Questi due anni ci hanno cambiato. Forse dieci anni fa, forse meno, in un’intervista dichiarai che per me scrivere era come respirare. Volevo dire questo: scrivere è più importante di tutto, scrivere e basta, a prescindere da libri e altro. Mi sentivo fortunato: anche le giornate più nere si sarebbero concluse scrivendo, oppure provandoci. Nel silenzio, di sera tardi. Ora la sento così lontana, quella frase. C’è un’altra frase che ricordo. Ma in che mondo vivrai?, dicevo a mio figlio quando era piccino. Quella frase, invece, oggi mi fa paura. Più di allora.
Già, la paura. Sempre a mio figlio dicevo: Guarda che la paura è la peggior malattia.
Chi non ne ha, oggi?
Su Covid e vaccini e altro: pensieri in libertà
Copio e incollo un post pubblicato sulla mia pagina facebook pochi giorni fa.
Il post e, alla fine, anche un mio commento nella discussione che è seguita.
Quando, nel 2010, sono diventato padre per la seconda volta dopo un secondo matrimonio, ho pensato a un nome per mio figlio: Libero, che ora è il suo secondo nome (si fa chiamare Federico oppure Libero, dipende da come gli gira).Lo voglio “libero” di pensarla anche in modo diverso dal mio. E lo fa. A volte mi dà ascolto a volte no.
Bene. E sul vaccino e sul green pass, lui, parlando in casa e con i suoi amici, si è fatto un’idea.Bene, leggendo su facebook ho scoperto che io e mio figlio siamo per qualcuno “feccia” (la feccia di chi è contrario al vaccino oppure al greenpass) oppure “servi” (quelli che si fanno iniettare il siero).Allora, cosa penso del vaccino. Che ancora si sa poco. Che quando leggi che non si conoscono gli effetti a medio e lungo termine qualche perplessità ce l’hai.Ho amici che si sono vaccinati, ho amici che non si sono vaccinati. Ho scritto “amici”: intendo le persone che accettano il pensiero altrui.Io mi sono vaccinato (tre dosi) per tanti motivi miei, personali.
La tentazione di non fare la terza dose è stata forte, dopo alcuni eventi avversi (segnalati inutilmente dopo la seconda).Mio figlio, Libero insomma, due mesi fa mi dice: Non credo che mi vaccinerò, meglio non rischiare. Quando ha visto che stavo male, evidentemente, si è preoccupato.Un mese fa, invece, mi dice: Babbo, per giocare a basket devo vaccinarmi, faccio che farlo, che dici? Fa’ quello che ti senti, gli ho detto.
Torno a me. Bilancio Covid. Ho perso due amici, morti a causa del Covid. E’ vero, avevano altre patologie, ma il Covid ha dato loro il colpo di grazia. Ho perso anche altre due persone, un parente e un’amica: si sono ammazzati (poi c’è Vitaliano Trevisan, che conoscevo solo qui…).Ci sono persone che stimo, dicevo, e che non si sono vaccinate perché hanno sempre avuto una filosofia di vita particolare: pochi o nessun farmaco, uno stile di vita giusto (alimentazione, movimento). Io non sono come loro. Certi giorni sì, altri (i più) no: fumo, sono sovrappeso, se entro in bar e vedo una Fiesta che ti tenta tre volte tanto la prendo. Poi ci sono persone che si sono vaccinate con convinzione, documentandosi (non l’hanno fatto perché gliel’ha detto Speranza che è da aprile del 2020 che aspetta l’arrivo del vaccino quando, stesso periodo, alcuni scienziati manifestavano perplessità e sui tempi e sulla mutevolezza del vaccino; Crisanti, per esempio).
Poi si possono fare discorsi infiniti su quanto possa servire, sui grafici, sulle cure domiciliari eccetera.Questi discorsi infiniti, in genere, portano a delle certezze: su cosa è bene e cosa no. Io mi son fatto delle idee, ma potrei cambiare opinione.
E c’è un argomento che mi sta a cuore: gli eventi avversi, di gente che credeva nel vaccino e che ora non sa dove sbattere la testa. Che i giornali non cagano di striscio. I dimenticati.
