marsiglia

Bevono pastis, o vino bianco. Sono in piedi, e fumano, le spalle rivolte al bancone, i piedi al confine tra ingresso e strada, né dentro né fuori insomma.
Uno è piccolo, capelli ricci e raccolti a coda di cavallo, ha un piccolo cane.
L’altro, occhi verdi e sguardo triste, sembra Yves Montand.
Il terzo ha un orecchino e pancia. Non parlano, ma quando si salutano si salutano con un bacio affettuoso, che sa di vero.
Sono in un bar del porto della Marsigla di Izzo.
Un vecchio bar, pavimento in legno, fotografie appese al muro.
Osservo questi cinquanta sessantenni con tatuaggi, sguardi da duri, o da belli e perdenti, chissà.
Vedono ma hanno uno sguardo assente.
Forse, ma non ne son certo, ora capisco qualcosa in più dei libri di Izzo.
La ragazza che serve pastis e vino bianco ha grandi tette, fuoriescono dal reggiseno, e un berretto militare. Ogni tanto, quello che sembra Yves Montand, le dice qualcosa, lei gli sorride, ma non si guardano.
Fuori, intanto, si è seduta una signora di mezzà età, bionda, vestita di nero, bella.
Né elegante né trasandata. Fuma due sigarette, una dietro l’altra, bevendo un caffè.
Guarda il vuoto.
Sembra un film, francese naturalmente.
Manca Lino Ventura.
Mi alzo. Saluto.
Cammino.
Una signora, anziana ed elegante, inveisce contro di me.
Avrà ottant’anni, ha un bastone  in una mano, una sporta per la spesa sull’altra.
La guardo e le dico, Tanto non ti capisco, parlo mica il francese, io.
Smettila, mi urla.
Minchia, penso.
Marsiglia, insomma. Con occhi di chi non sa.
E buona giornata.

troppo?

ho riletto due racconti di calvino, stamani. uno, mentre aspettavo il mio turno per il prelievo del sangue, l’altro in macchina (son quasi a marsiglia, ora).
e ho pensato ai “nostri” racconti.
c’è troppo, spesso.
in “Gli amori difficili”- quante saranno, 20mila battute? – Calvino racconta di una donna che, facendo il bagno in mare, s’accorge di non avere più gli slip. alla fine – delle 20 mila battute – arriva una barca, con padre, figlio e una gonna, provvidenziale. padre e figlio s’erano accorti della nudità della donna andando sott’acqua. il resto (i pensieri della donna, sulla vergogna ma anche sul rapporto con il proprio corpo) è bella scrittura.
un po’ datata, forse, ma sempre da assaporare.
soprattutto nelle descrizioni finali, che sanno di dopoguerra e di Liguria.

buona giornata

PS Si vota dal 16 al 18, forse. Dipende se per il 15 avrò tutto tutto.
L’eBook sarà pronto per il 20, credo.
Ma son condizionato dalla bntà degli invii.

