Videointervista, domani sera, martedì 25 giugno alle ore 20,30 su Instagram. Dialogherò su Il sentiero dei papaveri con i Lettori delle sette.
Autore: Remo Bassini
Io, Golem, poi una finestra e un camino
Due cose due.
Mi sono legato alla casa editrice Golem, come scrittore: dopo Forse non morirò di giovedì, La suora e Il sentiero dei papaveri, quest’anno verrà ripubblicata, ma solo in ebook, La donna che parlava con i morti e, a gennaio 2025 verrà ripubblicato il libro a cui più tengo, Bastardo posto.
Non solo. Faccio parte dello staff della casa editrice di Francesca Piazza, che è l’azionista di maggioranza, come consulente editoriale: leggo manoscritti che vengono inviati all’editore, faccio qualche editing e… poi si vedrà.
Ho pubblicato con editori grandi, come Fanucci e Newton Compton, editori di prestigio, come Fernandel e Perdisa, editori amici, come I buoni cugini.
Ho deciso di legarmi a Golem perché mi trovo bene con Francesca Piazza e Fabrizio Falchero (azionista che non compare nello staff, ma c’è) e con le collaboratrici di Francesca Piazza come Sofia Ragusa; mi sto trovando bene così come mi trovavo bene quando pubblicavo con Perdisa Pop e con Luigi Bernardi.
Lo sfaff di Golem.
Poi. Ho trovato due appunti che ho scritto per la prima presentazione de Il Sentiero dei papaveri:
Li copio e incollo.
E’ per me il libro più difficile da presentare. Penso non sia giusto spiegarlo, ho letto recensioni, pareri e mail he dicono cose diverse sul Sentiero dei papaveri.
Io di questo libro posso e voglio dire una sola cosa: che parla della memoria della mia vita e della memoria della vita di generazioni vicine alla mia.
Dopo la rivoluzione agraria e la rivoluzione industriale stiamo vivendo questa, la rivoluzione digitale… ecco non voglio dare giudizi, semmai Il sentiero dei papaveri è un invito alla riflessione.
Ci sono due pagine che, a mio avviso, spiegano un po’ questo discorso sulla memoria. La prima e l’ultima.
Nella prima pagina c’è un gesto, nell’ultima pagina una frase.
Prima pagina, diciamo ai giorni nostri: il protagonista apre la finestra per vedere che tempo fa. C’è stato un tempo in cui lo facevo… non voglio dire se quel tempo fosse migliore o peggiore dell’attuale, voglio solo ricordare che fa parte della mia vita e della vita di tanti di noi. La domanda che mi pongo è: ce lo vogliamo ricordare?
Nell’ultima pagina c’è una frase, ma non è ai giorni nostri, è una frase che, così ho ipotizzato, possa essere pronunciata tra una ventina d’anni. La frase è questa: … più nessuno sa, oggi, che cosa sia un camino.
Un simpatico, breve filmato
Incontri al Salone
Se non cambio idea, e potrei cambiarla, dovrei essere al salone del libro da metà mattinata a metà pomeriggio di giovedì 9 e lunedì 13, stand di Golem (o a prendere uno dei 6/7 caffè che bevo ogni giorno, oppure fuori a fumare).
Ricordo una volta che ero fuori a fumare. Era lunga, fumavo un mezzo toscano. A un certo punto vedo un bel po’ di gente come in coda per vedere qualcosa. Sarà Pablo Coelho, pensai. Non mi piace Coelho, ho letto due libri, stop. Ma volevo vedere se si atteggiava a superstar. Non era lui, era una bella ragazza che aveva la schiena nuda, con parte del fondo schiena anche lui nudo. Attrazioni del Salone.
Un’altra volta vidi Fassino, solo solissimo, aria triste e sconsolata (una vita fa, prima che diventesse sindaco), pochi minuti dopo, invece, attorniato da giornalisti, vedo Fausto Bertinotti. Lui sì, si atteggiava a diva. E spiegava ai giornalisti… i problemi della sinistra. Ma non acora anche i suoi?
