Partiamo dall’inizio. Saranno le 17 e 30. Il primo incontro è un con una signora avanti con gli anni. Tra gli ottanta e i novanta, ipotizziamo. Cammina in strada trascinando la spesa ma ogni tanto si volta e dice: «Allora, andiamo o no?».
Il gatto nero la guarda e senza esitazione obbedisce.
Mio figlio si avvicina al gatto, che ha un pelo fantastico.
«Accarezzalo pure, si fa accarezzare da tutti» dice la signora.
Proseguiamo con il finale. Qualche minuto alle 23. Mentre mi avvio alla macchina (per arrivare a casa mi ci vorranno 2 ore e mezzo) una signora carina, bionda, vestita di chiaro (era buio, mi pare fosse vestita di bianco) mi supera, poi si ferma, si gira, tira fuori dalla borsa una copia de La suora e mi dice: «Guardi che ce l’ho… me lo firma?»
Ormea, prima e ultima pagina insomma, con Giallormea in mezzo.
Presentazioni di libri, proiezioni di film. A me è toccato giovedì 20 (dal palco, invidiavo la zona fumatori, in fondo in fondo). Davanti il sindaco di Ormea. Ho dialogato con Bruno Vallepiano, di cui ho letto un gran bel libro che consiglio: La donna con la pistola.
Prima della presentazione (ho rimesso la marcia indietro) una bella cena con delle ottime lasagne di Ormea insieme a Bruno (che conoscevo telefonicamente), a Valeria Aschero (affabile, simpatica e tante altre cose) e a Carlo Turco (che non conoscevo; con lui è un piacere discutere di giornalismo, politica, basket).
Sulla presentazione, forse, dovrei dire altro, la rassegna è bella, ogni sera ci va gente, ed è bella Ormea, che un po’ mi ricorda la Valsesia (zona Scopa, Scopello), ma qui mi preme ringraziare Bruno, Valeria e Carlo: conoscerli è stata la cosa più bella della serata.
(Son solo appunti sparsi, questi, che però mi andava di scrivere).
Certo che un gatto che segue la sua padrona come un cane non l’avevo mai visto.
Uncategorized
Il seno di Lara (racconto breve)
Lunedì 17 luglio, quattro ore di coda in autostrada, a Castel San Giovanni, tornando dalle Marche (bella gente, bei posti come Fermo, o Torre di palme). Ho passato il tempo a scrivere un piccolo racconto. Breve (non scrivo mai racconti lunghi). L’ho messo, poi, in una cartella con altri sei sette otto racconti, da rivedere). Eccolo.
Il seno di Lara
A me piace il seno cadente di Lara. Se ne vergogna, lei. La prima volta, ma eravamo al buio, entrava solo un po’ di luce dalla porta semiaperta della camera, se lo coprì con le braccia, prima di infilarsi tra le lenzuola.
L’avevo conosciuta due ore prima, forse meno, in un piccolo supermercato. Lei davanti a me, alla cassa con la cassiera più bella e indisponente, la gente preferiva fare la coda dall’altra, più anziana e affabile.
Io avevo comprato solo tre cose: una confezione con sei bottiglie piccole di acqua Perrier (andavo in quel supermercato perché era l’unico che ne vendeva), un quaderno e una matita. Arrivato alla cassa stavo per tornare indietro, mi ero scordato di comperare un temperamatite e una gomma da cancellare, saranno stati vent’anni che non scrivevo o disegnavo a matita e quel giorno, svegliandomi, avevo pensato che avrei dovuto ricominciare, da ragazzo ero bravo a disegnare paesaggi e gatti, chissà se la mia mano ricordava qualcosa… Alla cassa però mi fermai, dimenticando di gomma e temperamatite. La cassiera bella e stronza stava urlando e lei, Lara ascoltava a testa bassa, inespressiva.
Il suo carrello era piuttosto pieno, doveva pagare un conto di 89 euro e 28 centesimi, peccato che non avesse con sé né il denaro né una carta.