Raccontiaquattromani/24

Il sonno della ragione

“Adesso ti metto a dormire, Sara, ma considerato il fatto che il lettino della Barbie è troppo piccolo per te ed è anche un po’ rotto, ti metto in una scatola da scarpe.”
Martina aprì l’armadietto e ne tolse una scatola grigio/argento con scritte impresse in rosso. Era vuota.
Sara però non ci stava, era troppo lunga. Martina optò per una scatola più grande e nel prenderla fece cadere l’intera pila di scatole di cartone e scarpe di varia foggia e colore caddero a terra mescolandosi. Per terra si sedette anche Martina, piagnucolando un po’. Quanto disordine! La frana di cartone l’aveva inoltre spaventata e non poco, ma tutto era accaduto e terminato nel volgere d’un attimo. Poco male.
“Non spaventarti, Sara e non piangere, sei una bambina forte e coraggiosa”.
Martina rimise a posto alla rinfusa tirando su con il naso. In fondo la scatola prescelta meritava quel caos, era capiente e dentro aveva tanta soffice carta velina bianca, era adatta alla sua bambola Sara, che la fissava con lo sguardo azzurro di sempre e le labbra imbronciate e appena dischiuse.
“Ecco, la mamma ora ti cerca una copertina”.
La scelta fu facile, Martina andò in cucina e prese un tovagliolo. La dimensione era giusta ed anche il colore, pensò, le margherite bianche stavano molto bene su una coperta per bambole grandi. Erano infatti margherite grandi. In cucina c’era ancora la mamma distesa per terra, stava dormendo, Martina aveva provato a strillare forte per svegliarla, ma non era successo niente, la mamma continuava a dormire sul pavimento. Era tanto stanca, aveva litigato per due giorni interi con il papà, prima che lui prendesse delle cose a casaccio per riempirne una borsa da viaggio. Quella grossa, nera, che usavano per andare al mare d’estate ed anche in Toscana dalla nonna.
“Sì, sarà andato al mare, il papà, oppure dalla nonna in campagna”.
In TV Martina aveva visto svegliare chi dormiva profondamente con una secchiata d’acqua, ma lei non l’avrebbe fatto mai, perché la mamma si sarebbe arrabbiata moltissimo. La mamma così arrabbiata non le piaceva, si mordeva il labbro inferiore e restava col muso per ore, poi però faceva una torta e le passava. Martina non aveva voglia di mangiare la torta facendo dapprima arrabbiare la mamma. Si sarebbe svegliata al ritorno del papà per portarle al mare. O dalla nonna.
Non restava che aspettare e, visto che la mamma dormiva, andare a prendere in salotto una caramella al liquore, che veniva offerta agli ospiti adulti e mai ai bambini, perché intanto a loro non piacciono.
A Martina invece piaceva, ma dopo che il liquore aveva pizzicato il naso ed era sceso giù in gola e restava soltanto il sapore dolce dello zucchero.
Era il silenzio la cosa che la disorientava di più.
Quando la mamma e il papà erano insieme c’erano sempre tante parole, spesso urlate, spesso erano quelle parole che la mamma le vietava di pronunciare. Adesso Martina guardava Sara e invidiava la sua beffarda indifferenza. In realtà non era spaventata, la sua bambola. Non aveva pianto. Era rimasta uguale a se stessa, come la mamma. Avevano entrambe gli occhi azzurri, la testa scarmigliata.
La mamma era ancora sdraiata sul pavimento, immobile, addormentata. L’unica differenza tra lei e Sara era che la bambola aveva gli occhi spalancati: vedeva, osservava, non le sfuggiva niente. Chissà se alla mamma, da sveglia, sfuggiva qualcosa. Qualche particolare importante. Comunque, rifletté Martina, è sicuramente più riposante dormire a occhi chiusi.
Martina si accorse, non appena ebbe completato quel pensiero, di avere sonno anche lei. Accantonò l’idea di adagiare Sara nella scatola grande e, tenendosela stretta al petto, si accucciò accanto alla mamma. Per un momento rimase seduta, a gambe incrociate.
La mamma era pallida, però perlomeno era serena. Aveva fatto bene a non insistere per svegliarla: aveva bisogno di starsene un po’ tranquilla.
Martina si sdraiò accanto a lei, le prese la mano. Le sue dita le parvero d’un tratto creature flaccide e informi. All’improvviso ebbe paura di quelle mani così arrendevoli. Gliene strinse una, intrecciandola alla sua, ma la mamma non reagì carezzandole il dorso della mano con il pollice come era solita fare.
Martina si staccò dalla mamma sobbalzando.
Prese Sara e la mise tra sé e la donna. Sistemò la mano della bambola sotto quella della mamma.
Poi rimase a occhi spalancati, distesa sul pavimento. Meglio dormire a occhi aperti, dopotutto.
Non voleva che le sfuggisse niente. Non le sarebbe più sfuggito niente.

sotto il castello

Il forestiero che arriva a Vercelli per la prima volta resta impressionato dalla bellezza di un castello, con ponte levatoio. E’ il castello Visconteo, che fu anche dei Savoia.
Per i vercellesi, però, quel castello non è un bel castello: è solo il tribunale, quello.
Da evitare, se possibile.
Sotto il ponte levatorio, e lungo il fossato che delimita il perimetro del castello, ci sono degli orti, ben curati, non so da chi.
Nei giorni scorsi una gattara mi ha mostrato una cosa.
Ci son anche delle galline, lì.
Non sono sole. Da un annetto hanno adottato un gatto (quando l’ho raccontato a zena-colfavoredellebbie quasi non ci credeva) che, riconoscente, ogni tanto va a sdrusciarsi a quelle galline, contente di farsi sdrusciare.

Poco distante c’è un bar. Frequentato da… ragazzi. Non so dire che ragazzi siano. Penso studino, penso stiano bene, ché han macchine o moto.
Una volta il mio vecchio mi disse che alcuni di quei ragazzi son delle teste di minchia.
Gli chiesi, Perché babbo?
Perché quando passo in bicicletta cercan di farmi cadere, mi rispose.
Non ci feci caso. So che a volte esagera. So che saprebbe difendersi. Fino a pochi anni fa, una decina penso, era ancora in grado di sollevare un quintale da terra; e ogni tanto, dice: Se solo avessi dieci anni di meno (settanta quindi).
(L’ultima che ha detto è questa, un paio di mesi fa. Se ad agosto sono ancora vivo vado a Follonica e mangio una forma di pecorino al giorno. E’ ancora vivo, è a Follonica. Una forma no, ma mezza al giorno penso proprio che se la mangi).
Comunque.
Una gattara mi ha raccontato che un giorno alcuni di questi ragazzi hanno ucciso a calci un gatto.
Se ne imparano di cose, cercando gatti.

