stasera…

Stasera sono a Imperia a dire, presentato e interrogato da Marino Magliani, de La donna che parlava con i morti (del libro, e di quello nuovo che uscirà, ho appena raccontato qualcosa, intervistato dalla Rai, sede di Genova, però).
Se qualcuno di quelle parti dovesse esserci mi scriva una mail, grazie.
Poi faccio 12, forse 13 giorni di ferie: Francia e soprattutto Spagna. Al ritorno vedrò e mi fermerò, due giorni credo, a Marsiglia, la città di Izzo.
Non ci sono abituato alle ferie io. Nemmeno ai week end prolungati. Se son libero la domenica, tutta la domenica, va di lusso.
Raccontiaquattromani comunque procede, procede grazie a Monia, sempre attenta a leggere e segnalarmi.
Io avrò dietro il pc (come sempre), e una connessione lenta (scheda telefonica). Comunque potete contattarmi (mi collego al mattino e la sera tardi).
Siamo arrivati a venti racconti senza troppi scorni. Vi prego di continuare così: ché si possono dire cose contrarie senza menare colpi bassi.
Ora, in anticipo, posto il racconto numero 19.

Raccontiaquattromani/18

Naturalmente

“E’ la vecchiaia.”
E il dottore nuovo, giovane, lanciò uno sguardo saputo alla Benedetta, l’infermiera del turno di giorno. Quella scosse la testa, che sembrava dicesse: eh, che brutta malattia che ha preso questa, la vecchiaia, guarda te.
“Son le polpette”, mormorò Antonia, che il mal di stomaco così forte aveva cominciato a sentirlo il giorno prima, dopo il pranzo del giovedì.
“Come, scusi?”, il dottorino sgranò gli occhi. Si vede che all’università le polpette non erano nel programma.
“Ho il mal di stomaco per le polpette di ieri”, sillabò lei, a voce bassa ma chiara.
“Le polpette sono buonissime”, ribatté l’infermiera, con stizza.
“Non importa, non importa, vedrà che domani o dopo starà meglio”, tagliò corto il dottorino, intascando lo stetoscopio e scribacchiando qualcosa sulla cartella clinica che affidò alle mani grandi e rosse di Benedetta. Uscirono, lasciando Antonia a massaggiarsi piano lo stomaco con una mano e a frugare con l’altra sotto il cuscino, dove aveva nascosto il pacchetto di sigarette.

Due ore dopo, sentì uno struscio alla porta, e Giuseppe che metteva dentro la testa.
“Cosa c’hai?”, domandò, cercando di attutire il vocione.
“La vecchiaia”, rispose.
“Non dire balle, non sei vecchia, fai solo finta per non mangiare la sogliola del venerdì”, e dicendo questo entrò, chiuse la porta e si mise a sedere di fianco al letto.
“Naturalmente, niente giro stasera.”
“Niente giro, Beppe, se mi vede la Benedetta mi strapazza. Facciamo domani. Domani sto meglio di sicuro”.
“Naturalmente – , fece lui, – e per domani ho un’idea.”
“Basta che non sia la solita, lo sai, siamo vecchi per quell’idea lì.”
Giuseppe si avviò verso la porta:
“Mi sa che hai studiato insieme al dottorino, tu”, disse, e mentre lei rideva augurò la buona notte e se ne andò.

Alla fine, non le dispiacque rimanersene da sola, quella sera. La mensa era sempre un bailamme, e i filetti di sogliola limanda sapevano sempre di sapone. Aveva provato a dirlo a Carlo, quando era venuto l’ultima volta, ma il figlio aveva scosso la testa e spiegato:
“È la vecchiaia, mamma, con i lustri si cambiano i gusti, qui fanno da mangiare bene, lo sai.”
Buonanotte, aveva pensato Antonia, un altro con la fissa della vecchiaia, e non si era più lamentata. Aveva continuato a ingoiare latte scremato al mattino, risottino bianco a mezzogiorno e pastina con crescenza la sera. Tanto, adesso, tutto era condito dalle chiacchiere di Giuseppe e andava giù più facilmente.
Giuseppe l’aveva trovato lì, nella residenza “Anziani in forma”, che garantiva un’assistenza medico-sanitaria di prima qualità e servizi alberghieri di altissimo livello.
“Ospizio di lusso, eh?”, le aveva detto non appena si erano riconosciuti. E poi si erano messi a chiacchierare, a dirsi quanto erano stati stupidi a perdersi di vista, e il mal di stomaco di lei e l’artrite di lui, leggi ancora così tanto, scrivi ancora i tuoi fumetti, e i tuoi figli?, e la tua casa al mare?, ti ricordi di quella volta a Torino, ti ricordi tutte quelle lettere, ti ricordi della bolletta del telefono, ti ricordi perché ci siamo persi…

