2 – Pensavo a uno scrittore…

Tra il primo romanzo interrotto, scritto a 23 anni, e l’inizio della stesura de Il quaderno delle voci rubate, pallottoliere alla mano, corrono quindici anni.
Per quindici anni il sogno di diventare uno scrittore io l’ho abbandonato.  Scrivevo e distruggevo copioni teatrali, poesie, un’infinità di primi capitoli di possibili romanzi. Poi scrivevo lettere agli amici. E avevo (ho ancora) agende piene zeppe di appunti con, anche, brani ricopiati da alcuni libri (Pratolini, la Allende, una pagina di Un uomo della Fallaci, tanto Pirandello, Artaud, Berto…).
Rifiutavo di leggere i contemporanei, forse perché volevo pensare a cose passate. Però scoprii Bukowski, quando ancora non era un’icona da quattro soldi dei compagni di sbronza.
Era, a mio avviso, altro: l’erede dei poeti maledetti o della scapigliatura.
Scandalizzare i buoni borghesi, insomma, ma non solo: meglio l schifezze, che si vedono, di un barbone rispetto alle schifezze, nascoste e mascherate, dei buoni americani.

Comunque: addio sogni di gloria letteraria, per anni e anni. Che poi: gloria letteraria, allora, per me significava una sola cosa: pubblicare un libro, non importa(va) con chi.
Insomma, quando a Vercelli vidi Lalla Romano e Vincenzo Consolo e Manlio Cancogni pensai che fosse gente fortunata. Scrivevano storie. Erano quello che io avrei voluto diventare,  ma senza riuscire.

… ma nella mia testa la figura dello scrittore non coincideva con le immagini di Lalla Romano, Consolo, Cancogni….

Ho una quindicina d’anni. Guardo la televisione insieme a mia madre che guarda e cuce.
C’è un film americano di cui, ora, non rammento, né l’inizio né la fine Nè il titolo.
Ma rammento – e bene – alcune immagini: dello scrittore che, ogni mattina, va a controllare la cassetta della posta per vedere se una casa editrice ha preso in considerazione un suo manoscritto.
Vede che non c’è nulla, guarda il vuoto, ma poi torna in casa: e continua a scrivere, lui.
Ecco, quello era per me lo scrittore. Nella mia testa lo è ancora.
Uno che aspetta. Uno che sogna. Uno che scrive.

E quando, avevo 38 anni giorno più giorno meno, comincio a scrivere Il quaderno delle voci rubate, non penso che lo finirò.
Non mi sentivo nemmeno all’altezza dell’aspirante scrittore che, ogni mattina, aspetta.
E’ per caso che iniziai a scrivere Il quaderno, che, ricordo, è un libro messo in vendita solo a Vercelli e che io ho regalato a tanto amici blogger. E’ per caso e non per caso, anche.
Ma di questo ne dirò, spero presto.

1 – I miei libri [minchiate giovanili]

Voglio, o vorrei, ché ci sto ancora pensando, raccontare, qui, a puntate (ma cose brevi, cinque, sei capitoletti) la storia dei miei libri, come sono nati, a chi li ho fatti leggere, gli editing e i non editing, i grandi mal di pancia, quanti soldi ho guadagnato e quanti soldi ci ho rimesso, alcuni retroscena.
Magari senza fare nomi, non per altro: ho già tante altre grane di mio e poi l’iportante, in alcuni casi, è il problema; dire un nome e un cognome, spesso, serve a niente.
Magari serve a chi vuole scrivere, magari interessa.

Parto da lontano.
E’ il 1979.
Ho ventitré anni. Mia moglie (ora ex, sono risposato) è incinta. Io ho qualche problema di salute. Lavoro in fabbrica. Sono un sindacalista Cisl (metalmeccanico, carnitiano. Ho messo da parte l’idea di lavorare e studiare.
Una domenica prendo la macchina da scrivere Olivetti e inizio a scrivere una storia che non ho mai finito.