Raccontiaquattromani/23

Maria

Al pranzo di Natale mia madre invitò tutti i parenti.
Rifiutò solo la vecchia zia di mio nonno: chiusa in una casa di cura, centoquattro anni, ricordata solo se si parlava di eredità. E parlare d’eredità, be’, era la caratteristica dei miei parenti.
Alle riunioni di famiglia, sotto Natale, si deve essere pronti all’ordine, alla fatica, all’esaurimento. Una catena di montaggio, oppure un’esercitazione militare, ognuno con un compito: io dovevo sistemare cappotti e soprabiti di chi arrivava in camera da letto e tenere chiuse a chiave tutte le stanze. Mia madre non voleva che i bambini giocassero soli nelle camere o che qualcuno potesse entrare nelle stanze per frugare tra le nostre cose. Quindi ogni porta aperta poi veniva chiusa con un paio di giri ben decisi, e la chiave finiva sopra il frigorifero in cucina: mi sentivo San Pietro. Uscii in giardino a farmi una canna – non potevo resistere a una serata del genere senza un tocco di marijuana- e chiusi persino la porta di casa, rientrando. Poggiai le chiavi sul frigo, in alto, con le altre.

La cugina Adele durante le lasagne aprì la bocca, la pasta triturata tra i denti, e disse:
-Quando muoio brucio tutto e a voi lascio niente. Tiè.
Poiché era famosa per ubriacarsi con un crodino, nessuno la ascoltò davvero. Ma quel “Tiè” attirò l’attenzione di mia madre, che inarcò un sopracciglio: io seguii il suo sguardo, rimanendo affascinato dal cibo masticato in bocca ad Adele che ripeteva a voce sempre più alta “A voi non lascio niente di niente brucio tutto e poi mi ammazzo. Tiè“.
Il brusio calò piano. Adele aveva tutte le cose dei trisavoli. Incartamenti. Foto. Lettere dal fronte, medaglie al valore. Porcellane, lenzuola ricamate. E niente era mai uscito da casa sua. Aveva foto mie che mia madre neppure ricordava di aver scattato. Nubile, unica figlia della sorella di mio nonno Mario e cugina prima di mia madre e delle mie zie: alla sua morte ci saremmo scannati, mamma vittoriosa su una collina di parenti cadavere, in mano un quadro e nell’altra un centrino.
-Ne parliamo un altro momento e comunque non è giusto che ti tieni tutto tu, uno di ‘sti giorni vengo da te e guardiamo assieme le cose.
Mamma Annamaria dice.
-Quando vai me lo dici che vengo anche io, comunque quello che prendi tu devo vederlo anche io.
Zia Luisamaria puntualizza.
-E io, che sono, la figlia della serva? Comunque il cavallo di ceramica è mio.
Zia Mariarosa risponde.

Mettere in tavola un coltello di venti centimetri per affettare il roast-beef è pericoloso. Non contando una cugina adolescente interessata solo al suo cellulare, due cuginetti impegnati a farsi dispetti e un tizio così fatto di maria da parlare con la bottiglia di vino davanti a sé, c’erano dieci parenti e un coltello lungo e affilato: Adele fu la più veloce. Zia Mariarosa gorgogliò cadendo dalla sedia.

Io mi ricordo solo di aver messo le chiavi di casa da qualche parte, o sul top del frigorifero oppure nel vaso del ficus in ingresso. Adele ha appena fatto fuori anche mia madre, mio padre e ora ce l’ha con zia Luisamaria.
Scappo sul divano con i due cuginetti e la quindicenne sempre attaccata al cellulare. A chi manda gli sms, cosa scrive? Spedisce un ultimo messaggino al suo ragazzo, tvttb io&te 4 mt sottoterra?
Adele ammazza tutti come mosche. Si lanciano per fermarla e lei sembra uno spadaccino: ferisce, colpisce, affonda la lama, è contro un angolo della stanza ma non è una posizione a suo sfavore, anzi, nessuno può prenderla alle spalle.
Lo zio che rubò le cornici d’argento chieste inutilmente? Abbattuto.
La prozia che volle in prestito una pelliccia e non la restituì? Eliminata.
I miei bisnonni fissano la carneficina dalle foto sulla credenza: vivevano con Adele dopo che la figlia, Vittoria, la mia prozia, morì di un brutto male seguita dopo pochi mesi dal marito. Quando anche i bisnonni morirono, rimase tutto ad Adele. I soldi erano scomparsi da tempo.
La cugina Flavia che ha telefonato ai carabinieri e poi ti si è avventata addosso? Uccisa.
Il marito di Zia Mariarosa, che ha chiamato la polizia e poi ha voluto fare l’eroe? Ammazzato.
Adele fissa me seduto sul divano che abbraccio i tre ragazzini. Dalla nebbia dello spinello natalizio mi rendo conto di essere orfano. Provo a salvarci, le parlo con calma.
-Dammi il coltello adesso, dài.
Subito me lo offre dalla parte del manico, educatamente. Sento le sirene, in strada, si avvicinano. Mi rendo conto che io e i tre cugini erediteremo tutto. Adele ha il coltello puntato contro il proprio ventre, porgendomelo dal manico: con una spinta del piede destro, veloce e pesante, glielo affondo in pancia.