“Ora che ci siamo ritrovati -, le aveva detto Giuseppe dopo pochi giorni, – naturalmente facciamo quello che non abbiamo fatto allora.”
“Tipo gli esercizi con la fisioterapista?”
“Piantala, tirati su di lì e andiamo a farci un giro.”
Così, se ne erano andati in collina, avevano fatto venire il mal di fegato a Benedetta che non li aveva trovati pronti per la gioiosa attività del laboratorio della memoria. Li aveva cercati per tutto l’ospizio e quando erano tornati a momenti sveniva. Non dalla contentezza, dalla rabbia.
Il dottorino li aveva chiamati e aveva fatto la predica, poi si era girato verso l’infermiera, aveva buttato gli occhi per aria e aveva mormorato:
“Eh, la vecchiaia, sa…”
Loro si erano guardati la punta delle ciabatte ed erano stati zitti, poi
suo figlio Carlo era arrivato di corsa per vedere se l’aria delle colline le stava dando alla testa.
“Ma… mamma!, cosa devo fare, con te?”
Alla fine si era arreso e avevano concordato con la direzione di concederle queste piccole scappatelle, eh, signora Antonia?, però faccia la brava, poi.
E lei aveva fatto la brava. Bravissima. Anche se Giuseppe insisteva.
“Non lo abbiamo mai fatto sul serio. Ne abbiamo soltanto parlato. Perché adesso non ne approfittiamo?”
“Perché siamo vecchi bacucchi.”
“Vecchia bacucca sarai tu.”
“Grazie, allora, ciao.”
“Dai, vieni qui.”
“Domani.”
“Domani lo facciamo?”
“Smettila.”
“Se lo facciamo, la smetto, naturalmente…”
Erano andati avanti così per due settimane, fino al giovedì delle polpette, fino al venerdì della sogliola, fino a quel sabato mattina in cui il dottorino era tornato per vedere come andava e le aveva spiegato:
“Vede, signora, è la vecchiaia.”
Di nuovo, aveva pensato lei. Se mi viene il morbillo questo mi dice ancora che è la vecchiaia. E così aveva deciso. L’avrebbe fatto.
Lo disse a Giuseppe, che non fece neanche vedere quanto era contento, perché sapeva che lei sapeva.
“Lo sai, vero?”, le chiese. E lei annuì.
La domenica mattina si preparò per andare a messa, poi sgattaiolò fuori insieme a Giuseppe (“Perdonami, Signore, te che sei meglio della Benedetta e del dottorino”) con la busta dei soldi e un pacchetto di sigarette.
“Questo lo buttiamo”, fece lui. E lei annuì di nuovo.
“Dove andiamo?”, chiese.
“Non so -, rispose lui. – Non so dove. Non andiamo in nessun posto. Andiamo verso un tempo.”
“Che tempo?”, chiese di nuovo lei, e sorrideva.
“Verso ieri, – rise lui. – O forse verso domani, vediamo.”
“Mi piace -, assentì lei. – Vengo con te.”
“Naturalmente”, disse lui, e si incamminarono.

Raccontiaquattromani/17

Fuori dal villaggio

La spiaggia. Solo loro, sedute sulla sabbia tiepida a guardare il sole che se ne va a dormire, il mare che si inquieta, pieno di riflessi tristi e dorati.
– Non dici niente?
L’altra non si volta, non risponde, seguendo con lo sguardo un gabbiano che in lontananza stria il cielo con le sue grida acide.

Il ragazzo aveva due occhi chiari e una voce calda che diceva sempre ti amo, ti amo. Lei rispondeva lo so, lo so.
Un giorno è ritornato da un viaggio.
Ha detto.
– Vieni con me, io so che cosa fare. Prima che sia troppo tardi, prima che ci caccino tutti dal villaggio, prima di disperderci, di perderci. Vieni con me, conosco un posto, una città, dove avremo un lavoro, e anche un tetto sulla testa, e da mangiare, per sempre.
Lei chiese.
– Perché dovrei lasciare il villaggio, la famiglia?
– Perché qui non c’è più speranza, né per me né per te.
Perché aveva due occhi chiari e una voce calda, lei lo ha seguito.
In città non c’era lavoro, né da mangiare tutti i giorni. Giusto un letto in qualche lurido albergo.
Lui disse.
– Ti porterò degli amici. Tu sarai gentile con loro. Ti daranno del denaro.
Lei non voleva. Voleva tornare a casa, al villaggio, anche se lo avevano quasi distrutto.
Ma lui diceva ti amo, ti amo. E lei rispondeva lo so, lo so.
Gli amici erano sempre più numerosi, e anche i soldi. Lei aveva nuovi vestiti, da mangiare. L’albergo era meno sporco.
Gli amici sono diventati meno gentili. Lui ha preso a picchiarla, farla bere, picchiarla ancora.
Lei non voleva più.
Lui le ha detto che non avrebbero avuto più soldi, né da mangiare, e che doveva continuare.
Aggiungeva ogni volta ti amo, ti amo.
Lei rispondeva, sempre più lentamente, sommessamente, lo so, lo so.
Lui le offriva dei regali. E gli amici ritornavano.
Un giorno lui è partito per un viaggio, per affari. Le ha detto di aspettare. E lei ha aspettato dei giorni, delle settimane dentro a quell’albergo di nuovo sporco.
Al suo ritorno gli si è gettata fra le braccia. Lui aveva ancora i suoi occhi chiari e la voce calda,
ma ha dimenticato di dire ti amo, ti amo.

