toglietemi il saluto se

mi son trovato bene, ieri, a modena, Fiera della piccola editoria.
mi ha invitato Francesco Giubilei, il ragazzo prodigio (no, prodigio è troppo; il ragazzo intraprendente) che, da una costola del Foglio di Gordiano Lupi, ha creato la casa editrice Historica.
dovevo presentare Tamarri e l’ho fatto, ieri.
ma ier l’altro (sabato) mi son detto: vado a modena, faccio un giro per la città con francesca e la mia amica claudia, poi la sera vado in trattoria, ché a modena si mangia bene, e poi certo, tra una cosa e l’altra vado anche a presentare Tamarri, alla Fiera, appunto della piccola editoria.

allora, punto primo: son contento d’esserci stato.
sono contento che Francesco Giubilei duante la presentazione abbia detto “che un autore come Remo Bassini, che pubblica per un grande editore come Newton compton, ha deciso di uscire anche con Historica”, e son contento che Barbara Gozzi, alla fine, m’abbia domandato perché l’ho fatto: perché il giorno che diventerò una meza sega di scrittore importante con la puzza sotto il naso peste mi tolga (o toglietemi il saluto).
è bello il clima attorno ad Hostorica, a Francesco.
c’è gente bella e di belle speranze: Laura Costantini (che non ho incrociato, lei c’era sabato io domenica), Sasha Naspini, Francesco Dell’Olio, Sabrina Campolongo (amica da anni), Barbara Gozzi.
il clima di una casa editrice che vale due soli di cacio da un punto di vist commerciale, ma vale oro per l’entusiasmo e la voglia di fare.
sono un autore che pubblica con Newton compton, che per me è la serie A.
sono un autore che pubblica con Historica, che per me è serie A lo stesso.

… ho detto ieri durante la presentazione che se uno scrittore è bischero si mette a rincorrere soldi e successo; ho detto ieri, che alla fin fine, quel che conta è il pensiero della morte, che ci aspetta tutti.
ti ci fai una gran pippa (scusate) coi soldi e col successo quando arriva la resa dei conti.
siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il core di simboli pieno… dice (canta) (giustamente) Guccini.

chi sono?

Si svegliò e, aprendo gli occhi, c choncluse che – a volte capita, no? –  non ricordava che giorno fosse.
Si alzò, si sentì strano, sentiva che c’era qualcosa di strano attorno a lui, o forse no, non attorno.
Mentre scostava la tenda per guardare che tempo faceva – ed era un tempo che “non faceva” – poteva essere primavera, autunno, ma anche inverno mite o estate uggiosa…, occristo, esclamò: Ma che mese è?, (no,m questo no: non capita), e poi, poi, fastidiosa come una puttana di una zanzara, sentì l’eco di una canzone nota
che giorno è, che anno è, questo è il tempo di vivere con te…
Occristo, disse e pensò, Ma, ma… Io come cazzo mi chiamooooo???
Quell’urlo arrivò perché, mentre si stava rendendo conto d’aver perso la memoria (aveva voglia di caffè; sì, ma questa caffettiera elettrica come funziona? e lo zucchero dov’è? ma io lo prendo dolce o amaro il caffè?), fu sfiorato – percezione o realtà – da un’ombra furtiva ai suoi piedi, che gli aveva provocato una scarica di battiti cardiaci per lo spavento: era una cosa vera. era un gatto, era solo un gatto, ma – e gli venne da piangere – lui non ricordava di averne uno… era maschio?, femmina?, era….?
Ma io sono sposato?, che lavoro faccio?
Che giorno è, che anno è, questo è il tempo di vivere con te…
Vaffanculo Battisti…
Evviva: aveva ricordato qualcosa.
Mogol, Battisti…
Senza pensare qualcosa arrivava.
Più si sforzava di ricordare e più calava il sipario: su tutto.
Chiuse gli occhi, disse, Sto sognando. Li riaprì, stropicciandoli, e poi si diede un pizzicotto forte, da livido, Ahi, cazzo, cazzo, cazzo, e pianse.
Pianse mentre dalla cucina tornava in camera da letto…
Ora il gatto non gli faceva paura, piuttosto: lo infastidiva con i suoi continui miagolii, Aspetta, cazzo.
Guardò il letto: matrimoniale.
Ho una moglie, disse.
Il lato del letto della moglie però non era disfatto come il lato suo, sicché aprì i comodini: nel suo trovò una rivista pornografica, dei preservativi, gocce per il naso, aspirina, fazzoletti per il naso, un Tex Willer datato 2003. Nell’altro – quello di sua moglie – trovò il niente.
Mi ha lasciato, pensò, sedendosi sul letto.
E si sentì abbandonato, triste, sebbene quella parola, moglie, non fosse abbinabile a un volto, un ricordo, un nome, un amore.
Poi, si domandò, Ma come mi chiamo?, avrò un documento in casa….
Corse in bagno: gli scappava la pipì, forte, l’aveva trattenuta, e mentre la faceva si girò a guardare il proprio viso, dal momento che lo specchio era alle sua spalle.
Ho i baffi, pensò, Cazzo, urlò, e mentre urlò non badò al fatto che stava pisciando fuori dal vaso, Ma come mi chiamo, chi sono ioooooooooo??? disse incurante del fatto che si era bagnato di piscio mutande e pigiama.
Vide una foto appesa al muro, in corridoio.
Due vecchi e un ragazzo giovane: Ero io da giovane, ho un fratello?
Chi sono?
Quanti anni ho?
Sono sano?
Mentre si toccava le parti intime e la pancia pensò: non devo essere…
Tornò in camera da letto, si denudò e si guardò allo specchio.
Vedeva un corpo, ma non sapeva di chi fossero quelle gambe secche, quei peli sul petto, quel pene rifless allo specchio.
Sì, ricordo che a scuola un giorno ce lo siamo misurati in bagno, ma…
ma vedeva solo ombre e ri-sentiva
che anno è che giorno è, questo è il tempo di vivere con te…
Indossò nuovamente il pigiama.
Pensò che non gli piacevano la sua faccia, Non sono bello, la sua casa, Troppo fredda, ma è casa mia?, l’arredamento, il cielo…