Un fidanzato troppo giovane
Mia zia Gina, io, proprio non la sopportavo. Non sopportavo le sue sgridate, il fatto che facesse la spia a mia madre. L’ho visto, faceva a botte, era proprio lui.
Aveva 13 anni in più di mia madre ma sembrava più giovane. Truccatissima, le gonne corte. Era zitella, ma dalla vita amorosa burrascosa. Una volta un suo fidanzato la mollò, lei rubò una pistola, fortuna che se ne accorsero e la fermarono.
Mi son ricordato di una cosa, però oggi, parlando del celebre film Riso amaro. Mi dissero, ma non so se sia vero, che una comparsa, un bimbo piccolo, era stato un fidanzato di mia zia Gina. Stettero insieme parecchio, ricordo che lui veniva invitato agli interminabili pranzi di famiglia, per natele, pasqua eccetera. C’era un problema grande come una casa, però. Lui aveva qualcosa come 20 anni in meno, forse di 21, o 22.
Un giorno mia madre mi fa: Oggi dovresti andare con la zia, devi farle solo compagnia.
Non avevo scelta con mia madre: o obbedire o obbedire. Altrimenti eran cavoli.
Così andai con mia zina Gina.
Arrivammo così nella casa dove viveva il suo fidanzato. Ci fecero entrare e io, di quell’incontro, ho solo un vago ricordo, cos’avrò avuto, sette, otto anni?
Sono accanto a mia zia, che mi tiene la mano. Siamo in uno stanzone. C’è il suo moroso, ci sono poi altre dodici o più persone, uomini e donne piuttosto anziani. Fanno domande a mia zia, che risponde, ma è in difficoltà. Erano soprattutto le donne anziane a interrogarla. Alla fine zia Gina si alzò. Andiamo mi disse. Sulla via del ritorno non disse una parola.
Quel giorno il fidanzamento finì.
L’anello che lui le aveva regalato, mi pare di ricordare, glielo restituì.
Per anni e anni rividi quell’uomo, che passeggiava, o da solo sempre con altri uomini. Mi vedeva e mi riconosceva, ne ero certo, ma guardava da un’altra parte.
Sarà vero, come mi raccontò mia madre, che era stato una piccola comparsa preso in braccio da Silvana Mangano?
Non lo incontro più, da tempo, e mia zia, da tempo, non c’è più.
È riemerso questo ricordo, però, oggi, parlando… e ho rivisto quello stanzone in penombra, con le donne e gli uomini seduti accanto alla parete. E la mia mano, in quella di zia Gina.
S’incontrano strane storie, in carcere
Per il mio blog su Il Fatto quotidiano, ho appena scritto una recensione al bel libro di Carlo Barbieri (con prefazione di Ilaria Cucchi) “Al di là delle sbarre, al di qua del muro”, casa editrice Golem.
E così ho ricordato la mia esperienza, come docente volontario di un corso di scrittura, che tenni nella casa circondariale di Vercelli, a metà degli anni Novanta.
Prima impressione che ebbi, ma era superficiale, molto superficiale: credeva fosse peggio vivere qui dentro, pensai.
Vedevo infatti detenuti che parlavano tra loro di politica o di calcio o di grane con i loro avvocati, li vedevo che andavano in biblioteca, che cercavano un giornale, sapevo che alcuni di loro lavoravano. Qualcuno di loro scriveva. Ho, da qualche parte, un libro di poesie di un giovane…
Un giovane, già.
Provate a immaginare. Entrare in carcere, parlate con i detenuti del più e del meno. Poi si avvicina un ragazzo, avrà trent’anni. Mentre parla vi viene in mente un pensiero banale: potresti essere un pericolo per le persone che amo, potresti essere… una persona che amo.
Un giorno, mentre entravo, vidi una bella ragazza che usciva. Aveva scontato la pena. Sapevo di lei, perché tenevo 2 ore di lezione al maschile e 2 al femminile, ogni settimana. Sapevo che la sua famiglia non ne voleva sapere nulla. Dopo due ore di lezione la vidi di nuovo, era fuori, sola, seduta su una panchina. Pensai: prima o poi qualche camionista le darà un passaggio.
