le cassandre

Le Cassandre, già.
L’ultima (ultimo) è il ricercatore che aveva previsto il terremoto.
Gli han dato dell’imbecille prima, adesso dicono che comunque è un ricercatore anomalo, un eretico.
A volte mi chiedo: come sarà ridotto il pianeta tra venti, trenta, quarant’anni?
Forse, penso ancora, non sarò nell’elenco di chi lo ha avvelenato, distrutto, ma probabilmente sarò nell’elenco di chi ha fatto poco o niente.
Credo che certe cassandre meritino almeno ascolto.
Perché gli altri, quelli che dicono che la vita – tra inceneritori, ripetitori, cellulari, inquinamenti vari – è comunque bella hanno già tutto, ora: giornali, soldi, potere di rincoglionirci.

Si fosse presentato da me, nel mio piccolo giornale, uno che, dopo essersi presentato, mi avesse detto che lui era in grado di prevedere un terremoto io che avrei fatto?

conoscersi bene, forse (anche in rete)

Per anni non ho salutato una donna. La incontravo e guardavo da un’altra parte. Lei però, per anni, ha cercato il mio saluto, con insistenza.
Allora, si diceva che amasse concedersi.
(Quando andavamo alle giostre, ed eravaamo ragazzini, lei prendeva qualcuno per mano, più grande, e insieme andavano al fiume… E non ne faceva mistero, lei, di questa sua… passione)
Mai criticata per questo.
Che lei fosse allegra lo sapeva anche il suo defunto marito, me lo disse lui, mi disse era così mia madre, è così lei.
Che poi in provincia e nella metropoli la storia delle TT perdura: l’uomo che scopa è un Toro, la donna una Troia.
Le tolsi il saluto perché quando lui si ammalò, e non aveva che qualche amico, lei scomparve. Lui trascorse il suo ultimo mese di vita in ospedale e lei, mi dissero persone a cui credo e che conosco bene, lei, dicevo, in ospedale non si fece mai vedere.
Ho ripreso a salutarla, è invecchiata, sola.
Oggi però ho incontrato due persone che non ho salutato.
Stavo per farlo, poi ho pensato Siete cattivi.
Mi sono ricordato delle sberle che davano ai loro figli; delle cattiverie che dicevano sul conto degli altri. A me non hanno fatto mai niente, ma io ho girato la testa, oggi, incontrandoli, mentre portavo il cane al fiume.
Ecco, a parte questi due esempi, non mi pare di aver tolto o negato il saluto a qualcuno.
Son più quelli che non mi salutano, e alcuni di loro avranno le loro brave ragioni.
Vengo alla rete, ora.
Anche nei blog succede che non ci si saluti.
Ti tolgo il link, cazzo.
Faccio un blog privato, così sparlo di te e tu non lo saprai.
Nella rete a volte mi sembra ancora peggio che nella vita.
Ecco, nella rete so che qualcuno non mi saluta, o non saluta questo o quest’altro, per sentito dire.
Allora, non ci si conosce tra vicini di casa, tra colleghi, tra mogli e mariti.
Ma nella rete invece sì, si sa.
Boh.

E poi c’è Facebook.
Dove c’è gente che, per aver pubblicato due libri o recitato o fatto cissà che, quando riceve una richiesta d’amicizia (una sorta di scambio di link) domanda:  Ci conosciamo?
Ecco, mai visto un veterinario, un idraulico, un ambulante chiedere, Ci conosciamo?
Da qualcuno che ha letto Carver e visto tutti i film di Fellini invece sì.
Cattiveria.
A un editor che magari conta un po’ non ho mai visto chiedere, Ci conosciamo?

Ecco, ora mi sono ricordato e rettifico quanto sopra.
C’è una persona a cui ho tolto il saluto e lui ha fatto lo stesso con me.
Ci conoscevamo, bene.
Forse.