Si sedette sul bordo del letto, accese la radio della radiosveglia, ma vide, muondo la manopola, che la sua mano  tremava troppo: vide, però, due cose nella sua mano: un anello nuziale, Che mi serve se ho una moglie che non c’è?, e una cicatrice, fresca.
La palpò, faceva male.
Si alzò, si sentiva stanco, la testa pesava.
Se si sforzava non ricordava nulla di nulla, se, ma non era capace, se si lasciava andare al tentativo di non pensare, vedeva ombre di visi, sentiva nomi… quel nome, Battisti, sì, evviva, Lucio Battisti, ora ricordava nome e cognome, era arrivato così…
Esplorò la casa, inciampando. Aprì i cassetti, nervosamente,alla ricerca di foto e di documenti, che non trovava.
Nel piccolo studio, non c’era ancora entrato, vide dei libri: libri per lo più di informatica, un paio di romanzi, ne sfogliò uno senza guardare il titolo, lesse Romanzo per ragazzi, poi, Auguri Mario.
Mi chiamo Mario, pensò.
Ma: E se avessi un figlio che si chiama Mario?
Vide dei volti di bimbo e di donna… chi erano? Immagine che diventarono subito nebba, lontane.
Vide il computer, però: lì, per lui.
Lo accese.
Mentre lo accendeva si accese anche una sigaretta e mentre si accendeva la sigaretta (sulo pacchetto lesse Merit, Il fumo uccide; il pacchetto era sulla scrivania dello studio), pensando insomma che lui era un fumatore, senza rendersene conto vide – ma ma lo vide dieci secondi dopo – che aveva avuto accesso al desktop digitando una password: Annamaria1967.
Sarà mia moglie, disse fumando e tossendo.
Il computer davanti.
Un ricordo preciso (come Lucio Battisti).
Google.
Scrisse, tremando, Chi sono?
Il gatto, ai suoi piedi, miagolava.

carcere

tornare a fare un corso di scrittura in carcere (come anni fa).
ci sto pensando.
vorrei riuscire a trovare tempo.
che poi verrebbe chiamato corso di scrittura, ma sarebbe un incontro.
che arricchisce, e a volte fa male.

…e quando ti alzi e saluti sai cosa pensano i loro occhi: che, tra un po’, pochi minuti, sarai per strada, libero di camminare o correre o guardare il cielo.
ma forse tu di questo non te ne renderai nemmeno conto, prigioniero di altro.

ci sto pensando, comunque.

domani a Modena, dunque. a presentar Tamarri.
Ora mezz’ora di libertà: a camminare, respirando.
Primi sintomi della primavera, oggi.
buon sabato

10 – Trovare il tempo per scrivere; e come scrivere

A volte, anzi no, spesso, qualcuno mi dice, Tu scrivi e io no, non posso, perché io di tempo non ne ho.

Estate del 1982, sono a Follonica, in ferie. Ho ventisei anni, ho voglia di lasciare la fabbrica e il sindacato, di fare altro. Magari, di rimettermi a studiare. Mi domando: giurisprudenza oppure lettere? A Follonica, quell’estate in tenda, lessi tre libri: Il maestro e Margherita, di Bulgakov, un giallo di cui ora non ricordo il titolo, Autobiografia di una rivoluzionaria, di Angela Davis.
(Poi a Cortona acquistai un libro di poesie di una giovane studentessa di lettere; uno di quei libri probabilmente a pagamento, ma io, allora, non lo sapevo. Mi piacque, pensai: questa è la terra del Boccaccio, basta sentire i racconti piccanti dei vecchietti o leggere queste poesie, pensai quindi che dovevo fare lettere).
Ma torno a Follonica. Ad Angela Davis. Mentre prendo… l’ombra (mi piace il mare, mi piace passeggiare sulla riva del mare, poi mi piace la pineta, via dalla pazza folla, insomma) leggo di questa donna che, mentre è ricercata dalla polizia, ha problemi di sopravvivenza, l’auto guasta e altre grane, intanto studia.
E dico: se studia una così, posso studiare io lavorando in fabbrica.
Ecco: se trovo il tempo oggi per scrivere è perché nel 1982 imparai a rubare tempo al tempo.
La giornata è fatta di tanti e tanti minuti sprecati. Pause. Se queste pause vengono utilizzate dalla mente si possono fare cose.
Ma è un’esperienza mia.
Piccolo aneddoto. E’ più facile trovare tempo quando non se ne ha.
Primo anno di università. Treno, lezioni a Torino in università, treno, fabbrica, studio notturno (dopo aver dedicato mezz’ora a mia figlia).
Giugno 1983, il primo esame: 28. Luglio, il secondo: 30. Ottobre il terzo: 30.
Dissi: se chiedo sei mesi di aspettativa spacco il mondo.
Chiesi sei mesi di aspettativa: niente fabbrica per sei mesi.
Trascorsi sei mesi a cazzeggiare.