Il sole declina ancora. Il mare ha ora schegge di sangue.
Lei si alza.
L’altra le domanda.
– Dove vai?
– A fare il bagno.
– Tu non sai nuotare.
– Lo so, lo so.

Raccontiaquattromani/16

Odio l’estate

Sono estremamente sorpresa. Davvero. Cinque minuti. Sono bastati cinque minuti.
Hai presente quei giochi a quiz, dove devi compiere in poco tempo tutta una serie di cose strambe… una manciata di minuti sembra così breve per fare tutto quello che ti dicono di fare…
Invece, sono stati i cinque minuti più lunghi della mia vita. Davvero, credimi.

Ma tu cosa farai, ora?
Le piante moriranno con questo vento così secco. Il glicantus, poi… E dire che ci tenevi tanto. Almeno a parole. Perché mai che ti sia preoccupato di versargli una goccia d’acqua o fargli sentire una frase gentile. Sapevi solo prendermi in giro ogni volta che uscivo sul balcone a parlare con loro.

Ieri, c’era una fila di formiche che sbucavano fuori dalla mattonella rotta. Mi è dispiaciuto spruzzargli sopra tutto quell’insetticida che, oltretutto, hai ragione, ha un odore schifoso. Ma se avessi aspettato te… quello che non è nemmeno capace di uccidere una mosca… Oddio, se ci penso, mi viene quasi da ridere.

Lo senti? Lo senti anche tu questo vento?
Mi sembra di essere ancora sulle rive dell’Egeo. Ti ricordi quando soffiava il meltemi?
Era così bella la Grecia e quella casa sul mare che prendemmo in affitto. A te, ti incantavano anche tutti quegli incendi visti da lontano, ricordi? Io ero spaventata da quell’orizzonte di fuoco e mi faceva impazzire la puzza di fumo che arrivava fino a noi. Ma tu sostenevi che era tutto sotto controllo, che non c’era d’avere paura. Dicevi anche che da bambino ti avvicinavi sempre ai falò giocando con le braci. Non avevi nessuna voglia di andartene da quel villaggio, tu. E io a chiedermi cosa ti trattenesse su quelle spiagge.

C’è stato un attimo, un solo attimo quando, a casa, ho disfatto le valige e mi siete venuti in mente al momento dei saluti. Sai quella sensazione di vedere qualcosa ma di non saperne cogliere il significato. Vedevo tutto quell’azzurro fra l’acqua e il cielo, il bianco della strada sterrata, la nostra macchina con le portiere aperte, il sole alle spalle e voi. Era una bella immagine, ma non era quello ciò che stavo vedendo. Poi è stato tutto nitido e chiaro. Come quel cielo, come quel sole.

Ho pensato fosse ingiusto. Profondamente ingiusto. Noi eravamo fatti l’uno per l’altra. Ho pensato ad un capriccio. Ma poi ho capito che il tuo era un punto di non ritorno. Sono precipitata. E tu non c’eri più a sostenermi con le tue braccia. A dirmi di non aver paura. Io ne avevo. Troppa. Allora mi è venuta un’idea. Non so quanto meravigliosa, ma comunque un’idea. L’unica possibile. La stessa che hai avuto tu.

Quando ho sentito che stavi salendo le scale ed eri sul punto di aprire la porta, mi sono precipitata di corsa nel salone e ho aperto il primo cassetto dello scrittoio. La pistola non era più lì. Ero una furia, ma tu non te ne sei nemmeno accorto. Mi sei apparso davanti con uno sguardo deciso e duro che non ti avevo visto mai. Ho abbassato gli occhi e mi sono resa conto che ce l’avevi in mano tu la nostra pistola. Mentre scaricavi uno due tre colpi, col silenziatore, e guardavo quella macchia rossa allargarsi sulla maglietta bianca, ho pensato che eravamo fatti davvero l’una per l’altro.
Se solo non si fosse intromesso lui, Paolo. Maledetto!

