buona giornata (da roma)

sono a roma, pare.
un’altra volta scrissi questa cosa qui.
un’altra volta ancora scrissi quest’altra cosa qui.
(sono, entrambe, nel vecchio blog).

ho sempre pensato questo, io, di roma.
che se un la prendesse e tagliasse a spicchi ne ricaverebbe tanti mondi piccoli di provincia, nonostante i monuenti, il colosseo, il quirinale e la spocchia dei romani.
trovo molte analogie tra il mio paese natale, cortona, e roma (tagliandla a spicchi, però).
mai successo questo al nord.
se uno a milano la tagliasse a spicchi ricaverebbe delle piccole milano, io credo.

buona giornata

giornalismo libero

Sono scomodo ora: attendo l’areo, a Malpensa, sono eduto scomodo, il pc tra dieci minuti si spegne (poi sono in crisi distinenza da fumo, ché io scrivo solo fumando, sigari, sigarette o pipa non importa) e poi c’è una signora accanto a me che usa il cellulare come se fosse un megafono…
bravo, bravo, bravo, io ho già mangiato,  devi mangiare ancora?, dice.
tu per caso mi hai chiamato a mezzanotte?, comunica la signora a una trentina di persone…

a chi vuole, pongo un quesito, anzi no, due.
Quand’è che secondo voi un giornale è libero?
Mi fate degli esempi di libero giornalismo?

Lo chiedo ai lettori di giornali grandi e piccini e a chi lavora nel giornalismo.
(Sul servilismo è inutile dire, mi pare).

La signora si è alzata: pure io, devo.

il tanga, il negro, la sculettatrice

lunedì 6, anzi no, era già martedì, prima ora di martedì, una di notte, sto rincasando, dopo aver chiuso il giornale, mangiato in pizzeria, scambiato quattro chiacchiere con un amico
… sul corso , sul lastricato, da lontano vedo qualcosa di rosso; come un effetto che si usa nei film, sul bianco e nero della notte.
a due metri di distanza, capisco, a mezzo metro vedo chiaramente: un tanga rosso, che sa di peccato.

martedì mattina, ore 11 circa alla Coop (il martedì mattino non lavoro).
… è da tanto tempo che non vado a fare la spesa; non mi dispiace fare la spesa, specie al mattino dei giorni feriali, specie nei supermercati di periferia.

sto cercando cose da poco: uno spazzolino, acqua gasata, succhi di pomodoro, caffè…
un negro con la faccia da rompicoglioni ma simpatico mi chiama. lo seguo. mi indica delle bitite. mi dice: quanto costano? in effetti è mica facile capire quanto costi una fanta o una coca light: ci sono dei codici, invece del prezzo, impiego 5 minuti buoni a capire che la fanta fa 0,60.
è quella che costa meno, il negro prende quella.
esco, lo rivedo.
è vicini ai carrelli, con la sua fanta, le sue chincaglierie da vu cumprà.
mi vede e mi fa: compri qualcosa?
io: no, grazie.
ciao amico, buona pasqua.
salgo in macchina, accendo una sigaretta, lo guardo e, pensando al lungo pomeriggio che mi attende, un po’ lo invidio.
vedo che dal supermercato esce una signora.
ciao rita,  dice.
ciao, risponde lei, chimandolo per nome.
invece di ripartire sto lì, incuriosito.
vedo che lei gli sta raccontando qualcosa e lui, da sorridente che era, si fa come compartecipe di qualcosa di non bello.
vedo che si salutano, con affetto.
buona pasqua, dice lui (ora so come si chiama).
ripenso a prima: poteva permettersi solo una fanta da 0,60.
né io né la signora, in cambio del suo buona pasqua, gli abbiamo dato un centesimo.
scendo dalla macchina, vedo che ha degli ombrelli, ne prendo uno, rosso mattone, da tifoso del toro (avrei preferito viola.
quant’è?, gli chiedo.
lui, con la faccia furba, mi fa: 10 euro.
quando glieli do si soprende che io non abbia contrattato.
mi dice piano, stavolta: buona pasqua amico.