Allora, il tempo per scrivere.
Ne occorre comunque tanto. E io per scrivere Il quaderno delle voci rubate (e riscrivere) ho impiegato quasi due anni.
Ma questo perché… improvvisavo.
Scritto un capitolo non sapevo, nel modo più assoluto,come sarebbe stato il successivo.
E poi: quando scrivi così, sei a rischio: di incongruenze.
Scrivere un libro è come costruire un castello di sabbia. Basta nulla per far crollare tutto e doverlo riprendere da capo. Se si improvvisa.
Se si improvvisa è importantissimo conoscere a memoria tutto, oppure controllare tutto: tutto quello che si è scritto.
Si scrive per esempio il settimo capitolo; poi, giorni dopo, si passa al sesto (magari dopo aver riletto e corretto il sesto); ma non basta, non basta. Se scrivo il settimo capitolo devo (o dovrei) ricordare il primo, il secondo, il terzo, il quarto, il quinto, il sesto.
I libri – anche pubblicati, anche di autori noti – son zeppi di incongruenze (a volte nello stesso capitolo: è successo anche a un grande, come Chandler).
Per questo, col passare del tempo, ho imparato a ridurre i tempi di scrittura della prima stesura.
In diciotto giorni (dalle 11 di sera fino all’alba) ho scritto Lo scommettitore; che poi ho riscritto, lavorandoci altri sei mesi.
In diciotto giorni, insomma, scrissi una sorta di Bignami de Lo scommettitore; poi in sei mesi ampliai. Poi – prima della pubblicazione (e seguendo i consigli di Giorgio Pozzi, di Fernandel) tagliai.
Ha ragione chi dice che la vera arte è tagliare.
Ma ci son modi diversi, per scrivere.
Ognuno deve trovare la sua strada. Questa è la mia piccola esperienza.
(Mi capita spesso di pensare alla Vargas;la Vargas dice che scrive i suoi libri in ventun giorni e che poi, conl’aiuto della sorella, fa un lungo auto-editing. Io ventun giorni, dal mattino alla sera, per scrivere un libro non li ho mai avuti. Li avessi, magari, combinerei un tubo.
L’altra sera, in birreria, sarà stata mezzanotte, ho scritto pagine e pagine con la penna, sulla moleskine. Mi sentivo a mio agio, non sentivo le voci attorno a me).
e buona giornata

9 – La fortuna… di pubblicare

L’ho letto – ma non ricordo dove né dove l’ho letto, ero,come al solito, distratto – ho letto insomma che De Carlo arrivò alla pubblicazione del suo primo libro grazie alla sua intraprendenza: avrebbe consegnato il manoscritto addirittura a Calvino.
Supponiamo sia una bufala, una leggenda. Sta di fatto che potrebbe succedere che un aspirante scrittore riesca a trovare la via spianata alla pubblicazione grazie al fatto che magari il suo vicino di casa, o di ombrellone, lavori in una casa editrice.
Insomma: chi è timido fa più fatica. Chi vive in un paesino, ha meno possibilità di avere contatti. Chi è timido e vive in un paesino rischia di scrivere per il suo cassetto.
Così almeno, prima di internet.
Quando scrissi Il quaderno si che ne sapevo, io, dell’esistenza di case editrici piccole e medio piccole. Dell’editing. Dei meccanismi editoriali.
Feci dei tentativi, sei, sette, forse otto. Ottenni un rifiuto gentile (complimenti ma) e tante non risposte.
E poi: conoscevo nessuno, io, allora (e, ripeto, c’era, sì, internet, ma a me sembrava una cosa folle, mi auguravo che fosse una moda…).

Magari succede di conoscere qualche scrittore, o di vederlo.
Solo che parlare con uno scrittore mica è facile.
Uno scrittore sembra che non sia mai stato un aspirante scrittore, sembra nato scrittore. Se tu chiedi, uno scrittore affermato ti guarda e tu, senza che lui apra bocca, hai la sensazione di aver detto una cazzata.
Poi uno scrittore non ha mai tempo. Non ha tempo di leggere il manoscritto di uno sconosciuto, ché poi, il problema è lo stesso: tutti si credono scrittori in Italia.
Per fortuna non è così.
S’incontrano scrittori (ma fuori dai salotti) o persone del mondo dell’editoria generose; son rari, ma ci sono, esistono.
Occorre fortuna e io, sinceramente, sono stato fortunato. Dopo anni però.

