e buon ascolto se

ho fatto male a viso aperto
e qualche volta ho anche sofferto
senza però piangere mai…

il verso di una canzone, oppure il silenzio.
che le parole, a volte, son di troppo.

si diceva dei sogni l’altro giorno.
ci ho pensato.
quando scrivo sogno.
per questo scrivo.
bene male non importa.
spero di scrivere sempre.
io credo anche che quando si sognano soldi e successo si va… fuori tema.
non è questo il punto.
il punto è la vita.
è un punto.
un niente.

è tutto un attimo…
(io che scambio l’alba col tramonto
mi è sempre piaciuto canticchiarla)

buona giornata
(e buon ascolto se andate su you tube).
(moustaki, invece: ero piccolo quando uscì il disco Lo straniero. Restai affascinato dalla copertina del 45 giri: mi piaceva la barba di Moustaki; dissi, Quando divento grande voglio una barba come la sua).

12 Editing e dimenticanze

Lo scorso sabato sera; sono puntuale: 2 minuti di ritardo, mi son detto.
La libreria, però, è… ancora chiusa.
Eppure io sono lì, ad Alessandria, perché c’è la presentazione dell’ultimo libro che ha scritto Alessandro Zennoni (con Perdisa).
Ho appena mangiato, bene ma in fretta: antipasti, un primo, una bottiglia di Dolcetto (in due).
La libreria, però, è chiusa. Strano, dico.
Allora telefono a Giorgio Bona, che vive vicino ad Alessandra e che è uno scrittore (bravo), ma Giorgio (scoprirò poi che è a cena con gli scrittori Arona e Meranzana) ha il cellulare staccato.
Ci arrivo da solo, comunque: ho sbagliato sabato. Alessandro ci sarà il 28 (non il 21). Avessi avvisato prima, o Alessandro o Giorgio oppure la blogger Flavia, pure lei alessandrina, avrei risparmiato del tempo.
Del resto: ci sono abituato a queste mie disattenzioni.
Non segno mai nulla, mi fido (troppo) della ma memoria; e sebbene non mi fidi affatto della mia attenzione sui particolari (della locandina avevo imparato a memoria il nome della via e il numero, ma la data… era scontata: sabato, e basta) faccio sempre così.
E spesso incorro in queste dimenticanze.
Mi son ritrovato, per esempio, davanti a un teatro chiuso: il giorno era giusto, la data no, ritorna tra una settimana please, stesso giorno stesso orario.
Però succede che altri particolari, invece, mi catturino. E ho la testa fitta di strani appunti….
Comunque.
L’attenzione e la memoria sono importantissimi anche nella scrittura.
Ecco, spero di averne abbastanza.
Allora, il mio libro, Bastardo posto, è quasi pronto. Manca ancora la fase della correzione delle bozze poi, tra un mese circa, andrà in stampa, poi, non so quando, uscirà. Di sicuro sarà in vendita i primi di maggio (forse prima, non so, non ho chiesto).
Penso d’essere stato fortunato, e ora spiego il perché.
Quando ho rivisto i miei romanzi precedenti mi sono fatto degli schemi (importanti per la struttura) e delle schede: sui personaggi e su certi particolari.
Stavolta no.
Allora, la mia fortuna si chiama Antonella Pappalardo, editor.
Un editor è, stringi stringi, solo un lettore particolarmente attento e particolarmente esigente.
Stringi stringi ancor di più: più è rompicoglioni e meglio è.
Antonella mi ha consigliato di rivedere un po’ di cose.
Ma non mi sono fidato così, al buio.
Quel lavoro di schedatura di tutto il libro (personaggi e particolari) lei lo ha fatto, insomma mi ha dimostrato di conoscere il libro quanto me e forse più di me, e di essere una brava… rompicoglioni.
Ho conosciuto una bravissima editor, Laura Bosio.
Lei vede il libro… dall’alto. Lo vede come una scacchiera. Ti dice come si sta svolgendo la partita.
Tu, scrittore, tante volte mica lo capisci.
Poi Alessandra Buschi, che guarda sì alla struttura ma entra di più nella pagina. Son necessarie queste venti righe, Remo?, mi disse quando lesse Dicono di Clelia.Le tagliai.
Poi. Perché Marina scompare, falla tornare, è come se il libro risenta di questa mancanza.
Non feci tornare Marina: nella vita non tutto torna.
Poi c’è Colfaredellenebbie, che non è una editor, né è una editor Stefania Mola: ma a loro faccio leggere i miei manoscritti, prima: perché – son sincero -mi portano fortuna e poi perché sanno fare osservazioni pertinenti. E poi: entrambe, oltre a essere grandi lettrici, han lavorato con libri. Veri.
Poi ho avuto a che fare con editor-correttori di bozze.
Poi, l’ultima, con Antonella Pappalardo.
Se in passato i miei manoscritti alla fin fine li ho rivisti io, con decisioni finali solo mie, stavolta è stato lo stesso: ma dopo un confronto serrato.
Insomma, ho avuto il mio primo vero editing (e se scriverò ancora, e se pubblicherò ancora con la Newton, spero di poter lavorare ancora con Antonella).
(E poi ci sono editor di cui so, ma con cui non ho mai lavorato. A lume di naso so che con Giulio Mozzi, Paola Borgonovo e Rosella Postorino mi troverei bene).
L’editing, comunque, non è una bella cosa per uno scrittore.
Io penso che questa frase, se la spezziamo, dì più, mi ha detto Antonella.
Infatti.
E’ che ora, quella frase, è come se l’avessimo scritta in due…
Il sogno di uno scrittore?
Avere un bravo editor rompicoglioni che dica: va tutto bene, non c’è da cambiare nemmeno una virgola.
E comunque: io se scriverò ancora mi farò delle schede. Vere, e non solo mentali.
L’editing, comunque, serve. Forse servirebbe un editing perpetuo. Discorso lungo. Dove si può dire tutto e il contrario di tutto.
Io ho raccontato, credo, con onestà.
buona giornata

i sogni

… ma dammi indietro i miei vent’anni la mia seicento e una ragazza che tu sia, Milano scusa, stavo scherzando… canta Vecchioni (vado a memoria, spero sia giusto).

no, non rivoglio i miei vent’anni; butterei a mare gli altre e trentadue che ho vissuto.
a volte io parlo con il ragazzo che ero, e gli dico hai visto?
hai visto?
eri niente, guarda adesso: sì certo, ho i capelli brizzolati e sono in sovrappeso, ma non sei orgoglioso di me, ragazzo?

tu a vent’anni chi eri?