A settembre, svegliarsi alle cinque del mattino non è più piacevole degli altri mesi dell’anno, ma questo viale lungo lungo che conduce all’entrata della fabbrica è così pieno di foglie secche che, quando le calpesti, non ti fanno passare il sonno ma, almeno, ti fanno apprezzare un po’ la vita. Chissà, forse sto pensando così perché sta albeggiando, e poi mi sento allegro perché oggi è giorno di paga, e poi mi piace guardare il cielo quando in cielo ci sono, insieme, ancora per un po’, il sole e la luna… ma meglio non esagerare con queste felicità mattutine: il cancello d’entrata della fabbrica ormai è vicino

…. sono undici cartelle, in tutto, spazio uno. Con correzioni a penna biro.
Non continuai, non ricordo perché lo misi da parte, quell’abbozzo di racconto, ma non ricordo nemmeno perché non lo distrussi, perché io, dai venti ai trentott’anni, quando iniziai a scrivere “Il quaderno delle voci rubate” non ho fatto altro che scrivere e distruggere, scrivere e distruggere.

Da ragazzo, e anche poi, avevo scritto poesie, orribili.
Una di queste è citata nel romanzo interrotto dei miei vent’anni.
Ma risaliva a tre anni prima, quando di anni ne avevo diciassette (siate benevoli, quindi).

I miei occhi hanno pianto e le mie mani tremavano
ma a loro questo non importava
ed hanno preso la mia valigia, ed hanno preso i miei ricordi.
Il mio cuore palpitava di rabbia
ma loro hanno riso
ed hanno letto per la strada, deridendole, le mie poesie.
Il mio biondo amore mi è passato vicino
ma non mi ha riconosciuto
ed ho implorato sette volte la morte.
Poi un mio compagno è accorso in mio aiuto
ma anche lui è stato umiliato
e dalle mia lacrime e dal suo sangue è nato un fiume.
E i miei occhi piangevano e le mie mani tremavano
e loro ridevano di noi
e ci hanno insultati, denudati, picchiati
Ma dal sangue nasce un pugno
che è giustizia, vendetta e amore
e nulla, nemmeno loro
lo fermeranno.

Insomma, in quel libro interrotto, scritto a vent’anni, avevo riesumato una poesia scritta a diciassette, nel mio momento “comunista”.
Ricordo ancora che la scrissi e poi andai al bar, frequentato da ragazzi che militavano nel Movimento studentesco (erano stalinisti, quindi; io no, sempre stato antistalinista).
Comunque.
Dissi loro.
Scommetto che non la conoscete questa, è di Pablo Neruda.
La lessi.
Bella cazzo, disse uno di loro, con cui litigavo spesso (io gli dicevo, Viva gli anarchici e i trotzkisti, abbasso Stalin).
Sorridendo, gli dissi: L’ho scritta io.
Gli piacque lo stesso.
A vent’anni, certe minchiate piacciono.

Stesso anno. Sono a Cortona. Ammazzano il maiale. E’ inverno, fa u freddo infame. Siamo tutti davanti al camino, che riscalda. A un certo punto mi bruciano gli occhi, così esco e vado in aperta campagna.
Fa freddo, sì, ma mi piace sentire il vento sulla faccia, e penso una cosa, che scriverò quel giorno stesso

Se il vento fosse nero, io l’amerei lo stesso
se invece fosse rosso, l’ammirerei per ore
se il vento fosse piccolo me lo porterei appresso
e se fosse una donna io ci farei l’amore.

Minchiate giovanili, insomma.
Di cui però ero consapevole.
Solo una ventina d’anni dopo, nel 1994, decido di provare a scrivere una storia.
Il quaderno delle voci rubate, insomma.
Il mio libro quasi fantasma, che è uscito solo a Vercelli.
Ma ne dirò tra qualche giorno, se interessa.

e quando (anche) Face sarà archeologia?

Sulle mie pagine e sui miei post, il contatore interno di wordpress mi dà questa classifica:

1495 visitatori a FOTO
1460 a MIEI LIBRI
1400 a SILENZIO PER MARIASTROFA
1371 a INCIPIT DI CUI NON SI SA
1290 a SU DI ME
1036 a VITA, AMORI, RICORDI: OGGI INSOMMA
872 a LO SPECCHIO
849 a RACCONTI A QUATTROMANI SI VOTA.