Ed io tra di voi, capisco che ormai
la fine di tutto è qui.

a proposito del voto

enrico gregori mi ha fatto notare che sarebbe meglio votare i racconti e basta, senza sapere cioé il nome dei due autori.
mi sembra cosa saggia.
il 15 di agosto (oppure prima, se avrò la certezza che non arriveranno più racconti) si potrà votare.
ricordo che potrà votare
– chi ha partecipato
– chi ha dato la propria disponsibilità a partecipare  o chi si è ritirato
a occhio e croce (dalle mail che mi sono state inviate) dovrebbero arrivare ancora almeno cinque racconti; altri so che si stanno rincorrendo.
più di venti racconti, comunque, mi sembra un buon risultato.

adesso andiamo col racconto numero 16

dica duca dica

Stasera (o magari anticipo, dipende se accendo il pc) posto il racconto numero 16, e poi aspetto; s’è detto (ho detto) del termine ultimo, 15 di agosto. Resta. Ma se gli altri mi mandassero un aggiornamento (lo stiamo scrivendo, invieremo presto, invieremo tardi, abbiamo gettato la spugna) mi farebbero, anche, cosa gradita.
Ventiquattr’ore dopo aver postato l’ultimo racconto aprirò una pagina con tutti i racconti firmati e spiegati dai protagonisti. Eppoi si vota. I primi sei vincono un’impaginazione… da primi sei.
E poi si riparte, credo.

A quattro mani, ancora, ma a sorteggo.
A sei mani, ma non a sorteggio, definendo: magari io.
A due mani, copie che si formano da sole, ma stabilendo tre temi guida.
A gruppi più numerosi, quattro o addirittura cinque persone. Scrittura di gruppo usando mail e, se serve, il telefono.

Oppure ci si saluta e arrivederci ragazzi.
(Il blog ha più di 1000 visite al giorno, non vorrei diventar troppo famoso).

Ricapitolando:
– chi deve ancora inviare il racconto mi mand una mail (va bene qualsiasi indirizzo; chi manda il racconto, invece, spedisca a raccontiaquattromani@gmail.com)
– chi ha in mente una prosecuzione (perché no?, magari su un altro blog) mi dica.

Riepilogo racconti

1. RUGIADA
Alla visione delle sue gambe lunghe e affusolate, distese ed allargate sull’erba umida di rugiada, cominciai a perdere l’equilibrio. E dovetti stringerle il ventre e le cosce per riprendere coscienza di me.
(4840 battute)

2. L’UOMO CHE VENDEVA SOGNI
”Quanto costa un sogno d’amore?” chiese Blankman.
”Dipende” rispose Necromandus.
”Da cosa?”
”Da quanto tempo è che non sogni più e da come vorresti che fosse il tuo sogno d’amore.”
(4461 battute)

3. LO SGUARDO INDIFFERENTE
Se con l’obiettivo si potessero catturare pezzi di anima, e non solo immagini, penso che sarei la regina di un immenso regno di spiriti.
Sarebbe un regno promiscuo, il mio. Anime buone e anime dannate danzerebbero insieme in una sarabanda di luci e ombre. Detterei tempi e ritmi.
E, invece, catturo solo immagini.
(4741 battute)

4. AMORETORICO SESSOLINGO
Una strada buia affollata solo di pensieri e qualche passante distratto.
Mi guardavo intorno. Stavo riscoprendo l’eccitazione di un gioco dismesso troppo presto. Più passa il tempo, più si diventa grandi, più ci si cala in una sciocca maturità che indurisce. Un involucro protettivo che fatalmente, prima o poi, si rompe.
(6828 battute, 1300 battute in più)

5. TUTTE CAZZATE
Il sole era basso, dietro il bosco.
Per questo non aveva visto subito l’auto parcheggiata in fondo al cortile.
Non aspettava visite a quell’ora. Non ne aspettava quasi mai: la posta gli arrivava ancora in città e chi altro poteva capitare lì, se non sbagliando strada in cerca di un’altra casa?
(5744 battute)

6. LA NEVE CHE NON C’ERA
Fu quando il Francin spalancò le gelosie sull’alba che vide cadere il primo fiocco. Rimase a naso all’aria, in uno stupore immobile, seguendo con gli occhi, ancora inciuccati di sonno, quel lento volteggiare.
(6627 battute, 1200 in più)

7. VENT’ANNI
Scrivo questa lettera mentre osservo il sole tramontare dietro quelle colline che da giovani hanno accompagnato i nostri passi. Quei passi verso sogni di cartone. Te li ricordi? Te li ricordi, anche se sono trascorsi vent’anni?
(4918 battute)

8. PUGNI DI SABBIA
Speravo che entrasse dentro di me nella sciocca illusione di farne un duplicato, pur se temperato nella turpe arroganza e malcelata timidezza. Ma lui mi fuggì via come sabbia tra le dita, e quando si alzò il vento era già sparso tra le onde in mille frammenti cristallini che brillavano nell’acqua.
(4531 battute)

9. ASIMMETRIE
Si aspettavano alle dieci fuori il suo portone, al bar di fronte, non c’era gente. Era il vuoto dentro loro e il vuoto fuori per la strada gremita del silenzio dei lampioni, che sembravano scimmiottare, ridere zitti zitti sotto i baffi.
(4890 battute)