Ricordi le notti di allora? Con una coperta sotto la macchina da scrivere così da attutire i rumori, scrivevi e scrivevi e cancellavi e ti facevi un caffè e quando ti facevi un caffè e non pensavi alla storia che stavi scrivendo (e che è rimasta interrotta) sognavi: di diventare, un giorno, uno scrittore.
(Le notti, allora, iniziavano alle dieci di sera e finivano a mezzanotte. Come cambia, eh ragazzo, la percezione del tempo. Ora, io chiamo notte quel che tu allora chiamavi mattino o alba….)

da ragazzo avevi sognato praterie e principesse, prima.
poi crescendo avevi sognato di mettere a posto le cose sbagliate del mondo.
poi venne quel tentativo.
scrivere.
poi accantonato…

fumavi sigarette proletarie, allora.
ti svegliavi alle cinque del mattino.
una domenica, oltre ad altre sfighe, ti si fermò l’auto e ti si ruppe un dente, allora guardando il libretto bancario pensasti: che vita di merda.
ti venne anche voglia di piangere, credo di ricordare, ma non piangesti.
a vent’anni uno forse sembravi più grande ma eri ancora bambino, ragazzo (ti accorgerai solo dopo tanto tempo che non si cresce mai).
e ti portavi sempre dentro gli indiani d’america: insegnavano ai propri figli che piangere non serve.
non serve aver paura.
e tu – nonostante la sfiga di quei giorni neri – non piangesti.
però, che schifo di vita il mattino prendere l’autobus, arrivare in fabbrica e battere i denti dal freddo, tornare a casa stanco, con le mani sporche di unto, e non avere i soldi per il dentista, o per far aggiustare la frizione della fiat 127…

sai ragazzo di vent’anni quale fu la tua forza: sognare, sognare sempre.
solo chi sogna sa ribellarsi.

ma ora?
dove sono i sogni?
(dico la verità: io a quel ragazzo, spesso, lo invidio).
quand’è che si smette di sognare?

tradire davide crockett

Nel 1969, a differenza dei tanti cincischiamenti che avrò in futuro, non avevo dubbi su cosa avrei fatto da grande, di sicuro il cow boy, su dove sarei vissuto, dalla parti di Zanna Bianca, tra neve e cercatori d’oro, su chi avrei sposato, una principessa navajos; e il mio migliore amico sarebbe di sicuro stato l’ultimo dei Mohicani.
Andavo a scuola malvolentieri, e sotto il banco, sempre, c’era la mia colt immaginaria puntata contro le prof: bang bang, ma per davvero, mica la canzone di Dalida.
E poi, che stupida era la televisione, che stupide erano le donnette che, con mia madre al bar, mentre gli uomini giocavano a carte, guardavano quelle boiate del festival di San Remo o Un disco per l’estate.
Amavo follemente i western, ancora non avevo scoperto il magico mondo di Salgari.
E il primo libro (comperato) è un po’ come il primo amore (incontrato): non si scorda mai.
Si saldano, la storia del primo libro e quella del primo amore, ora qui.

Lui, il primo libro comperato, si chiamava (intitolava, certo, ma è come un vecchio amico) David Crockett a Baltimora.
Lei, si chiamava T.
Conobbi prima lui: acquistato a fatica, 10 lire più 10 lire più 10 lire, fino alle fatidiche 150 che mi consentirono l’acquisto, e fu un grande acquisto, perché l’avrò letto dieci volte almeno, David Crockett, di notte sotto le lenzuola illuminandolo con una pila, in bagno, a scuola no, rischiavo confisca e culo al quadrato, di prof, preside, madre.

Comunque: l’anno scolastico terminò. Male. Rimandato di italiano e matematica. Voto di consiglio per l’inglese. Poi: tutti sei, otto di condotta ed educazione fisica (il prof era pure lui fascista), però di David Crockett avevo letto tutta la serie.
Se mi avessero interrogato avrei preso dieci con due lodi, forse tre.
Non solo: in cantina avevo trovato un libro che mi parve abbastanza simile.
Bei colori, soprattutto rosso. Colori da combattimento. Anche il titolo, almeno un po’: Guerra e pace.
(Certo che lo lessi; se lo capii e cosa capii, però, giuro che non so dire).

A luglio i miei mi portano in ferie.
Dicono, si va in Toscana.
Traduzione: si va a Cortona, ma mica a Cortona a spasso. Si va dai parenti mezzadri; ed è il tempo del taglio del grano (presente il film Novecento di Bertolucci?).
Era bello il taglio del grano, allora.
Il mezzadro chiamava a raccolta i vicini, offriva loro cibo e vino a mezzogiorno, si organizzavano squadre.
Dopo mangiato la gente raccontava, rideva, scherzava all’ombra di faggi e castagni, ché l’aia era troppo assolata e calda.
Lavorai, mi piaceva usare il forcone, lì, in … Toscana, dimenticavo anche David Crockett. C’erano i cani di mio zio, Battaglia in particolare: sapeva – incredibile – arrampicarsi sugli alberi come un gatto.
Poi mio padre mi costruì una fionda, potevo lanciare pietre contro cespugli, contro il cielo, contro.
Tagliando il grano conobbi una ragazzina. T. Carina.
Più mi guardava e più lavoravo, a dorso nudo, naturalmente, come un apache.
E quando – era il 28 luglio… e faceva molto caldo – un’amica di T  mi venne a dire che T. stava dicendo a tutti che ci eravamo fidanzati io, a quel punto, avevo rimosso David Crockett, Vercelli, i prof bacucchi.
Mia madre, però no, lei i prof e i mie brutti voti li ricordava e ogni tanto me li ripeteva.
Sei di musica, sei stato il peggiore anche di musica…
La storia d’amore, consumata in amplessi di sguardi e sciocchezze e prendersi per mano, finì.
Tornai, certo, dovevo dare quei due cazzo di esami, e va bene, ma in mente avevo T. Do gli esami a settembre, pensai, poi scappo di casa (l’avevo già fatto) e vado in… Toscana.
Mi servivano soldi: e fu così che vendetti tutti i David Crockett, offerta speciale, agli amici dell’oratorio.
I soldi li nascosi all’orto, nella baracca degli attrezzi: mia madre, allora, era peggio di un cane da tartufo, trovava sempre tutto quello che nascondevo.
A settembre (avevo studiato niente) mi diedero 6 e 6, agli esami di riparazione.
Evviva. Fu festa grande. Ore e ore spensierate, giocando al pallone, magari facendo a botte, leggendo Tex Willer e Robin Hood.
Un giorno ebbi un’idea: e con i soldi incassati dalle vendite dei David Crockett comperai una torta gelato (mi sembra), o comunque, cose dolci che io e i miei compagni di merende ci sbafammo in un pomeriggio.
Il ricordo di T. si era sbiadito con l’arrivo dell’autunno, non sarebbe diventata lei la mia principessa navajos: ché poi di ragazze carine era piena anche Vercelli, alla messa delle dieci (se non ci andavo con mia madre poi eran cazzi) ce n’erano almeno due che, insomma.
Quando iniziai la terza media mi venne il senso di colpa appena, che palle, fu il momento di far la conoscenza con i nuovo libri scolastici: ripensai a David Crockett, rimpiangendo soprattutto il primo, quello delle 150 lire sudate…
L’ho ritrovato da poco, comperato al mercatino che c’è a Vercelli la prima domenica di ogni mese. Viviamo sotto lo stesso tetto, ora, come una volta, nella buona e nella cattiva sorte.
Amen.