«Ma come si fa a non avere nemmeno una carta al giorno d’oggi» disse la cassiera ad alta voce, così che sentissero tutti.
Lara era lì ferma e a testa bassa: la stessa testa bassa di quando si copre i seni nudi con le braccia.
«E adesso devo chiamare un mio collega a fare risistemare negli scaffali tutta la merce del suo carrello, ah bene, vedo che ha acquistato anche dei prodotti dalla nostra gastronomia… signora, ma possibile che non abbia nemmeno una carta? Ma come si fa, come si fa?»
«La signora va a casa, prende i soldi, torna qui, paga e prende le cose dal carrello» dissi io.
«Ma ci fa o non ci fa: lo vede che non c’è spazio? Dove me lo metto il carrello della signora… in testa me lo metto?»
«No, né in testa né da nessuna parte, la signora è una mia amica, pago io, tenga… è un bancomat, grazie.»
Lara non disse nulla, voleva sparire: tutti guardavano lei.
Grazie me lo disse appena fummo fuori.
«Mi accompagna a casa, non abito distante…»
«Certo, che ne dice se prima ci prendiamo un caffè» le dissi indicandole un bar. Non mi ascoltava.
«Non capisco, perché ha voluto umiliarmi? Vengo qui tutti i mercoledì mattina…»
Infatti, non mi aveva ascoltato. S’incamminò con le quattro buste della spesa, disse «no grazie, faccio io, ha già la sua» quando le proposi di darle una mano.
Non stava proprio vicino vicino al supermercato, ci vollero venti minuti o più per raggiungere il bel condominio dove viveva.
«Mi aspetta, vado a prendere i soldi, torno subito.»
Tornò e mi allungò cento euro. «Tenga pure il resto, lei è stato gentilissimo.»
«Guardi che prendo una buona pensione, no grazie, piuttosto…»
«Piuttosto?»
«Non mi offrirebbe un caffè? Poi devo andare in bagno.»
Un’ora dopo, girata di schiena sul letto, mi disse: «Lo so, non ci crederà, ma è la prima volta che scopo con uno sconosciuto.»
«Lei è la quarta… no, non la quarta sconosciuta con cui faccio l’amore, la quarta donna della mia vita.»
Che si chiamasse Lara lo seppi leggendo il nome sulla porta, sopra il pulsante del campanello.
Nei giorni successivi passai anche più volte al giorno sotto casa sua. Un condominio di dieci piani, bianco con i balconi e le finestre blu. Un bel condominio. Ci passai anche la sera. La sua finestra restava illuminata fino a tarda notte.
Prima o poi, pensai, ci incontreremo ancora.
La sera ripensavo al suo seno cadente, che avrei voluto aver baciare, che avrei voluto lì, accanto a me. Ripensavo anche un po’ ma poco alla sua casa, che avevo visto distrattamente, Lara, ne ero certo, non avrebbe gradito occhiate curiose.
Il mercoledì successivo, verso le 10,30, andai nuovamente a fare una piccola spesa nel piccolo supermercato.
Acqua Perrier, uova, stracchino e due quaderni, magari tre: in quello acquistato la settimana prima avevo provato a disegnare, ma quel che avevo disegnato non mi era piaciuto, una donna nuda in penombra in un letto, scoperta dall’ombelico in su.
Non verrai, lo so, pensavo guardandomi in giro. Certo, mi hai detto che vieni qui ogni mercoledì, ma mercoledì scorso quella stronza di commessa ti ha trattato proprio male, no, non verrai.
Invece arrivò, trafelata.
«Un caffè da me, dopo?»
Diventò la donna del mercoledì mattina. Un caffè, un’ora insieme ai suoi silenzi. Mi stava bene così.
Quando le dicevo «sei la mia quarta donna, tu» sorrideva. Ed era un sorriso indefinibile: né bello, né triste, né dolce. Era il sorriso di Lara.
Per la verità, avrei voluto tanto che mi chiedesse di parlarle delle altre, o se avevo figli, e avrei voluto invitarla a cena per poi trascorrere la notte con lei ma quel suo silenzio era un invito chiaro: a non chiedere.