Guardo mia cugina.
-Hai mica visto dove ho lasciato le chiavi di casa?
-Sì, in cucina sopra il frigo, ti ho visto metterle lì.
-Vai a prenderle e mettile nella porta. E anche le altre, mettile a posto. Come ti chiami che non mi ricordo mai? E loro due?
-Daniela. Loro sono Giuseppe e Paolo.
Vado in bagno: Daniela, sì, ora mi ricordo, mia madre la chiamava sempre Danielina, ha infilato nelle toppe tutte le chiavi. Vedo la maniglia della porta del bagno abbassarsi piano, non arrivare in fondo, risalire. Poi di nuovo giù, decisa, scatta, la porta si apre, Danielina è nello specchio con me, le mani sulle spalle di Giuseppe e Paolo, stravolti, bianchi e muti. Lei invece è tranquilla, come se avesse visto un film alla tv. Mi sta chiedendo qualcosa, gli ultimi fumi dello spinello spariscono del tutto.
-Domani o appena riusciamo andiamo a trovare anche la vecchia dell’ospizio? Sai, la zia dei nonni?
Rido.

diciamo

… che ci son problemi tecnici di trasmissione per un paio di racconti.
e che di uno, pubblicato, sto attendendo che gli autori mi inviino anche note biografiche e procedura.
(e poi: manca un’altra biografia su altro racconto già pubblicato).

la prossima volta faccio il vigile, per intanto sentitamente ringrazio:
chi ha sfondato con le battute (e non di poco),
chi ha spedito al mio indirizzo di posta elettronica anziché a raccontiaquattromani,
chi non ha fatto la verifica ortografica (scrivendo perchè anziché perché),
chi mi ha scritto Mi chiamo enrico con la e minuscola (ogni riferimento a Gregori è puramente casuale),
(ma il premio speciale va a quelle due persone che, per le note biografiche, mi hanno scritto: Fai tu… FAI TU???).

maremma maiala, vien voglia di dire, no?
va beh, buona giornata

esterofilia?

In coda a un mio post (battute, gatti e libri), Sabrina Manca (italiana che vive in Francia) fa una considerazione sul prezzo dei libri: in Francia, dice Sabrina, pochi mesi dopo l’uscita di una novità esce anche l’edizione tascabile, ergo: i libri in Francia costano di meno.

Non so come mai.
Io so questo. Che quando scelsi di pubblicare con la Newton feci anche una scelta ideologica, sul prezzo: ché i libri della Newton sono economici (9,90 La Donna che parlava con i morti; se si compra al supermercato, poi, c’è uno sconto del 15 per cento).
Stavolta nessuno mi ha detto, Non ti ho comprato perché i libri costano troppo. In passato sì. In passato mi scrisse un disoccupato napoletano e mi scrissero anche dei ragazzi, dipendenti di cooperative. Per chi prende meno di 1000 euro al mese un libro costa troppo.

Ma torno per un attimo al post.
Dove ho scritto che vedendo una libreria d Narbonne, la più grande e la più centrale, ho avuto l’impressione di tanti autori francesi pubblicati e pochi italiani e (questo non l’avevo scritto ) pochi stranieri. Pochi “non francesi” insomma.
Spiego quel “pochi”. Per pochi intendo pochi rispetto all’Italia.
Ma forse ero condizionato, chissà.
Da questo. Allora. Io per pochi mese ho avuto un’agente letterario. Brava persona, capace, esperta. Poi le nostre strade si son divise, cose che capitano nell’editoria.
Quella signora mi disse che lei aveva anche scrittori francesi e tedeschi e non aveva difficoltà a farli tradurre in Italia; le difficoltà, mi disse, le trovo nel far tradurre gli italiani in tutta europa, perché i francesi preferiscono leggere i francesi e i tedeschi i tedeschi.
Questa cosa, aggiungo, oltre a dirla a me la disse al Salone del libro di Torino, in un’intervista.
Credo che anche questo aspetto (e sottolineo il credo: che è dubitativo) condizioni le scelte degli editori italiani quando si tratta di pubblicare degli esordienti.