Allora, come sapete sono anche su Face (dove i post del blog vanno in automatico, vengono replicati, quindi). E da Face, vedo sempre dal contatore, arrivano visitatori, qui, che vanno a vedere soprattutto la pagina delle mie Foto.
Da quando c’è Face, comunque, il numero dei visitatori del blog è… indecifrabile.
Di sicuro è sceso.
A voltre però ci sono picchi superiori al passato (con 800 visitatori al giorno), ma son più i giorni in cui viaggio al di sotto dei 400.
Prima di Face avevo una media di 600.
Che i network stiano, uccidendo, poco a poco i blog?
Io preferisco lo strumento blog. Ma sapete qual è – a mio avviso, certo – il grande vantaggio che ha Face?
La velocità.
C’è chi su Face passa le sue giornate, che è come una chat di gruppo folle, dove c’è gente che dice di tutto e mescola la politica ai bisogni corporali.
Ma su Face basta poco per “esserci”.

Mercoledì, sono su Face. Ricevo un messaggio. Da Marialuisa Giordano, conduttrice di Radio onda d’urto. Che è a Brescia, ma in rete è dovunque. Si parla di De Andrè. Intervengo, dico due cose. Poi ascolto: autori siciliani e sardi che hanno rielaborato De André in, appunto, siciliano e sardo.
Tutto questo in tre quarti d’ora.
Cosa vedremo tra due anni in rete quando anche Face sarà archeologia?

son giorni così, questi

I giorni di pioggia insistente son giorni brutti.
Il disagio del freddo alle caviglie sale su e raggiunge gli occhi, avvolti dal grigio.
Ma i giorni in cui non ci si può ribellare al tempo – dire: questi cinque minuti sono per o per o per – sono i peggio giorni.
Ti svegli con un senso di pesantezza, t’addormenti e non t’importa se sognerai.
Son giorni, così, questi.
Di corse e rincorse: sulle cose non fatte, e che sono da fare.
E poi.
C’è un proverbio cinese che dice: Il cacciatore che insegue due prede le perderà antrambe.
Ne sto inseguendo tre, quattro, cinque.
Farei bene ad ascoltare quel proverbio. Fermarmi.
Solo che – almeno stavolta – fermarsi è facile: da dire.
E poi c’è questo lavoro che è come la pioggia, o almeno.
Anni fa odiavo andare dal dentista.
Ora no, meno: so che se vado dal dentista avrò almeno mezz’ora di anticamera in cui potrò leggere. A meno che non squilli il cellulare.
(Succedono giorni così, e son “grappoli” di giorni, mica uno solo. E non va bene, non va bene).
Buona giornata, comunque

e mi scusino tutti quelli a cui non ho risposto alle mail

e lei piangendo gli regalò parole

Scriveva poesie, racconti.
Le e li regalava agli amici, alle persone che le piacevano.
E le piaceva tanto sentire che le sue parole, quando venivano lette, ad alta voce o in silenzio, arrivavano al cuore.
Regalava parole, lei, le sue parole.
E aveva un diario segreto: di lacrime e amori.
Un giorno – pensava – vorrei regalare anche queste pagine.
Aveva – poi – un dubbio: sulle lettere che scriveva agli amici; lettere che, ma era un segreto solo suo, prima di affrancare e spedire, fotocopiava così da conservarne un’altra copia;  potrò, si chiedeva, regalarle un giorno ad altri?
Pensava: le tengo, così le regalerò quando sarò vecchia.
E viveva felice, di scrivere e farsi leggere e regalare le sue parole.
Che importa un libro? che importa guadagnare?
A lei bastava questo: regalava parole, e si nutriva, poi, di un complimento di una lacrima, di un grazie.
Scriveva per gli altri.
Per il loro sorriso.

Sì, lo sapeva, quel ragazzo era innamorato di lei, da anni.
E lei, a lui, non aveva mai donato una parola (né carezze, mai).
Pianse tutta notte quando seppe che lui era morto, così giovane, così infelice.
Scrisse la lettera più bella, quella che nessuno mai avrebbe letto, una sola copia stavolta, scrisse piangendo: ché da lei e da loro, da quella carta e da quelle parole, si sarebbe dovuta separare, per sempre.
Quando stavano per chiudere la bara sorprese tutti: con un gesto veloce della mano infilò la lettera più bella nella tasca di lui.
Nel buio più buio, forse.
Dove le parole si possono toccare.

