La suora: pagine di neve e acqua

Amo la primavera e non vedo l’ora che arrivi, così come amo i giorni e le notti insonni di gran caldo d’agosto. Ma la neve, la neve di notte, la neve al risveglio, la neve sui tetti, sugli alberi… la neve insomma ha un fascino tutto suo, solo suo, unico… capisci?

Prendemmo il treno, poi un altro e un altro ancora e infine un autobus che ci portò ad Alagna, il centro più a nord della Valsesia, a piedi del Monte Rosa. Ci aspettava Alcide, un maestro in pensione, sua moglie (una cugina di mia nonna) era morta da poco, la sua unica figlia era andata a vivere in Australia. Mamma mi affidò a lui e ripartì dopo due giorni. La prima sera piansi, ero disperato. La seconda sera, no: prima di addormentarmi ero stato con Alcide e alcuni suoi amici taglialegna a guardare le stelle in un bosco, bevendo vino. Cominciai ad abituarmi alla Valle. Alcide mi svegliava al mattino con una tazza di latte caldo, appena munto, poi andavamo per sentieri. Parlava con l’acqua, lui. «Tu avvicinati, dille qualcosa, poi aspetta. Vedrai che ti risponde.»

Da allora ho sempre pensato che, prima o poi, sarei venuto a vivere qui.

Sto bene qui, nell’alta Valsesia. Io non ho radici. Nemmeno l’acqua ne ha. Nemmeno la neve, che dell’acqua è il vestito a festa.

Cara Nora,

certe notti di neve vado alla Madonna delle Pose. I vecchi raccontano che in passato, quando arrivava l’inverno, i defunti venivano trasportati lì con le slitte; li avrebbero poi portati con i muli al cimitero di Riva Valdobbia quando la strada sarebbe tornata percorribile. Racconti, leggende. Questa è la terra dei Walser, che arrivarono qui nel Medioevo. Erano dei profughi, un po’ come me.