vuol comprare il mio libro?

Era il 2002. Mettevo per la prima volta piede al salone del libro, a Torino. Per un motivo o per l’altro, negli anni precedenti avevo sempre rimandato. Era venerdì sera. Avevo appuntamento in uno stand e lì andai, e li mi fermai tutta sera. C’era un discreto via vai. E c’era una donna di mezza età che mi incuriosì. Fermava la gente con un libro in mano. Domandai (a quelli dello stand). Mi dissero che stava vendendo i suoi libri.
Scritti da lei medesima?, domandai.
Scritti da lei medesima, confermarono.
M’impressionò l’insistenza di quella donna: faceva delle presentazioni volanti. Pochi secondi, perché l’interlocutore diceva No grazie e se ne andava, qualche minuto invece con gli indecisi che, alla fine, cedevano e compravano il libro.
Vidi che non era la sola.
Pensai: potrei farlo anche o, certo, ma con un libro di un’altra o di un altro. Scusi, ho scritto Il quaderno delle voci rubate, mi creda, è davvero un bel libro… con che faccia?
(Già mi vergogno quando devo parlare dei miei libri alle presentazioni).

Avevo visto la stessa scena, anni prima, nella mia città. Un vecchio insegnante, a teatro, tra un atto e l’altro di non ricordo quale spettacolo di Pirandello. Andava dalle signore impelicciate e mostrava il libro che aveva scritto e fatto stampare, lui, a spese sue.
Qualcuno fece dell’ironia, a me fece pena.
Sbagliavo.
Le impressioni, spesso, fregano.
Domenica un amico critico, parlandomi di quel libro (un libro d’arte, di cui esistono ancora copie invendute) mi ha detto d’essere un estimatore di quel vecchio, ora molto vecchio, insegnante.
E mi ha spiegato, il mio amico critico, che preferì farlo stampare e poi cercare di venderlo porta a porta anziché abbassarsi a chiedere sponsorizzazioni ad assessori o enti.
Può andare a testa alta, non ha mai chiesto nulla a nessuno, mi ha detto il mio amico critico di quel vecchio insegnante.
Sbagliava chi lo prendeva in giro, sbagliavo io a provare pena.