Libri traditi (prima parte)

così, di fretta ché oggi son di fretta, vado avanti sui libri trovati in cantina.
due di loro sono amori ripudiati e poi ritrovati.

Il libretto rosso di Mao.
Avevo 13 anni, capivo una sega di politica. Sapevo che mio padre era comunista, ma che non bisognava dirlo, perché i comunisti, allora, li licenziavano.
A me Mao non è che piacesse molto: faccia troppo rotonda.
Meglio la barba bianca di Marx, il pizzetto di Trotzkij; ecco, vedevo in Trotzkij una specie di cugino di Yanez, meglio loro dei troppo impegnativi Lenin e Sandokan.
Comunque: quel libro, che io e un mio compagno acquistammo non mi ricordo bene dove, aveva il fascino del proibito.
La mia prof di italiano era fascista e in classe parlava male dei comunisti; mio padre e mia madre se mi avessero beccato con quel libro mi avrebbero fatto un culo tanto.
Allora, ricordo questo: lessi una pagina e non ci capii niente. Però a parte Mao, la copertina rossa era bella.
Bella e proibita, appunto; e io e quel mio compagno di scuola ci scambiavamo un cenno d’intesa: era in cartella o sotto il banco, alla faccia della prof che rimandò sia me che lui e che quando diceva la parola “comunisti” sembrava dover vomitare.
Un giorno io e quel mio amico, con un nostro compagno di classe ci vantammo di avere, oltre a certe figurine Panini, anche il libretto di Mao. Lui però ci disse: Occhio, che se vi becca la Pula.
Ah.
Non avevo paura della Polizia. Ma del culo successivo di mia madre sì. E quando due settimane dopo seppi che la Polizia, per davvero però, aveva fatto un’ispezione notturna a casa di un giornalista del Giorno che simpatizzava per i maoisti, decisi di gettarlo via.
L’ho ricomprato un cinque sei anni fa.
Mao non mi piace, ho in uggia lo stalinismo.
E non ho provato nemmeno a leggerlo.
La copertina però è bella: mi ricorda il 1969, un mio compagno di scuola e una vecchia prof fascista che in seconda media mi rimandò e in terza mi diede otto.
Era una gran brava persona: quando mi diede otto, ovvio.
(E poi: era “comprensibilmente” fascista, dal momento che i suoi genitori, ma questo lo venni a sapere anni dopo, erano stati fucitali dai partigiani comunisti).

Poi ho ripescato un altro libro tradito: David Crockett a Baltimora di Tom Hill.
Venduto, poi ricomperato, al mercatino dell’antiquariato. Ma questa la racconto un’altra volta.
Comunque. Tutta colpa di una donna. Cioè: una bambina: era sempre il 1969 e mi innamorai per la prima volta. Avevamo dodici anni.
Il mio tempo è scaduto.
A stanotte per chi di notte sta sveglio o a domattina, verso le dieci, quando mi sveglio dopo cinque ore di sonno.
E buon giovedì.

il libro ammuffito

Ho una stanza piccola, come studio. Un rettangolo. Sulla destra, la cassettiera dei ricordi (appunti, ritagli di giornale, vecchie pipe, una pietra che mi regalò mia sorella quando aveva tre anni, i bigliettini di mia figlia, la tesi di laurea, agende, chincaglieria varie), quindi una libreria, grande.
Sulla sinistra, un’altra libreria, che s’interrompe per via di un portafinestra che dà sul giardino. In fondo, contro la parete, la mia scrivania. Sopra, una mensola con libri. E foto.
C’è sempre un gran casino, nella stanza.
Da due giorni di più. Un casino incredibile: con libri per terra, sopra due sedie, sotto la scrivania; e angoli delle librerie vuoti (altri libri sono in sala).
Comunque.
Vivo in questa casa da quasi tre anni.
Tre anni fa, quando sistemai la stanza, vidi che non potevo farci stare tutti i libri. Impossibile.
Ne presi così circa trecento (per lo più saggi, libri di storia, alcuni romanzi) e li portai in cantina, pensando: prima o poi li sistemo.
Vado quasi mai in cantina.
Un mese fa ci sono andato.
C’è del vino pregiato, in cantina. Avevo degli ospiti. Volevo che lo assaggiassero. Vino Gattinara, produzione familiare.
Intravvedo però lo scatolone dei libri. Sono i libri delle balle, penso. Però, prima di uscire, ne tiro fuori uno, e mi chiedo: E questo?, questo perché non è in casa?
Allora – ripeto, un mese fa – faccio che tirarli fuori tutti, quei libri scartati.
Faccio alcune scoperte.
La peggiore: alcune sono ammuffiti.
(In casini come questi o vien da piangere o da bestemmiare).
Poi. Ne vedo altri e mi do del rincoglionito. Sono libri che pensavo di aver perso, o prestato.
Poi. Ne vedo altri e dico: ma tanti libri che ho comperato o mi hanno regalato ultimamente non sono forse peggio di questi?
Quella sera, a cena, pensai ai libri ammuffiti.
Libri che magari erano stati nella mia cameretta, quando ero ragazzo.
Due giorni fa ho preso la decisione.
Sono ri-sceso in cantina e ho incasinato la mia stanza e parte del resto della casa.
Stanotte dovrò sistemare, non so in che modo.
(Anche in bagno?).
Ma mi sento meglio, decisamente.

discorsi vari sull’editoria

Il mio amico Mario Bianco scrive.
Allora, Remo, le voci “inutili” sarebbero quelle interiori che ti mettono dei dubbi, insinuano incertezze, ti creano paure, autocensure e ti fanno esitare mentre scrivi?
Se è così, se ho capito bene, queste voci diventano miti soltanto dopo lunga dimestichezza con la propria scrittura, dopo la costruzione di un proprio stile e, in genere, dopo un pubblico riconoscimento del valore di questo personale stile, l’accettazione, il consenso cioè, da una parte dei lettori.