Ora mi fermo. Non mi piace usare facebook come diario. non voglio.Dico di più: la tentazione di chiudere la pagina è tanta. Non ho certezze, dunque, io. Ogni giorno imparo qualcosa. Una certezza, però, ce l’ho: l’odio, che è figlio della paura e delle nostre incertezze, è peggio del covid e degli effetti avversi messi insieme. Feccia oppure servo. Fate voi.
Il commento, che è una risposta a chi mi ha scritto: Credo nella scienza.
anche io credo nella scienza. ma la scienza non ha, non dovrebbe, avere confini, e quindi vedo per esempio che in cina cura con un farmaco che secondo la nostra scienza non va bene. e vedo che il vaccino cubano funziona meglio (sperimentato a torino). E uno scienziato con la esse maiuscola, davanti ad altri scienziati, tutti pro vax, ha detto: Va bene la terza dose, ma più dosi a distanza ravvicinata possono danneggiare il nostro sistema immunitario. Credo che nella scienza del dubbio, che si interroga. Ogni giorno.
La suora su Il fatto quotidiano
Massimo Novelli, sul Fatto quotidiano, parla de La suora
(… Ciò che racconta Bassini, quasi sempre sul filo di trame all’insegna del noir, non ha molto in comune con le narrazioni di grandi romanzieri provinciali italiani, da Lucio Mastronardi a Pietro Chiara, ma un’affinità notevole con le storie di Georges Simenon e con certi romanzi, gli ultimi, di Giovanni Arpino (si pensi a Il fratello italiano). Dunque si traccia una provincia sentina più di vizi che di virtù….

Camus e auguri a chi passa
Ho compreso, infine,
che nel bel mezzo dell’inverno,
ho scoperto che vi era in me
un’invincibile estate.
Camus
Auguri a chi passa di qui
La suora: recensione… psicoanalitica, e non solo
Una recensione “rara” questa (che è stata ripresa anche dal blog Gocciaagoccia: leggi qui), su La suora, scritta dallo psicanalista Emilio Mordini nella sua pagina facebook (questo invece il suo blog). Rara perché ha scavato nel libro, cogliendo il non detto(scritto) e svelando solo quel che basta.
𝗜𝗹 𝗿𝗼𝗺𝗮𝗻𝘇𝗼 𝗱𝗶 𝗥𝗲𝗺𝗼 𝗕𝗮𝘀𝘀𝗶𝗻𝗶, “𝗟𝗮 𝘀𝘂𝗼𝗿𝗮” (𝗚𝗼𝗹𝗲𝗺 𝗘𝗱𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶, € 𝟭𝟯,𝟵𝟬) è costruito come un labirinto di specchi dove tutte le immagini appaiono lievemente deformate e l’alternanza di trasparenze e riflessi serve a ingannare – e divertire – il visitatore.
𝗟𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗲̀ 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗲: 𝗹𝗮 𝘃𝗼𝗰𝗲 𝗻𝗮𝗿𝗿𝗮𝗻𝘁𝗲 – 𝗥𝗼𝗺𝗼𝗹𝗼 𝗦𝘁𝗿𝗼𝘇𝘇𝗶, giornalista squattrinato e trafficante di formaggi d’alpeggio, con la vita segnata dal suicidio del padre – incontra una notte di inverno, sul lago di Orta, una donna, Nora, che sta per entrare come novizia nel convento di clausura dell’isola di San Giulio. L’amore che, inevitabile, sboccia tra i due è destinato a restare per sempre non detto, almeno sinché Nora, divenuta nel frattempo suor Beatrice, non chiede a Romolo di aiutarla a comprendere un terribile mistero.
𝗖𝗮𝗺𝗶𝗹𝗹𝗮, 𝗹’𝗮𝗻𝘇𝗶𝗮𝗻𝗮 𝗺𝗮𝗱𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗡𝗼𝗿𝗮, 𝗵𝗮 𝘃𝗼𝗹𝗼𝗻𝘁𝗮𝗿𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗶𝗻𝘃𝗲𝘀𝘁𝗶𝘁𝗼 𝗲 𝘂𝗰𝗰𝗶𝘀𝗼 con la sua automobile un’altra signora di poco più giovane di lei. Camilla, che apparentemente neppure conosceva la vittima, ha confessato il delitto ma si è rifiutata di fornire qualunque spiegazione e, tanto meno, di pentirsi del gesto. Romolo, purtroppo, non riesce a essere d’aiuto all’amica.