(un episodio visto nell’agosto del 2005.
nella bara c’era il mio giovane, infelice fratello Moreno.
lei, piangendo, gli regalò parole)

per un cane

quando piove, succede a me, succede a tanti, succede da sempre che si pensi ai morti.
persone.
cani.
gatti

Per un cane

Sei stato con noi per undici anni / Una sera siamo tornati: / eri disteso davanti al cancello, / il muso nella polvere della strada / le zampe già fredde, il dorso / tiepido ancora.
Ora sei tutto / nella buca che ti abbiamo scavata.
Ma gli undici anni / della tua umile vita / il gemere / per ognuno che partiva / il soffrire di gioia /per ognuno che ritornava / e verso sera / se qualcuno / per una sua tristezza / piangeva / tu gli leccavi le mani: / oh gli undici anni del mio amore / tutto qui /
sotto questa terra / sotto questa pioggia / crudele?
Esitavi / sulla ghiaia umida: / sollevavi / una zampa tremando /
Ora nessuno ti difende / dal freddo / Non ti si può chiamare / non ti si può più dare niente /
Sole le foglie fradicie morte / cadono su questo pezzo /
di prato.
E pensare che altro rimanga / di te / è vietato: / di questo il nostro assurdo / pianto si accresce.

Per un cane, di Antonia Pozzi,
dal libro
Parole,
Garzanti (424 pagine, euro 14,50)
E buona domenica

credetemi: mi spiace

mangiando un panino con formaggio e verdura (sperando che non arrivi nessuna telefonata)

… ci sono rimasti male, la scorsa notte, il mio cane e il mio gatto nel vedere che sono crollato davanti al monitor del pc; sono abituati, di notte, da mezzanotte alle cinque, ad entrare e uscire in giardino, i due; se il portinaio non funziona, si deprimono
… ci sarà rimasta male tutta quella gente che attende da me, e da tempo, un giudizio su un manoscritto, su un racconto; aumentano ogni giorno richieste di questo genere e, piano piano, sto dicendo una cosa che, quando ero un aspirante scrittore, giudicavo odiosa, tutte le volte che uno scrittore più o meno affermato (la) diceva: Scusa ma non ho tempo.
(Il mio primo libro e il mio secondo libro furono letti da due scrittrici editor: riuscii a far breccia nel loro tempo).
… ci restano – giustamente – male le persone che ho conosciuto in questi anni grazie a questo blog: perché io da loro ricevo, magari un biglietto scritto a mano per Natale, magari una bottiglia di Primitivo o di Moretta Fanese, magari una mail, magari – ed è successo ieri – una consulenza preziosa; bene, io ricevo e in cambio posso solo, in questo momento, chiedere scusa: ché non sono padrone del mio tempo

(ci sono rimasto male anche io, stanotte. Ho aperto un file, letto un pezzo di un racconto; l’ho cancellato, non mi convinceva; ho provato a scrivere un incipit, poi due, poi tre, poi mi sono addormentato. Ignobilmente).

( ma alle mail, o ai messaggi su Face, Splinder, Anobii prima o poi rispondo. O almeno spero, che a volte, ultimamente, mi è successo di ricordare di non aver risposto a questo o quello.
Ma son giorni di tempo bastardo, questi.
farò i salti mortali, la prossima settimana, per rispettare due impegni presi da tempo)

il panino è finito: e anche il post

E poi: c’è questa intervista (al sottoscritto)

E Luciana?

Ho cambiato bar, ieri mattina.
Desidera?
Un caffè ristretto, grazie.
Poso un euro, in attesa del caffè, e mi giro verso i clienti, ai tavolini; ci sono sei sette persone, ma conosco nessuno penso, del resto, penso ancora, questo è un bar nuovo.
Mi ri-giro, e il caffè è servito.
Appena porto la tazzina alle labbra mi sento sfiorare da qualcuno, sulla spalla.
Qualcuno che, appena mi volto, mi dice: “E Luciana?”.
A questo punto il… sogno è finito.
Era un sogno.

Il bar esiste. Io pure, ho il sospetto di esistere.
Chi mi ha detto “E Luciana?” non so.
Nei sogni a me capita spesso di vedere persone senza volto, oppure di ricordare un volto che sembra una foto terribilmente sfuocata.
E Luciana?
Esiste?
Quante ne conosco?
Nemmeno una, ho pensato ieri mentre andavo a lavorare.
Devo dire la verità: durante il giorno non è che ci ho pensato molto.
Prima di arrivare in redazione ho incontrato un avvocato (che non è il mio), poi, a parte due telefonate a due amiche, una che sta in Romagna e una che sta invece nella mia città, non ho fatto altro che lavorare, rispondere al telefono, rispondere alla posta elettronica, il mio solito giorno di lavoro, insomma, che inizia un po’ prima delle 11 di mattina e termina verso le 23 tra menabò, riunioni, titoli da passare.