E buona giornata

ancora

Ripeto.
I racconti vanno inviati a raccontiaquattromani@gmail.com
le battute devono essere all’incirca 5500
insieme al racconto ho bisogno di:
– titolo
– due note sugli autori
– una breve descrizione sul metodo usato.
grazie
(e chi mi ha mandato un racconto ma senza note biografiche o procedura utilizzata per favore rimandi, preferibilmente in un unico documento).

Raccontiaquattromani/22

La rotonde

Una pennellata dopo l’altra.
Gli occhi giallo febbre. Intenti. Come se avesse davanti un piatto di brodo e dovesse difenderlo da una torma d’affamati.
Scosta dalla fronte aggrottata un ciuffo di capelli con gesto delicato e automatico. E noncurante. Quel gesto lo sporca di colore ma continua il suo lavoro.

Su una poltroncina, un lenzuolo a coprire les nudités.
Bella.
Carne sensuale, erotismo di occhi marrone terra calda del Sud, seni tondi, capelli d’indefinita tinta, ambrati al sole che penetra dal lucernario.
Immobile, impassibili le ciglia.
No, ecco, alza un braccio e lo poggia sulla spalla. Scivola il lenzuolo. La stoffa carezza la pelle scopre un seno ricade tra le cosce.
Impercettibilmente inclina il capo. Intenzionalmente. Vuole mostrare il collo delicato, lungo, sottile, che dà profondità alla simmetria del volto morbido che tante volte ha visto posarsi addosso mani desiderose ed eccitate, e labbra bagnate dalla voglia anche di un solo contatto.

Quel giorno su Boulevard Saint-Michel fu proprio quel viso a colpirlo, un viso stanco segnato da clienti insoddisfatti, e da una notte gelida che l’inverno parigino accentua e da cui lo scialle che tiene sulle spalle non protegge abbastanza.
Seppure estenuate, le sue movenze non perdono fascino e sensualità. Le anche ondeggiano, scampanella il vestito blu che imbriglia a stento le forme sul punto di straboccare dal bustino che appena le trattiene.
Un passo dopo l’altro e arriva a La Rotonde, un bistrot che ospita i migliori artisti del quartiere, ma anche vagabondi e perditempo. In fondo è quasi la stessa cosa, no? Ma è questo il lavoro che le offre un pasto caldo al giorno, sì, perché Céleste mangia solo quando e perché si offre agli uomini che cercano un po’ di compagnia, e canta e balla per divertire il pubblico, e si diverte o finge di farlo – anche a loro capita lo stesso? Troppe domande oggi – e… qual è la specialité du jour? Richard le rifilerà il solito manzo stufato.

Origini italiane forse, forse la madre, una ragazzina tutta pancia e ossa, dalla Sicilia cercò fortuna all’estero, le avevano parlato di una grande città, un nome solo un nome ma le sembrava grande solo a pronunciarlo. Parigi. Strana gente accoglie Parigi e forse in questa città c’era, un posticino per una come lei. Ma chi vuole se la crea, la fortuna. Si cerca la fortuna, è una puttana la fortuna ma non ti viene incontro sbattendoti in faccia le tette come fanno le puttane come fece sua madre e come fa pure lei, Céleste. Un po’ d’amore dis francs, meglio che au cinéma, qui tocchi ed è vero quello che vedi.
Céleste, ou la belle italienne, luminosa la carnagione, oscura di paternità di passato di destino.

Quel giorno, a spettacolo finito, pochi clienti annoiati assonnati abbuiati d’assenzio. Si arrampica su uno sgabello, davanti un piatto di stufato fumante e un bicchiere di rosso del Midi che le tinge le guance già sfregiate dal belletto scadente che le regala Richard.
Una cucchiaiata dopo l’altra, trangugia la brodaglia in silenzio, senza fretta.
La porta de La Rotonde – oh, perché Richard non ci passa un po’ d’olio? Sembra una porta da bordello di provincia – si spalanca. Entrano una folata di vento e la grossa risata di un uomo che bercia un altisonante Bonjour.
Lo riconosce, ne ha sentito parlare, pare sia un pittore promettente mais oui oui perseguitato dalla malasorte, la solita storia il solito imbianchino morto di fame. Eppure si vocifera che la sua vita sregolata – un lunario di alcool, oppio e donne, di un mal di petto che lo tormenta e ad ogni colpo di tosse lo strattona verso la morte – non lo strappi comunque alla ricerca di perfezione, a creazioni insolite. Sorprendenti.
Céleste continua, una cucchiaiata dopo l’altra. Niente la sorprende, a La Rotonde.
Il manzo raffredda.