𝗗𝗶𝗲𝗰𝗶 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗵𝗶 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗮𝗻𝗼 𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘀𝘂𝗲𝘁𝘂𝗱𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗿𝗮𝗿𝗶 𝗶𝗻𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗶 𝗶𝗻 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶𝗼 e più frequenti telefonate continua legare suora e giornalista. Siamo ora nel marzo del 2020, nei giorni in cui l’epidemia inizia a dilagare per l’Italia. La madre di Nora, condannata a trent’anni di carcere, non ha voluto ricorrere in appello e sta scontando la sua pena. Il COVID giunge, però, a cambiare i destini: l’anziana signora si ammala e di nuovo suor Beatrice non ha altra risorsa che rivolgersi all’ amico.
𝗢𝗿𝗮 𝗹’𝘂𝗿𝗴𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝗰𝗮𝗽𝗶𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝘀𝗲𝗴𝗿𝗲𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗮𝗱𝗿𝗲 𝘀𝗶 𝗲̀ 𝗳𝗮𝘁𝘁𝗮 𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗮𝗻𝘁𝗲, prima che la morte metta la parola fine e precluda per sempre la verità. Così, Romolo si trasferisce in una Vercelli spettrale, avvolta nella nebbia e chiusa dal lockdown, e qui conduce le sue indagini che lo porteranno alla fine a scoprire una verità inaspettata.
𝗟𝗮 𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗻𝘁𝗼 𝗲̀ 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗹𝗶𝗯𝗿𝗼 𝗴𝗶𝗮𝗹𝗹𝗼. Bassini attinge a piene mani dalle forme del romanzo di genere: Agatha Christie, di cui ricalca esplicitamente l’uso delle ricapitolazioni, la scansione della storia, lo scioglimento finale e l’uso del sottofinale; ma anche il noir americano, da Hammet a Chandler. Tuttavia, non bisogna farsi ingannare da questo primo specchio che l’autore crea per sviarci: immediatamente, ad un livello solo lievemente più profondo, si dipana un’altra storia.
𝗖’𝗲̀ 𝘂𝗻 𝗻𝗼𝗺𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗿𝗿𝗲 𝗺𝗮𝗶 𝗶𝗻 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗻𝘁𝗼 𝗺𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗲̀ 𝗲𝘃𝗼𝗰𝗮𝘁𝗼 𝗶𝗻 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, sino dalle pagine iniziali, nelle atmosfere, nei luoghi e nello svolgimento: è quello di Guido Gozzano. “La suora” è, non saprei dire quanto consapevolmente, un romanzo di variazioni, persino di esercizi di stile, sui temi più cari al poeta torinese: dalle “buone cose di pessimo gusto” sino all’estetica della fuga e della rinuncia. Siamo ancora, però, al primo specchio.
𝗜𝗹 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗼 𝘀𝗽𝗲𝗰𝗰𝗵𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝗥𝗲𝗺𝗼 𝗕𝗮𝘀𝘀𝗶𝗻𝗶 𝗲̀, 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗰𝗲, 𝗱𝗲𝗹 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗲𝘀𝗽𝗹𝗶𝗰𝗶𝘁𝗼. In parallelo al racconto giallo, l’autore crea il personaggio di Romolo Strozzi come suo alter ego. A partire dal gioco, anche troppo scoperto, del nome, tutto il romanzo è costruito per convincerci che “de Remo fabula narratur”. L’inganno serve a Bassini per introdurre un secondo filo narrativo che si sviluppa attorno al tema del rapporto (e del conflitto) tra maschi e femmine.