(E avrei voluto baciarle quel suo piccolo seno cadente…)
Due mesi, sette incontri, poi sparì.
Il primo mercoledì che non la vidi apparire al supermercato fu un mercoledì triste per me. Più che triste. Come faccio senza di te?, pensavo.
Per mesi e mesi la cercai, ma il suo appartamento aveva le tapparelle abbassate e la sera non si vedeva nessuna luce, e tutti i mercoledì mattina, nel piccolo supermercato, di lei non c’era traccia.
E invece rispuntò nella mia vita sei mesi dopo, ancora lì, nel piccolo supermercato, un mercoledì d’agosto.
Mi sentii toccare il gomito, mi voltai, era lei. Parlava il suo viso, il suo viso e i suoi occhi mi stavano dicendo «mi dispiace».
«Un caffè da te, dopo?» chiesi.
Si strinse a me forte forte e, piangendo, disse: «Non posso, mi spiace mi spiace mi spiace…»
Sotto casa sua non sono più passato ma il mercoledì vengo sempre in questo piccolo supermercato a comperare acqua Perrier e quaderni dove disegnare un seno che vorrei tanto baciare, almeno una volta.
Da facebook… così per gioco
Chi sia la persona che su facebook si nasconde dietro al nick Monica Rossi io non lo so. Lo leggo, a volte scambio dei messaggi con lui. Conosce di sicuro il mondo della grande editoria, di cui parla spesso (e spesso non son d’accordo con lui), conosce di sicuro il cancro con cui convive, da anni.
Stamani ha intervistato una scrittrice, Deborah Gambetta e io, dopo aver letto l’intervista, sul mio profilo facebook ho scritto questo. Così, per passare il tempo. Per gioco.
Appena letto un’intervista di Monica Rossi a Deborah Gambetta. Dal momento che fa caldo, ho mal di schiena, devo lavorare (interviste di basket, una recensione) e sono di umore nero mi è venuto in mente un gioco cretino, tipo: vai su un’isola deserta, ti puoi portare solo 10 libri, oppure, solo 10 cose da mangiare (metterei pomodori e cetrioli al primo e secondo posto, il caffè al terzo, fagioli al quarto, olio di oliva al quinto, caffè al sesto, riso integrale al settimo, pecorino toscano di media stagionatura all’ottavo, birra rossa d’abbazia al nono, pizza margherita con origano al decimo…. cacchio, nemmeno un dolce…)… Ma veniamo alla proposta di cazzeggio estivo…
Supponiamo. Incontro un tipo pieno di soldi che mi dice, fammi da direttore editoriale di una casa editrice con i controcazzi. Poi prosegue. Dimmi dieci autori da contattare, anzi no, contattali…. Comincerei da De Cataldo, che per me è il più bravo giallista italiano., poi chiederei a Mozzi un libro di racconti e poi, appunto, un romanzo a Deborah Gambetta… Gli altri sette, poi, andrei a cercarli nella piccola e micro editoria, quella che nessuno caga. Sarebbe una figata, questa, un lavoraccio, anche. Una sfida
(Dimenticavo: fosse vivo Vitaliano Trevisan sarebbe il quarto… o primo dei famosi, non so)
(Poi. La Gambetta piaceva anche al mio amico scrittore, editor, traduttore e cento altre cose Luigi Bernardi).
Così per la cronaca, magari a qualcuno serve
Nel 1975, proprio il giorno del mio 19° compleanno, ebbi una crisi epilettica. Fui ricoverato. Quando mi dimisero il primario disse: Mi spiace, ma lei non guarirà mai (non ho più crisi dal 1991, da 32 anni, insomma).
Nel 1982 lavoro in fabbrica. Voglio iscrivermi a lettere. Ho un amico iscritto a sociologia, tutti 30. Gli dico: voglio iscrivermi a lettere lavorando. Scusami la franchezza, ma non ce la farai, mi disse (impiegai 8 anni: 110).