Encore, Dedé, je t’aime Dedé…
Oui, Dedé, mon amour…
Encore…
Pomeriggi di sole di colore sulla tela sulla pelle sul divano. La modella il pittore il pittore la modella il quadro il divano pennelli colombi sul lucernario troppo tardi per dipingere baise moi non è ancora notte

L’ha lasciata Dedé.
Altri corpi, stesso divano per nuovi quadri.
Me lo sentivo, nelle ossa me lo sentivo, l’ho capito quando ha preso il pennello per firmare il quadro, dieci lettere, piccole, pure io so leggere e scrivere un poco, Dedé non lo scrivere Dedé, non…
Lo sapevo, lo sapevo, sei una stupida puttana, questo sei, e dire che per te pure le botte di Richard mi sono presa, e ora dovrò pure strisciargli davanti perché mi riprenda in quel foutu bistrot
Modigliani è morto.
Il mal di petto se l’è portato.
Ha lasciato quei quadri bislacchi di femmine cigno a collo lungo e puttane affamate in cerca di un nuovo pittore a cui allargare le cosce.

Céleste continua, una cucchiaiata dopo l’altra. Niente la sorprende, a La Rotonde.
Il manzo raffredda.

battute, gatti e libri

Numero di battute (in eccesso, poi basta per favore eh).
Avevo scritto 5500 battute, ma avevo scritto anche che avrei accettato racconti con 100 o 200 battute in più. E ho portato avanti il tutto senza pensarci: davo per scontato che i racconti avessero quelle dimensioni.
Poi una sera ne prendo uno che mi sembra lungo e verifico: son mille in più.
Poi faccio un’altra cosa: in dieci minuti, ripeto dieci minuti, taglio avverbi, aggettivi, frasi che possono essere tagliate. Guardo le battute: non sono 5500, ma se ricomincio so che in dieci minuti ulteriori di potatura ce la posso fare. E penso anche che il racconto sta diventando più leggibile (parere mio, certo).
Guardo altri racconti: qualcuno c’è stato nelle 5500, qualcuno no.
Qualcuno (come la mia amica Lucia Marchitto) ha pensato spazi esclusi, altri, suppongo io, magari sono andati a occhio.
Così penso.
Potrei lavorarci io, oppure rispedire a chi ha sfondato e farmeli rispedire: però mi chiedo: che male ho fatto?
Dal momento che di escludere non mi andava, decido di lasciare così, indicando però il numero delle battute.
Certo che mi spiace, poi, quando leggo che Sabrina Manca ha chiesto al suo socio di stare entro il tetto previsto. La capisco. E ho capito il suo sfogo.
Ma tutto il gran casino che ne è derivato poi, no. Perché – ripeto – bastava un mio supplemento di lavoro, e nessuno – ripeto nessuno – avrebbe potuto dir niente, dal momento che l’editing è ed era previsto.
Spero d’essermi spiegato.
Concludo dicendo che Enrico Gregori ha scritto: a me non disturba (e lui è stato dentro le 5500) ma se qualcuno quando si vota vuol penalizzare chi ha sfondato io lo posso anche capire.

Alla ricerca del mio gatto scomparso mi son fatto una cultura di gatti e gattare.
Perché mi son rivolto alle gattare della mia città.
Una mi ha rimproverato. Mi fa. Se i gatti li si lascia liberi prima o poi non tornano.
Sono stato zitto.
Ma non sono d’accordo. Se il mio gatto ha fatto una brutta fine posso consolarmi, pensando che ha avuto una casa ma è stato anche libero di scorazzare, combattere, cercare femmine.
Se io fossi nato gatto avrei voluto così.

Mercoledì a Imperia sono stato intervistato prima da Radio Rai, per i notiziari regionali, poi dai Rai Tre Liguria. Hanno ripreso anche parte della mia presentazione. MI hanno chiesto, sia radio che tv, del mio prossimo libro.
L’ho spiegato in un minuto, poi ho detto anche il titolo.
Bastardo posto.
Qui non l’avevo mai scritto. Qui avevo solo scritto che è il titolo più corto, scelto per un mio romanzo.
Durante la presentazione ho detto, tra le altre cose, che le televisioni di Berlusconi ci hanno rincoglionito, e rincoglioniscono, e quindi influiscono anche sui gusti dei lettori e sull’editoria. E era vado a spiegare perché, ora, ho scritto questa cosa.