“𝗟𝗮 𝘀𝘂𝗼𝗿𝗮” 𝗲̀, 𝗶𝗻𝗳𝗮𝘁𝘁𝗶, 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗮 𝗿𝗶𝗳𝗹𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗶𝗻 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮 𝗱𝗶 𝗿𝗼𝗺𝗮𝗻𝘇𝗼 sulla difficoltà di un incontro tra i due sessi e, se il personaggio di Romolo sembra sicuro che la violenza sia sempre maschile, non altrettanto si può dire di Remo che traccia un ritratto dolente di maschi violenti per disperazione, destinati spesso al suicidio, sconfitti dalla vita e dalle donne. Nel mondo descritto da Bassini, maschi e femmine possono davvero incontrarsi solo attraverso le grate di un monastero di clausura: ogni altro incontro è destinato a originare dolore e sopraffazione reciproca.
𝗜𝗹 𝘁𝗲𝗿𝘇𝗼 𝘀𝗽𝗲𝗰𝗰𝗵𝗶𝗼 𝗲̀, 𝗳𝗼𝗿𝘀𝗲, 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗕𝗮𝘀𝘀𝗶𝗻𝗶 𝗮𝗳𝗳𝗿𝗼𝗻𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗿𝗶𝘁𝗿𝗼𝘀𝗶𝗮, quasi gli mancasse la spudoratezza politica di portarlo sino alle logiche conseguenze ed è lo specchio che spiega probabilmente alcune delle ragioni ultime del romanzo.
𝗜𝗹 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗻𝘁𝗼 𝗲̀ 𝗮𝗺𝗯𝗶𝗲𝗻𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗱𝘂𝗿𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗼 𝗹𝗼𝗰𝗸𝗱𝗼𝘄𝗻 ma le atmosfere evocate sono significativamente quelle della primavera del 1945, quei terribili mesi in cui le bande partigiane – in Piemonte come in buona parte del nord Italia – seminarono il terrore, compirono sanguinose vendette ed eliminarono i testimoni che avevano conosciuto molti di loro quando, ancora pochi mesi prima, vestivano la camicia nera. Fu la strage di ragazzi di Salò, di sacerdoti e di molti partigiani non comunisti come Guido Pasolini (non a caso Pasolini è evocato da Bassini anche nella cruda descrizione dell’omicidio per schiacciamento).
𝗖𝗼𝗻 𝗶𝗹 𝗾𝘂𝗮𝗿𝘁𝗼 𝘀𝗽𝗲𝗰𝗰𝗵𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗻𝘁𝗼 𝘀𝗶 𝗿𝗶𝘁𝗼𝗿𝗻𝗮 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗰𝗲 𝗮𝗹 𝗿𝗼𝗺𝗮𝗻𝘇𝗼 𝗱𝗶 𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗲, in particolare alle spy stories. Per non rovinare il piacere al lettore non ne dirò molto di più se non che Bassini fa una doppia citazione: un poeta, T.S.Eliot, e James Jesus Angleton, noto anche con il soprannome The Kingfisher, che fu un famosissimo capo del controspionaggio dei servizi segreti americani. Il nodo sarà sciolto solo nel sottofinale ma c’è un indizio che l’autore, in omaggio alla fairness, dà nel corso del racconto a chi lo sappia cogliere.
𝗜𝗻𝗳𝗶𝗻𝗲, 𝗻𝗼𝗻 𝗺𝗶 𝗿𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗮𝗰𝗰𝗲𝗻𝗻𝗮𝗿𝗲 𝗮𝗹 𝗾𝘂𝗶𝗻𝘁𝗼 𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗯𝗲𝗳𝗳𝗮𝗿𝗱𝗼 𝘀𝗽𝗲𝗰𝗰𝗵𝗶𝗼. Bassini intitola il suo romanzo “La suora” ma non ci dice mai che sia esplicitamente dedicato a suor Beatrice, la Nora amata da Romolo. Chi è davvero la suora che dà il titolo al libro? Io, come psicoanalista, credo di averlo capito.
Pensieri e parole: intervista a Emilio Mordini
Da molti anni oramai, anche con responsabilità del mondo della cultura, si è andato progressivamente riducendo il lessico delle persone. Le persone utilizzano sempre meno parole, siccome le parole sono i pensieri, se abbiamo poche parole abbiamo poche pensieri. E più le parole sono semplici, immediate, più i pensieri sono semplici e immediati.