Poi.
Oggi ho finito, dopo altre trenta ore di revisione, Bastardo posto. La parola, adesso, spetta alla mia editor, con la quale dovrò confrontarmi sulle variazioni apportate.
Ho visto un bel film, ieri.
Gran Torino, con Clint Eastwood.

un po’ di primavera

Attenda un «attimo», mi dicono.
Resto così solo nella sala dove si attende d’essere chiamati. Una sala d’attesa a me nota: anni fa per lavoro, poi per un paio di vicende personali, la perdita di mio fratello e la perdita del portafoglio.
Mi ricorda soprattutto la morte di Moreno, la sala dove i carabinieri della mia città ti fanno attendere.
E’ metà pomeriggio. E’ difficile che io veda e viva la città di pomeriggio. La vedo al mattino, dieci minuti da casa alla redazione, la vedo la sera, quando è giù buio, e mi concedo una passeggiata per mezz’ora.
Oggi, andando dai carabinieri, ho visto che le persone e le vie sanno di primavera.
C’ero solo io, in giro, con una sciarpa inutile.
Avevo però gli occhiali da sole, li metto anche quando nevica: ho la lacrimazione permanente, è da quando avevo sei anni che piango… senza motivo e senza che nessun oculista mi sappia spiegare il perché.
Poi mi danno un tono, poi mascherano la mia timidezza inspiegabile: nel senso che a volte c’è a volte no, per nulla.
Comunque.
In caserma faccio in tempo ad allacciarmi le scarpe e un paio di chiamate col cellulare: l’«attimo», all’incirca, dura un quarto d’ora.
Poi il solito rituale.
C’è una denuncia. Diffamazione a mezzo stampa.
Una più una meno…
Vedo che questa è stupida, cattiva, inutile. La prima cosa che faccio, quando vengo querelato, è mettermi dall’altra parte.
I giornalisti sbagliano e, quando sbaglio, è giusto che io paghi.
Stavolta non è così.
Comunque. E’ sempre primavera quando esco, però non la guardo in faccia, alla primavera. Vado di fretta.
Oggi avrei voluto scrivere un post sui miei libri (Dicono di Clelia parte seconda), oggi avrei voluto rileggere per l’ultima volta le bozze di Bastardo posto, prima che il libro vada in stampa.
Una delle due cose le farò stanotte (probabilmente le bozze).
Non c’è mai tempo per fare tutto.
Ma che sia primavera, comunque, è una gran cosa.
Ne sta entrando un po’ dalla finestra che ho alle mie spalle, ora.
La finestra del maresciallo che mi ha ricevuto, invece, era chiusa, chissà perché.
Buona giornata

dolce morte

Dopo il caso in Belgio, un’altra anziana sana ha chiesto l’eutanasia. La donna, australiana, vuole morire accanto al marito malato terminale e la clinica svizzera “Dignitas” ha annunciato che la aiuterà in questo ultimo viaggio. Per il fondatore dell’istituto, Ludwig Minelli, il suicidio assistito è una “meravigliosa opportunità”. La struttura ha già praticato la “dolce morte” a oltre un migliaio di cittadini britannici. (Tgcom)

e vinceremo

è che non c’è il tempo, qui, per dire qualcosa, raccontare.
è che quando arriva il tempo dell’elezione di un sindaco impazziscono un po’ tutti.
avere presente quando arrivano i Mondiali di calcio?
tutti che sanno, improvvisamente.
quando ci sono elezioni comunali è peggio: perché tanti, improvvisamente, oltre a sapere cose di politica di cui fino a pochi mesi fa non sapevano, s’improvvisavano attenti lettori delle cose politica di una città, presto invase da manifesti con proclami.
c’è chi sogna anni e anni di pubblicare un libro.
ci si illude, ci si incavola, ci si sente non capiti.
quando arriva il tempo delle elezioni, in una piccola città, tanti perdono il dono della saggezza: ho tanta gente che stravede per me, dicono, avrò tanti voti.
oppure, se io appoggio quel candidato sicuramente lo faccio vincere.
poi, il giorno dopo lo scrutinio del voto, arriva sempre la battuta rivolta a questo o a quel candidato: Nemmeno la moglie l’ha votato.
son da raccontare queste illusioni da poco, pre-elettorali, dove, per due tre mesi, c’è gente che s’illude d’essere importante, e va in giro impettita.
oddio, le comiche ci sono anche dopo.
sarebbero da raccontare le mascolzonate poi: se voti per me avrai in cambio.
è l’arma vincente, sempre.
anni fa lessi di un parlamentare neo eletto che, arrivato a Montecitorio, chiese: dove sono il mio ufficio e la mia segretaria?
Il (mio) tempo, qui, è scaduto.
buona giornata