Nel 1983-84 faccio il portiere di notte e studio. Nell’albergo in cui lavoro arrivano giornalisti e fotografi da tutta Italia per il processo alla santona Mamma Ebe. Una notte un fotografo di non ricordo quale testata non ha sonno, scende alla reception mi chiede una birra, mi parla del suo lavoro. Gli dico: mi piacerebbe fare il giornalista un giorno… Guarda il vuoto, poi dopo alcuni minuti sale in camera, l’argomento non gli interessa (ho fatto e faccio ancora il giornalista, dal 1986).
Nel 1986-87 (credo) ho scritto il mio primo libro. Lo dico a una giornalista importante. Lo dico a un giovane scrittore. Svicolarono, avevano altri impegni… (poi per fortuna, parecchio tempo dopo, incontrai una scrittrice editor che lo lesse).
Qualche anno fa. Spedisco un mio manoscritto a un editore che conosco. Rispostaccia. Non è un libro, è un casino… (libro che fu pubblicato e con il quale sono arrivato primo – unica volta nella mia vita – a un premio letterario; primo ex aequo con un altro libro pubblicato da La casa di Teseo).
Così, per la cronaca. Magari a qualcuno serve.
Le ripetizioni
A proposito di ripetizioni.
Una volta, nel vecchio blog di Mozzi, qualcuno criticò Mozzi per aver ripetuto la parola bambina.
Mozzi rispose così: una bambina è una bambina, una bambina, una bambina.
Anche i cani sono cani, cani e poi ancora cani.
Da “A ciascuno il suo” di Sciascia:
Questo ritorno dei cani portò il paese intero, per giorni e giorni (e così sarà ogni volta che si parlerà della qualità dei cani), a sollevare riserve sull’ordine della creazione: poiché non è del tutto giusto che al cane manchi la parola. Senza tener conto, a discarico del creatore, che se anche la parola avessero avuto, i cani in quella circostanza…
Ho voglia di scrivere, insomma di stare un po’ con Anna
Hai finito di scrivere un libro e magari lo hai già rivisto barra corretto una volta? Ora fermati, aspetta, fai altro e pensa ad altro. Riprendi a lavorarci poi, senza fretta.
Oppure. Quando si scrive si scrive per gli altri, punto.
Mi son venuti in mente due (tra mille) consigli che leggevo vent’anni fa, in rete (questo blog è nato il 23 marzo 2003).
Si sa che la gente dà buoni consigli, cantava DeAndrè.
Allora, sull’aspettare. Dipende. Sull’editing (e io ne faccio cento delle cose che scrivo, 99 orimo della pubblicazione) posso anche aspettare uno o due anni, ma sulla storia no: vado avanti fino alla fine. Nell’editing, poi, potrò ritoccare, aggiungere e tagliare ma la storia quella è.
Sul consiglio numero due: si scrive per gli altri.
Vero
Anche no. Ho in mente una storia e ho voglia di scriverla: ma per me stesso.
E ho in mente solo il primo (lungo) capitolo, poi non so che sviluppi potrà avere.
Ho iniziato ma le prime righe non mi sono piaciute, e così mi sono fermato.
Stanotte, però, va a sapere, non riuscivo a dormire. Le tre, poi le quattro. Niente. Pensavo alla storia. A cosa scrivere. Avrei dovuto alzarmi, scrivere. Sembra quasi che le parole di una storia a me vangano di notte. Qualche volta il mattino ricordo, in genere no, sono qualcosa di vago, troppo vago.
E comunque, la protagonista è Anna Antichi.
Di lei ho scritto ne La donna che parlava con i morti (Newton Compton poi Il Vento antico) e nel libro Vegan. Le città di Dio (titolo sbagliato, quel Vegan andava tolto).
Ho voglia di passare un po’ di tempo con lei, adesso.