Emilio Mordini, medico e psicanalista, in un’intervista su Comunicazione pandemia.
(Viviamo da tempo – aggiungo io – nell’era degli slogan a buon mercato. Da Berlusconi alla pandemia, sempre peggio).
Un passo de “La suora” (che non ho scelto io)
Circolo dei Lettori, mercoledì 22 dicembre. Lo scrittore (premio Bancarella nel 2002) e medicoFederico Audisio (LEGGI QUI) presenta il mio libro “La suora”. A un certo punto legge un passo del libro: questo:
Parlo con l’acqua e, di notte, anche con Nora, ho la fissa delle caviglie delle donne, la gelatina mi fa vomitare e non ho mai usato un preservativo perché mi ricorda la gelatina, ho scelto di farmi adottare da una Valle che con le mie radici non ha niente ma proprio niente da spartire, e mi è rimasta la paura delle lucertole perché quando ero piccolo avevo una cazzo di zia che mi diceva che dovevo stare bravo altrimenti sarebbero arrivate le lucertole volanti, e a me questa cosa delle lucertole che volano mi è rimasta impressa per anni e ancora adesso che di anni ne ho un bel po’ non se n’è andata del tutto, accidenti a quella zia, che poi era giovane, mica una vecchia acida. Insomma, di stranezze ne ho un vagone. La più grande, la più inspiegabile è lei. Nora.
Tempo
Il tempo è sempre poco. Parlo del tempo importante. Parlare con qualcuno, leggere, pensare, ricordare, interrogarsi. Oppure: non pensare a niente, o almeno provarci. Io a questo tempo tengo. Per esempio. Prima di addormentarmi spengo le luci, fumo, bevo dell’acqua, a assaporo il silenzio come si gusta un calice di buon vino, sorseggiando lentamente. Ci tengo a questo tempo, che è solo mio. Per questo tempo, io, lotto tutti i giorni. Da chi parla o scrive senza arrivare all’essenza, e quindi si dilunga e si dilunga a si dilunga ancora, io fuggo via. Non solo. Io rispetto il tempo altrui. E quando parlo o scrivo cerco di arrivare all’assenza. (Fa’ che ogni tuo giorno conti.)
La suora: ritagli
Coincidenze
(Coincidenze, Stefano Benni)
C’erano nell’ordine una città, un ponte bianco e una sera piovosa. Da un lato del ponte avanzava un uomo con ombrello e cappotto. Dall’altro una donna con cappotto e ombrello. Esattamente al centro del ponte, là dove due leoni di pietra si guardavano in faccia da centocinquant’anni, l’uomo e la donna si fermarono, guardandosi.
Poi l’uomo parlò:- Gentile signorina, pur non conoscendola, mi permetto di rivolgerle la parola per segnalarle una strana coincidenza, e cioè che questo mese, se non sbaglio, è la quindicesima volta che ci incontriamo esattamente in questo punto.
– Non sbaglia, cortese signore. Oggi è la quindicesima volta.
– Mi consenta inoltre di farle presente che ogni volta abbiamo sottobraccio un libro dello stesso autore.
– Sì, me ne sono resa conto: è il mio autore preferito, e anche il suo, presumo.- Proprio così. Inoltre, se mi permette, ogni volta che lei mi incontra, arrossisce violentemente, e per qualche strana coincidenza, la stessa cosa succede anche a me.
– Avevo notato anch’io questa bizzarria. Potrei aggiungere che lei accenna un lieve sorriso e sorprendentemente, anch’io faccio lo stesso.
– È davvero incredibile: in più, ogni volta ho l’impressione che il mio cuore batta più in fretta.
– È davvero singolare, signore, è così anche per me, e inoltre mi tremano le mani.
– È una serie di coincidenze davvero fuori dal comune. Aggiungerò che, dopo averla incontrata, io provo per alcune ore una sensazione strana e piacevole…
– Forse la sensazione di non aver peso, di camminare su una nuvola e di vedere le cose di un colore più vivido?