… a un’ora imprecisata vedo poi questo.
c’è un ragazzo, con problemi. evidenti. ma ha la faccia buona buona. di fronte a lui c’è una ragazzina, bella, ombelico di fuori, jeans attillati, occhi maliziosi. a un tratto lei si accorge che lui se la sta divorando con gli occhi. sono occhi che contemplano, sembrano quasi supplicare. lei ricambia per un attimo, sbuffando e quasi con una smorfia di disappunto.
che stupida, ho pensato.
(anche altro, ho pensato).
lui no, il ragazzo no: ha continuato a seguirla, incantato, mentre lei si allontanava.
sculettando.

Colonia (crescendo si diventa cosa?)

La prima cosa che dissi, appena vidi mio padre e mia madre alla stazione, fu: Il prossimo anno ci torno.
Ricordo che sorrisero.
Ricordo che poi mostrai le unghie a mia madre: No, non me le ero mangiate. Poi a casa andai da mio fratellino, che aveva pochi mesi e stava sul passeggino, Fabrizio…
Io continuavo a dire che mi ero proprio divertito.
E invece erano stati uno schifo quei venti giorni in colonia.

Di notte, se ti scappava la pipì erano… cavoli.
Svegliare la signorina non andava bene; andare in bagno senza avvisare la signorina non andava bene; farsela addosso aveva conseguenze mica da ridere: urla e, per punizione, niente bagno al mare.
Ci andavamo di nascosto in bagno.
Se ci beccava il vicedirettore era un calcio nel culo assicurato.
Eravamo i figli del popolo, i figli della Montecatini, evviva.
Sveglia al mattino con musica e tutti di corsa in bagno, a lavarsi i denti.
C’era un problema: fare la cacca.
Allora (ma questo l’ho capito dopo): avevano la fissa della masturbazione, credo.
Altrimenti non riesco ancora a capire la logica dell’irruzione: sì, irruzione. I bagni erano senza chiusura e tu, quindi, quando la facevi cercavi, con mani e piedi, di tenere la porta chiusa (il massimo della comodità). Perché sapevi che, all’impovviso, succedeva, e succedeva spesso, che il direttore, facesse irruzione, spalancando la porta…
A parte questo, e il cibo scadente (primo, risotto;  secondo, pomodori e patatine; era patatine come quelle dei pacchetti, una sottomarca, di sicuro, che a noi, però, piacevano), la vita in colonia non era poi così male: bagni, docce collettive, passeggiate, la sera, dopo cena, o tutti a cantare o, una volta a settimana, il film.
Il film, già. Mica era sempre festa.
La proiezione era  a sorpresa. O il solito western accolto dagli applausi (quanti saremo stati?, sui duecento penso) della folla di ragazzini da 6 a 10 anni, oppure, e non restava che guardare il cielo e pensare ad altro, ecco che, per la gioia e la cultura e l’avvenire dei figli degli operai della grande Montecatini, in via del tutto eccezionale proiettavano anche degli interessantissimi documentari sui prodotti (concimi, il famoso 10, 10, 10; 10 di azoto, 10 di fosforo, 10 di potassio) della grande mamma che dava il lavoro ai nostri padri.
(Come faccio a ricordare io del 10, 10, 10; lo raccontavo, poi, una volta a casa, a mio padre che, orgoglioso, mi spiegava…).
Ci sono andato quattro anni.
Raccontando bugie a tutti.
Ai miei, Si sta bene, andiamo pure a cavallo, dissi loro.
Ai compagni di colonia: dicevo che mio padre era un ufficiale a cavallo, tanto mica erano di Vercelli.
Ricordo di aver ricevuto lo zoccolo di qualche signorina in testa, qualche volta.
Ricordo le belle pinete della Toscana.
Ricordo le cartoline postali che, quando scrivevamo, erano soggette a censura: Guai a chi osava invocare: Mamma, vienimi a prendere.
Ricordo l’infermeria: ci andai una volta, c’era una suora grande e grossa, gentilissima. Eravamo ricoverati in due, io e una bambina, stessa stanza.
Passai due giorni belli, poi arrivò la cattiva notizia: Stai bene, sei contento di tornare a giocare?, mi fece la suora.
Non ricordo, no, nessuna masturbazione di gruppo. Ma ricordo un gioco: quando la signorina dormiva ci abbassavamo i pantaloni e fingevamo che le nostre piccole minchie fossero chitarre, e suonavamo, cantilenando qualcosa, e ridevamo, poi, di quel nostro gioco.
Il momento più bello era quello del ritorno.
Via le divise azzurre, tornavamo a indossare i nostri abiti.
L’ultimo giorno nessna irruzione in bagno, cacata in pace, amen.
Poi il treno, a dir bischerate (credo, ma non ho ricordi).
Poi arrivavo a casa, e dicevo: Un altr’anno ci torno.
Boh.