Tanto le voci “inutili”, quelle che vengono poi normalmente ritenute “utili”, anzi “essenziali” saranno talvolta, o spesso, quelle degli editors che ti diranno si fa così si fa cosà se no non si vende, ’sto cazzo di tuo testo…..
E questa non è una fola.

MarioB.

Caro Mario, provo a risponderti, ma non è facile.
Poi. E’ facile fare proclami. Chessò: se andiamo a vedere tanti blog leggiamo “Odio l’ipocrisia”, e quindi possiamo pensare di vivere in un mondo che ipocrita non è. E invece sono parole, biglietti da visita. Forse vogliamo apparire un po’ tutti più liberi di quello che siamo.
Io non penso di essere “puro”.
Lo fossi stato non avrei accettato una copertina commerciale, per esempio.
Di più: io credo che per essere puri bisognerebbe star fuori da tutto il meccanismo dell’editoria.
L’editoria pubblica ciò che ritiene vendibile, da sempre.
La coscienza di Zeno non era ritenuta pubblicabile, e quindi è storia vecchia, di sempre, il fatto che l’editoria abbia un’anima commerciale.
Sulle “voci”: c’è di tutto di più, da dire.
Provo a spiegare, con un raffronto.
Quando stavo scrivendo La donna che parlava con i morti pensai a una innovazione strutturale: come ben sai Mario, la terza persona è intervallata da degli ” a sé” quasi teatrali, in seconda persona e in corsivo.
Una voce mi disse: Sei sicuro di voler osare?
Chiesi consiglio a due persone, Zena Roncada e Rosella Postorino.
Osa mi disse la Postorino. L’uso del corsivo aiuta il lettore, fallo pure, mi disse Zena.
Quando scrissi Il quaderno e volevo osare una voce mi diceva, Stai tranquillo, che non sei nessuno.
Che dici Mario ero troppo poco temerario quando scrissi Il quaderno o mi son montato la testa, ora?

Sulla crudeltà dell’editoria commerciale.
Saramago è… commerciale?
Io dico che Saramago è bravo e commerciale.
Il discorso è quello di sempre: l’editoria esclude.
Ieri su facebook ho letto lo sfogo di un ragazzo. Ha scritto (vado a memoria) che smette di scrivere e proporre il suo manoscritto perché ha capito, anzi no, perché gli han fatto capire, che i migliori restano ai margini, esclusi.

Comunque. Non ho mai avuto pressioni dagli editor o dagli editori.
Io già considero una pressione il fatto di dover fare le presentazioni dei miei libri, affinché ci sia il passaparola.
Poi magari on è così, anche perché la parola “pressione” è vittima delle nostre percezioni.
Tuttigli scrittori dicono che sono liberi e belli e io, mene sto accorgendo, sto facendo ora la stessa cosa.
Però ho visto una cosa, caro Mario.
Ancor prima degli editor e degli editori sono gli stessi scrittori che fanno dei discorsi diciamo commerciali, per esempio: se scrivo sul sessantotto ho più possibilità di essere pubblicato perché quest’anno (l’anno scorso) cade in cinquantenario.
Per me un ragionamento così ci sta.
Soprattutto per un esordiente.
Io credo che le “voci” in negativo, quelle che sottintendono una volontà di prostituirsi pur di arrivare a pubblicare con una grande casa editrice, non interferiscono quando si scrive, interferiscono semmai quando si vive.
Se frequento il tal ambiente o il tal giornalista ne ottengo dei benefici.
Però facciamo così, ora.
Si va avanti e chi vuole scriva.
E si procede nei commenti.

E comunque.
L’editoria esclude così come fanno i lettori.
L’editoria pesca uno scrittore, e magari sbaglia, perché non sceglie quello giusto.
Ed è lo stesso meccanismo della libreria: noi peschiamo un libro, e capita, no?, di beccare una fregatura.
Certo, più soldi abbiamo e più tempo abbiamo e più la nostra scelta sarà buona.
Ma l’anomalia italiana, parlo di editoria ora, dove la mettiamo?
Solo in Italia, tutti i giorni, le case editrici sono inondate da manoscritti per lo più illeggibili e di gente che non legge.
E noi magari ce la prendiamo con le blogger che pubblicano le loro scopate.
Che l’editoria sia un mondo imperfetto e crudele e magari corrotto non ci piove. Che decine di migliaia di persone si lamentino del fatto che loro sono geni incompresi della letteratura non ci piove e non ci grandina.
Così è.
Ed è un bel casino, insomma.

Ancora una cosa (ho fatto tardi, la lavanderia a quest’oraha chiuso).
C’è gente, oggi, che mi manda qualcosa da leggere, scrivendo, anche: Io so scrivere. Io, su questa affermazione, rifletterò sempre, con varianti. Per hi scrivo? e soprattutto, Mi farò capire?
C’è gente, invece, che sa scrivere e sta in disparte.
Io, quando scrissi il Quaderno, avevo bisogno di conferme.
Dai miei complimenti non mi son mai fidato: son voci percolose, quelle.