Da La donna che parlava con i morti
Il Vento antico
Sono tristi le risaie d’inverno, ma resterò sempre qua, tra queste nebbie che avvolgono i miei ricordi. Sono in treno, ora. Ho le cuffie, così nessuno prova ad attaccar bottone e non sento il casino degli studenti. Sto ascoltando La ballata di Sacco e Vanzetti cantata da Joan Baez.
… resterai sempre un po’ anarchica, vero Anna?
Comunque. Finalmente faccio quello che volevo fare anche se, quello che faccio, non è bello come ti fanno credere certi libri o film.
C’è sempre troppa nebbia attorno alla nostra vita. Troppo dolore.
Ho appena risolto un caso e oggi è una giornataccia.
Uno schifo di caso: una giovane madre che, dopo aver scoperto ed essersi data al sesso estremo con il vicino di casa pervertito, ha deciso di gettarsi giù dal sesto piano, vorrei non pensarci ma devo vedere suo padre, il cliente che mi ha pagato insomma, ho appuntamento alle undici, merda. Devo dirgli la verità – per questo è una giornataccia – altrimenti quello continua a sospettare che sia il genero la causa della morte della figlia, e anche se il genero è un senzapalle che non sa da che parte è girato e che vive per andare allo stadio la domenica, è giusto che la bambina resti a lui.
Mi sto specializzando nelle morti misteriose e nella ricerca di persone scomparse.
La sveglia da anteguerra, ora, mi butta giù dal letto alle sette di mattina. Da due anni, vado in stazione, prendo un caffè e poi, aspettando il treno che, in un quarto d’ora, venti minuti, mi porterà a lavorare fumo la seconda sigaretta della giornata.
Risaie e ricordi, risaie e ricordi, risaie e ricordi, arrivo, frenata, si scende, caffè al bar dell’altra stazione, poi terza sigaretta e via a piedi e in fretta in ufficio.
Ho preferito diventare una pendolare che trasferirmi. Sono troppo attaccata alla mia città e alla casa che mi ha lasciato mio padre.
La titolare dell’agenzia, mi trovo bene con lei, ha cinquantadue anni ben portati, è specializzata, lei, in corna e spionaggi industriali, mi ha proposto di diventare sua socia; accetterò.
Mi lascia poco tempo libero questo lavoro. E un po’ mi ha cambiata. Sono meno sboccata, ad alcuni clienti dava fastidio; e quando sono distratta non devo gettare per terra i pacchetti di sigarette vuoti e poi cerco di vestirmi in modo decente. Mi arrangio al mercato, comunque, sono mica una figalessa da boutique, io.
A volte, quando mi sento sporca perché lavoro per clienti senza scrupoli, o mi intrometto nella vita degli altri, nei loro tradimenti e nelle loro debolezze, rimpiango il lavoro in libreria.
Oggi lo preferirei: perché quando dirò a quel vecchio chi era sua figlia, lo so, mi odierà, mi maledirà; poi mi pagherà; poi, quando me ne sarò andata, bestemmierà, immaginerà la sua bambina che si fa legare a un letto, nuda, che si fa frustare; e poi piangerà, si ricorderà di lei quand’era piccola mentre io passerò il resto della giornata a pensare che sarebbe stato meglio essere in libreria piuttosto che ferire, in modo così atroce, un uomo.
Spero mi creda, spero proprio non mi costringa a mostrargli le foto che mi son fatta dare dal vicino di casa pervertito (l’ho costretto, altrimenti lo denunciavo).
No, no, non devo rimpiangere il mio passato. Vado, racconto, incasso. Ma ricorderò sempre chi ero.
…. due anni fa, giorni che non potrai dimenticare mai, vero Anna?
Due anni prima…
Alla riapertura della libreria mancava un giorno. A settembre mancavano invece dieci minuti. Esatti. Guardando l’ora, Anna ipotizzò un brindisi di mezzanotte, come si usa a capodanno. Ci ripensò: era un’idea stupida.
… di una stupida, inutile commessa di libreria, pensasti. Ti sentivi così. Si è sempre quel che ci si sente.
