NOVECENTO69

Le scene di questo film per me sono vere, insomma a me sembra vero, se guardo, dimentico che sia Novecento di Bertolucci.
Nel 1969 partecipai anche io a una battitura.
Ricordo anche il giorno: era il 28 luglio. Quel 28 luglio seppi che una bella ragazzina della mia età, avevo tredici anni, andava dicendo in giro che aveva un fidanzato di Vercelli…
Ero di sana e robusta costituzione fisica, mio padre mi aveva insegnato a sgobbare, presi anche io il forcone. A torso nudo, facevo anche un po’ lo spaccone: c’era una bella ragazzina che mi guardava.
Avevo due zii, mezzadri, il sessanta per cento del raccolto sarebbe stato loro, il quaranta del padrone. Io ero lì per le ferie. Quando partivamo non dicevamo “andiamo a Cortona”, ma, chissà perché, dicevamo “andiamo in Toscana”.
Che poi: i miei zii stavano in una frazione, Fratticciola, che da Cortona disterà una decina di chilometri.
Mio padre, operaio, era il fratello non dico ricco, ma che comunque stava bene. Perché i miei zii vivevano in una casa in cui ci si riscaldava con la legna, perché non c’erano i servizi igienici, perché i loro figli dovevano lavorare, altrimenti era fame assicurata. Uno di questi miei zii aveva una apecar, l’altro andava al mercato in bicicletta (e col vestito nuovo).
La trebbiatura. Arrivava tanta gente, altri mezzadri. Chi ospitava, in cambio del lavoro offriva da bere e da mangiare. Ci si divideva in turni. Si sudavasull’aia,  sotto il sole e poi ci si andava a riposare all’ombra delle querce, vicino a un ruscello in secca, bevendo un bicchiere di vino, parlando.
Ho detto che erano poveri. Però quando parlavano, raccontavano di quando, bambini, avevano sofferto la fame.
La mi pora mamma piangea di nascosto quando un’avea manco un tozzo di pane per noialtri….
Mi sembra di sentire ancora le voci dei racconti mentre, all’ombra, sono con la squadra che si sta riposando e che presto riprenderà a sudare.
Rivedo che arriva il padrone: è in moto, sorride.
Scende dalla moto, quando parla lui i contadini tacciono, guardano in basso.
Gli sorridono. Non ce l’hanno mica con lui perché è nato ricco.
Certo, quando loro erano piccoli e pativano i morsi della fame lui stava al caldo e aveva pane e companatico.
Ma il mondo stava cambiando, nel 1969. Qualche contadino, a rate, aveva addirittura comperato un televisore. Così d’inverno, invece di stare a raccontare le tristezze passate, quelli senza televisione sarebbero andati a casa di quello che invece ce l’aveva. a vedere Rischiatutto e i festival di Sanremo.

Il peggior 68

Il Sessantotto, parliamone.
Quando è iniziato e quando è finito, innanzitutto?
Io penso che negli anni Ottanta c’era ancora qualcosina, mica è durato un anno solo il Sessantotto.
Io penso che vive ancora il Sessantotto, magari con tanti acciacchi ma vive. Ed ha pregi ed ha difetti.

Settimane fa è venuto a Vercelli lo scrittore (e giornalista di Repubblica) Valerio Varesi.
Abbiamo, io e lui, presentato il suo libro, E’ solo l’inizio commissario Soneri.
Che è un giallo. E quindi ci sono morti e ammazzati e quindi anche i o il colpevole. Parla del ’68, questo giallo di Varesi. Non solo: il colpevole, alla fine, pensandoci bene, è proprio il ’68.

Allora è successo questo.
A me il libro è piaciuto. Poi è piaciuto anche lui, Valerio Varesi.
Nel libro il ’68 esce un po’ con le ossa rotte; ma inizialmente predomina l’elemento nostalgico.
Per forza direte voi. Per dirla alla Vecchioni
e dammi indietro i miei vent’anni la mia Seicento e una ragazza che tu sai…

erano, quelli del dopo sessantottto, gli anni miei e di Varesi, insomma, per forza che siamo nostalgici, io e Varesi rimpiangiamo la Vespa 50 che a vent’anni non abbiamo mai avuto
(per dirla alla Lolli
… quelli che noi, che son venuti su un po’ strani
e non hanno mai avuto tante donne per le mani).
E siamo cresciuti, io e Varesi (anche lui credo), leggendo Marx, Engels, e Gramsci. E magari Spinosa.

In” E’ solo l’inizio commissario Soneri” Varesi fa una distinzione: il sessantotto fatto dagli studenti figli di papà (allora i figli di operai mica andavano all’università) e il sessantonove della grande mobilitazione sindacale delle fabbriche.
E il sessantotto, che idealizzava la fabbrica, con il movimento operaio legò poco. Magari qualcuno ricorderà gli studenti che venivano presi a male parole davanti alla fabbriche quando andavano lì con Il Manifesto o Il quotidiano dei lavoratori a diffondere il verbo delle rivoluzione.
Vai a cagare si sentivano dire (non sempre, ma spesso).

Ecco io non so se il Sessantotto sia vivo o morto, ma qualcosa è rimasto, la cosa peggiore: la saccenza.
E’ il male di tanta sinistra salottiera che non sa dialogare, la sinistra salottiera non divide il mondo in sfruttati e sfruttatori ma in chi sa e in chi non sa, e lei, la sinistra salottiera, sa.
Sempre tutto.
Un esempio concreto.
Perché le donne che lavoravano in fabbrica con me (dal 1975 al 1983) avevano in uggia le femministe?
Perché si sentivano dire che dovevano ribellarsi al marito padrone, che dovevano svegliarsi (che dovevano nascere imparate, aggiungo io).

L’ignoranza è una piaga, certo, ma c’è modo e modo di affrontarla.
Il Sessantotto, secondo me, è saccente e urla anche quando non urla, perché bacchetta, fa smorfie, risatine.
Ha la faccia di D’Alema, il Sessantotto.
Ha la voce di chi dice: Ma come si fa anon aver letto…
Ma come si fa a pensare che…

Ero sropreso, io, nel sentire che Valerio Varesi la pensasse come me. Poi no, ho capito. A un certo punto ha detto: Sono figlio di un operaio e di una donna che faceva la serva.
Come me, già.
Però attenzione: ha detto “serva”.
In quegli anni le donne delle pulizie erano serve, ed è giusto chiamarle così.

Ho assiduamente cercato di imparare a non ridere delle azioni degli uomini, a non piangerne, a non odiarle, ma a comprenderle.

Spinoza