13. Come un’ossessione

Il quaderno delle voci rubate lo scrissi a rate; un po’ su un bloc notes, un po’ sul computer.
Dicono di Clelia è il primo libro scritto tutto con un pc (vecchio ma funzionante), nello stesso posto (nel 2003 vivevo solo), con un certo rigore (tutte le notti dalle 23 alle 4, a volte le 5), con un metodo diverso, rispetto al Quaderno
(Ho impiegato due mesi per scrivere Dicono di Clelia; altri se, sette, per riscriverlo).
Con il Quaderno avevo cercato di replicare quello che era avvenuto la prima sera, quando mi ero detto Raccontami una storia. Mi mettevo davanti al mac o davanti al bloc notes e cercavo di proseguire. A volte la storia veniva, a volte no.

Dicono d Clelia inizia una domenica, sul lago d’Orta. Sono lì per caso, da solo. Ho un bloc notes, dietro. Mangio un panino, poi salgo al Sacro Monte. E lì cerco di raccontarmi una storia: che non viene.
Cioè: scrivo qualcosa, che però non mi convince.
Mi dico, Va bene, carriera finita. Hai scritto Il quaderno, ora stop.
Cose che si dicono,certo, ma a cui non si vuole credere.
Perché il “miracolo” di riuscire a raccontarmi una storia ri-succede davvero.
E così fu.
L’incipit quello fu e quello è rimasto.

Credo di aver premuto talmente tanto i tasti del telecomando da aver rischiato di romperlo. Di sicuro mi sono fatto male alle dita, e alla mano tutta.
Da due ore ero davanti alla televisione. Due di notte. Carla mi aveva dato il bacio della buonanotte verso le undici, le bambine un’ora prima. Dovevo correggere i temi dei miei studenti dell’istituto commerciale; poi mi ero stufato e, coi piedi sul tavolino dove avevo appoggiato i restanti compiti in classe ancora da correggere, avevo cominciato a bere una, poi due birre olandesi, forti (dieci gradi) e saporite (al luppolo) guardando la tele. Un po’ di telegiornale, un po’ di Bonanza che mi faceva tornare ragazzo quando sognavo di andare nel West e diventare come Tex Willer, qualche spogliarello. Da un canale all’alro, saltando l’emittente dei protestanti e la pubblicità della cassette pornografiche; volgari e recitate male, con uomini e donne di ogni età ce nel momento che precede l’orgasmo, vero o simulato che fosse, fissando la telecamera assumevano espressioni del volto ridicole: le bocche, esageratamente spalancate, lasciavano intravedere anche le otturazioni dei denti; ma il peggio del peggio erano i vagiti, esagerati, potevano essere scambiati per lamenti, di chi soffre di coliche, forti.
Birra e qualche occhiata, svogliata, di tanto in tanto ai temi ancora da correggere per il giorno dopo, ma la mia pigrizia preferiva la televisione. A un cero punto vedo uno strip-tease un po’ insolito.

(Insomma, il mio protagonista – ma non è l’unico, ché Clelia è un romanzo corale, riconosce in tivù una sua compagna di università, Clelia).

Essendo un romanzo corale, due pagine dopo ecco che compare un altro personaggio: il maresciallo Manfredi.

Me l’ha ordinato il colonnello di venire in chiesa. La moglie del prefetto, che è lì in seconda fila, gli ha chiesto un favore e lui, gli venissero le emorroidi, si è messo sull’attenti e ha rotto le palle a me.