E Luciana?, mi sto domandando ora, da un po’, che è notte fonda e il cane e il gatto, stranamente, stanotte dormono e non fanno avanti indietro dal giardino scambiandomi per il loro portinaio.
Forse so chi è Luciana.
C’è una Luciana nella mia vita, e forse è anche la donna più importante della mia vita.
C’è un ma:
ma io, questa Luciana, non l’ho mai vista.

Era duro il lavoro nei campi per i mezzadri. Una giovane copia, Franco e Nella, lavorano in podere con viti, ulivi, grano. Si sono appena sposati.
E’ il 1955.
Nella resta incinta. Ma lavora anche. Ha trent’anni, è da quando aveva sei anni che porta al pascolo maiali o pecore. Ed è una donna forte: sa sollevare da terra una balla di grano da un quintale e se la porta sulle spalle.
Roba da uomini: forti.
E’ incinta, certo, e un po’ si riguarda, ma deve comunque lavorare.
Non mangi se non lavori, quando sei a mezzadria.
Sotto il sole o la pioggia. C’è abituata, lei.
Una sera, però, si sente male. Franco corre, chiama il dottore che arriva, visita Nella e le fa una visita ginecologica, perché vede che ha perso sangue.
No, non ha perso sangue: ha perso la bambina.
La chiamarono Luciana, nata morta (e prematura: doveva venire al mondo a gennaio, credo, del 1956).
Era l’autunno del 1955 quando sotterrarono il corpicino di Luciana nel cimitero di Sant’Angelo vicino a Cortona.
Un anno dopo, settembre 1956, sono nato io.
Per caso.
Certo tutti nasciamo per un caso. Un incontro tra due persone.
L’incontro casuale delle due persone che mi hanno messo al mondo avvenne perché Luciana lo consentì, morendo prima del tempo.
Nasciamo tutti per caso.
Io per un caso, come tutti, e per Luciana.

foto-bassini

nenti sacciu (bastardo posto)

bastardo posto, il mio prossimo libro, è un libro che ho scritto malvolentieri.
mi si torcevano le budella, mentre scrivevo.
mai successo prima.
bastardo posto parla di mafia e di mafie in una città imprecisata.
in realtà il posto è preciso: la mia città, le vostre città.
del sud come del nord e del centro italia.
la mafia al nord non è certo uguale a quella del sud.
qualcosa di uguale c’è, però.
è arricchita, fecondata, rinforzata dalla sua grande, schifosa complice, che è l’omertà.

anni fa a Vercelli morì un ragazzo. secondo la questura, che se ne occupava, era una disgrazia, secondo i carabinieri, che avevano fatto solo alcuni accertamenti, ci poteva essere qualcos’altro.
insieme a un mio collega andai sul posto, poi cercammo testimonianze, racconti tra la gente d un paio di piccoli e tranquilli paesi del ricco nord.

nenti sacciu.
già, non eravamo in Sicilia, ma mentre chiedevo, o vedevo la gente chiudersi in casa, o la vedevo che mi spiava da una finestra, pensai a nenti sacciu.
e pochi giorni fa, proprio pochi giorni fa, ho saputo che un politico – e un politico, anche se fa ridere, dovrebbe essere al servizio della gente – a proposito di un’ingiustizia ha detto: Non possiamo farci niente, ci metteremmo contro i poteri forti.
la gente tiene famiglia, insomma: dalle stazioni sciistiche del nord ai paesini dell’entroterra di Sicilia e Sardegna; ma lì, almeno, c’è una paura avolte giustificata.
lì t’ammazzano.
altre volte, troppo spesso, la paura è egoismo.
meglio non vedere e non sapere e soprattutto meglio convincersi: che tutto va bene.
e infatti va bene se si fa come gli struzzi.
poi ci sono le eccezioni, che per lo più sono i calpestati.
quelli che quando vanno  dormire pensano di essere soli, pensano di vivere in un bastardo posto.