Ci sono andato per quattro anni. Ho iniziato che ne avevo sette, ho finito che ne avevo dieci.

L’ultimo anno, il quarto.
Dopo il viaggio, appena arrivati, ci mettono a letto. Abbiamo ancora i nostri vestiti, durerà poco.
Mi viene il magone e, quando vedo che tutti dormono, senza ritegno mi metto a piangere; e singhiozzo pure.
Arriva Silvana.
Era stata la signorina del secondo anno, vede che piango, si avvicina, sorride, mi accarezza i piedi, sta lì con me finché non mi addormento. Mi aveva visto più piccolo, lei, e più vivace.
Magari l’avrà pensato anche lei che mica è vero che crescendo si diventa forti.

le cassandre

Le Cassandre, già.
L’ultima (ultimo) è il ricercatore che aveva previsto il terremoto.
Gli han dato dell’imbecille prima, adesso dicono che comunque è un ricercatore anomalo, un eretico.
A volte mi chiedo: come sarà ridotto il pianeta tra venti, trenta, quarant’anni?
Forse, penso ancora, non sarò nell’elenco di chi lo ha avvelenato, distrutto, ma probabilmente sarò nell’elenco di chi ha fatto poco o niente.
Credo che certe cassandre meritino almeno ascolto.
Perché gli altri, quelli che dicono che la vita – tra inceneritori, ripetitori, cellulari, inquinamenti vari – è comunque bella hanno già tutto, ora: giornali, soldi, potere di rincoglionirci.

Si fosse presentato da me, nel mio piccolo giornale, uno che, dopo essersi presentato, mi avesse detto che lui era in grado di prevedere un terremoto io che avrei fatto?

conoscersi bene, forse (anche in rete)