10. CON GLI OCCHI SPALANCATI
Sillabavo quelle parole. Sillabavo “malattia” e “morte”. Ma-lat-tia, mor-te, e poi di nuovo e di nuovo: ma-lat-tia, mor-te. Contavo le lettere, le volevo imparare a memoria, sentire il loro suono, capirle finalmente quelle stronze di parole.
(5629 battute)

11. STELLAMADRE
Ho scelto questo angolo di cielo per nascere. Una volta strappata la volta celeste – così veniamo al mondo noi stelle – la vista era magnifica.
(2850 battute)

12. SCINTILLE
Andy si frugò nelle tasche. Niente spicci e comunque non sarebbero bastati neanche per lo zucchero filato. Svuotato, dentro e fuori. Pazienza, niente sorpresa per la cucciola.
Tornò a casa a testa bassa, fissando l’asfalto scomposto e tremolante per il caldo.
(3749 battute)

13. HAYNT
Oggi funziona a scatti. Perché il tempo non è un continuum come sembra, magra illusione dei sensi. Lei opera al presente, accumula eventi, simula il contemporaneo. Forma cubica, materiali diversi, caratteristica: l’adesso.
(1935 battute)

14. EFEDRINA
Si alzò a sedere di scatto: le era parso di sentire dei rumori. Tremante, rimase immobile in ascolto, ancora confusa dal sonno interrotto bruscamente. Adesso, però, le giungeva solo il battito amplificato del suo cuore.
(6528 battute, 1000 in più)

15. IL CANTO DEL GALLO
Persino le orme sulla spiaggia facevano pensare a un carattere piuttosto prepotente. S’infilavano nella sabbia quasi mordendola, a volte le piante dei piedi sollevavano grumi di sabbia che si attaccavano alle caviglie degli astanti o alle facce ignare dei bambini impegnati nell’eterno compito di svuotare il mare con un secchiello, o nell’impresa, altrettanto effimera, di costruire castelli.
(6024 battute, 500 in più)

16. ODIO L’ESTATE
Sono estremamente sorpresa. Davvero. Cinque minuti. Sono bastati cinque minuti.
Hai presente quei giochi a quiz, dove devi compiere in poco tempo tutta una serie di cose strambe… una manciata di minuti sembra così breve per fare tutto quello che ti dicono di fare…
(3265 battute)

17. FUORI DAL VILLAGGIO
La spiaggia. Solo loro, sedute sulla sabbia tiepida a guardare il sole che se ne va a dormire, il mare che si inquieta, pieno di riflessi tristi e dorati.
(2196 battute)

18. NATURALMENTE
“E’ la vecchiaia.”
E il dottore nuovo, giovane, lanciò uno sguardo saputo alla Benedetta, l’infermiera del turno di giorno. Quella scosse la testa, che sembrava dicesse: eh, che brutta malattia che ha preso questa, la vecchiaia, guarda te.
(5555 battute)

Raccontiaquattromani/15

Il canto del gallo

Persino le orme sulla spiaggia facevano pensare a un carattere piuttosto prepotente. S’infilavano nella sabbia quasi mordendola, a volte le piante dei piedi sollevavano grumi di sabbia che si attaccavano alle caviglie degli astanti o alle facce ignare dei bambini impegnati nell’eterno compito di svuotare il mare con un secchiello, o nell’impresa, altrettanto effimera, di costruire castelli.
Il primo schizzo s’impiantò come uno sputo sulla guancia, il secondo colpì l’occhio sinistro. Così Sarah non ebbe modo di vedere cosa successe nell’attimo successivo ma sentì bene l’alluce penetrarle nel fianco e la rovinosa caduta, con conseguente faccia spiaccicata sulla sabbia, poté soltanto intuirla.
“Ma proprio in mezzo ai piedi doveva mettersi!” urlò nel rialzarsi.
Sarah non rispose, si scrollò la sabbia dal costume, prese la bottiglietta dell’acqua, si sciacquò l’occhio che ormai era diventato tutto rosso e lacrimava abbondantemente e si allontanò.
La guardò a lungo, fino a quando la sua figura divenne un piccolo punto all’orizzonte. Non riusciva a capire. Non aveva aperto bocca. Semplicemente si era alzata, si era scrollata la sabbia e si era allontanata come se niente fosse successo, come se … non fece in tempo a finire il pensiero, il cellulare suonava lampeggiando furiosamente.

“Forse non ci siamo capiti… ci sono tre modi per fare le cose: quello giusto, quello sbagliato e il mio… tu per chi lavori? No, rispondi, cazzo… per chi lavori? Ah, per me… E allora fai a modo mio, è chiaro?”
Click.
Stronzo.
Sono circondato da imbecilli.
Per forza le cose vanno male.
È che non posso fare tutto da solo.

Mentre parlava aveva iniziato a camminare appoggiando i piedi, senza rendersene conto, esattamente sopra le orme delicate di Sarah. Il cellulare ricominciò a suonare con insistenza.

