Cose di giornale (questa è da non credere): tentata rapina

Certe cose Il Corriere della Sera e Repubblica non le scrivono. Certe cose appaiono solo sui giornali locali. Sul vecchio blog avevo creato una sezione “Cose di giornale”, Erano gli anni in cui dirigevo La Sesia, testata storica di Vercelli. Quelle “Cose di giornale” non sono andate perse (come succede spesso nel web) perché le avevo conservate facendo il copia incolla. Ne riproporrò qualcuna. La prima non sembra vera. Sono appunti miei, ma il resoconto di questo episodio su La Sesia di allora c’è. Ecco cosa scrissi.

Tentata rapina

Venerdì 24 Novembre 2006

E successo pochi giorni fa.
Un uomo di mezzetà, né alto né basso, né bello né brutto, si presenta in una piccola banca e, arrivato il suo turno, mostra un foglio alla cassiera.

Questa è una rapina, mi dia l’incasso, sono vittima degli usurai.

La cassiera lo guarda. Ha un difetto, o un pregio chissà, quelluomo: ha la faccia di un buono. Che non fa paura. Non sembra nemmeno uno fuori di testa. E uno che non sembra niente, ecco.
Così la cassiera gli dice: Mi spiace la cassa è chiusa.
Lui allora risponde: Va bene, allora vado via.
E scappa.

Ora lo stanno cercando.
Se lo beccano è comunque tentata rapina.
Delle balle, ma tentata rapina è.

Letargo

Ogni giorno vorrei mettermi a scrivere, ma.
Scrivere significherebbe due cose: stare meglio, andare lontano con la testa.
Ci provo, scrivo qualcosa, ma poi non continuo. Ho centinaia di file con incipit e romanzi appena abbozzati, nella, però, che mi abbia convinto a continuare.
E son cose che dimentico di averle scritte.
Ieri per esempio ho trovato un racconto incompleto. Si intitola Lo strano.
C’è qualcosa di buono e qualcosa che non va in questa bozza di racconto.
La cosa che va. Rileggendolo mi sono chiesto: ma l’ho scritto io? È una storia che non ricordo… E questo è positivo: quando scrivi qualcosa e poi ti sorprendi potresti essere sulla strada giusta.
La cosa che non va. Non mi convince al punto di continuare.
Insomma, il letargo prosegue.
Del resto un lungo letargo l’ho già vissuto.
Tra il primo libro che scrissi, era il 1995 (Il quaderno delle voci rubate, ora ripubblicato con il titolo Il bar delle voci rubate), al secondo, era il 2003 (Dicono di Clelia) passarono otto anni.
Per sette, otto anni continuavo a chiedermi: ma tu sei sicuro di essere uno scrittore?

Motivazione

“Remo Bassini gioca con i piani temporali e spaziali, passando da una decina d’anni fa al tempo attuale, il lockdown dell’inizio dell’anno 2020, tornando al 1945, tra il lago d’Orta, la Valsesia, Vercelli, Cuneo, punte di Puglia e cenni di Milano, con sapienza e maestria. Non soltanto: gioca con i generi, incominciando con una storia d’amore per poi sprofondare, con meccanismi narrativi precisi come la geometria di un frattale, nella profondità del giallo puro. La prosa è quella di uno scrittore che ha affinato il talento con l’esperienza, che sa scegliere come una massaia accorta quel che serve, lasciando fuori la chincaglieria.”

Motivazione del terzo posto al Premio Monti 2023

Giornalisti a volte becchini, sciacalli

Il nostro è il lavoro più bello del mondo, dicono alcuni giornalisti.
Il direttore Antonio Sovesci, protagonista di “Forse non morirò di giovedì” (Golem) non è proprio d’accordo.
Ecco cosa dice a una sua ex giornalista, durante un’intervista

“L’aspetto nobile della professione è denunciare il marcio ed essere i portavoce della sofferenza e delle ingiustizie. Ma c’è il rovescio della medaglia, inutile nascondersi dietro a un dito. Noi giornalisti siamo peggio dei becchini, siamo sciacalli che si avventano sulle disgrazie altrui, fingendo poi, con un’espressione contrita, di essere partecipi del dolore che diventerà un articolo con titolo e fotografia.”
Mi scusi direttore, ma davanti a certe tragedie emerge anche la sensibilità dei giornalisti.
“Ha ragione, anche gli sciacalli a volte piangono.”
Non le sembra di essere troppo duro?
“Quando si viene a sapere che a una persona nota i medici hanno dato poco da vivere, lei sa, vero, cosa fanno i giornalisti? Si precipitano a cercare informazioni e fotografie, la morte degli altri non dovrà coglierli impreparati.”
Funziona così da sempre.
“Al mio giornale non funziona così.”
Perché?
“Perché non voglio.”