Per anni non ho salutato una donna. La incontravo e guardavo da un’altra parte. Lei però, per anni, ha cercato il mio saluto, con insistenza.
Allora, si diceva che amasse concedersi.
(Quando andavamo alle giostre, ed eravaamo ragazzini, lei prendeva qualcuno per mano, più grande, e insieme andavano al fiume… E non ne faceva mistero, lei, di questa sua… passione)
Mai criticata per questo.
Che lei fosse allegra lo sapeva anche il suo defunto marito, me lo disse lui, mi disse era così mia madre, è così lei.
Che poi in provincia e nella metropoli la storia delle TT perdura: l’uomo che scopa è un Toro, la donna una Troia.
Le tolsi il saluto perché quando lui si ammalò, e non aveva che qualche amico, lei scomparve. Lui trascorse il suo ultimo mese di vita in ospedale e lei, mi dissero persone a cui credo e che conosco bene, lei, dicevo, in ospedale non si fece mai vedere.
Ho ripreso a salutarla, è invecchiata, sola.
Oggi però ho incontrato due persone che non ho salutato.
Stavo per farlo, poi ho pensato Siete cattivi.
Mi sono ricordato delle sberle che davano ai loro figli; delle cattiverie che dicevano sul conto degli altri. A me non hanno fatto mai niente, ma io ho girato la testa, oggi, incontrandoli, mentre portavo il cane al fiume.
Ecco, a parte questi due esempi, non mi pare di aver tolto o negato il saluto a qualcuno.
Son più quelli che non mi salutano, e alcuni di loro avranno le loro brave ragioni.
Vengo alla rete, ora.
Anche nei blog succede che non ci si saluti.
Ti tolgo il link, cazzo.
Faccio un blog privato, così sparlo di te e tu non lo saprai.
Nella rete a volte mi sembra ancora peggio che nella vita.
Ecco, nella rete so che qualcuno non mi saluta, o non saluta questo o quest’altro, per sentito dire.
Allora, non ci si conosce tra vicini di casa, tra colleghi, tra mogli e mariti.
Ma nella rete invece sì, si sa.
Boh.

E poi c’è Facebook.
Dove c’è gente che, per aver pubblicato due libri o recitato o fatto cissà che, quando riceve una richiesta d’amicizia (una sorta di scambio di link) domanda:  Ci conosciamo?
Ecco, mai visto un veterinario, un idraulico, un ambulante chiedere, Ci conosciamo?
Da qualcuno che ha letto Carver e visto tutti i film di Fellini invece sì.
Cattiveria.
A un editor che magari conta un po’ non ho mai visto chiedere, Ci conosciamo?

Ecco, ora mi sono ricordato e rettifico quanto sopra.
C’è una persona a cui ho tolto il saluto e lui ha fatto lo stesso con me.
Ci conoscevamo, bene.
Forse.

Poi.
Oggi ho finito, dopo altre trenta ore di revisione, Bastardo posto. La parola, adesso, spetta alla mia editor, con la quale dovrò confrontarmi sulle variazioni apportate.
Ho visto un bel film, ieri.
Gran Torino, con Clint Eastwood.

un po’ di primavera

Attenda un «attimo», mi dicono.
Resto così solo nella sala dove si attende d’essere chiamati. Una sala d’attesa a me nota: anni fa per lavoro, poi per un paio di vicende personali, la perdita di mio fratello e la perdita del portafoglio.
Mi ricorda soprattutto la morte di Moreno, la sala dove i carabinieri della mia città ti fanno attendere.
E’ metà pomeriggio. E’ difficile che io veda e viva la città di pomeriggio. La vedo al mattino, dieci minuti da casa alla redazione, la vedo la sera, quando è giù buio, e mi concedo una passeggiata per mezz’ora.
Oggi, andando dai carabinieri, ho visto che le persone e le vie sanno di primavera.
C’ero solo io, in giro, con una sciarpa inutile.
Avevo però gli occhiali da sole, li metto anche quando nevica: ho la lacrimazione permanente, è da quando avevo sei anni che piango… senza motivo e senza che nessun oculista mi sappia spiegare il perché.
Poi mi danno un tono, poi mascherano la mia timidezza inspiegabile: nel senso che a volte c’è a volte no, per nulla.
Comunque.
In caserma faccio in tempo ad allacciarmi le scarpe e un paio di chiamate col cellulare: l’«attimo», all’incirca, dura un quarto d’ora.
Poi il solito rituale.
C’è una denuncia. Diffamazione a mezzo stampa.
Una più una meno…
Vedo che questa è stupida, cattiva, inutile. La prima cosa che faccio, quando vengo querelato, è mettermi dall’altra parte.
I giornalisti sbagliano e, quando sbaglio, è giusto che io paghi.
Stavolta non è così.
Comunque. E’ sempre primavera quando esco, però non la guardo in faccia, alla primavera. Vado di fretta.
Oggi avrei voluto scrivere un post sui miei libri (Dicono di Clelia parte seconda), oggi avrei voluto rileggere per l’ultima volta le bozze di Bastardo posto, prima che il libro vada in stampa.
Una delle due cose le farò stanotte (probabilmente le bozze).
Non c’è mai tempo per fare tutto.
Ma che sia primavera, comunque, è una gran cosa.
Ne sta entrando un po’ dalla finestra che ho alle mie spalle, ora.
La finestra del maresciallo che mi ha ricevuto, invece, era chiusa, chissà perché.
Buona giornata