“Pronto… ah, è lei… sì, tutto bene.. problemi? Che problemi? Come sarebbe a dire che non c’è copertura? Non avete ricevuto la delibera… Ah, non avete ricevuto niente? Ci deve essere un equivoco, mi è stato assicurato che i finanziamenti sarebbero stati sbloccati… procedura ferma? E da quando? Chi l’ha bloccata? Ah, lei non sa nulla… penso comunque che non ci siano problemi per lo scop… ah, i problemi ci sono? Come “rientrare”…ma lei sa benissimo chi sono io, il mio nome è una garanzia!!!” “E il mio motto è: nessuna garanzia per nessuno!” Rispose l’interlocutore”

Click.
Bastardo.
Ma so io come fartela pagare.

La faccia si trasformò in un ghigno.
Il gabbiano fermo su uno scoglio volò via.

Se lo trovò di fronte all’improvviso con tutti i braccialetti su un braccio, la pesante sacca sull’altro, gli occhiali da sole ben allineati e i ciondoli e i foulard e le bandane e quel sorriso bianchissimo che sapeva d’Africa e quegli occhi che evitò accuratamente cercando di scansarlo anche se oramai gli stava di fronte.
“Ehi, capo, tu vuoi comprare….?”
“Quello che voglio a te non deve interessare un cazzo, intesi? Quello che voglio io me lo prendo, capito? Io sono un uomo libero. Libero!”

Non li sopporto i marocchini sulla spiaggia.
Sono quasi come gli zingari.
Rom, come li chiamano adesso.
Ipocriti.
Sempre zingari restano.
Non sono razzista.
Neri, gialli… non c’è problema.
Basta che rispettino le nostre regole.
E che lavorino. Sodo.
Però gli zingari non li digerisco.
Quelle mani sempre in movimento.
Quel colorito malsano, giallastro.
Quella voce lamentosa
Quello sguardo obliquo, che sembra umile
Ma in realtà promette porte sfondate
ed appartamenti svuotati.

Mohammed si sedette, appoggiò le sue cose e frugò tra i portachiavi, avevano tutti inciso un nome: Marco, Giuseppe, Chiara, Maria … cercava tra questi il proprio nome. Lo aveva fatto fare a Majid, ‘Così non dimentico chi sono’ gli aveva detto. E gli era servito. Ora che quel tizio l’aveva aggredito, ne aveva bisogno, aveva bisogno di ricordarsi chi era per riuscire ad andare avanti su quella spiaggia piena di ombre.
Sarah aveva assistito alla scena. Si sedette al suo fianco, ‘Hai perso qualcosa?’‘Il mio nome’ rispose ‘Te lo scrivo io’ disse. Glielo incise sulla carne col suo colore preferito, quello che usava per le occasioni speciali: un rosso intenso, pastoso. “Adesso non lo puoi più perdere!”

Dove appoggiò il piede non c’era sabbia.
Un sasso bianco, grosso come un uovo, si piantò proprio sotto la pianta, proprio dove c’è la curvatura del piede, proprio lì e il piede fece crack, il telefonino volò nell’acqua creando cerchi concentrici, il dolore lancinante lo costrinse a fermarsi. Imprecazioni violente tra i denti stretti.
La giornata stava cambiando e si era alzato un vento forte e freddo.
Il foglietto di carta si appiccicò al viso come una ventosa.
Era un foglietto a quadretti, piccolo, una calligrafia minuta aveva appuntato queste parole:
“Nel pollaio da dove partirà verso la morte, il gallo canta inni alla libertà perché gli hanno dato due trespoli. Fernando Pessoa”
Uno strano malessere serpeggiò lungo la schiena, si guardò intorno: sulla spiaggia non c’era più nessuno e sulla sabbia neppure un’impronta, sembrava fosse stata lisciata da una nottata d’onde, quelle onde belle lunghe e piatte che fanno appena un po’ di biancore quando toccano la sabbia. Il mare cominciò a ritirarsi come se qualcuno lo stesse succhiando, poi improvvisa si alzò l’onda, era così alta da dare le vertigini. Cominciò a correre, il piede dolente sembrava spezzarsi ad ogni passo, strinse i denti, soltanto quando i piedi morsero l’asfalto si fermò. Nell’enorme parcheggio c’era solo la sua macchina. Pure la faccia nera di Mohammed o il colorito giallastro di uno zingaro l’avrebbe rincuorato, ma non c’era nessuno.
Il tergicristalli sembrava spezzarsi sotto il peso dell’acqua. Non vedeva niente e il piede era una palla dolente. La strada era tutta in salita, tutta curve, la macchina arrancava, rami d’albero si abbattevano sui vetri e sulla carrozzeria. Non aveva fiato né per urlare né per imprecare. Quando vide il tronco d’albero piegarsi gli tornò alla mente la frase scritta sul biglietto, mentre gli cadeva sulla testa pensò: “Pessoa, Pessoa …. chi è Pessoa?”.