una storia sbagliata

lo so lo so, è una storia sbagliata, questa, che non si dovrebbe.
ma li ho rivisti, abbracciati, e son quasi vent’anni che Luca e Maria li vedi così, a spasso, abbracciati, che parlano tra loro senza badare agli altri perché tra loro l’affetto è tanto, da sempre.

più o meno vent’anni fa, era sera, passai davanti a casa loro.
Maria era fuori, anche se inverno, senza cappotto o piumino, in strada.
Tremava Maria. Aveva anche la stanghetta degli occhiali rotti.
lui l’aveva riempita di botte.
dissi, Che stronzo…
mi disse, Aspetta che ti spiego una cosa, mi disse una loro vicina di casa.
mi disse, Non conosci Maria.
mi disse, Non conosci Luca.
mi disse che lui, Luca, era un bonaccione, incapace a vivere senza di lei. e che lei, in casa, e soprattutto quando arrivavano ospiti, lo umiliava, sempre.
Maria, lingua tagliente, gli diceva Stupido ciccione, fallito, e lui, Luca, timido, era incapace di reagire.
e non reagiva tutti i giorni, o quasi.
perché Luca, un paio di volte l’anno, esplodeva e spaccava tutto e metteva pure le mani addosso a Maria, sbattendola fuori di casa.
ma poi, mi disse la loro vicina, tornano a cinguettare, ché non sanno vivere luno senza l’altro, lei così serpente, lui così babbacchione che ogni tanto esplode, e non sa controllarsi.

io la rividi un’altra volta, fuori dall’uscio, che tremeva.
li ho rivisto ieri sera, abbracciati

buona domenica

come vengono le storie

Fabrizio De André raccontava che l’idea per scrivere La canzone di Marinella gli venne leggendo un trafiletto anonimo di un giornale locale di Alessandria.
Si leggeva, nel trafiletto, che una prostituta, rincasando, era scivolata nel fiume, ed era annegata.
Ecco, io credo che certe storie nascano così. Da uno spunto: ché le storie, invece, se sono tratte dal vero sono cronace, se invece sono ispirate a cose già viste o lette sono storie disoneste, e se invece sono l’ammirazione e la descrizione del proprio ombelico sono patetiche.
Quando parlo dei bar, e delle storie sentite nei bar, non penso, poi, a una loro codificazione in racconto; sono gli spunti, che servono, bastano quelli: ma vanno bene anche gli auotobus, i treni, le finestre: vedendo dall’alto si possono cogliere storie…; oppure i ricordi: avvolti dalla memoria che, minuto dopo minuto, si oscura, anche se impercettibilmente, anche lì, o forse soprattutto lì, nei ricordi, si annidano spunti.
Insomma: per scrivere non serve avere avuto una vita avventurosa come quella di Rimbaud.
Può bastare quella di Pessoa, movimentata dentro…
E ci son canzoni che sono storie in miniatura, questa per esempio

Ma di Lella, son convinto, i romani preferiscono la versione di Lando Fiorini.

Segnalazione.
Recensione della mia raccolta di racconti Tamarri su Via delle belle donne.

juke boxe: dall’1 al 16

quando avevo venti e pochi anni in più attraversai il periodo più nero della mia esistenza. Non fu lungo ma fu nero.
ricordo, però, che dicevo sempre: Però ogni giorno mi consolo con la musica.

Mi piace la canzone d’autore, il rock, il jazz, la musica classica e anche qualche opera lirica, la Butterfly in particolare (ho le cassette con l’interpretazione della Callas).
seguo poco, adesso, cosa esce o i gruppi nuovi, non ho tempo.
son rimasto ai Modena city rambler’s (e prima ancora).
comunque.
in questo albergo di un centro tra Milano e Bergamo ho pensato due cose.
la prima: che tanti post, questo per esempio, se esistesse ancora Cuore, rischierebbero di finire nell’apposita rubrica E chi se ne frega?

la seconda cosa che ho pensato, è questa.

che io  su un’isola deserta vorrei un juke box personale per esempio con queste canzoni

1. Memory.
2. The way we were (ogni tanto lo rivedo il film con Redford e la Streisand).
3. Canzone della bambina portoghese (di Guccini; la sento un po’ come un inno non alla vita ma sulla vita).
4. Ne me quitte pas (Jacques Brel).
5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15 De Andrè (almeno).
La sedicesima è ancora di De Andrè, ma io, scandalo (?), preferisco che sia  Zucchero a cantare che ha vista Nina volare.