Le mie ferie son durate due giorni, fino a oggi. Imperia, ospite di Marino Magliani per la presentazione del libro, e poi – per poco più di un giorno – Narbonne, in Lingua d’oca.
Dove vado, vado sempre a vedere le librerie.
Propro nella piazza centrale di Narbonne ce n’è una, imponente, grande, ben fornita.
Mi son detto: voglio vedere chi sono gli italiani tradotti.
In mezzo a tante e tante Vargas (che sarà brava ma per me è anche sopravvalutata: meglio Mankell) non vedevo italiani. Nessun Manfredi (che in Spagna avevo trovato dappertutto), Camilleri, Lucarelli. Dopo venti minuti vedo il primo, evviva.
Moccia.
L’unico italiano ben visibile, ben distribuito, insomma.
Così mi son chiesto: ma è davvero colpa di Berlusconi? E qui, allora?
Comunque. Poi, nascosto, di dorso, ho trovato un Dante Alighieri e poi, uscendo, tra i libri religiosi (sic), c’era un libro della Tamaro che ho letto, che non è religioso, e del quale libro ora non ricordo il titolo né mi importa di di ricordarlo.
Preferisco ripetere: Moccia.
Poi, nascosti, Dante e Tamaro.
Che Moccia sia tradotto mi fa piacere per lui. Che sia l’unico italiano ad essere visibile mi ha fatto pensare.
Come fa pensare che in Francia trovi soprattutto autori francesi.
Noi invece…
Forse la sapete. Ma  si dice si dice, so mica se è vero, ma me l’han detto in tanti, compreso un critico) che alcuni editori italiani facciano scrivere gialli ambientati negli usa da scrittori italiani, che poi si firmano Robert, o Tom, o Harry.

E buona domenica

PS E’ arrivato il racconto numero 22; penso di postarlo stasera.

in viaggio

Allora, l’ultimo racconto. E’ arrivato e io l’ho postato, appena saputo che Monia lo aveva letto. Insomma, in fretta (con connessione telefonica). Ho visto che non aveva titolo. In realtà i due autori (sono stato contattato telefonicamente ma non potevo intervenire) il titolo l’avevano scritto come nome dell’allegato: Quattromani (simile ad altri file). Ora correggo, e leggo anche i commenti. So, dopo aver letto la posta elettronica, che c’è una discussione accesa sul numero delle battute. Non mi ripeto, ché ho già spiegato quello che penso, ma non è stato certo l’unico intoppo. Per esempio. A un paio di racconti ho fatto un po’ di editing, ma l’avevo specificato dall’inizio. E le varianti son tante. C’è chi ha scritto con una persona che non conosceva, c’è chi ha liigato, chi si è ritirato, c’è chi mi ha mandato il racconto daopo 24 ore chi me lo manderà il 14 di agosto. Un racconto non l’ho accettato, ma spero di averlo fatto in modo “gentile”, ché non mi frega di giocare al piccolo editore. C’è chi mi ha fatto un po’ penare e un po’ no, c’è chi sa scrivere bene e dè stato randellato, c’è chi ha scritto per la prima volta e si è mortificato per certe randellate, c’è chi è stato randellato e nei commenti è stato davvero signorile, complimentandosi. E c’è chi se l’è presa per certi giudizi perentori (diritto sancito da più costituzioni, quello di Prendersela) ma non ha replicato. E c’è diversa gente che si è divertita prendendo raccontiaquattromani per qualcosa di serio. Bene, sto scrivendo mentre viaggio. So tornando a casa. Quel bischero del mio gatto è una settimana che è sparito, prima di rivolgermi a Chi l’ha visto voglio andare a cercarlo, almeno un po’. Poi magari faccio – se ci riesco, forse, magari – una settimana di ferie, in compagnia dei vostro racconti e commenti. E buona giornata

Raccontiaquattromani/21

Quattromani

Sono andati, passati, i tempi in cui si viveva. Adesso è solo una lunga attesa. Attesa poi di cosa non ci è dato sapere. Se finora non ha gettato tutto è perché ogni tanto le piaceva venire a piangere sui ricordi. Ora non fa altro. Che piangere. La sento. Di là. Le sue mani, quelle mani bianche, lunghe e ossute, così eleganti, così curate, sensuali, non profumano più di limone. Sanno di fumo stantio e disperazione.

Siamo arrivati in questa casa con Lui, dentro un grazioso pacchetto di carta blu. Le aveva detto, mentre lei ci estraeva compiaciuta e felice, che con noi non avrebbe mai avuto freddo. Capretto bianco ammorbidito come si deve, lavorato dal migliore guantaio della città, rinomato anche oltre confine. Sottili, delicati e abbelliti da una fila di piccoli bottoni di madreperla a chiudere i lembi sull’esile polso, creando un’asola in cui Lui amava passare il dito accarezzandole la pelle sensibile. E lei era percorsa da brividi. Come sono caldi, aveva sussurrato quella volta, indossandoci e facendoci assorbire il suo lieve profumo.
Siamo stati regalati per le ore d’amore. Siamo stati testimoni delle carezze fatte in parchi invernali. Eravamo le sue mani di battaglia, della sua personale battaglia d’amore. La sua seconda pelle. E ricordo come scivolavamo sulle dita bianche, lisce, sottili.
Ne abbiamo fatte di cose insieme. Era eccentrica, senza limiti, teatrale. Così unica. Così irresistibile. Speciale. Tanto da poter indossare guanti di pelle candida, le aveva detto Lui. E davvero si voltavano tutti a guardarla quando camminava per strada. Erano tempi di splendore. Di spensieratezza.
E lei era così presa. Persa. Di Lui, per Lui. Era felice in quei tempi, era innamorata.