Allora, torno al primo incipit.
Arriva una sera, da un pensiero. Sono davanti al pc (non avevo internet per mia fortuna) con un documento bianco come la neve. La televisione è accesa, ma muta; è vecchia, a volte l’audio impazzisce e rischio di svegliare tutto il condominio.
Smetto di pensare alla storia che vorrei scrivere e che non viene e, mentre guardo la televisione, va a sapere perché, mi viene in mente una mia compagna di università. Era figlia i operai Fiat. Aveva sempre una giacca blu e un sorriso per tutti. Prendeva sempre trenta, con facilità. Ho promesso ai miei che prendo la laurea in quattro anni, mi diceva convinta. Mentre mi domando, Chissà che fine ha fatto?vedo che in tivù c’è uno spogliarello: una ragazza mostra il seno sbottonandosi la giacca: che è blu.
Il pensiero diventa idea, l’idea diventa parola scritta. Ma poi c’è il buio.
L’inizio della storia era arrivato, certo, ma poi?
Quante altre sere avrei dovuto aspettare?, mi domandavo.
Me lo domandai anche il giorno appresso e il giorno appresso ancora. Solo che… mentre me lo domandavo ripensavo anche al romanzo: come un mantra sempre.
Sapevo quasi a memoria quell’incipit.
Per farla breve: scrivendo Clelia imparai a pensare di giorno (anche facendo altro) quel che avrei (non sempre, anzi quasi mai) scritto di notte.
Imparai che se arrivi davanti al computer con una o due o tre idee poi è più facile farsene venire una quarta, che magari è quella giusta (nel senso che ti fa andare avanti).
Da allora, io non so dire mai con certezza quando inizio a scrivere un libro.
Magari mentre sto passeggiando, una domenica di primavera, al lago d’Orta.

Buone cose

E poi. Chiude la Libreria del giallo, di Tecla Dozio. Quando la conobbi ne srissi. Ci sarò andato una decina di volte, successivamente, da Tecla. Anche a presentare La donna che parlava con i morti. Avrei volto presentare da lei Bastardo posto.

E infine. Sono tre anni di bog, ormai. Due del vecchio e uno di questo.

incipit (di libri belli)

incipit, ma di libri che mi sono piaciuti particolarmente; ché poi gli incipit solo a volte restano

Mentre tutti aspettavano l’attore che aveva promesso di arrivare alla loro cena nella Gentzgasse verso le undici e mezzo, dopo la rappresentazione dell’Anitra selvatica, io osservavo i coniugi Auersberger dalla stessa bargère in cui stavo seduto quasi ogni giorno nei primi Anni Cinquanta, e pensavo che accettare l’invito degli Auersberger era stato un errore degno di conseguenze.
THOMAS BERNHARD, A COLPI D ‘ASCIA

Yoel sollevò l’oggetto dalla scaffale, e lo osservò da vicino. Gli dolevano gli occhi. L’agente immobiliare pensò che non avesse sentito la domanda, e quindi la ripeté: “Vogliamo dare un’occhiata sul retro?”. Anche se aveva già deciso, Yoel non si affrettò a rispondere. Era abituato a prendere tempo prima di dare una risposta, anche se si trattava di domande semplici del tipo “come stai?” oppure “cosa hanno detto al telegiornale?”. Come se le parole fossero oggetti personali da quali non era bene separarsi.
AMOS OZ, CONOSCERE UNA DONNA,
Feltrinelli

Una mattina di vento, nel piazzale dell’università, mentre teneva il cappello con una mano e  cartella con l’altra, il riverbero del sole negli occhiali e l’assistente lontanissimo che occupava il centro delle lenti e si dirigeva a passi rapidi vero di lui, il professore ebbe un cattivo presentimento.
GIUSEPPE PONTIGGIA, IL GIOCATORE INVISIBILE,
Oscar Mondadori

Poi, ho una ventina o forse più di libri da leggere.
Questo per esempio, di un autore giovane, sta vendendo o ha venduto bene, mi pare, e mi han detto che è ottimo.

“Mi benedica padre perché o peccato” dice e si rende subito conto che non pronuncia quella frase da un sacco di tempo. Forse l’ultima volta è stata dopo la cresima. O subito prima. Non riesce a ricordare con precisione il momento, solo che è lontano e ripensarci lo fa sentire a disagio.
Sono le nove del mattino di un giorno feriale e la chiesa di San Giacomo è praticamente deserta.
PATRICK FOGLI, LENTAMENTE PRIMA DI MORIRE,
Piemme.