11 – Contraddizioni e raccontare una storia

per scrivere occorrono tante cose.
il coraggio per esempio: il coraggio di scrivere quello che si sente “dentro”, svicolandosi da ciò che pensa il gruppo.
ascoltando il gruppo si corre il rischio di essere inghiottiti da una uniformità più o meno visibile.
se uno mentre scrive teme giudizi o critiche (mi diranno che sono troppo melenso, deamicisiano, “lialiano”) (oppure, mi diranno che sono troppo duro, volgare) non andrà da nessuna parte.
la vita e la vita raccontata in narrativa, quindi, può essere – meglio: apparire – troppo melensa, ma magari melensa non è: una madre che piange, commuovendosi, nel vedere che la propria bambina sta giocando in giardino è una madre che
piange, commuovendosi, nel vedere che la propria bambina sta giocando in giardino…
Se con una rasoiata il seria killer stacca il cazzo a qualcuno si potrà scegliere il registro, magari dire pene (forse Izzo direbbe pene), oppure dire cazzo (come farebbe Camilleri),
ma la scena resta.
devo dire che agli inizi non è facile.
quando scrissi il mio primo libro ricordo che mi chiedevo, Ma posso?
sentivo, insomma, “voci”, mi sentivo giudicato.
sta di fatto che Il quaderno delle voci rubate, scritto anche un po’ così, con un certo timore, benché sia un libro invisibile (letto o a Vercelli o dai frequentatori di questo blog) risente, a mio avviso, di una certa paura, da parte mia.
no, non dovevo assecondare nessun editore, mai atto e mai lo farò.
ricordo che un agente letterario mi chiese di modificarlo, così avrebbe provveduto poi lui a piazzarlo, mi scrisse.
rifiutai.
ma sinceramente non so dire se oggi lo riscriverei così.

insomma, vi ho raccontato di una contraddizione: ciò che si dovrebbe fare e ciò che invece – forse – non feci.
non mi lasciai andare, insomma.
una doppia contraddizione: perché quel mio scrivere poco sicuro, forse (e sottolineo il forse) ha dato viva a una scrittura “delicata” (uniforme?) che forse non mi appartiene.
chissà.
ma che ha trovato (per ora) solo consensi.

come vedete queste non sono lezioni.
tutt’altro.
mi chiedo, in primo luogo.
(e poi; non si nasce “imparati”).

Poi.

Batteva su tasti con disinvoltura percorrendo senza posa la tastiera, da un’estremità all’altra. Così scosso, il vecchio strumento, con le corde che vibravano, si faceva sentire fino in fondo al paese quando la finestra era aperta, e spesso lo scrivano del balivo, passando per la via principale, a capo scoperto e con pantofole di pezza, si fermava in ascolto, il foglio di carta tra le mani.

Più si guarda una frase come questa e più c’è da imparare, dice Flannery O’ Connor (Nel territorio del diavolo, Minimum Fax).
La frase è tratta da Madame Bovary, di Flaubert.

Quando scrissi il mio primo libro (I quaderno, cioè) non avevo ancora letto questo libro di Flannery O’ Connor.
Ma avevo letto Flaubert e, comunque, mentre scrivevo stavo capendo una cosa: che quel che si scrive va visto, toccato, annusato, così da farlo vedere, toccare, annusare al lettore.

Mi ero detto, iniziando a scrivere: Raccontami una storia. Fammela vedere e sentire e, e, e, insomma.
Scrivere non è facile.
Non bisogna sentire le voci “inutili”.
Quelle della storia, invece, sì:
E buona domenica

qualcuno conosce una certa Fulvia?

Non ricordo, ora, l’esatto titolo del libro. Non sono a casa, ora. So che quel libro è su uno scaffale a sinistra della mia scrivania.
So che costava 50mila lire.
So che mi serviva per un esame su Dante, Petrarca e Boccaccio.
So che l’ha scritto Gianfranco Contini.
So che non è mio: è un prestito. Che vorrei restituire.

Palazzo Nuovo, Torino, è il 1983.
Seguo le lezioni di Stefano Jacomuzzi. Su Fogazzaro, Pascoli, il Modernismo.
Eravamo una trentina, certi giorni dieci, certi giorni cinquanta: va così l’università. Io, quell’anno – mio padre sarebbe orgoglioso di me, leggendomi, ora – non persi mai né una lezione al mattino né un turno in fabbrica, il pomeriggio.
In un mese invernale che non ricordo, forse dicembre, forse gennaio, arriva una nuova studentessa: e prende posto accanto a me e a una ragazza di Asti, Laura.
Si comincia a far gruppo, ma in buona sostanza siamo timidi tutti e tre.
Fulvia, che se non sbaglio (non credo di sbagliare) era di Agliè, aveva fatto il passaggio: da giurisprudenza a lettere. Per questo si era aggiunta in ritardo.
Era più brava, rispetto a me e Laura. Studiava di più.
A maggio decidemmo di dare l’esame tutti e tre insieme.
Fulvia passò per prima. Stefano Jacomuzzi s’illuminò d’immenso nell’ascoltare le sue risposte. E 30 e lode fu. Poi toccò a me: 28. Era il mio primo esame; il giorno dopo avrei festeggiato con le operaie del reparto confezione, in fabbrica, tutte più vecchie di me. Andò bene anche a Laura di Asti: 28.
Ci salutammo, finiva lì. Tre persone che si son conosciute, han dato un esame, e magari si incontreranno ancora oppure no. L’università è grande, il mondo, però, è piccino.
Io e Fulvia ci reincontrammo: Storia del Risorgimento. Altre lezioni, altri seminari.
Io ero sempre di fretta, lei era sempre sulle sue.

Un mattino arrivo a Palazzo Nuovo. Si entra, si gira a sinistra, dopo le bacheche, verso la facoltà di Lettere. Mentre cammino, sento qualcuno che mi raggiunge correndo, mi batte sulla schiena: mi volto: è Fulvia. Mi sorride, mi dice: Sai, ho pensato a te, in questi giorni, al fatto che lavori, che hai una bambina piccola, sai, volevo dirti che sei davvero bravo e che per qualsiasi cosa io per te ci sono.
Ne approfittai dell’amicizia di Fulvia: gli appunti delle lezioni che non potei seguire, poi, me li passò sempre, puntuale.
Poi dovevamo dare, insieme, l’esame di Letteratura: sul Purgatorio (docente Marziano Guglielminetti). Mi passò gli appunti, mi prestò il libro del Contini, costa cinquantamila lire, almeno tu risparmia, mi disse.
Poi successe che io per qualche anno mollai. Lei, invece si laureò presto. Ci sentimmo, dopo la sua discussione, non era molto contenta del voto finale, niente 110.
Anni dopo sono a Torino, in via Po.
Sono maledettamente di fretta.
La vedo con delle amiche, ride e scherza,ridono e scherzano.
Son tentato di raggiungerla, poi mi fermo: stanno ridendo e scherzando, sono amiche in una bella giornata di primavera.
Dovrei andare da Fulvia – penso in quel momento – e dirle cosa ho fatto io negli ultimi anni, e chiedere a lei
(un po’ come la canzone di Guccini: dieci anni da narrare l’uno all’altro, ma le frasi rimanevano dentro in noi…).
La guardai, ma non mi avvicinai.