– Lei ha esattamente descritto il mio stato d’animo. E in questo stato d’animo, io mi metto a fantasticare…- Un’altra coincidenza! Anch’io sogno che lei è a un passo da me, proprio in questo punto del ponte, e prende le mie mani tra le sue…
– Esattamente. In quel preciso momento dal fiume si sente suonare la sirena di quel battello che chiamano Il battello dell’amore.- La sua fantasia è incredibilmente uguale alla mia! Nella mia, dopo quel suono un po’ melanconico, non so perché, io poso la testa sulla sua spalla.
– E io le accarezzo i capelli. Nel fare questo, mi cade l’ombrello. Mi chino a raccoglierlo, lei pure e…
– E trovandoci improvvisamente viso contro viso ci scambiamo un lungo bacio appassionato, e intanto passa un uomo in bicicletta e dice…
– Beati voi, beati voi……
Poi lui disse:- Io credo, signorina, che una serie così impressionante di coincidenze non sia casuale.
– Non lo credo neanch’io, signore.- Voglio dire, qua non si tratta di un particolare, ma di una lunghissima sequenza di particolari. La ragione può essere una sola.
– Certo, non possono essercene altre.
– La ragione è – disse l’uomo – che ci sono nella vita sequenze bizzarre, misteriose consonanze, segni rivelatori di cui sfioriamo il significato, ma di cui purtroppo non possediamo la chiave.
– Proprio così – sospirò la signorina – bisognerebbe essere medium, o indovini, o forse cultori di qualche disciplina esoterica per riuscire a spiegare gli strani avvertimenti del destino che quotidianamente echeggiano nella nostra vita.
– In tutti i casi ciò che ci è accaduto è davvero singolare.
– Una serie di impressionanti coincidenze, impossibile negarlo.
– Forse un giorno ci sarà una scienza in grado di decifrare tutto questo. Intanto le chiedo scusa del disturbo.
– Nessun disturbo, anzi, è stato un piacere.
– La saluto, gentile signorina.
– La saluto, cortese signore.
Anni settanta
Dopo i favolosi anni sessanta arrivarono loro, e non furono da meno.
Per esempio si portarono appresso i night che, per ricchi possidenti un po’ avanti negli anni, rappresentavano la giusta ricompensa dopo una giornata di lavoro e solito tram tram.
Le prime volte entravano dentro impacciati e timidi, ma poi fecero in fretta a sentirsi a casa loro, e a dare del tu alle belle ballerine che si svestivano per loro.
Nei favolosi anni settanta arrivarono anche le prime tv libere. Quasi ogni città ne aveva una. Telegiornali alla buona, vecchi film, pubblicità, documentari. Qualche intervista e qualche raro servizio.
In una città di cui non farò il nome una sera successe questo, successe: che una tv locale fece un servizio in un night. Molto frequentato.
Servizio che fu proposto sere dopo, in orario notturno.
Successe il fattaccio. Qualche moglie insonne di qualche ricco possidente constatò che il di lei consorte non era andato alla bocciofila, «se torno tardi tu vai pure a letto», ma era lì, in prima fila, in televisione e quindi in quel postaccio chiamato night, col naso che sembrava assaporare le due belle tette che gli ballonzolavano davanti.
Favolosi anni, e favolosi anche i culi: al night e poi a casa.
Lei ha un peso dentro
«Lei non sta bene, rientriamo, dovrebbe bere qualcosa di caldo.»Non le risposi, ma al suo sorriso risposi con un sorriso – era impossibile non essere contagiati dalla sua gentilezza, una gentilezza antica, vera, punto affettata. E poi successe che, senza dire una parola, ci ritrovammo a camminare, piazza Motta, l’antico Broletto, via Olina, poi indietro, ancora in piazza Motta, i portici e le ultime finestre illuminate che, presto, avrebbero ceduto alla notte.«Chissà quante storie ci sono nascoste là dentro» disse Nora, indicandomi il vecchio, imponente Albergo Orta, chiuso da anni.Vedendomi sovrappensiero aggiunse «Lei ha un peso dentro». (“La suora”)