Ho un bel po’ di libri da leggere (Oz, Serrano, poi voglio rileggere La peste di Camus: averlo letto a diciott’anni, averci fatto un tema ed aver preso l’unico nove della mia carriera scolastica, ricca di tanti dal cinque al sei, è cosa che mi inorgoglisce – per il nove – ma non conta).
Poi ci sono i libri di scrittori amici, bravi scrittori; se io esco con un libro loro mi leggono in fretta, io invece li faccio penare.
Vado a leggere, sono le 4; ho ancora un’ora di tempo.
Buon lunedì

Pubblicità disinteressata, credo.
Se vedete in libreria i romanzi della casa editrice Perdisa sfogliateli almeno. Ne ho fatto incetta, io, ad Alessandria.
L’anima di Perdisa è Luigi Bernardi. Son contento di averlo prima letto (Senza luce è un gran libro) e poi conosciuto.

doppiamente vergognosamente

parlo poco di politica qui perché se parlo di politica poi finisce che litigo un po’ con tutti, oppure devo comunque trovare il tempo, che magari oggi ho perché sono a casa, che nei giorni pari e nei giorni dispari non ho.
comunque.
si parlava di branco, nel post e nei commenti precedenti.
allora.
prendiamo la chiesa.
la grande contraddizione.
Cos’ha da spartire il Vaticano con il Vangelo?
Il regno dei cieli non è forse dei miti, dei poveri?
La chiesa, già. Detta legge, invece. E in Italia  quasi tutti i partiti politici, centro destra e sinistra, invece di gridare allo scandalo un giorno sì e l’altro pure – sulle staminali, per esempio, ma non solo – tacciono.
Vergognosamente.
Doppiamente vergognosamente (so che fa schifo ma ci vuole, Doppiamente vergognosamente). Perché non lo fanno per convinzione; ma per un calcolo (a mio avviso delle balle) politico. Tutti vogliono l’appoggio del Vaticano e della Chiesa.
Allora, la Chiesa, il Vaticano.
Uno stato ricco, intollerante (un cittadino dello Stato del Vaticano non può praticare un’altra religione), con una diplomazia che non guarda in faccia a nessuno.
Così succede che tanti blogger, ogni tanto, e giustamente, s’indignino.
La diplomazia vaticana riceve ambasciatori e governi di paesi dove si ammazza la gente, si tortura,si fanno sparire i dissidenti.
Giusto scandalizzarsi.
Però.
Quando la Cina di Mao ricevette gli emissari di Pinochet?
Lessi un trafiletto, io, su un giornale che non c’è più, Il quotidiano dei lavoratori.
Un trafiletto.
Allora, avrò avuto 18 anni, pensai: Avrebbero dovuto scrivere in prima pagina e titolare, Che schifo.
Lo schifo deve valere per tutti: però la logica del branco impone che ci si bendi – a volte – gli occhi.

Ho simpatia per Che Guevara.
Leggete Senza perdere la tenerezza.
Quando a Cuba arrivano gli aiuti dalla Russia comunista, Che Guevara s’interroga: ma se sono aiuti, se siamo paesi fratelli, perché dobbiamo pagarli? Sul Capitale, e nemmeno sul Manifesto di Marx e di Engels, c’è scritto che debbono esistere due paesi comunisti (invenzione stalinista).
Per farla breve.
Mi piacciono gli illusi e  perdenti.
Il comunismo, per me, non è caduto con il muro di Berlino.
Cadde nel 1923, a Kronstadt: quando un gruppo di marinai e di rivoltosi si accorse che i principi del socialismo venivano sacrificati alla ragion di stato.
Ci fu una strage, a Kronstadt.
(E credo che tanti intellettuali russi che si tolsero la vita, o a cui tolsero la vita, sarebbero, ora, d’accordo con me).

il branco

La sociologia lo spiega bene che noi siam fatti male.
Ipotizziamo una bambina sul ciglio di una strada che chieda aiuto.
(E’ successo veramente un fatto analogo, anni, fa, in autostrada).
Supponiamo sia l’alba, e che la strada sia deserta.
Se passa un’auto, con una persona a bordo, quell’auto e quella persona, molto probabilmente, si fermeranno.
Supponiamo che la strada sia trafficata.
Succederà (è successo) che passino centinaia di auto e che nessuno si fermi.

Mi pare che sia lui, devo andare a vedere; mi pare che fu Giulio De Benedetti. Mi pare che fosse lui a dire che “un giornalista dovrebbe essere solo”.
io penso che anche uno scrittore.
Io penso che anche nella vita.