Quella di De Carlo non so se sia vera, ma questa, invece, lo è.
Vado a memoria, ora.
Leggo su internet una domanda a uno scrittore.
Come sei arrivato alla pubblicazione?
E lui. Non ci crederai ma è andata così. Mia madre conosceva il tal editore, gli ha consegnato il mio manoscritto e lui, dopo averlo letto, mi ha pubblicato.
Pensai a mia madre, povera donna. Cosceva il panettiere, il farmacista, quando ero piccolo raccomandava la sua e la mia anima al prete perché temeva facessi troppe bischerate.

Io sono stato fortunato, dicevo, ma Il quaderno delle voci rubate, il mio primo libro, resta comunque un libro fantasma: non distribuito in libreria.
Io considero il mio primo libro Dicono di Clelia, e il mio secondo vero libro Lo scommettitore.
Alla pubblicazione sono arrivato nel modo classico, tradizionale.
Spedendo il manoscritto.
Mursia (se andate nel sito ci sono le indicazioni) chiede la sinossi e un capitolo, a scelta, Fernandel no, chiede tutto.
Mandai, mi risposero, mi pubblicarono.
(Con al Newton Compton è stata tutta un’altra storia: non fui io ad arrivare a loro ma loro ad arrivare a me. Grazie a Fahrenheit, grazie a… questo blog).
Forse, e dico forse, Il quaderno è rimasto un libro quasi-fantasma perché non c’era la rete; e la rete perlomeno aiuta.

Un paio di anni fa è venuta da me una signora. Che mi ha portato un libro, scritto da suo marito. Cinque racconti. Pubblicati da una casa editrice a pagamento. Dieci milioni per mille copie, mi pare. O cinque milioni, non ricordo (ero distratto).
Le chiesi, Ma perché?
E lei: abbiamo spedito a Mondadori, poi, sa com’è, non sapevamo come fare, poi mio marito ha letto la pubblicità di una casa editrice su un giornale, li abbiamo contattati, e siamo contenti.
Ne ho letto uno solo di quei racconti: niente male, ve lo assicuro.
Una casa editrice piccola li avrebbe pubblicati? Non lo so.
Ma il fatto che questa coppia non usasse internet è stato un danno: perché non hanno nemmeno potuto provare.

In pratica. Ad accezione del Quaderno, che fu pubblicato dal giornale in cui lavoro, ho sempre ricevuto dei sì, io, dall’editoria. Ma so bene che l’editoria ha meccanismi perversi e strani.
Ho letto manoscritti che io ho considerato belli, ma sono stati rifiutati.
Se dirigessi una casa editrice avrei almeno cinque, sei o forse più nomi di autori nuovi, oppure nuovi no, ma che hanno pubblicato con editori quasi-fantasma, da proporre.
Ho avuto la grande soddisfazione (che è grande, credetemi) di suggerire manoscritti in lettura che sono poi stati pubblicati.

Mi fermo, la mia mezz’ora di pausa sta scadendo.
Perché ho scritto questo: perché, nonostante internet, tanti aspiranti scrittori non sanno come muoversi. E magari, questi appunti frettolosi, un po’, a qualcuno servono.

Insomma, ho pensato che se qualche scrittore mi avesse raccontato idei suoi primi tentativi maldestri nell’editoria io l’avrei ringraziato, allora.

(Non ringrazierò mai abbastanza Laura Bosio per l’editing de Il quaderno delle voci rubate.
Le dissi: dimmi se devo gettarlo in un cassonetto o se invece…
Mi disse, Invece
Avevo scritto Il quaderno da oltre un anno. Non conoscevo Laura; sapevo della sua esistenza, avevo letto il suo primo libro, I dimenticati. Nè sapevo, per esempio, che avesse collaborato con Pontiggia. E che, oltre a essere una scrittrice, era una editor. Fu gentile con me. Ero un vercellese che si rivolgeva a una vercellese che viveva a Milano. Mi chiese del tempo. Mi pare che mi rispose sei, sette mesi dopo l’invio.
Se Laura Bosio non avesse fatto l’editing de Il quaderno io non lo avrei proposto agli amministratori del mio giornale.
Ho una certezza: l’avrei distrutto, come avevo fatto in passato per altre cose).
Ho sforato: 35 minuti.

buona giornata

8 – Profezie

(…)
Me l’avevo raccontato Martin Robledo Sanchez. Un giorno Carmen aveva telefonato tutta eccitata e gli aveva detto: ho appena fatto una scoperta strabiliante, tutti crdono che nei romanzi gli autori ricreino i ricordi, i fatti accaduti, e invece scopro che li anticipiamo.