Raccontiaquattromani/14

14. Efedrina

Si alzò a sedere di scatto: le era parso di sentire dei rumori. Tremante, rimase immobile in ascolto, ancora confusa dal sonno interrotto bruscamente. Adesso, però, le giungeva solo il battito amplificato del suo cuore. Tu tum, tu tum, tu tum. Assordante. Avrebbe facilmente ceduto all’illusione d’aver sognato se, proprio quando si era appena un po’ rinfrancata, un altro suono sospetto non l’avesse fatta balzare su dal lettone in cui dormiva da sola.

Non ostante il nome che i genitori le avevano dato, dopo aver letto la pubblicità dell’Efedrina Santos su una rivista medica – scambiandolo per un vero nome- Efedrina incarnava l’antitesi della popolare pianta: pacata, abitudinaria e un tantino pigra.
Alla morte dei genitori era rimasta nella casa paterna e, quasi quarantenne, viveva tranquilla del suo stipendio da maestra, concedendosi l’unico lusso di una montagna di libri, deposti a casaccio un po’ ovunque, alcuni già letti e molti ancora in paziente attesa di essere aperti. Erano i suoi amici, i libri. Gli unici.
La solitaria monotonia della sua esistenza, da qualche tempo, era stata mitigata dalla presenza d’un bel gatto nero, rinvenuto malconcio in un angolo dell’androne. Le erano sempre piaciuti i gatti, per la loro indipendenza e per l’indolenza sensuale anche. L’aveva raccolto senza indugi portandoselo nel suo tranquillo regno di carta e silenzio.
Così la sua vita le pareva abbastanza completa: lavorava, leggeva e aveva qualcuno che l’attendeva a casa ricambiando le effusioni e oziando con lei.

Imponendosi un atto di coraggio che non sentiva affatto, si diresse verso l’ingresso dal quale provenivano, adesso, soltanto dei fruscii, come se qualcuno si sfregasse contro la porta.
Guardò dallo spioncino, ma il ballatoio era deserto. Eppure il rumore continuava. Efedrina si scoprì a immaginare una lumaca, indugiante e lenta, sul legno. Rabbrividì di disgusto al pensiero dell’improbabile scia di bava appiccicosa lungo il battente. I postumi del sonno, a questa fantasia, svanirono del tutto e, trepidante, accostò l’orecchio alla porta. Improvviso un tonfo. Un rumore netto che le fece fare un balzo indietro. Poi, il silenzio.
Attese, tormentandosi le mani, atterrita. Niente.
Si fece animo e schiuse cautamente la porta senza però togliere la catenella. Fu a questo punto che il gatto, inaspettatamente, s’infilò nello spiraglio aperto, scomparendo nel buio del pianerottolo.
“Gatto… gatto” sussurrò, allarmata, e solo in quel momento si rese conto d’averlo sempre chiamato così, Gatto, senza un vero nome. Adesso le pareva assurda questa dimenticanza, ora che la bestiola era stata ingoiata dalla spaventevole oscurità della scala.
In risposta, le giunse un leggero rantolo che non poteva certo appartenere a Gatto.
O sì?
‘Quando è troppo è troppo’ pensò, in ansia per la bestiola e afferrando l’ombrello, unica arma che le capitasse a tiro, tolse silenziosamente la catenella e schiuse la porta.
Nel cono di luce che via via si allargava sulla soglia comparvero dapprima gli occhi spiritati di Gatto, placidamente assiso come se non si aspettasse che quell’unica mossa da parte della padrona. Poi, una scarpa scalcagnata, una lunga gamba e su questa, abbandonata, una mano scura. Eccolo tutto intero! Illuminato dalla lampada dell’ingresso come da un occhio di bue: un nero, steso in terra. Efedrina abbassò il braccio che brandiva l’ombrello e: “Oh, cazzo!” disse, e sarebbe rimasta allibita della propria audacia verbale se non avesse scorto il sangue che imbrattava la camicia dell’uomo.