S’incontrano storie, in carcere.
Una detenuta, che è stata operata per un tumore, a giorni uscirà. Non ha casa, non ha parenti e amici. Non sta ancora bene. I volontari cercano, invano, qualcuno che l’accolga, ha bisogno di un tetto, non può certo dormire sotto i ponti. La soluzione arriva, dal carcere: una detenuta, una nomade, insomma una zingara, dice: può andare a casa mia, non c’è problema. E così fu. Pensai: solo una nomade può fare una cosa del genere. Noi, persone perbene, non rubiamo e non finiamo in carcere ma alle nostre cose siamo legati, e guai a chi ce le tocca…
(Il libro di Carlo Barbieri mi è piaciuto perché, almeno un po’, la realtà del carcere l’ho vista e vissuta).
Che domenica: storia di una moneta porta sfortuna
Tre sconfitte e una domenica da dimenticare (come tifoso e giornalista sportivo, anche)
Sabato perde la Pro Vercelli. Ieri, domenica, ha perso la squadra di basket di serie D, i Rices Vercelli e ha perso anche la squadra in cui gioca mia figlio, la under 14 dei Rices.
Quando è finita la partita mi ha visto rabbuiato. «Ho giocato male», mi fa. Gli rispondo: «Sono anche un po’ arrabbiato con te, sai? Succede di giocare male, ma tu non hai fatto qualcosa che sai fare e che avresti dovuto fare…»
Gli spiego, «Hai ragione» mi fa.
Quando ci avviamo per tornare a casa troviamo una sorpresa: la macchina bollata (Oggi mi attende il carrozziere.)
E pensare che la domenica mattina era iniziata bene. Con un auspicio.
Mentre io e Cico (o Libe, o Federico) andavamo a fare colazione, ci aveva fermati un ragazzo. «Avete 50 centesimi?»
Certo che sì.
Dopo pochi passi mio figlio aveva visto per terra una moneta… di 50 centesimi.
«Va che coincidenza… Ci porterà fortuna», avevamo detto.
Alla faccia.
Il sentiero, recensioni su Instagram
Quando meno te lo aspetti…
Quando la tua vita sta prendendo una strada in cui non ti ci ritrovi…
Quando tutto intorno a te sembra estraneo e alieno…
I tuoi passi ti conducono sempre in un luogo che inconsciamente cercavi …
Dove la tua anima può ricongiungersi con la tua mente e il tuo cuore e trovare finalmente la via di casa…
È il sentiero dei papaveri che il Capitano, vero e struggente protagonista di questo romanzo, ha già percorso…
Ma sarà allo Scrittore, suo alter ego, che consegnerà la storia di tutti i suoi amici, che alla fine si uniranno in una storia corale, in cui ognuno di noi ci si può ritrovare…
È un sentiero fatto di persone, storie che hanno lasciato tracce indelebili, che compongono un mosaico di vite, grandi e piccole, ma tutte a loro modo, preziose…
E noi lettori, assaporiamo ogni storia che il Capitano ha raccolto, come assaporiamo le sue frittate percorrendo le pagine come un sentiero che ci porterà verso l’ amore e la speranza …
Una scrittura coinvolgente e densa, piena di emozioni e sensazioni che fanno fatica a staccarsi dai nostri cuori…
Un autore come raramente se ne incontrano, e, quando succede, qualcosa di lui resta inevitabilmente dentro di noi, per cambiarci, per migliorarci…
Perché il sentiero dei papaveri è lì….
Tutti possono percorrerlo…
Basta vederlo…

Scrivere senza medaglie
Non vedo l’ora di andare in pensione ma in pensione per davvero: mettendo da parte quelle definizioni inutili, medaglie di cartapesta: scrittore, giornalista. Non vedo l’ora di dire che sono… che sono stato un ex operaio, figlio di contadini, insomma della povertà, che si è laureato lavorando ( studiando di notte) e che poi ha scribacchiato qualcosa (sempre di notte), niente di che. Stufo, insomma, delle medaglie di cartapesta.