Marcela Serrano, Nostra signora della solitudine, Feltrinelli

Quando ho letto questo passaggio, ci son rimasto. Per una maledetta coincidenza nel mio secondo libro, era il 2003, sto parlando di Dicono di Clelia, cheMursia fece uscire nel 2005, raccontai qualcosa che mi ritrovai a vivere anni dopo.
Penso sia un caso (ma ci ripenso spesso).
Comunque.
Non ci sono regole, nei libri c’è spazio tanto per le storie che vediamo, e che magari raccontiamo abbastanza fedelmente (un esempio: Il piano infinito della Allende), oppure possiamo parlare di un mondo che noi conosciamo bene ma lo romanziamo (penso alla Firenze di Pratolini, per esempio), oppure ci possiamo inventare non tutto ma molto (penso a Chandler).
Se in un libro ci finisce anche il mondo descritto da un altro libro, che libro è?
E se l’influsso è televisivo? O della rete?
Dico subito che ci son certi libri, gialli soprattutto, che mi sembrano della variazioni di poco di altri gialli, e la cosa non mi piace.
Preferisco Lucarelli: che si informa.
O Izzo: che si inventa un poliziotto espulso dalla polizia (perché se vuoi scrivere di polizia devi conoscere almeno una gendarmeria, averla respirata).
Ma c’è anche il grande capitolo dei romanzi storici: per scriverli occorre studiare e leggere. Studiare storia, leggere altri romanzi storici.
Insomma: io certezze non ne ho.
Ma col passare del tempo mi sono sempre più allontanato dalla realtà: la realtà è il punto di partenza, da dove arrivano idee e spunti, ma poi, sempre più sempre più, con gli anni, le storie che ho scritto han preso percorsi diversi.

Ma ho un’amica, una blogger. Scrive bene, mi fa da editor. Lei ha una storia nel cassetto. Me l’ha raccontata.Una storia vera. E quando me l’ha raccontata ho pensato: come vorrei che fosse mia questa storia… ne scriverei un romanzo. Lei, comunque, di questa storia mi ha raccontato solo il primo capitolo.

Quando terminai la prima stesura de Il quaderno delle voci rubate (che poi riscrissi) lo feci leggere a una giornalista-scrittrice. Aveva appena pubblicato un libro di successo. Mi disse che alcune cose secondo lei andavano bene, altre no.
Non mi convinse.
Però mi disse…. l’espediente delle voci rubate è bellissimo, vorrei rubartelo.
Fu quando mi disse questa cosa che per la prima vera volta pensai che avrei dovuto pubblicare quel libro. Temevo che prima o poi qualcuno potesse… rubarmi le voci che avevo rubato.

E buona giornata

(La recensione di Alberto Pezzini sul mio libro è anche su Mentelocale)

voglia di sole

Alberto Pezzini scrive recensioni su Il secolo XIX.
Ne ha scritta una – per la rete – su La donna che parlava con i morti:
la potete leggere qua, se volete.
Domenica dovrei essere a Modena, a presentar Tamarri, ma attendo conferma.
E quest’anno, per la prima volta, dovrei presentare un mio libro (Bastardo posto, Newton Compton) al Salone del libro.
Si “respira” l’editoria italiana, al Salone.
E sull’editoria italiana, stamattina, sollecitato da un intervento di Tiziano Scarpa su Facebook, sono andato a rileggermi questa cosa qua, di Moresco, su Nazione Indiana.
E buona giornata (la mia prosegue in redazione, fino alle 23, credo. Poi, come al solito, tornerò, in notturna.
Aspettando un po’ di primavera, così da poter inforcare la bicicletta e fare un giro al fiume dopo il primo caffè.
Invidio un’amica che, dalla Sicilia, poche ore fa mi ha scritto, qui c’è il sole…
qui c’è il solito grigio padano).
Buona giornata

7 – Con che parole?

… raccontami una storia, e scrivila: sì, ma con quali parole?
e poi.
… raccontati una storia, e va bene, ma poi questa storia, come andrà avanti? lo vedi tu, un finale? che ne sarà di e di e di?
…. raccontati una storia e poi, poi di questa cosa qui che forse diventerà un manoscritto tu che ne farai? penserai mica di essere diventato uno scrittore? son sogni da ragazzo, quello,  non illuderti.

erano, queste, alcune domande che mi ponevo scrivendo Il quaderno delle voci rubate.
facevo altre cose, intanto.
leggevo altri libri e, leggendo,  scattava sempre il raffronto.
mi sentivo perdente quando (ri)leggevo Il quartiere di Vasco Pratolini, o Il piano infinito della Allende, o una pagina qualsiasi di Scott Fitzgerald (un maestro, insieme a Calvino, nei dosaggi: il cosa dire e il cosa non dire al lettore… perché la vera arte, dopo aver scritto, è tagliare).
mi sentivo vincente rispetto ad altri libri. di autori contemporanei, giovani per lo più.
ma, dipendeva dai giorni.
ci siete passati tutti, credo.
a un certo punto è indispensabile il giudizio degli altri; e così, si comincia con gli amici, i colleghi, eccetera.

ho imparato due grandi lezioni dopo aver scritto Il quaderno delle voci rubate.
La prima: ad ascoltare tutti e a non ascoltar nessuno (e ho imparato anche, che è stupido fare quello che facevo io: scrivere in gran segreto, senza dirlo a nessuno; tanto poi arriverà il momento che quello che scrivi sarà messo in piazza).

