Rileggo. E per la prima volta mi piace quel che ho scritto. Mi viene voglia di continuare. Voglio continuare. Perché non ho nessun caporedattore nessun direttore a cui dare spiegazioni.
Il libro fu poi pubblicato dal giornale La Sesia, che lo diede in regalo agli abbonati, che erano circa 1500. O meglio: doveva essere il regalo per gli abbonati.
Poi ci fu un ripensamento. Agli abbonati furono date due opzioni: o il mio libro, o un’agenda con euroconvertitore.
I più scelsero l’agenda.
Il quaderno delle voci rubate, per me, è un libro fantasma. Tant’è che ho proposto, ma invano, ad alcuni editori di ripubblicarlo. Ma torno a ripetere: quando lo scrivevo mi sentivo libero, libero di scrivere come volevo io. Certo, c’era anche la voglia di raccontare storie che avevo dentro, nella testa e nelle mani, da tempo. Ma scrivere fu soprattutto un atto di ribellione.
il quaderno

Il mondo antico dei blog

Ho come avuto la sensazione, una sensazione intrisa di dolce nostalgia, di tornare come in un luogo d’infanzia, ricco di segni e ricordi, tornando a leggere cinque, sei, sette blog, e a sfogliarne altri con la ripromessa di riprendere un cammino tralasciato…

Sembra quasi che il passato a cui mi sento legato non voglia fuggire.
Gente che preferisce tornare nelle sale cinematografiche, che sembravano travolte dalle multisale; e libri di carta che vogliono restare di carta
(leggete qui).

Il mondo antico dei blog no, verrà sommerso. Ma non del tutto.
(Ieri mi son detto che se trovo una vecchia Fiat 500 la compro).