ogni tanto vedo quel libro che mi prestò; dentro c’è la sua grafia, piccola e ordinata (il contrario della mia, a volte grande a volte piccola, sempre disordinata).
giorni fa sono andato nel baule dei ricordi.
le vecchie buste paga da operaio nemmeno ventenne (la prima, del 1976, era di 79mia500lire), le vecchie agende, di cui ricordo alcune frasi (“il mio compleanno oggi: 28 anni, 8 esami, una figlia”).
ho cercato in tutte le agende, alla fine, dove c’è la rubrica: e ho trovato Fulvia, ma, cazzo, niente cognome: allora ho cercato nell’agenda del 1983 e del 1984, e ho trovato anche Laura, la ragazza di Asti: niente, c’è solo scritto il nome).
Qualcuno conosce una certa Fulvia di Agliè, che si è laureata in storia del risorgimento, che era fidanzata, all’epoca, con un ragazzo che studiava giurisprudenza, e che era timida ma molto, molto gentile?

(Sono due anni che ripenso al suo cognome,e proprio non mi viene; era Fulvia, per me, e basta.
però ricordo molto bene il giorno prima del primo esame, quello del 30 per Fulvia e del 28 per me. Io che le telefono, lei che mi dice, sto ripassando e sto prendendo il sole, e cominciamo a parlare di Fogazzaro e del Modernismo e di Romolo Murri e di cosa faremo da grandi)

intervista nella nebbia

Nella nebbia è un free press culturale che esce nella mia città, una volta al mese. Gianluca Mercadante è un giovane scrittore che ha parlato diverse volte di me (su La Stampa, su Pulp). Mi ha intervistato.
Avvertenza. Son cose, quelle che ho detto nell’intervista, poco note nella città in cui vivo, ma note per i lettori assidui di questo blog.
Comunque.

L’impegno di un uomo nelle pagine di uno scrittore
di Gianluca Mercadante

C’è vento, stasera. Ma mica un vento normale. Siberico per temperatura, africano nell’impeto, al punto da rendere vitrea la città. Tutto è tirato a lucido, nella scena di sempre: gente in macchina, che torna a casa, e altra gente ancora, in fuga momentanea dall’aperitivo per godersi la sigaretta della buonasera.
Via Quintino Sella s’incunea e prosegue serpeggiando a ridosso del centro cittadino, il sibilo dell’aria diventa un respiro stretto. La redazione della Sesia, lo storico giornale di Vercelli, sta qui. E nell’ufficio del direttore Remo Bassini l’impatto col caldo e l’odore di sigaro sembra sgorgare direttamente dalla sua terra d’origine, la Toscana.
A pensarci, potrebbe uscirne una battuta, per rompere il ghiaccio.
Non la faccio.

Remo Bassini giornalista, Remo Bassini scrittore. Anche capovolgendone l’ordine, l’una cosa sembra la conseguenza dell’altra. O non è così?
Non è così. Ho iniziato a scrivere molto presto, il mio primo tentativo compiuto di romanzo risale a quando avevo vent’anni e lavoravo in fabbrica come operaio. Il giornalismo è arrivato più tardi. Una metafora cui ricorro spesso, quando cerco di spiegare qual è secondo me la differenza fra il giornalista e lo scrittore, è questa: se tu scrivi un diario, o attraverso l’atto di scrivere realizzi qualcosa di creativo, scusami il temine ma fai un po’ il cazzo che vuoi. Non c’è nessun problema se inizi con le maiuscole dove di maiuscole non ce ne vogliono, se metti tre avverbi in una sola frase… Nel giornalismo accade ben altro. Il giornalista deve obbedire a regole precise, che riguardano soprattutto il linguaggio. Una bestemmia non la troverai mai in un articolo. Ma la metafora che volevo fare, e non ho ancora fatto, sulla differenza fra un giornalista e uno scrittore, è che il primo è un imbianchino, il secondo è un pittore.

Tu stesso hai curato nel corso della tua carriera alcune inchieste che sotto il profilo giornalistico denotavano un certo tipo di carattere, di orientamento politico, di sensibilità sociale – aspetti tuttora presenti nei tuoi romanzi. Questo, forse, rappresenta un po’ di più che fare l’imbianchino.
Sì, certo, ma capita a pochi professionisti. Spesse volte, invece, una delle critiche più frequenti e a mio avviso veritiere verso l’ambito del giornalismo nazionale sostiene che i giornalisti scrivano tutti allo stesso modo. L’unica analogia in questo senso fra la scrittura creativa e il giornalismo, è che si evita in entrambi i casi di raccontare tutto all’inizio, cercando invece di trattenere il lettore, di invogliarlo a seguire il testo fornendogli un elemento alla volta. L’attacco, però, mentre nei romanzi si diversifica a seconda dell’autore e del tipo di storia che intende raccontare, in un articolo è parte di un meccanismo che finisce col presentare i contenuti alla stessa maniera, per tutti, al di là dello stile di chi lo redige, al di là della testata che ospita il pezzo. Quando è morto Pasolini, faccio un esempio, chi si è occupato del caso ha aperto il proprio resoconto scrivendo frasi del tipo: “È stato rinvenuto”, “Hanno ritrovato”…

Parliamo allora di vincoli formali?
Parliamo di vincoli – e basta. L’aspetto più bestiale del giornalismo sai qual è? Quando avviene una rapina, c’è una sparatoria e ci scappa il morto, è il direttore del giornale a decidere quanto spazio avrai per dare la notizia – e la bravura del giornalista sta nel comunicare il maggior numero d’informazioni nel minor spazio possibile, se di spazio ce n’è poco. Una volta, mentre collaboravo con “L’Indipendente” di Daniele Vimercati, è successo il caso opposto: dovevo parlare di un suicidio avvenuto qui, nell’immediato circondario, ma siccome era un periodo tranquillo, e quindi non c’erano molti articoli in pagina, ho dovuto farlo in tremila battute. Il che significa divagare parecchio, se il fatto in sé, per essere descritto, ne richiederebbe meno della metà.

E qui sorge spontanea una riflessione: il giornale in cui hai lavorato, e ora dirigi, è un giornale che parla spesso di gente. “Il quaderno delle voci rubate”, il tuo primo romanzo, anche. La capacità di ascoltare le persone, le loro confessioni, l’hai maturata lavorando qui?
No. Quel tipo di ascolto mi è cresciuto facendo il portiere di notte in un albergo. Era il 1983. L’ho fatto per tre anni.