La seconda: a diffidare soprattuto degli scrittori o degli aspiranti scrittori.
son più le meschinerie che le generosità.

e poi.
vivere in provincia, poi, ti fa sentire ancora di più isolato. soprattutto se non vai mai alle presentazioni, ai salotti.capisci una cosa: che se fai parte di un gruppo hai più possibilità.
non li ho mai sopportati, io, i gruppi.
ed è forse questo l’unico motivo vero che mi ha portato a star lontano anche dalle scuole di scrittura creativa.
allora.
Il quaderno l’avevo scritto, e ogni tanto lo rimaneggiavo.
Nella mia città c’era un corso di scrittura creativa.
Un grande scrittore, un editor.
Un milione allo scrittore, mezzo milione all’editor: a lezione.
Mi venne il voltastomaco, dissi: piuttosto…
(Piuttosto: mi sembra che sia stato generoso Giulio Mozzi che mise in rete, e a disposizione di tutti, gli appunti delle sue lezioni).

Mi fermo, sto andando fuori-post.
Riprendo il primo quesito

… raccontami una storia, e scrivila: sì, ma con quali parole?

Feci una scelta. Precisa.
Da tempo andavo dicendo in giro che, a mio avviso, il bravo scrittore è quello che si fa apprezzare tanto da chi non ha fatto le scuole medie quando da chi ha due lauree in materie umanistiche.
Con Il quaderno delle voci rubate feci così: pensi di raccontarmi una storia che io poi a mia volta avrei raccontato soprattutto ai ragazzi che, magari dopo un diploma o una laurea, avevano lavorato con me in fabbrica.

La fabbrica mi ha condizionato.
Leggete qua.

Da “Come un atomo sulla bilancia” di Luisito Bianchi, Sironi

Un’altra grandiosa scoperta fu che Giovanni mi parlava con un linguaggio che non era il mio ma che io ugualmente comprendevo. Mi rincresce dirlo, ma qui la filosofia non c’entra, in nessuna maniera. Le cose di ogni giorno erano chiamate con il loro nome, come quando Adamo disse: Questo è un cavallo, e fu un cavallo per sempre. Questa è una donna, e fu una donna per sempre. Mi parve che Giovanni mi riportasse alle origini, all’aria frizzante e pura del primo giorno. Hai moglie? Nemmeno io ce l’ho. Vuoi mezza arancia? E mi dava mezza arancia. Sono cose da ridere, lo so. Ma bisogna avere provato, a quarant’anni, per la prima volta, la familiarità dei termini semplici…

6 – Cercare gli spunti

Raccontami una storia chiede remobassini-lettore a remobassini-scrittore la prima sera.
Il primo capitolo, anche parte del secondo sono così.
Ma poi mi accorgo che
… raccontami una storia
oppure
… presentami un personaggio
oppure
… sorprendimi
non è così facile.
Per raccontarmi storie ho bisogno di storie e così, nel quaderno delle voci rubate, succede che io inserisco storie.
Ed è il libro che più di ogni altro contraddice l’assunto di partenza
… raccontami una storia.
Mi racconterò una storia ne La donna che parlava con i morti, così come me l’ero raccontata ne Lo scommettitore, ma quando scrissi il quaderno delle voci rubate no, non ne avevo, e sapete perché?
Ero stato disattento.
In fabbrica, o quando di notte avevo lavorato in un albergo, avevo visto o sentito storie, ma senza attenzione.
Mentre scrivo Il quaderno, quando vado oltre il quarto capitolo, mi accorgo che vivo osservando.
Stazione di Torino Susa.
Vedo un uomo e un bambino, per mano. A un certo punto non li vedo più. Erano vestiti con abiti consunti, ma dignitosi.
Dove erano finiti, chi erano?
Non importa: salgo sul treno, imbastisco una storia “minima”.
Le storie diventano una ossessione, e la scrittura anche.
Sono le cinque di mattino di un giorno del mese di agosto del 1995, vedo, dal portafinestra, che si sta alzando un bel sole. Ho gli occhi che si incrociano, io, ché sto scrivendo su un piccolo mac.
E mi dico: ma non avrei fatto meglio ad andare a Cortona?, sto rinunciando alle ferie per scrivere.
Scrivere è anche una scelta: da un lato ti porta a rinunciare a vivere, perché scrivere e leggere e riscrivere e leggere a fondo la scrittura altrui porta via tempo, tanto tempo, ma dall’altro lato ti rende più attento.
Vedi cose che prima non vedevi. Cose vere e visioni, insieme.
Le vedi, le cose, e ti soffermi a scrutarle: così da coglierne i particolari e, se sei bravo o fortunato, l’essenza.
In un gioco continuo di immaginazione e realtà.
Se vedo due ragazzi litigare in un bar non mi interessa come andrà a finire, non li pedinerò, non chiederò di loro (o magari sì) il giorno dopo al barista.
Ho lo spunto, tanto basta,
Raccontami una storia diventa
…guarda e cerca storie.
O spunti.

5 – Il dosaggio

Allora, è bene che io faccia una sorta di riassunto delle puntate precedenti.
Una sera del 1995 inizio a scrivere Il quaderno delle voci rubate.
Per la prima volta scrivo in modo diverso: forse perché scrivo sollecitato da una frase, che dico tra me e me.
Raccontami una storia.
Poi, nei giorni successivi vado avanti. Quattro capitoli. Poi metto nel cassetto, quasi dimentico, per diverse settimane. Finché un giorno rileggo: e – non erra mai accaduto prima – invece di distruggere penso di andare avanti.
Perché – è la prima volta che accade – quei quattro capitoli mi provocano qualcosa dentro, come se fossero scritti da un’altra persona.
Fine del riassunto delle precedenti puntate.