I luoghi de La suora (non potevo fuggire quindi scrissi)

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Due foto in alto, scattate in Valsesia, a Riva Valdobbia, due sotto, a Orta:
Durante il primo lockdown, una sera, passeggiando con il cane in una città nebbiosa e deserta ho avuto nostalgia di questi due luoghi, a cui sono particolarmente legato.
Così tornai a casa e scrissi dell’incontro a Orta tra Romolo Strozzi e Nora, che presto, ma Romolo Strozzi non lo sa, diventerà una suora di clausura.
Romolo Strozzi ha in animo di trasferirsi in Valsesia, Nora di diventare Suor Bealtrice nel convento benedettino dell’isola di San Giulio, appunto a Orta.
Scrissi quelle pagine, ma non sapevo ancora che sarebbero diventate un romanzo.
Scrissi per fuggire.

Ciao Lela

«Ti sto leggendo, sono proprio curiosa di sapere come va a finire…».
Le tre di notte, sto per andare a dormire. Le mie quattro ore di sonno. Su una delle mie pagine su facebook (ne ho creata una per ogni libro) leggo questo messaggio.
E penso, e mi chiedo: Lela come stai? Da quanto tempo…
Da quanto tempo che non ci scambiavamo saluti e commenti. C’era stima reciproca. Dal 2012 fino a…
Sono sulla sua pagina. Vedo la sua foto: il suo profilo, Lela guarda avanti.
Leggo alcuni commenti: Lela non c’è più. Da mesi, forse da maggio.

Passo un’ora a leggere i suoi post, anche vecchi, poi vado a dormire, con l’amaro in bocca.
La follia di facebook: arrivi a 5000 contatti, ma è da tempo che dici che sarebbe meglio averne 50, 100, non di più.
In quei 50, 100 lei, Lela, ci sarebbe stata…
(…ci saresti stata per la tua dolcezza, per le nostre affinità…)
Era più giovane di me, era una bella persona, credo sia morta per una crisi respiratoria, forse Covid.
E non mi ricordo e mi spiace non ricordare quand’è che abbiamo cominciato a sentirci.
Era meglio il mondo dei blog. Pochi contatti, sapevi.
Sulla sua pagina ho solo scritto: Manchi, ciao.

Il vangelo ribelle

Sabato (per motivi miei, personali) non potrò andare a Monastero Bormida a ritirare il premio Monti (con La suora, sono arrivato terzo).
Non potrò così conoscere Bruno Vallepiano, altro autore della scuderia Golem il cui libro (La donna con la pistola) è tra i premiati, non potrò salutare il mio amico Giorgio Bona, che è arrivato secondo (con Da qui all’eternit) e soprattutto non potrò conoscere il segretario/organizzatore del premio Roberto Chiodo.
Vorrei conoscerlo. Ecco cosa ha scritto (era agosto) sul suo profilo per presentare una delle tante iniziative che ruotano a Monastero Bormida.
Quello che ha scritto Chiodo, chiaro, lo sottoscrivo: una sorta di vangelo ribelle. Anche il protagonista de La suora la pensa così.

Io non ho l’abbonamento a sky e vado a vedere le partite al bar
Io non ho netflix e vado ancora al cinema
Io non faccio ricerche su wikipedia ma mi informo sui libri
Io leggo libri cartacei e non ebook
Io non ho il navigatore
Sul mio cellulare ho scaricato 4 app, strettamente necessarie
Non mi interessano i likes quando scrivo qualcosa
Non mi interessano i follower su instagram
Ci siamo riempiti di cose inutili e siamo schiavi del tempo, sempre ad inseguirlo questo tempo
e poi non guardiamo la realtà. La realtà di un quartiere dove tutto è chiuso. Chiusa la piscina comunale, chiuso l’Hotel, chiuse le terme, chiusa la discoteca, chiuso il bar e di quanto avremmo invece bisogno anziché di chiuderci in casa a coltivare l’effimero, di riaprire i locali dismessi, di riappropriarci dei nostri spazi, ovvero i luoghi dove ci si conosce per davvero, luoghi adatti per le varie forme di creatività.
Lo so che le stelle, nemmeno più le stelle, cadono il 10 agosto, ma stasera anziché guardare la tv o perdervi nelle vostre belinate di chat, lasciatevi catturare dalla curiosità di un evento in un castello medievale, lasciatevi alle spalle le negatività, la stanchezza e prendete la strada per Monastero Bormida, prendetela per davvero e non resterete delusi…..