Ero ragazzo, con gli amici mi ritrovavo al bar.
Un giorno trovammo un cane. Aveva fame.
Proposi una colletta.
Ho un’immagine davanti agli occhi che non dimenticherò mai.
Un ragazzo, un bravo ragazzo, tira fuori dalla tasca qualcosa, Soldi di sicuro.
Mi fa anche un cenno, il bravo ragazzo, come a dire Ci sto.
Guarda il cane divertito, ma lo guarda anche con dolcezza.
Proprio in quel momento arriva un capobranco. Uno di noi, insomma. Brillante, litigioso (lo ero anche io), testa di minchia (forse anche io).
E dice, guardando il cane: Non ho soldi per me, figurati se ne ho per te.
Il bravo ragazzo che aveva tirato fuori una moneta per fare la colletta vidi che, in fretta, la ricacciò nella tasca quella moneta, e sorrise: sorrise a quella battuta del cazzo, fatta dal capobranco.

Facciamo ora come per i titoli di coda.
Trent’anni dopo.
Il capobranco, oggi, vive in mezzo ai cani. Allora non li sopportava. Vive inseguito dai creditori, non ha amici ma dice sempre che la figa e i soldi sono le cose più importanti della vita.
Anni fa organizzammo una colletta per lui.Il bravo ragazzo che si era ricacciato la moneta in tasca per il cane non ha partecipato.
Mica per problemi di branco o capobranco. Ma di moglie.

radici

Ha la faccia da bambino, per forza, ha vent’anni.
Ma quando mi parla, parliamo da adulto ad adulto.
Ha vent’anni, devo sforzarmi a pensarlo, a tenerlo presente mentre mi racconta.
Ché non hanno vent’anni né la sua voce, strana, né i suoi occhi, da cane disperato, né la sua storia, né il suo presente.
E’ già sposato.
Ed è spaesato: questa città non è la sua città, che poi, lui non ha città, mai avuta.
E sta per diventare padre, che sua moglie, mi dice, è incinta.
E sulla pelle ha i segni di bruciature di sigarette.

Mia madre era… lavorava in un night. Mia madre viveva qui. Poi è morta, un brutto incidente stradale, io avevo cinque anni.
Ma non è morta subito, sai? Nell’ambulanza diceva, E adesso che penserà a  mio figlio?

E’ una bugia.
Mi dice anche bugie, parlando.
Ha bisogno di dirne, di sentirsi qualcuno.
E’ qui, ora, davanti a me perché sta cercando le sue radici.
Pensa che un giornalista sia una sorta di stregone.
Mi aiuti vero a capire come è morta mia madre?
Poi si è visto con un uomo.
Gli ha detto, Penso di essere tuo figlio.
E l’uomo gli ha detto, Fai la prova del Dna.
Mi dice, Vorrei, ma costa, devo pensare a mio figlio, io ci tengo ad avere una famiglia.
Mi dice anche, Mio padre si è risposato, sua moglie ha qualche anno più di me, credo sia russa, o forse rumena,
E tuo padre quanti hanni ha?, domando
Più di sessanta, dice, ma ha la testa su altro
Però mia madre era più bella, guarda.
Si sfila la catenina, forse ha uno di quei ritratti che si usava tenere una volta, ipotizzo, su una medaglia.
Si blocca, però, mi dice, Ma tu mi aiuti vero?
La medaglia la vedo da lontano, ma sono troppo lontano per vedere.
Penso, Magari non è il ritratto di sua madre.
E invece capisco che si sta vergognando.
Mi dice: Magari la conoscevi, ne ha combinato tante mia madre in vita sua.
E me lo dice sorridendo, per la prima volta. Orgoglioso.

il giornale che non ha paura

Dagli appunti di una lezione a Fiuggi, primavera 2003, prima dell’esame da giornalisti.

Sapete quand’è che un giornale si dimostra autorevole? Quando riceve una critica , magari dura, magari eccessiva da un lettore, e invece di abusare dell’ultima parola, rispondendo magari seccamente, il giornale pubblica senza replicare.
Ecco, il giornale che pubblica senza replicare è per davvero un giornale autorevole, che dimostra di non aver paura.

(Questo è il “mio giornale” on line)