Si alzò dalla vecchia sedia a dondolo…


La bottega di narrazione di Giulio Mozzi
Scritto sul mio profilo facebook (ma qui sta meglio).
IL primo romanzo che ho scritto l’ho scritto in prima persona. Anche il secondo (più prime persone, romanzo corale). Il terzo alternando prima e terza, il quarto romanzo in terza eccetera fino al decimo, La donna di picche, il cui protagonista è l’ispettore Dallavita ma gli io narranti sono due, due donne…. Scrivo questo dopo aver seguito una lezione gratuita della Bottega di narrazione. E poco fa ho ascoltato con interesse quel che ha detto Valentina Durante sull’uso della prima persona, così come ier sera ho sentito Giulio Mozzi che parlava di stile. E’ dal 2003 che seguo Mozzi, con interesse. Due cose ora. Tengo anche io dei corsi di scrittura, e quando inizio lo preciso subito: quel che vi dico l’ho imparato memorizzando le puntate radiofoniche di Dentro la sera di Pontiggia, le cose che ho imparato dal vecchio blog di Mozzi e da Luigi Bernardi e poco altro (da Nel territorio del diavolo di Flannery O’Connor agli esercizi di fantasia di Rodari). Cosa numero due. Alla fine di questi corsi che tengo (gratuitamente) consiglio di leggere le proposte della Bottega di narrazione. Io l’avrei fatto, da tempo, ma soprattutto il sabato e la domenica lavoro (seguo calcio e basket, e poi seguo mio figlio che gioca a basket). L’avrei fatto perché quando si scrive non si smette mai di imparare. E questo è quanto.
Incipit ritrovati
Il mio vecchio blog si chiamava Appunti, questo Altri appunti.
Mi piace prendere appunti. Una volta su piccole agende (quelle che si mettono in tasca) adesso… è un pasticcio.
Ne scrivo, poi li metto in qualche cartella, poi non li trovo più.
Tra gli appunti di tanti anni c’era il file chiamato “bella scrittura”. Pagine, frasi, dialoghi che ami avevano colpito. Tutto perso (la prima, ricordo, era tratta dal Quartiere di Vasco Pratolini).
E poi c’è il capitolo citazioni (che in genere posto su facebook, le mia preferite sono
Amo i solitari, i diversi, quelli che non incontri mai. Quelli persi, andati, spiritati, fottuti. Quelli con l’anima in fiamme (Bukowski) e Quel male di trovare ovunque soltanto il desiderio di essere altrove (Cloran) e quello degli incipit.
Stamattina, per caso, ne ho trovati alcuni tra le bozze della posta elettronica.
Ne ho scelti tre.
Dopo aver atteso altri dieci minuti sdraiata sul letto, lo sguardo al soffitto inclinato, le mani sulla coperta, attenta a qualunque rumore salisse le scale, cominciò ad avere paura.
Non era arrivato mai in ritardo…
La grande sera, Giuseppe Pontiggia, Mondadori
Una macchina si ferma al semaforo. Un attimo e ne scende una ragazza alta, bella. Tiene la testa bassa, i suoi gesti non sono sicuri, qualcosa le rattrappisce il passo. Tuttavia si allontana in fretta, va verso la fermata dell’autobus.
La macchina attende il verde. Poi prosegue veloce.
L’aria intorno non ha subìto commozioni.
Ma per Paolo, alla guida dell’auto, il mondo sembra contrarsi sugli attimi in cui la Scena è scesa sbattendo la portiera.
Eutanasia di un amore, Giorgio Saviane, Rizzoli.
(Il libro è preceduto da una dedica dell’autore: A Silvana che sa che uno scrittore inventa anche i fatti che vive.
Myriam,
tu non mi conosci e, quando ti scrivo, sembra anche a me di non conoscermi.
Che tu sia per me il coltello, Davide Grossman (Oscar Mondadori)
Quando le lacrime parlano: “Io non sapevo” di Maria Pina Ciancio
Quando a trent’anni morì mio fratello Moreno scrissi una lettera, piangendo.