Allora, mi ritrovo con questi quattro capitoli e con la voglia di procedere. Fa da contraltare la voglia di sistemare i quattro capitoli.
E’ sempre quella domanda
…. raccontami una storia
che mi condiziona.

Provo a spiegare, ora.
Può sembrare banale ma c’è un abisso (almeno per me) tra il mettersi a scrivere e dire
ora racconto una storia
e mettersi a scrivere e dire
ora mi racconto una storia.
Praticamente diventi due persone: quello che scrive, quello che legge e fa domande.
Importantissimo: se quello che legge non fa domande e dice Bravo, sei fottuto.
Se quello che legge dice
Remo che cazzo hai scritto?
forse ci siamo

Raccontami una storia
dice lo scrittore a se stesso.
E va bene.
Poi aggiunge: Ma raccontamela bene.
E qui…. cambia tutto.

Il primo capitolo de Il quaderno delle voci rubate è ambientato in un bar.
Io quel bar l’ho visto.
Quanti tavolini, quante persone, ho visto le pareti, le ragnatele sfuggite al nonno di Luca Baldelli, il mio protagonista, i quadri appesi al muro, ecco, Remobassini-scrivente queste cose le ha viste sollecitato dal remobassini-lettore, ma poi, Remobassini-scrivente non ha scritto tutto tutto.
Ha dosato.
Alcune cose sì, altre no.
E questa “arte del dosaggio” s’impara in un solo modo: leggendo.
Leggendo altri libri altri autori si capisce che scelte hanno fatto.
C’è un altro aspetto
…. raccontami una storia
… ma raccontamela bene
ecco, io ricordo questo: nei giorni successivi alla prima stesura de Il quaderno delle voci rubate io cercavo vecchi bar; entravo dentro, e li scrutavo come non li avevo mai scrutati; e mentalmente de-scrivevo.
Feci così allora e faccio così oggi.
Uso gli occhi per vedere e mentre vedo, a volte, mentalmente de-scrivo.

Impiegai giorni e giorni a riscrivere quei primi quattro capitoli.
…. raccontami una storia
… ma raccontamela bene

Ho impiegato più di un anno a scrivere Il quaderno delle voci rubate, ma quando scrivevo un nuovo capitolo sapevo che i capitoli precedenti erano corretti, a posto.
Con gli altri libri no.
Ogni libro ha una sua storia.
Lo scommettitore: lo scrissi in 18 giorni. Poi, per mesi e mesi riscrissi.
Ma restiamo al Quaderno, a quei primi quattro capitoli.
E buona giornata

4 – Quell’articolo di Beniamino Placido

Allora, nei primi mesi del 1995 ho scritto quattro capitoli di quello che diventerà Il quaderno delle voci rubate.
Avevo 38 anni (39 a settembre) ed ero, come ho già detto, rassegnato a non diventare scrittore, a non pubblicare, insomma.
Ma la scrittura era comunque un tarlo: leggevo Tuttolibri e Millelibri, ho ancora, nella cassettiera dei ricordi e delle cianfrusaglie, un articolo degli anni Ottanta dove si legge che GLI EDITORI LEGGONO TUTTO, ma il problema sono i govani, non sanno scrivere e pretendono di pubblicare e poi non leggono.
Invece, ben conservato in testa avevo un altro articolo: del 1988, di Beniamino Placido.
L’avevo letto in treno, andando da Vercelli a Torino, e non l’avevo dimenticato.
Placido, in quel pezzo, parlava di una trasmissione televisiva condota da Enza Sampò, Io confesso.
Dietro un vetro opaco, o comunque lavorato in modo tale da impedire ai telespettatori di identificare chi si “confessava”, ogni sera c’era un ospite che raccontava, anche la voce era resa irriconosibile, la propria storia.

Placido scrisse
Prendiamo questa settimana. Lunedì abbiamo ascoltato il segreto di un ex prete. Che si spretò vent’ anni fa, per sposarsi e avere due figli. E che adesso vorrebbe tornara al sacerdozio. Ha capito che era (che è) quella la sua vocazione vera. Ogni tanto lo fa. Che cosa? Prende un treno e va in un’ altra città. Qui si traveste da sacerdote, e va in giro fingendo di esserlo.

Io lessi e lo vidi quel prete spretato: salire su un treno, cambiarsi in bagno, scndere in un paesino, scambiar due chiacchiere orgoglioso del suo abito talare, poi risalire sul treno, vstire di nuovo gli abiti borghesi e, come un amante infedele, tornare dalla moglie e dai propri figli.
A parte questo, Placido scrisse anche una cosa che, dal 1988 a quella sera in cui iniziai a scrivere Il quaderno, ma anche ancora adesso, è rimasta scolpita nella mia mente.
Questa.

I nostri giovani narratori ansiosi (giustamente) di successo diano un’ occhiata a queste trasmissioni di segreti: quella radiofonica di Ciampa, questa televisiva della Sampò. Capiranno perché non riusciamo a leggere fino in fondo i loro romanzi. Pur sollevandone la copertina sempre con tanta buona volontà. Sentiamo confusamente (anzi sappiamo, adesso) che il mondo è pieno di storie straordinarie. Perché non ce le raccontano loro? Perché ci costringono a sintonizzarci sul televisore, ad accendere la radio?