dolce morte

Dopo il caso in Belgio, un’altra anziana sana ha chiesto l’eutanasia. La donna, australiana, vuole morire accanto al marito malato terminale e la clinica svizzera “Dignitas” ha annunciato che la aiuterà in questo ultimo viaggio. Per il fondatore dell’istituto, Ludwig Minelli, il suicidio assistito è una “meravigliosa opportunità”. La struttura ha già praticato la “dolce morte” a oltre un migliaio di cittadini britannici. (Tgcom)

e vinceremo

è che non c’è il tempo, qui, per dire qualcosa, raccontare.
è che quando arriva il tempo dell’elezione di un sindaco impazziscono un po’ tutti.
avere presente quando arrivano i Mondiali di calcio?
tutti che sanno, improvvisamente.
quando ci sono elezioni comunali è peggio: perché tanti, improvvisamente, oltre a sapere cose di politica di cui fino a pochi mesi fa non sapevano, s’improvvisavano attenti lettori delle cose politica di una città, presto invase da manifesti con proclami.
c’è chi sogna anni e anni di pubblicare un libro.
ci si illude, ci si incavola, ci si sente non capiti.
quando arriva il tempo delle elezioni, in una piccola città, tanti perdono il dono della saggezza: ho tanta gente che stravede per me, dicono, avrò tanti voti.
oppure, se io appoggio quel candidato sicuramente lo faccio vincere.
poi, il giorno dopo lo scrutinio del voto, arriva sempre la battuta rivolta a questo o a quel candidato: Nemmeno la moglie l’ha votato.
son da raccontare queste illusioni da poco, pre-elettorali, dove, per due tre mesi, c’è gente che s’illude d’essere importante, e va in giro impettita.
oddio, le comiche ci sono anche dopo.
sarebbero da raccontare le mascolzonate poi: se voti per me avrai in cambio.
è l’arma vincente, sempre.
anni fa lessi di un parlamentare neo eletto che, arrivato a Montecitorio, chiese: dove sono il mio ufficio e la mia segretaria?
Il (mio) tempo, qui, è scaduto.
buona giornata

13. Come un’ossessione

Il quaderno delle voci rubate lo scrissi a rate; un po’ su un bloc notes, un po’ sul computer.
Dicono di Clelia è il primo libro scritto tutto con un pc (vecchio ma funzionante), nello stesso posto (nel 2003 vivevo solo), con un certo rigore (tutte le notti dalle 23 alle 4, a volte le 5), con un metodo diverso, rispetto al Quaderno
(Ho impiegato due mesi per scrivere Dicono di Clelia; altri se, sette, per riscriverlo).
Con il Quaderno avevo cercato di replicare quello che era avvenuto la prima sera, quando mi ero detto Raccontami una storia. Mi mettevo davanti al mac o davanti al bloc notes e cercavo di proseguire. A volte la storia veniva, a volte no.

Dicono d Clelia inizia una domenica, sul lago d’Orta. Sono lì per caso, da solo. Ho un bloc notes, dietro. Mangio un panino, poi salgo al Sacro Monte. E lì cerco di raccontarmi una storia: che non viene.
Cioè: scrivo qualcosa, che però non mi convince.
Mi dico, Va bene, carriera finita. Hai scritto Il quaderno, ora stop.
Cose che si dicono,certo, ma a cui non si vuole credere.
Perché il “miracolo” di riuscire a raccontarmi una storia ri-succede davvero.
E così fu.
L’incipit quello fu e quello è rimasto.

