la fedeltà di Pinocchio

Ogni anno, alla cara stagone della neve e della castagne, cavo dallo scaffale dei libri più vecchi, Pinocchio; cerco un posto quieto vicino alla stufa, e me lo rileggo. Perché?

Potrei dire che nelle pagine di Pinocchio ricerco i segni di un’infanzia lontana; i ricordi vaghi, le incerte impressioni della prima lettura…
Potrei dirlo, ma non sarebbe vero. Checché gli uomini dicano, fingano (magari a se stessi) di credere, è raro che qualcuno rimpianga davvero e non soltanto a parole – l’infanzia lontana. Quel rimpianto significherebbe un ottimismo non so se eroico o imbecille…
E allora rileggo Pinocchio per un’abitudine letteraria? Per riaccendere ancora e controllare nella lettura le impressioni nuove, su quelle vecchie; le illusioni che restano, su quelle cadute; per il bel gusto, alla fine, di tirare le somme ogni anno di un bilancio ch’è sempre in perdita?

… ma più semplicemente voglio dire che ogni anno ricerco Pinocchio, perché ogni anno sento di volergli più bene.
Gli voglio bene prima di tutto, per la sua onestà casalinga.

– C’era una volta… – Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori. – No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo di castagno.

Pinocchio, fino alla fine, tiene fede alla sua origine.

Pietro Pancrazi, Venti uomini un satiro e un burattino, Vallecchi 1923.

Pietro Pacrazi, studioso, saggista, critico, consulente editoriale, è nato a Cortona nel 1893 ed è morto a Firenze nel 1952.
Scrisse articoli per la terza pagina de Il Corriere della Sera., numerosi libri (uno mi pare sia in ristampa)
Campanilisticamente, quando scriveva di Collodi (Carlo Lorenzini) ricordava che “nacque nel 1826 da Domenico, oriundo di Cortona”.
Beh, non fossi nato a Cortona non avrei, anni fa, letto quel che scriveva Pancrazi su Pascoli o su Giusti, che è un gran poeta, discorsi di campanile a parte.
(Fossi papa, scusatemi, a momenti / l’ira metterei tra i sacramenti)