Non so se Maria Pina Ciancio (qualcosa su di lei, QUI) abbia scritto questa poesia piangendo la morte di suo papà.
A volte le parole sono lacrime.
Lacrime che ci parlano e – soprattutto – parlano a lui.
“Io non sapevo”
D’improvviso la tua piccola stanza
si è fatta il tuo piccolo mondo
Il tuo letto un giaciglio
il passato un cerchio di ombre e presenze
che cura e lenisce i giorni e le notti,
le ultime ore una porta socchiusa
su un corredo di alcol, cotone, siringhe.
E anche l’odore del tuo dopobarba è sparito.
Posso cadere qui, sai
mentre ti cerco le mani
morbide e arrese come non le avevo mai viste
Io non sapevo che un padre potesse
farsi bambino e poi figlio
e chiedere
‘come si fa per mangiare’
‘come si beve’
‘adesso cosa devo fare?’
E consolarsi in un sonno a singhiozzi
che risuona di nomi, di date confuse
dell’infanzia che bussa nell’ombra
e allontana la pioggia che batte insistente col sole
mentre d’intorno tutto rinasce
e i tuoi innesti nei campi hanno già frutti e semi maturi.
Maria Pina Ciancio
(Buon viaggio caro papà, mi manchi tantissimo)
Dello scrivere parole inutili
Succede spesso di leggere, scrivere, dire parole inutili.
Io per esempio dico spesso (spero di non averlo mai scritto): entrò dentro.
Basta entrò, perché fuori non è mai entrato nessuno.
Pontiggia arriva a dire che invece di scrivere cielo azzurro si può scrivere cielo.
Se uno scrive cielo è sottinteso che non sia grigio o che sia un sole d’agosto.
Nel parlato, poi, le parole inutili sono un mare. I maestri che da sempre dicono: Alzatevi in piedi, meriterebbero una risata o almeno una battuta: posso alzarmi seduto?
Ma nella scrittura non ci sono regole precise.
Per esempio.
Sono le prime parole dell’incipit del (bellissimo) racconto di Wilde, Il pescatore e la sua anima.
Il pescatore getta le reti, dove – dal momento che ha preso il mare – se non nell’acqua?
La frase poteva, quindi, essere scritta così.
Tutte le sere il giovane pescatore prendeva il mare e gettava le reti.
Oppure.
Tutte le sere il giovane pescatore gettava le reti nel mare.
O forse no.
Meglio la prima: l’acqua del mare non è mai una parola inutile.
(Poi si usa il trucco del leggere a voce alta: si leggono o scrivono frasi diverse e poi si sceglie… Ora leggo ad alta voce.
1) Tutte le sere il giovane pescatore prendeva il mare e gettava le reti nell’acqua.
2) Tutte le sere il giovane pescatore prendeva il mare e gettava le reti.
3) Tutte le sere il giovane pescatore gettava le reti nel mare.
Io voto 1).
Insomma, la parole inutili a volte hanno un loro perché.
In genere è un perché musicale, in genere…

Carlos Bousoño… qualcuno scrive le mie parole al contrario, e le cancella
Oltre questa rosa, oltre questa mano
che scrive e questa fronte
che pensa, c’è un mondo.
C’è un mondo terribile, luminoso e avverso
alla luce, alla vita. Oltre questa rosa, animando il suo sogno,
parallelo, contrario,
c’è un mondo e un uomo
che pensa, come me, alla finestra.
E come me in questa notte, con le stelle sul fondo,
mentre muovo la mia mano,
qualcuno muove la sua mano, con le stelle sul fondo, e scrive le mie parole
al contrario, e le cancella.
[Carlos Bousoño – da “Poesia spagnola del Novecento”, a cura di Oreste Macrì, ed. Garzanti, 1985]
Dal blog Akatalēpsía
Ribellatevi finché c’è ancora tempo
Il sentiero dei papaveri è il libro che ho appena ultimato.
Dopo il frontespizio potrei mettere questa citazione.