E cos’è successo lì?
(Sorride) “Il quaderno delle voci rubate” comincia qualche tempo dopo, di sera, con un gran mal di denti. Comincia con me che mi siedo in poltrona, block-notes alla mano, e dico: “Dai, raccontami una storia”. E di notte, in un albergo, ne piovono di storie. Nei miei libri parlo spesso di puttane e Carabinieri. Li ho conosciuti, di notte. C’è tanta gente malata d’insonnia, col bisogno di svuotarsi davanti a qualcuno che l’ascolti. In certi casi sarebbe bastato azionare un registratore e le storie avrebbero assunto la loro consistenza propria. In realtà, ho poi preso da loro in prestito soltanto qualcosina: mi piace scrivere a imitazione del vero, ma mettere su carta il vero, privo di drammaturgia, non è il mestiere dello scrittore. Uno scrittore racconta storie e per farlo bene gli è necessario creare attorno a quelle storie una struttura che le sostenga, le renda raccontabili a qualcun altro. Ciò che ha permesso a “Il quaderno delle voci rubate” di essere il mio primo libro pubblicabile, è stato l’aver attribuito al protagonista parte delle mie esperienze di operaio, di portiere di notte, per poi scoprirlo completamente dissimile da me. Ero riuscito a raccontarmi una storia. E a stupirmi.

Eppure qualcuno, in una critica, ha affermato che Remo Bassini scrive storie nere perché, ora che gli editori investono di più nel genere, è un modo abbastanza sicuro per riuscire a pubblicare…
La Newton Compton mi fece il contratto al buio. La loro unica pretesa fu che il mio romanzo fosse vicino per contenuti a “Lo Scommettitore”, pubblicato da Fernandel, e quella non era affatto una storia di genere. “La donna che parlava con i morti” è invece uscito per sua spontanea forza un giallo, e piuttosto anomalo.

Lo si potrebbe definire un “giallo di provincia”?
La provincia è ovunque. Anche a Roma, anche a Milano. Esistono zone che per quanto possano appartenere geograficamente a una città molto estesa, vivono soltanto nei piccoli luoghi del microcosmo. Vero è che nella provincia autentica le storie sopravvivono e si perpetuano con altre forme. C’è il passaparola, c’è il “tutti conoscono tutti”, le voci girano nelle piazze, sotto i portici. “Bastardo Posto”, il mio libro prossimo all’uscita, è ambientato in una città in cui chiunque di noi potrebbe vivere. Il sottotitolo ideale sarebbe “Calpestati”, perché chi osa andare contro al potere e alle sue maglie invisibili, da nord a sud, viene calpestato.

Anche in questa tua opera ritroviamo quindi ideali politici e sociali. Perché ti poni sempre in quest’ottica, scrivendo?
Perché per me la letteratura deve “andare contro”. Se esiste una costante fra me come uomo, come operaio, come portiere di notte, come giornalista e come scrittore, è questa: l’impegno. Che non vuol dire necessariamente politica. Impegno vuol dire fare qualcosa di concreto. Nel mio caso: raccontare una storia per dire che sono i deboli i primi a venire sopraffatti.

Quali tue pagine riscriveresti? E quali pagine vorresti avere scritto?
“Dicono di Clelia”, l’unico mio titolo uscito presso Mursia, lo riscriverei. Non tutto, ma alcune pagine sì. E poi mi piacerebbe scrivere di Augusto Franzoj, che ho toccato con un racconto, compare in “Tamarri”, la mia sola raccolta pubblicata finora. Salgari era profondamente affascinato dalla figura di questo vercellese, dalla sua vita scriteriata. Franzoj incarnava l’uomo che Salgari avrebbe voluto essere, forse: pieno di donne, in mezzo a duelli, scazzottate, avventure incredibili. Riuscì a realizzare fino in fondo il proprio suicidio, tentato ripetute volte, sparandosi alla testa con due pistole, così: una da una parte e una dall’altra, per essere sicuro di morire davvero, stavolta. Vorrei scriverlo un romanzo storico incentrato su di lui. Ci penso da parecchio.

È la tipica domanda da cento milioni, ma a questo punto vale la pena fartela: che cosa pensi veramente della scrittura?
Una frase bellissima, in cui mi riconosco, l’ha detta a questo proposito Flaubert. Lo scrittore dovrebbe vivere come un borghese e pensare come un pazzo. E azzarderei un parallelo fra lui e la O’Connor, quando dice che per scrivere bisogna sporcarsi. La scrittura, la scrittura vera, è questa cosa qui. Parlare dell’animo umano, descrivere certe sensazioni, sporca. Ti racconto cos’ho imparato in questi anni: da quando sono uno scrittore letto e pubblicato, tanti mi contattano per ottenere da me una valutazione dei loro lavori. Di solito chiedo una sinossi del testo e un capitolo. Ma sai cosa mi spinge a interessarmene? Le mail che ricevo. Sono bellissime. Le persone raccontano i propri sogni da scrittori, frustrati da troppi problemi. Raccontano la loro vita, il proprio percorso esistenziale. Poi allegano un testo e scopri, malgrado ciò, che il testo è inaccettabile. La gente perde di vista l’obiettivo principale dello scrivere, che è soltanto raccontare una storia. Stupire a tutti i costi l’immaginazione degli altri è un difetto enorme. Si può tuttavia correggerlo, io non credo che uno scrittore nasca già scrittore. Cito anzi spesso Fenoglio per ribadire, con lui, che “la mia miglior pagina se ne esce dopo decine e decine di penose riscritture”.

il blog di Nella nebbia:
http://www.nellanebbia.it/

di blog e di morte e di… bar

Tre anni fa, non pensavo che avrei aperto un blog.
Tre anni fa, pensando che stavano per uscire due miei libri (Dicono di Clelia e Lo scommettitore), chiesi a Marco Marcellini, che di lavoro fa il web master a Cortona e che è anche un lontano parente acquisito, di realizzare un sito: dove, appunto, avrei, detto di libri miei, ma non solo, e d’altro.
Nacque così Appunti.
Pensai a quel titolo, Appunti… appunto, perché mi immaginai sempre di corsa.