Credo di aver premuto talmente tanto i tasti del telecomando da aver rischiato di romperlo. Di sicuro mi sono fatto male alle dita, e alla mano tutta.
Da due ore ero davanti alla televisione. Due di notte. Carla mi aveva dato il bacio della buonanotte verso le undici, le bambine un’ora prima. Dovevo correggere i temi dei miei studenti dell’istituto commerciale; poi mi ero stufato e, coi piedi sul tavolino dove avevo appoggiato i restanti compiti in classe ancora da correggere, avevo cominciato a bere una, poi due birre olandesi, forti (dieci gradi) e saporite (al luppolo) guardando la tele. Un po’ di telegiornale, un po’ di Bonanza che mi faceva tornare ragazzo quando sognavo di andare nel West e diventare come Tex Willer, qualche spogliarello. Da un canale all’alro, saltando l’emittente dei protestanti e la pubblicità della cassette pornografiche; volgari e recitate male, con uomini e donne di ogni età ce nel momento che precede l’orgasmo, vero o simulato che fosse, fissando la telecamera assumevano espressioni del volto ridicole: le bocche, esageratamente spalancate, lasciavano intravedere anche le otturazioni dei denti; ma il peggio del peggio erano i vagiti, esagerati, potevano essere scambiati per lamenti, di chi soffre di coliche, forti.
Birra e qualche occhiata, svogliata, di tanto in tanto ai temi ancora da correggere per il giorno dopo, ma la mia pigrizia preferiva la televisione. A un cero punto vedo uno strip-tease un po’ insolito.

(Insomma, il mio protagonista – ma non è l’unico, ché Clelia è un romanzo corale, riconosce in tivù una sua compagna di università, Clelia).

Essendo un romanzo corale, due pagine dopo ecco che compare un altro personaggio: il maresciallo Manfredi.

Me l’ha ordinato il colonnello di venire in chiesa. La moglie del prefetto, che è lì in seconda fila, gli ha chiesto un favore e lui, gli venissero le emorroidi, si è messo sull’attenti e ha rotto le palle a me.

Allora, torno al primo incipit.
Arriva una sera, da un pensiero. Sono davanti al pc (non avevo internet per mia fortuna) con un documento bianco come la neve. La televisione è accesa, ma muta; è vecchia, a volte l’audio impazzisce e rischio di svegliare tutto il condominio.
Smetto di pensare alla storia che vorrei scrivere e che non viene e, mentre guardo la televisione, va a sapere perché, mi viene in mente una mia compagna di università. Era figlia i operai Fiat. Aveva sempre una giacca blu e un sorriso per tutti. Prendeva sempre trenta, con facilità. Ho promesso ai miei che prendo la laurea in quattro anni, mi diceva convinta. Mentre mi domando, Chissà che fine ha fatto?vedo che in tivù c’è uno spogliarello: una ragazza mostra il seno sbottonandosi la giacca: che è blu.
Il pensiero diventa idea, l’idea diventa parola scritta. Ma poi c’è il buio.
L’inizio della storia era arrivato, certo, ma poi?
Quante altre sere avrei dovuto aspettare?, mi domandavo.
Me lo domandai anche il giorno appresso e il giorno appresso ancora. Solo che… mentre me lo domandavo ripensavo anche al romanzo: come un mantra sempre.
Sapevo quasi a memoria quell’incipit.
Per farla breve: scrivendo Clelia imparai a pensare di giorno (anche facendo altro) quel che avrei (non sempre, anzi quasi mai) scritto di notte.
Imparai che se arrivi davanti al computer con una o due o tre idee poi è più facile farsene venire una quarta, che magari è quella giusta (nel senso che ti fa andare avanti).
Da allora, io non so dire mai con certezza quando inizio a scrivere un libro.
Magari mentre sto passeggiando, una domenica di primavera, al lago d’Orta.