Vorrei avere ancora il mio compagno. Chissà che fine ha fatto. L’ultima volta lo vidi sul sedile dell’auto mentre Lui le stava spezzando il sorriso. Credo lei abbia dimenticato lì il mio gemello e anche se stessa. O almeno i suoi sogni e la speranza. Quando siamo stati separati e mi sono trovato a essere un ricordo doloroso da chiudere in un cassetto, l’inverno stava finendo e non faceva freddo, ma lei ci aveva indossato ugualmente. Hai belle mani, perché le copri sempre? aveva detto Lui insofferente, quando eravamo arrivati al parco, di fronte allo stagno, dove era solito aspettarla. Sai che indossarli mi ricorda te, sono caldi, aveva risposto lei, con voce pacata. Ma quella fu la mattina in cui tutto naufragò contro gli scogli aguzzi dell’incomprensione. All’improvviso Lui era cambiato, non era più così sicuro.
E lei soffrì molto. Uscì veloce dall’auto parcheggiata sulla riva scappando fra gli alberi, dimenticando il mio compagno.
Mi usò per asciugarsi le lacrime, venni appallottolato nella borsetta, scagliato sul tavolo di casa.
Un giorno di sole come lo è oggi, mi ha preso con delicatezza, come se il dolore e la sofferenza avessero trovato un luogo mite nella sua mente dove riposare, e mi ha deposto con cura in questo cassetto.
Ora è il nulla di ore interminabili ad ascoltare i rumori di fuori e i sussurri degli oggetti che sono qui. Andati, passati. Delle volte mi perdo nei bisbigli delle lenzuola riposte in altri cassetti che raccontano storie di letto. Ricordi, solo ricordi. Nulla più.

Al buio, con il pelo del collo del cappotto che copre il mignolo, le piume stanche del boa sul palmo bucato.
Quando mi ha messo qui dentro lo ha fatto con attenzione, non mi ha gettato in malo modo come è capitato alla cintura di seta o alle calze verdi, mi ha steso in un angolo, quasi fosse un rituale. Ha sospirato e poi ha chiuso il cassetto.
Sarebbe stata dura, per Lei, separarsi definitivamente da me. Il cassetto ogni tanto lo si può aprire.
In questo caos di lacrime e sorrisi io sono senz’altro il ricordo più dolce e doloroso. Il boa spennato è il retaggio di una festa di fine anno, il collo d’ermellino una fugace vestigia da mercatino delle pulci, la cintura, le calze, la penna stilografica sono solo oggetti dimenticati, ma io rappresento il ricordo più intenso e passionale. Non il solo, certo. C’è il guanto bianco. Ma io racchiudevo, proteggevo la mano di lui.

Un tempo, eravamo in due e avevamo un senso di funzionalità. E’ stato lui a comprarci, in un laboratorio di una simpatica magliaia che cantava l’Aida mentre ci creava. Ci ha presi insieme a Lei, è stata Lei che ci ha scelti. Diceva che anche lui doveva indossare guanti per le carezze d’inverno. Le piaceva la morbidezza del nostro tocco sulla pelle, le dita passate tra i suoi lunghi capelli. E lui ci usava per racchiuderle il viso nel calore della lana riparandola dal vento. Riscaldandole le gote e il respiro. Erano felici. Fino al giorno in cui lacrime e dolore hanno invaso l’abitacolo dell’auto. Quando Lei ha aperto il cassetto del cruscotto per cercare un fazzoletto capace di arginare quella sofferenza, per sbaglio mi ha afferrato. Nessun fazzoletto nel cassetto, ma nel caos del momento mi ha riposto in borsa e non vicino al mio pari. Ore dopo, a casa, quando mi ha trovato, mi ha scagliato con rabbia per terra, sventrandomi il palmo con le unghie, per raccogliermi subito dopo e annusarmi cercando tra le mie pieghe tracce di lui.

E ora se ne sta di là. Tra fumo stantio e disperazione. Forse se pensasse che lui, quella sera, trovò nell’auto due di noi, quattromani di un amore invernale, e che lui da quella sera custodisce con nostalgia due di noi, quattromani di un perduto amore, forse si asciugherebbe le lacrime con quelle sue belle dita e uscirebbe a passeggiare nel caldo sole d’autunno.