Ho raccontato cose, in questi tre anni, tanto su Appunti quanto qui, su Altri appunti.
Ho conosciuto tante belle persone. Alcune le ho viste, con altre mi scrivo, oppure scambio qualche telefonata.
Ho anche pubblicato un libro, grazie a questo blog. Ero in Spagna, scrissi (in un internet point dove si poteva fumare): Sto scrivendo un libro.
Mi arrivò una mail di Rosella Postorino, che allora lavorava alla Newton Compton.
Vorremmo un libro da te, mi scrisse, perché all’editore è piaciuto Lo scommettitore. Ci mandi una sinossi e un capitolo?
Ho avuto pochi scazzi, qui, per fortuna. Pochi. I primi tempi del blog Appunti erano caratterizzati da gente che mi scriveva, Si sta bene da te.
Ho avuto anche a che fare con un paio di svitati e gli svitati, in rete, si sa, son pericolosi. Bugiardi, psicopatici, s’inventano nick e fan di tutto, ma è cosa, questa, con cui si impara a convivere.
Ho amicizie, ora, in Puglia, a Roma, in Sicilia, a Sermide, dovunque, anche all’estero, grazie a questa cosa qua.
Ho voglia, spesso, comunque di chiudere (ma è la stanchezza che, penso, abbiamo tutti).
No, non chiudo; e preferisco il blog alla follia di Face, che è veloce, fatto bene: basta saperlo usare.
Ma di sicuro qualcosa sta cambiando…

E’ morta una persona, domenica. Si chiamava Miriam Clelia Ferrari. Aveva 43 anni. Era stata una mia collaboratrice, al giornale. Una bella persona, mite, preparata. Scriveva di teatro sul mio giornale (so che conosceva l’attore Glauco Mauri, forse gli fece da consulente), ma anche di storia medievale e di letteratura. Fu la prima persona che recensì Il quaderno delle voci rubate.
E’ da lunedì che vorrei scriverne, e non l’ho fatto.
Lo sto facendo ora, male.
La morte è.

Forse ne parlo troppo della morte, io.
Ma ci son cose che a volte vengono fuori solo scrivendo.
Mia madre ha partorito quattro volte: ma siamo solo in due, io e Silvia.
Non ho voglia, non avrei voglia, di ridire cose già dette: di Luciana, che nacque prima di me, nacque morta, e che morì al quinto mese, consentendo così a me di nascere, poco più di un anno dopo; di Fabrizio, che nacque quando io avevo solo sei anni e che dopo un anno morì, per un soffio al cuore; di Moreno, infine, il mio fratello fragile.
(… no rileggo mai i miei libri e i miei racconti; né i miei post, che del resto sono appunti; ma la lettera su Moreno, sì, non passa mese; per questo l’ho linkata, ora).
Ecco, io son nato tra Luciana, che non è mai nata, e Fabrizio, che ha vissuto troppo poco: che una certa propensione alla depressione derivi proprio da questo?, chissà.
Sta di fatto che qualcosa, anche oggi, ho detto.
E ciao Miriam.
E buone cose a tutti.

Sto scrivendo qualcosa (che non so se finirò) sui bar di una volta: e per bar di una volta intendo alcuni bar che resistono, specie nei paesi, specie al sud, o anche solo i bar di dieci anni fa. Storie dove si ride: anche della morte.
Un po’ come facevano i protagonisti di Amici miei

vita di merda

Mi domanda: Caffè Remo?
Che io risponda o meno, lui sa: caffè ristretto amaro.
(A volte – variante – la domanda è: Vuoi un caffè Remo?).
Se c’è gente “giochiamo”.
Scorsa settimana, prendo il caffè e, accanto a me, c’è una ragazza mai vista.
Pure lei caffè.
Lui:  Caffè Remo?
Io: Caffè.
Lui: Zero e novanta, ti sembra caro Remo?
Io: Sì.
Lui: Cazzo me futte ammia?
Io: Hai detto cazzo
Lui: Chi, io?
Io: Sì, tu tu, ti ho sentito.
Lui: (…).
Io: Ma tua mamma, ti ha fatto studiare e tu…
Lui: La mamma non si tocca… sciacquati la bocca, capito?
(La ragazza ride).
Io: Hai detto cazzo, sciacquatela tu la bocca.
Lui: Remo, ti sembro un terrone io?
Io: Hai detto cazzo, ma non ti vergogni?

Ieri di gente non ce n’era.
Caffè Remo?
Certe mattine – giuro – avrei voglia di dirgli, No pastasciutta.
Poi, lui: Remo, ma tu ne conosci di barboni?
Ne ho conosciuto uno, anni fa.
Ma era un barbone?
No, era stato un barbone.
Lui, serio serio: Ma lo hai conosciuto bene bene?, ti ha spiegato perché…
Io: Sì (e gli racconto. Un ragazzo che conobbi quando facevo il portiere di notte. Mi raggiungeva, parlavamo fino all’alba. Non aveva sonno, di notte, quel ragazzo)
Lui, l’uomo del mio secondo caffè, tutte le mattine: E secondo te perché uno a un certo punto della sua vita lascia tutto e si mette a fare il barbone?
Io cerco di ricordare cosa mi raccontò un ragazzo (ero ragazzo anche io) che si ritrovò sotto la griglia delle metropolitana di New York una ventina d’anni fa.
Sai – dico – non mi spiegava, mi raccontava.
E cosa ti raccontava, Remo?
Che al mattino, intirizziti dal freddo e coperti da stracci, lui e Jacob…
E chi era Jacob?
Fammi un altro caffè che te lo dico, era un avvocato…
E faceva il barbone? E perché lo faceva?
Non so perché quel ragazzo e quel suo amico facevano i barboni, so cosa mi raccontava…
E cosa ti raccontava questo tua amico?
Che guardavano la gente correre verso la metropolitana e mentre li vedevano correre loro, piano piano, lui e Jacob si addormentavano.
E poi?
Avrebbero aspettato la notte…
Per cercare tra l’immondizia o chiedere l’elemosina?
Sì, dico io.
Che vita, eh?, aggiungo.
Una vita di merda, dice lui.
Sì, dico io, e aggiungo: E secondo te, quelli che corrono tutte le mattine a prendere la metropolitana?
Vita di merda pure loro.
Buona giornata, ciao.
Buona giornata, Remo

(ho citato spesso il mio nome perché lo ri-sento: un siciliano ha un modo tutto particolare di pronunciare il mio nome. Dice Re, con la “e” che è larghissima, e dopo quel Re, il “mo” si perde, sfuma, in “mmo”, come un di più).