Buone cose

E poi. Chiude la Libreria del giallo, di Tecla Dozio. Quando la conobbi ne srissi. Ci sarò andato una decina di volte, successivamente, da Tecla. Anche a presentare La donna che parlava con i morti. Avrei volto presentare da lei Bastardo posto.

E infine. Sono tre anni di bog, ormai. Due del vecchio e uno di questo.

incipit (di libri belli)

incipit, ma di libri che mi sono piaciuti particolarmente; ché poi gli incipit solo a volte restano

Mentre tutti aspettavano l’attore che aveva promesso di arrivare alla loro cena nella Gentzgasse verso le undici e mezzo, dopo la rappresentazione dell’Anitra selvatica, io osservavo i coniugi Auersberger dalla stessa bargère in cui stavo seduto quasi ogni giorno nei primi Anni Cinquanta, e pensavo che accettare l’invito degli Auersberger era stato un errore degno di conseguenze.
THOMAS BERNHARD, A COLPI D ‘ASCIA

Yoel sollevò l’oggetto dalla scaffale, e lo osservò da vicino. Gli dolevano gli occhi. L’agente immobiliare pensò che non avesse sentito la domanda, e quindi la ripeté: “Vogliamo dare un’occhiata sul retro?”. Anche se aveva già deciso, Yoel non si affrettò a rispondere. Era abituato a prendere tempo prima di dare una risposta, anche se si trattava di domande semplici del tipo “come stai?” oppure “cosa hanno detto al telegiornale?”. Come se le parole fossero oggetti personali da quali non era bene separarsi.
AMOS OZ, CONOSCERE UNA DONNA,
Feltrinelli

Una mattina di vento, nel piazzale dell’università, mentre teneva il cappello con una mano e  cartella con l’altra, il riverbero del sole negli occhiali e l’assistente lontanissimo che occupava il centro delle lenti e si dirigeva a passi rapidi vero di lui, il professore ebbe un cattivo presentimento.
GIUSEPPE PONTIGGIA, IL GIOCATORE INVISIBILE,
Oscar Mondadori

Poi, ho una ventina o forse più di libri da leggere.
Questo per esempio, di un autore giovane, sta vendendo o ha venduto bene, mi pare, e mi han detto che è ottimo.

“Mi benedica padre perché o peccato” dice e si rende subito conto che non pronuncia quella frase da un sacco di tempo. Forse l’ultima volta è stata dopo la cresima. O subito prima. Non riesce a ricordare con precisione il momento, solo che è lontano e ripensarci lo fa sentire a disagio.
Sono le nove del mattino di un giorno feriale e la chiesa di San Giacomo è praticamente deserta.
PATRICK FOGLI, LENTAMENTE PRIMA DI MORIRE,
Piemme.

Ho un bel po’ di libri da leggere (Oz, Serrano, poi voglio rileggere La peste di Camus: averlo letto a diciott’anni, averci fatto un tema ed aver preso l’unico nove della mia carriera scolastica, ricca di tanti dal cinque al sei, è cosa che mi inorgoglisce – per il nove – ma non conta).
Poi ci sono i libri di scrittori amici, bravi scrittori; se io esco con un libro loro mi leggono in fretta, io invece li faccio penare.
Vado a leggere, sono le 4; ho ancora un’ora di tempo.
Buon lunedì

Pubblicità disinteressata, credo.
Se vedete in libreria i romanzi della casa editrice Perdisa sfogliateli almeno. Ne ho fatto incetta, io, ad Alessandria.
L’anima di Perdisa è Luigi Bernardi. Son contento di averlo prima letto (Senza luce è un gran libro) e poi conosciuto.