Voi potreste essere l’ultima generazione a cui è ancora possibile ribellarsi. Se non vi ribellate potrebbero non esserci più opportunità: l’umanità potrebbe essere ridotta allo stato di robot. Quindi ribellatevi finché c’è ancora tempo.
OSHO
Ripropongo la sinossi.
Periferia povera e violenta di una città senza nome (potremmo anche non essere in Italia…), c’è il Bar del Capitano.
Entra un uomo. Non ha un nome, ha un passato fatto di niente: vive col padre che lo mantiene, soffre di attacchi di panico, ha fatto pochi lavoretti che ha abbandonato, anni prima ha scritto un libro che è stato un fiasco, 49 copie vendute e poi ha un ricordo che lo perseguita.
Si siede, il proprietario del bar, che tutti chiamano il Capitano, lo raggiunge e gli dice: «Ti stavo aspettando.»
Lui si spaventa, cade in trance e racconta, rivivendolo, il ricordo che lo perseguita da sempre al Capitano, che gli dice «Tu sei uno scrittore, ti chiameremo così, Scrittore.»
È un bar fuori dal tempo, quello, non c’è nemmeno la televisione. È un bar dove si raccontano storie e dove si fa il gioco dei nomi diversi, ognuno ha un soprannome, una sorta di battesimo giocoso.
Per dieci mesi, lo Scrittore frequenterà quel bar, ascoltando storie e incontrando personaggi di un mondo che rifiuta il presente…
Del resto anche lui la pensa così. Dice infatti: «… la parola rete per me ha un significato preciso: trappola. E il navigatore è colui che naviga, non l’aggeggio che sta impedendo alla gente di usare la piccola bussola che aveva nel cervello.»
Ha qualcosa di magico il Bar del Capitano? Così parrebbe. O forse no.
«Quando sparirà, e sarà solo un ricordo sbiadito, l’intuito verrà chiamato magia.»
Il Capitano pratica la meditazione, il suo Dio è il silenzio.
Un giorno nel Bar entra la violenza. Non solo. Il Capitano e i pochi frequentatori del bar vengono interrogati, accusati d’essere una setta.
Sono colpevoli perché sognano di costruire nuove città.
«L’inquinamento peggiore non si vede, arriva nella testa della gente e non fa fumi né puzza, ma pervade tutto, ed è potente» dice il Capitano, che dovrà fuggire, è il suo destino, da sempre.
Prima di andarsene farà in modo che lo Scrittore conosca il suo passato: fughe da un orfanotrofio all’altro, elettroshock, affido, carcere, poi giramondo sempre in fuga.
Dovunque va, incontra alcune persone che rifiutano i nuovi feticci e sognano nuove città.
Raccontare storie,trovarsi attorno a un camino e il cibo buono significa ribellarsi, oggi.
Ha un segreto che è la sua forza Il Capitano: ogni mattina, all’alba, percorre il sentiero dei papaveri. Che nessuno conosce.
Una breve spiegazione sul libro.
Per la storia di un gruppo di persone che decide di vivere in un proprio mondo mi sono ispirato alle spiegazioni sulla rivoluzione digitale di uno psicanalista, Emilio Mordini.
Nel personaggio del Piccole Prete c’è un po’ di don Luisito Bianchi, scrittore che ho avuto la fortuna di conoscere, unico sacerdote che rifiutò lo stipendio del sostentamento del clero.
Nella figura del Capitano, uomo di poche parole, una sorta di messia o di Che Guevara, ci sono analogie con la biografia della poetessa Mariella Mehr.
La storia delle due città. Una ricorda la città anabattista di Munster, che fu distrutta da Cattolici e Protestanti, l’altra Kronstadt, che si ribellò, e per questo fu annientata daio Bolscevichi, quando vide che il sogno comunista era destinato a restare solo un sogno.
Il personaggio principale è uno scrittore che ha pubblicato un solo libro e che non sa se continuerà a scrivere.
Lo farà, con Il sentiero dei papaveri.