Nostalgie, viaggi e…

Non provo nostalgia per i miei vent’anni. Provo nostalgia per altri momenti della mia vita, magari di ribellione, di ribellione al tram tram, alla noia, ma non è di me che voglio, scrivere, ora, parlando di nostalgia.
Mi manca una vecchia stazione, per esempio. L’hanno demolita, rifatta: quella di ora sembra una metropolitana. Mi manca, di notte, il silenzio interrotto dal passaggio del treno, ora soppresso.
Erano parte della mia vita quella vecchia stazione, quel sibili di treno.
Mi mancano treni e stazioni, insomma.
I viaggi no, quelli ci sono ancora.
Non m’importa la meta, m’importa fermarmi di notte in un autogrill in autostrada, dopo aver guidato. M’importa salire su un treno, la mattina all’alba dopo aver bevuto un caffé doppio, fumato e messo nello zaino un paio di libri, un bloc, una biro.
Ho nostalgia di un vecchio cinema, di una vecchia trattoria, di una vecchia stazione, anche di un’automobile….
Dei viaggi no: ricrescono come fiori
(E nella mia mente, chissà perché, vanno spesso a braccetto le nostalgie, i viaggi e anche i sogni, che però sono, i sogni, un altra grande libro con tanti capitoli: dall’amore, alla rabbia, alla voglia di…)

Un sabato in un bar lontano da casa

Per esempio sabato, questo sabato, 23 ottobre.
Alle 11 circa sono in un bar di un centro, a un’ora di macchina da casa mia. Ho accompagnato mio figlio (13 anni a gennaio) a un torneo di basket. Mio figlio ha giocato la sua prima partita e io sono nel dehors del bar, con computer e due libri nello zaino***.
Sono stanco: ho dormito meno di quattro ore. Prendo un caffè macchiato, poi un altro, vorrei o leggere o lavorare. Non posso. Troppo stanco per essere concentrato mentre delle persone parlano.
Il dehors è piccolo, il bar è l’unico nelle vicinanze. O sto lì o mi rinchiudo in auto, mi dico.
Le persone che parlano mi fanno pensare.
Non parlano né di covid (per fortuna) né del nuovo governo (avrei ascoltato con piacere).
No. Si tratta di persone che sbagliano i congiuntivi, mentre parlano (anche mio padre li sbaglia: se non hai potuto studiare vuol dire che… non ha potuto imparare il congiuntivo), e soprattutto parlano di cose di cui, a me, frega niente.
Parlano di pastiglie di freni e di dischi dei freni. Quanto costa rifarli a questa macchina, quanto costa per quest’altra…
Come saranno le pastiglie dei freni?, mi domando.
Mai avuto la curiosità di verificare. Ma son tante le cose di cui mi frega niente, cose e anche persone (un esempio a caso: Briatore; se leggo un titolo su di lui, cerco altro).
Insomma, penso che devo alzarmi, sgranchirmi le gambe,. sopravvivere fino alle 18 quando tornerò.
Ma ecco che quando sto per andarmene arriva una signora anziana. Cammina con l’aiuto di un deambulatore. Si avvicina, dice: Chissà se mi portano un caffè macchiato?
I cinque che mi stanno sfrucugliando le palle con i loro discorsi su pastiglie e dischi dei freni si alzano. Una va al bar a chiedere il caffé macchiato, gli altri fanno posto alla signora e l’aiutano ad accomodarsi.
Mi fermo anche io, ancora un po’.

*** I due libri che sto leggendo sono: Padri di Giorgia Tribuiani, e Intrigo bretone di Jean Luc Bannalec.

Interviste radiofoniche: a Fahrenheit e… alla stazione, un mattino d’inverno

Giovedì 20 luglio 2006. Ho 49 anni, ho pubblicato due libri, dirigo il giornale La Sesia da un anno. Uno dei due libri pubblicati si intitola Lo scommettitore, casa editrice Fernandel.
Quel giovedì sono a Torino, negli studi Rai. Invitato per un’intervista dalla trasmissione Fahrenheit, allora diretta da Marino Sinibaldi. Fa caldo e sono teso: mai stato intervistato, prima.
Due cose.
Uno: non mi sono mai riascoltato.
Due: quell’intervista, e il fatto che poi i radioascoltatori votassero Lo scommettitore come “Libro del mese Fahrenheit” fece sì che su di me ci fosse un certo interesse (agenti letterari, giornalisti, editori).