Continuerò a scrivere, comunque, sempre. Ma si può scrivere anche senza… medaglie.
Il problema vero
Il problema vero non è l’essere o meno uno scrittore, vendere tanti o pochi libri, avere tanti o pochi riconoscimenti, avere tanti o pochi maldipancia, avere tante e poche idee su cosa scrivere ancora e se scrivere ancora, il problema vero è che il tempo passa in fretta e porta via tutto, maldipancia e applausi, fiori e sporcizie varie, anche i ricordi delle colline che da ragazzo guardavi pensando che la storia, la tua storia, sarebbe stata una gran bella storia. Da raccontare. Forse per questo ti sei messo a raccontare…
Pubblicare con un piccolo e con un grande editore?
Una domanda che ogni tanto qualcuno mi fa: perché da un po’ di tempo pubblichi solo con la piccola editoria?
Ho due risposte.
La prima. Per i tempi.
Faccio un esempio per farmi capire. Una dozzina d’anni fa scrissi La notte del santo. Lo inviai a varie case editrici, grandi e piccine. Anche a Fanucci (che per me è medio-grande). Dopo qualche mese mi arrivarono delle proposte di pubblicazione da piccole case editrici. Dìssi di no, ma non perché fossero piccole. Perché non mi convincevano. Dopo 4 anni (ripeto 4 anni) arrivò la risposta positiva di Fanucci.
In genere (ripeto in genere) le case editrici più grandi hanno tempi lunghi. Una piccola casa editrice magari è più snella. Pubblicai in un batter d’occhio Lo scommettitore con Fernandel, pubblico adesso in fretta con Golem.
Pubblicare con una casa editrice, certo, vuol dire due cose: guadagnare qualcosa (ma con 1500 euro di anticipo non si diventa ricchi), vendere di più.
Cosa vuol dire, per un autore come me, vendere di più? Esempio chiaro: sulle 4mila copie per esempio con la Newton Compton (La donna che parlava con i morti), sulle 400 con Golem (La suora).
Quattromila è dieci volte tanto quattrocento, ma alla fin fine quattromila e/o quattrocento sono briciole.
Conosco autori che hanno venduto 20, 30mila copie e adesso fanno fatica a farsi pubblicare da un piccolo editore.
Secondo risposta. Con le piccole realtà editoriali in genere ci si trova meglio. Ho scritto “in genere”. In genere vuol dire questo: lavorare con passione e serietà.
Ho avuto la fortuna di lavorare e trovarmi bene con Perdisa e Luigi Bernardi (Bastardo Posto e Vicolo del precipizio), ho la fortuna di avere adesso una giovane e soprattutto brava editrice, Francesca Piazza di Golem. Magari non è esperta, ma lavora a testa bassa per proporre sul mercato dei prodotti validi. Non è un caso che de Il sentiero dei papaveri venga spesso elogiata la copertina, e la copertina è importante. Come mi disse un giorno (il giorno in cui lo conobbi) Raffaello Avanzini, ad della Newton Compton la fortuna di un libro è dovuta a tre fattori: la copertina, il titolo e soprattutto la distribuzione:
E magari, aggiungo io, la bontà del libro. E la fortuna, anche.
Prima ho parlato di briciole. Così è. Ma le briciole, comunque, devono lottare…
Mi spiego: le briciole che lottano appartengono a quella piccola editoria che piace a me.
Il sentiero dei papaveri ospite di Incontri d’autore (su Radio Rai 1)

Su Radio Rai 1, il sabato alle ore 13,45 va in onda la trasmissione Incontri d’autore, condotta dalla giornalista Alessandra Rauti.
Sabato 23 Alessandra Rauti ha intervistato tre autori sui loro libri.
Ecco il link (clicca qui) della trasmissione. Io sono il secondo, l’intervista parte al quinto minuto e qualche secondo.