A me era servita questa riflessione: per riflettere.
Per vedere con “occhi diversi”.
Cercare storie: per poi ri-modellarle (o anche no: ma questo è un problema di “dosaggio” di cui magari diremo)

E buona giornata
(PS: della trasmissione radiofonica di Ciampa io so niente)

3 – Vedere con “altri occhi”

Una sera d’inverno del 1995.
Da quando mi sono laureato (lavorando), e quindi da quattro anni, mi sono messo a giocare a bowling, ma a livello agonistico. Mi alleno almeno tre sere a settimana, faccio tornei in giro per l’Italia o all’estero.
Le sere che non mi alleno vado in redazione: o lavoro, o scrivo cose mie, sul mac.All’abitudine di uscire tutte, ma proprio tutte le sere, non avevo mai rinunciato, nemmeno quando ai tempi dell’università: mi concedevo mezz’ora, per un caffè, un giro in macchina quando la città dorme.
Una sorta di “premio”.
Quella sera del 1995 però ho un mal di denti fortissimo. E quando arriva mezzanotte, e in casa, ancora svegli, non ci siamo che io, Barone (il mio primo cane), Lilli (la gatta che mi faceva bestemmiare), anziché uscire decido di… guardare la televisione non se ne parla, leggere non ne avevo voglia, scrivere?…
Su una cassettiera tutta mia, di cianfrusaglie, foto, articoli di giornale e chincaglierie varie, scovo un bloc notes nuovo nuovo.
Tra me e me penso: ho peso l’abitudine, oramai, a scrivere, ché al giornale, da un bel po’ di tempo, usavamo i mac. Pensi: Voglio scrivere qualcosa, come facevo una volta.
Traduzione:  più o meno consciamente sapevo che avrei iniziato a scrivere qualcosa per poi distruggerlo.
Con l’auslio di una overdose di novalgina e sciacqui vari, il mal di denti intanto si era un po’ chetato, così dissi che sì, potevo scrivere, va a sapere cosa.
Cosa scrivo?, pensai, non so per quanti minuti.
La fabbrica? Le cose viste facendo il portiere di notte? Un copione?
No, sono i tentativi di sempre, pensai, e intanto la bic (ricordo: era nera) restava sospesa.
A un certo punto mi dico: Raccontami una storia.
Mi sento un po’ scemo, ma dura poco: ché, nel frattempo, la biro ha cominciato a scrivere e io ho quasi la sensazione che non sia il mio cervello a scrivere ma sia la mano.

Sa di antico il mio piccolo bar…

Vedo che scrivo e mi piace non tanto scrivere ma stupirmi di ciò che scrivo; e dopo due, tre ore, o finito di scrivere il primo capitolo de Il quaderno delle voci rubate (che non aveva nessun titolo).
Provai a rileggere. Ho una pessima grafia, io. Certe parole erano ghirigori. Feci delle correzioni, subito.
Poi pensai: domani ricopio sul mac.
E così fu; e nei giorni successivi andai avanti, ma con il mac, secondo capitolo, poi terzo, poi quarto, poi… basta.
Una voce mi stava dicendo: Cazzo stai facendo Remo? Lascia perdere.

Lasciai perdere per qualche mese. Ma il file con quei quattro capitoli non lo distrussi, anzi: ne stampai addirittura una copia e lo infilai in un cassetto.

Mesi dopo, una domenica pomeriggio.
Odio ed ho sempre odiato le domeniche pomeriggio. Hanno un po’ di senso se leggi, o se vai via, se, insomma, fai qualcosa.
Mi ritrovo in redazione, solo. E non ho niente da fare. Ne approfitto per mettere a posto la scrivania e i cassetti. Anche i cassetti, già: dove, e quasi quasi non me ne rammentavo più, trovo i primi quattro capitoli del romanzo.
Penso: Ma come, non li ho ancora buttati via? E penso anche: chissà dove li ho registrati sul computer…
Ma intanto comincio a leggere e, mentre leggo, anzi no mentre rileggo, percepisco una grande novità: mentre in passato provavo una grande noia nel rileggere le cose mie, stavolta no, provo piacere (lo dico ancora con timidezza, credetemi) e ho la sensazione, quasi, che quei quattro capitoli siano cosa scritta da altri.
Non metterti in testa bischerate, Remo.
Ne vedevo di gente che veniva al giornale e diceva: Ho scritto questo, ho scritto quest’altro, ma nessuno che mi pubblichi (qualcuno veniva al giornale dal momento che il giornale, allora, era anche una casa editrice).
Però continuai.
Prima di continuare, però, ripensai a quel sera col mal di denti, alla frase “Raccontami una storia”.
Dovevo raccontarne altre.
Poi ripensi che forse, quella frase, la dovevo a qualcosa e a qualcuno.
Sì, la dovevo a un articolo su Repubblica di Beniamino Placido.
Grazie a quell’articolo avevo capito che quel che più conta per uno scrittore sono gli occhi: il saper vedere la vita degli altri con “altri occhi”.
Ne dirò presto, spero.