L’intervista è QUA

Non mi sono mai riascoltato, dicevo. So che sarei ipercritico, perché le cose si possono sempre dire meglio (e io non sono brillante). Ma c’è un’intervista che vorrei riascoltare. Un mattino d’inverno, era appena uscito Bastardo posto e io ero alla stazione con mio figlio, che avevo un anno e mezzo. Lo portavo a vedere i treni, poi lo avrei consegnato a mia madre e sarei corso in redazione. Squilla il telefono. Una radio lombarda (non ricordo quale) mi chiede un’intervista, appunto su Bastardo posto, ma subito subito. Spengo il toscano, prendo mio figlio in braccio e gli faccio cenno (il dito sul naso) che non deve parlare. L’intervista dura poco, cinque minuti, e tutto fila liscio fino ai saluti finali. Quando l’intervistatrice dice “Salutiamo Remo Bassini…” mio figlio si avvicina al telefonino e dice “Ponto, ponto…”:
Ecco, vorrei riascoltarlo quel finale.

Ammattire per eccesso di studio

Ho lavorato per trent’anni circa al giornale La Sesia.
Certe sere, anzi no, certe notti tornavo in redazione. Mi piaceva sfogliare le vecchia testate. Alcuni articoli che mi colpirono (non c’erano ancora smartphone o ipad per fotografare) li ricopiai. Qualcuno l’ho conservato. Questo per esempio. Mi son sempre chiesto, da allora: chi saranno i due poveracci ammattiti per eccesso di studio?

4 aprile 1871
(….)
Il numero degli alienati ricoverati nel Manicomio il 31 dicembre 1869 era di 50 – 28 uomini cioè, e 22 donne.
Nel trascorrere dell’anno 1870, s’aggiunsero a questi altri 57 uomini e 32 donne, cioè 89 alienati, ed il numero totale dei ricoverati nel M. di VC. toccò allo spirare del 1870 il numero di 139.
Nel corso dell’anno però si verificarono alcune uscite dallo stabilimento…, 18 per guarigione, 19 per morte…
(….)
Ma un quadro speciale che merita una seria disamina è quello delle cause della pazzia: riepiloghiamola accuratamente.
Pazzi per causa morbosa o ereditaria, uomini 16, donne 8.
Per vizio e sregolatezza, uomini 10, donne 2.
Per affezioni morali, uomini 29, donne 22.
Per cause materiali, uomini 3, donne 1.
Per eccesso di studio, 2 uomini.
Nelle affezioni morali il numero maggiore è rappresentato da dispiaceri domestici; la gelosia, la religione, la gioia, la paura, l’amore contrastato hanno tutti i loro rappresentanti.

Pensieri disordinati (dopo un premio)

Nel giorno in cui mi comunicano che, con La suora, sono arrivato terzo al premio Augusto Monti – primo posto a Marco Griffi, con Ferrovie del Messico (Laurana), secondo a Giorgio Bona, con Da qui all’eternit(Scritturapura) – mi vengono in mente un po’ di pensieri, alla rinfusa.
Penso alle volte che ho partecipato a un concorso (non tantissime, le mie partecipazioni intendo) e non sono stato preso in considerazione. Succede, anche ai migliori.
O alle volte in cui un mio manoscritto è stato o rifiutato o è rimasto senza risposta: l’avranno letto, adocchiato, gettato via subito?
Certi rifiuti – ho anche pensato portando a spasso il cane – mi hanno portato anche bene. Come quella volta che, alle 3 di notte, inviai un manoscritto a un editore, il più solerte a rispondere. Alle 9 del mattino, insomma sei ore dopo il mio invio, vedo la sua mail e leggo: “Non mi interessa” (senza un crepa o un buona giornata in saldo speciale). Fortuna ha voluto che poi, due anni dopo, quel manoscritto (La notte del Santo) divenne un libro pubblicato da un editore prestigioso come Fanucci.
E’ la prima volta, altro pensiero, che La suora ottiene un riconoscimento, ed è la seconda volta che arrivo sul podio.
Evidentemente la piccola casa editrice Golem mi porta fortuna: primo al Concorso internazionale Città di Cattolica l’anno scorso, con Forse non morirò di giovedì, terzo quest’anno al Monti con La suora. Avrei preferito il contrario: terzo al Ciittà di Cattolica e primo al Monti.
Ci son libri a cui ci si attacca di più.
E’ comunque: vincere un premio è una gran cosa, vincere un premio significa niente.
Quello che conta è vivere. Saper vivere. La vita è bella la vita è dolorosa. La vita, che cerco di raccontare e di capire, scrivendo. Scrivendo, per esempio, di persone normali, vere, che amano restare in disparte… A volte sono eroi silenziosi.
Buone cose a tutti quelli che passano di qui.