Soffocò un grido, coprendosi la bocca con la mano, non sapeva davvero cosa fare. Pensò di bussare alla dirimpettaia, un’anziana un po’ sorda, per chiedere aiuto.
Stava per farlo, quando l’uomo aprì gli occhi e la guardò implorante.
Mormorò qualcosa che Efedrina faticò a comprendere: ‘No ospedale, no polizia, please’. E mosse lentamente il braccio, a mostrare una ferita che andava dal polso fino al gomito. Lei indugiava a metà strada tra l’uomo e il campanello della vicina, ma la voce dell’uomo, sfinita, la convinse: chiedeva dell’acqua ‘per favore’.
Allora, andò di corsa in cucina e tornò con un bicchiere che gli accostò alle labbra. In quel momento fu investita da un profumo di cuoio e sandalo, delicato, fresco. L’odore del ragazzo. Chiuse gli occhi, vinta da un leggero capogiro. Lui bevve con fatica, poi si sollevò, quel tanto da appoggiarsi con le spalle allo stipite, e continuò a guardarla con l’aria di un naufrago che finalmente tocchi riva.
‘Ahmed’ bisbigliò ‘è mio nome’.
‘Cosa ti è successo?’.
Ahmed rispose con una serie di spiegazioni sconnesse e imprecise, eppure Efedrina riuscì a capire che si era intromesso in un tentativo di stupro per salvare una ragazza. Era ormai evidente in che modo fosse stato ferito.
‘Io no permesso soggiorno’ aggiunse ‘se polizia trova me, non credere, c’è prigione o foglio via. Quale tuo nome?’.
Efedrina si scoprì a sussurrarlo.
‘Please, lasciare me qui, ancora un po’, Efe… Efedrina’.
‘No, qui fuori no!’.
E fece quello che non avrebbe mai immaginato fino a un’ora prima, lo aiutò a trascinarsi fin dentro casa. Si chiuse la porta alle spalle e vi restò appoggiata un attimo, un po’ confusa dal proprio coraggio. Poi, mossa da un’energia tutta nuova, prese dei cuscini dal divano e glieli pose sotto la testa.
Andò a procurare tutto l’occorrente per disinfettare e fasciare il braccio, respingendo con un gesto della mano, come cacciasse una mosca, il raccapriccio che sempre il sangue le aveva procurato
Quando tornò, Gatto, ormai lesto attraversatore di soglie, si era seduto vicino all’uomo che, a occhi chiusi, pareva riposare. Con una sconosciuta soddisfazione Efedrina li carezzò entrambi con lo sguardo: si somigliavano, belli e neri; parevano anche farsi simpatia e condividevano la stessa sorte disgraziata. Per tutti e due, lei rappresentava la salvezza. Sentì un vago senso di possesso inorgoglirla tutta. Lo medicò lì, per terra, sotto gli occhi vigili di Gatto e solo allora si rese conto che sarebbe stato meglio farlo spostare sul divano, anzi, con quella ferita, il povero Ahmed sarebbe stato assai più comodo nel lettone e magari con un pigiama pulito, di quelli che, per pigrizia, conservava ancora nel cassetto di suo padre. L’uomo si fece condurre docilmente, lamentandosi piano per i dolori del pestaggio subìto e, appena nel letto, mentre lei gli chiedeva se aveva fame, cadde in un sonno ferrigno. Fu guardandolo dormire, con un sorriso infantile sulle belle labbra carnose, che Efedrina espresse un desiderio.
Il primo della sua vita.

Raccontiaquattromani/13

11. Haynt

Oggi funziona a scatti. Perché il tempo non è un continuum come sembra, magra illusione dei sensi. Lei opera al presente, accumula eventi, simula il contemporaneo. Forma cubica, materiali diversi, caratteristica: l’adesso.
Nessuno la può utilizzare, lei scorre, salta. Oggi registra ed espelle, dura solo un giorno, per l’eternità.
Te la spedisco in un pacchetto con spago sicuro. Fanne buon uso.

Oggi. Me ne avevi parlato come di un gioco, un sogno o una cosa da scrivere, insieme. Non gioco ma necessità. Sogno? niente di più reale. E non saprei cosa scrivere, se non quel codice di punti e geometrie.

Rido, perché mi scrivevi di farne buon uso. Oggi non si lascia usare, mi pretende e mi domina. Anche oggi, di Shabbath, vuole che produca due volte tre, e poi sei, e lascia che-un-mio-pensiero-cattivo-sorga per censurarlo con la luce del suo unico occhio nero sul bianco. Uno.

Vedi? Ti scrivo con una mano, e già nell’altra si muove e rotola. Non riesco a riporla, Oggi. Rotola fra le dita e vuole fare numeri. E succedono cose. Oggi le fa succedere. Pensavo di ricevere da te un cubicolo cabalistico, un interprete fasullo come tutti gli altri che ci appassionano.

Oggi, mentre si muove e forma i numeri e si placa sul panno, non legge il presente. Lo determina. E quell’occhio, cerchio di luce nera, mi chiede un tributo. Posso ancora scrivere, posso ancora resistere. E so che l’unico modo per sconfigger

(qui si interrompe la lettera che Izak Moorberg, Rabbino in Halle, stava evidentemente scrivendo al momento della sua morte: orribile, questa, cruenta e priva di cause visibili. Di fronte a lui la lettera di Moshe Azim, direttore dello Judaisches Zentrum di Lubecca. Nella mano chiusa a pugno, indenne dal carnevale di sangue intorno al corpo e sullo scrittoio, un dado).

Sofocle, Edipo re, v. 437
This day will reveal your birth and bring your ruin.
hêd’ hêmera phusei se kai diaphtherei
Oggi ti genererà e ti darà la morte.